Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Archivio per la categoria ‘VARIE’

La prevenzione – Ancora la sicurezza stradale

Continuiamo la nostra analisi sulla questione della sicurezza stradale.
Non sarebbe sbagliato porsi degli obiettivi di medio-lungo periodo, stabilendo una graduale riduzione, nel corso degli anni, della mortalità da incidenti stradali sul territorio comunale, coinvolgendo gli istituti scolastici in una capillare attività di divulgazione della conoscenza delle norme del codice della strada.
Ad esempio, si può promuovere il progetto “Patentiamoci” (http://www.interno.gov.it/it/notizie/patentiamoci-gioca-app-ti-salva-vita), il quale, grazie alla app “Prendi la patente” e ad un gioco che si può utilizzare su computer, smartphone e tablet, consente ai ragazzi di conoscere e apprendere in modo veloce e divertente le norme del codice della strada.
Nelle scuole superiori si potrebbe distribuire l’opuscolo per la guida sicura di scooteristi e motociclisti redatto, con il contributo della Regione Lazio, dal Moto Club Yesterbike (www.yesterbike.it).
Si potrebbero organizzare corsi di guida sicura per bambini su automobiline, come effettuato dal Comune di Roma.
Si potrebbe ospitare una tappa del progetto Icaro della Polizia di Stato mirata all’informazione sulla sicurezza stradale per gli studenti, oppure ospitare una tappa della mostra fotografica itinerante “Altra Strada non c’è” organizzata dalla Polizia Stradale, oppure ancora aderire al progetto “Io non sbando” per l’educazione alla guida sicura organizzato dall’ACI.
Un’iniziativa coinvolgente per i giovani potrebbe consistere nel bandire un concorso, rivolto alle scuole superiori, per realizzare un cortometraggio sul tema della sicurezza stradale e dei comportamenti di guida a rischio.
Ovviamente si potrebbero ospitare tappe di corsi di guida sicura rivolti anche agli adulti, siano essi automobilisti oppure scooteristi o motociclisti.
La Polizia Municipale dovrebbe applicare la tolleranza zero sull’utilizzo del casco, ma nello stesso tempo si potrebbero distribuire nelle scuole superiori degli adesivi da attaccare ai caschi con l’indicazione del proprio gruppo sanguigno, informazione utilissima in caso di ricoveri urgenti.
Si potrebbe organizzare una campagna con manifesti ai bordi delle strade per fornire consigli di guida sicura o segnalare le sanzioni derivanti da comportamenti scorretti alla guida. Analogamente, i tabelloni elettronici presenti sul territorio potrebbero fornire consigli di guida sicura o segnalare le sanzioni derivanti da comportamenti scorretti alla guida (cinture non allacciate, uso del cellulare, non uso del seggiolino per bambini, ecc.).
Tra i cittadini si potrebbe promuovere l’utilizzo della app per cellulari Alertino, la quale consente di inviare un messaggio ai conducenti registrati, avvisandoli del pericolo o della distrazione (ad esempio, “Hai dimenticato i fari accesi. Ti conviene spegnerli altrimenti scarichi la batteria”, oppure “Hai un fanalino che non si accende”).
Sul sito Internet del Comune si potrebbe istituire il contatore degli incidenti stradali, sul modello di quanto realizzato dalla Polizia Municipale del Comune di Verona. Andrebbe poi effettuato uno studio statistico sugli incidenti stradali che sono avvenuti o che si verificheranno nel corso del tempo, in modo da studiarne le cause ed evitarne il più possibile il ripetersi. I dati raccolti andrebbero analizzati valutando zone, periodi, età dei conducenti, effetti degli incidenti (morti, feriti, ecc.), condizioni meteo in cui sono avvenuti, mezzi coinvolti, il tutto al fine di trovare soluzioni per ridurne il numero. Una volta istituita, la Consulta della sicurezza stradale, sulla base di tali dati, potrebbe poi elaborare il Piano comunale della sicurezza stradale.
Ulteriori iniziative andrebbero organizzate in occasione della Giornata mondiale della memoria per le vittime della strada ed in occasione della Settimana mondiale della sicurezza stradale.
Infine, si potrebbe realizzare una campagna informativa sulla corretta manutenzione di autoveicoli e motoveicoli (pressione degli pneumatici, livello dell’olio, liquido di raffreddamento, ecc.), e promuovere tra la cittadinanza l’utilizzo delle app per cellulari che forniscono informazioni sulla corretta manutenzione della propria autovettura.

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Campagna promossa dall’Ordine dei medici veterinari contro il fumo passivo per cani e gatti

Dal sito Internet http://www.tuttogreen.it/campagna-promossa-dallordine-dei-medici-veterinari-contro-il-fumo-passivo-per-cani-e-gatti/

CAMPAGNA PROMOSSA DALL’ORDINE DEI MEDICI VETERINARI CONTRO IL FUMO PASSIVO PER CANI E GATTI

di Erika Facciolla

Il fumo passivo è dannoso, questo è ormai noto. Ma che lo sia non solo per la salute degli essere umani ma anche per quella degli animali domestici, primi fra tutti cani e gatti, questo forse lo è di meno.

Conviventi inconsapevoli di fumatori più o meno incalliti, gli animali d’affezione costretti a respirare il fumo dei loro padroni e sono così esposti ad analoghi rischi degli “umani” che sono provocati dall’inalazione di sostanze nocive e dal loro assorbimento attraverso l’abitudine a leccarsi il pelo.

Ad affermarlo sono i medici veterinari della FNOVI (Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani) e gli esperti dell’ALCASE (Associazione per lo studio e la ricerca clinica per il cancro al polmone) che in collaborazione con il Comune di Milano hanno promosso una campagna di sensibilizzazione per spiegare e proteggere gli animali domestici dai rischi correlati al fumo passivo.

L’iniziativa ha coinvolto tutte le strutture veterinarie del capoluogo lombardo dove è stato distribuito materiale informativo sotto lo slogan “Il fumo uccide anche loro”. Secondo gli esperti, a rischiare maggiormente lo sviluppo di neoplasie e forme tumorali dell’apparato respiratorio e della cavità nasale sono in particolare i gatti (più abituati a leccarsi il pelo e quindi assorbire le sostanze nocive che vi si depositano), i cani di piccola taglia e le razze di cani a muso lungo.

Da non sottovalutare anche il rischio avvelenamento legato ai mozziconi trovati in giro e che possono essere facilmente inghiottiti. Il fumo non risparmia neanche piccoli uccelli e pappagalli che possono sviluppare polmoniti letali.

Il Comune di Milano ha promosso con convinzione l’iniziativa per fornire alla popolazione, e in particolare agli amanti degli animali, un ulteriore motivo per smettere di fumare e tutelare la propria salute e quella dei loro amici a 4 zampe. Al pari dei bambini, infatti, cani e gatti hanno il diritto di vivere in ambienti sani e al riparo da pericoli come quelli legati al fumo passivo.

Secondo uno studio della Henry Ford Health System di Detroit – se correttamente informato – il 28,4% dei fumatori proprietari di animali domestici cercherà di togliersi il vizio per tutelare il proprio animale.

Noi ce lo auguriamo…

Ecoreati, la legge è un’arma. Già spuntata

Dal sito Internet http://popoffquotidiano.it/2015/05/20/ecoreati-la-legge-e-unarma-gia-spuntata/

ECOREATI, LA LEGGE È UN’ARMA. GIÀ SPUNTATA

di Carlo Perigli

Finalmente abbiamo una legge sugli ecoreati, ma servirà a qualcosa? La domanda appare lecita, specialmente a vedere il grande dibattito che fin da subito si è scatenato, dividendo tra favorevoli e contrari le stesse realtà che concordavano sulla necessità di una norma che prevedesse i reati ambientali. Festeggia Legambiente, che ieri ha brindato in piazza Navona srotolando uno striscione recante la scritta “Dopo anni di battaglie gli ecoreati sono nel codice penale. Ecogiustizia è fatta”. E sicuramente, l’introduzione di una legge che l’Italia aspettava da oltre 20 anni, è di per sé un fatto positivo. La domanda piuttosto è un’altra: questa norma ha le carte in regola per rispettare le aspettative? Qualche dubbio sorge ad esempio ascoltando le parole di Guariniello, fino a pochi mesi fa pubblico ministero nel processo contro Eternit, naufragato a causa della prescrizione. «E oggi, se potessimo ricominciare tutto da capo, finirebbe allo stesso modo – ha dichiarato il magistrato –. Perché i tempi sono stati raddoppiati, è vero, ma la struttura è rimasta la stessa». Il problema di fondo, secondo il magistrato, risiede nella decisione della Cassazione, secondo cui “questo reato si consuma quando avviene l’evento”, un principio che questa legge ha mantenuto, facendo sì che il reato cominci “a prescriversi quando ancora non si è nemmeno manifestato”.

Ad aumentare le perplessità, la previsione secondo cui il disastro ambientale è tale solamente se “abusivo”, quindi in violazione delle leggi esistenti, e se reca danni “a porzioni estese o significative di suolo o sottosuolo”. In questo senso si sono espressi Paolo Ferrero e Angelo Bonelli, rispettivamente segretario di Rifondazione Comunista e dei Verdi. «Il pensiero corre veloce allo “Sblocca Italia” – ha dichiarato Ferrero – che sembra fatto più per favorire gli inquinatori e gli speculatori ambientali, togliendo ogni regola ed ogni vincolo per la tutela dell’ambiente e del territorio”».

Ultimo terreno di scontri tra favorevoli e contrari è infine l’esclusione dalla norma del divieto di ricorrere all’air gun, una tecnica di ispezione dei fondali marini basata su una serie di spari di aria compressa, le cui onde riflesse permettono di estrarre dati sulla composizione del sottosuolo. Inizialmente aggiunto con un emendamento al testo della Camera, il divieto espresso nei confronti di tale tecnica è stato stralciato su richiesta di Palazzo Chigi. Di “scelta giusta” ha parlato Pietro Cavanna, presidente settore Idrocarburi di Assomineraria. “Se fosse passato il divieto – ha dichiarato ad Adnkronos – saremmo stati i primi al mondo”, poiché “l’air gun non utilizza esplosivo ma aria compressa e serve sia per scopi di ricerca degli idrocarburi ma soprattutto per fini scientifici”. Toni decisamente contrastanti con quelli tenuti dal presidente del Consiglio regionale della Puglia Onofrio Intona, decisamente contrariato per la scelta del governo. Secondo Intona si tratta difatti di “un brutto stop al divieto di usare tecniche invasive geosismiche nelle prospezioni petrolifere in mare, appena mitigato dalla notizia che i delitti ambientali entrano finalmente nel codice penale“. In particolare, a far storcere il naso è quel paradosso secondo cui “non si possono maltrattare tartarughe e cetacei, e questo è giustissimo, ma si può di fatto ucciderli, sparando bordate d’aria compressa contro i fondali marini, per scandagliare sacche sotterranee di idrocarburi”. Per Intona l’esclusione del divieto di ricorrere all’air gun è una chiara vittoria del “partito dell’oro nero”, che minaccia la salute dell’Adriatico e dello Ionio”, mettendo in pericolo sia la salute dei grandi cetacei che, spostandosi con l’udito, sono minacciati dalle onde sonore sparate sul fondo, ma non solo, perché, il basso Adriatico “ospita” sia origini delle guerre mondiali che ben sei siti di affondamento, “nei quali gli aerei NATO hanno sganciato bombe inutilizzate nelle incursioni in Bosnia e Kosovo”. “Non voglio nemmeno pensare – ha aggiunto Intona – a cosa potrebbe innescare una ricerca air gun nel posto sbagliato”. Insomma, l’approvazione di questa legge, almeno per il momento, ci lascia una certezza e un interrogativo. Sicuramente, dopo tanti anni di attesa il codice penale italiano prevede finalmente i reati ambientali. Il dubbio è che dietro i tanti proclami si nasconda nient’altro che un’arma spuntata.

L’Aquila, famiglie sigillate in casa da sei anni

Dal sito Internet http://popoffquotidiano.it/2015/04/06/laquila-famiglie-sigillate-in-casa-da-sei-anni/

L’AQUILA, FAMIGLIE SIGILLATE IN CASA DA SEI ANNI

di Isabella Borghese

Le ricordiamo tutte le prime immagini di L’Aquila seguite al terremoto del 6 aprile 2009, quando il sisma ha causato la morte di 309 persone, 1.500 feriti, danni che hanno superato i 10 miliardi e per chiudere, non di certo in bellezza, oltre 60.000 sfollati. La crudeltà e la ferocia di quel giorno, ancora oggi, restano vivi.

A distanza di sei anni fa ancora più male soffermarci sullo stato attuale dei fatti: 19 le new town costruite all’epoca, dal progetto C.A.S.E., con una spesa pari a un miliardo di euro (complessi abitativi costati circa 2.700 euro al metro quadro), ma da alcune di esse, è il caso di Cese di Preturo, molti sopravvissuti al terremoto, devono andare via, o restarci seppure, in qualche modo, “sigillati dentro”.

La realtà attuale è questa: sigilli a 800 balconi. Questo il primo dato che risalta. 800 i balconi pericolanti, un fatto accertato dopo il crollo di uno di essi proprio a Cese di Preturo, a settembre del 2014, dove per questo crollo c’è ancora un’inchiesta aperta. 39 gli indagati a causa di fornitura materiali scadenti e difetti di costruzione.

E non è tutto. A voler approfondire ci sarebbero ditte che all’epoca hanno costruito le new town, ditte oggi fallite, che avrebbero dovuto occuparsi di fatto della manutenzione delle stesse palazzine per dieci anni. Ribadiamo il loro fallimento. Chi si occupa della manutenzione? Un solo fatto è certo: sono circa 700 le famiglie a rischio di restare senza tetto.

Dunque sigilli ai balconi in palazzine intere e al piano terra, esattamente nell’area che corrisponde ai balconi dei piani superiori. Case con sequestro in atto e di fatto, da sottolineare, famiglie che vivono “sigillate”, con l’impossibilità di uscire sul balcone.

Insomma, per L’Aquila e i suoi borghi non si può parlare e in modo assoluto di ricostruzione efficiente. Per i suoi sopravvissuti non si intravede ancora alcun segnale per una vita dignitosa.

Va tutto avanti male e con lentezza, causando un disagio sempre più forte nei cittadini. A oggi la spesa fatta è pari a 4 miliardi, ma secondo le dichiarazioni del sindaco Massimo Cialente servirebbero ancora ben 3 miliardi e mezzo. Il 2017 è segnato dallo stesso come obiettivo per la ricostruzione del centro storico e delle frazioni. Manca personale e per questo il sindaco stesso chiedere al governo di spostare gli impiegati da altri uffici.

Pessime notizie riguardano anche la situazione dei bambini: dal 2009 6.000 bambini sono tutt’oggi nei Musp, i Moduli a uso scolastico provvisorio, realizzati per rientrare nelle scuole nel settembre del 2009, eppure oggi mostrano i segni del tempo, tra disservizi e disagi.

“Per ora – spiega il sindaco – nessun istituto è stato ricostruito, ma i soldi per farlo sono nelle casse comunali, 44 milioni. Sono arrivati solo a metà 2013 e fino ad allora, per legge, non potevamo fare nessun progetto – aggiunge –. A breve dovrebbero cominciare i lavori in due scuole ma la burocrazia per la ricostruzione pubblica ci fa perdere mesi”.

Migliaia, ieri sera, le persone che hanno sfilato con e fiaccole. Colpisce allora uno striscione tenuto stretto dai familiari delle vittime: “Il fatto non sussiste ma uccide”, c’è scritto e fa riferimento alla sentenza della Corte d’Appello nell’assoluzione di sei dei sette componenti della Commissione Grandi Rischi.

“Credo che il clima sia cambiato. Il dolore oggi – ha dichiarato il sindaco Cialente – viene vissuto in modo più raccolto, anche se per questa occasione ha influito la concomitanza delle festività pasquali. Ma la commemorazione del 6 aprile – aggiunge – deve diventare sempre di più un momento della storia di questa città. La presenza di persone come il sindaco di Pescara, Marco Alessandrini, e di altre figure istituzionali regionali come quella del presidente del Consiglio regionale, Giuseppe Di Pangrazio, è un bel segnale. Non mi aspettavo – conclude – la presenza di rappresentanti del governo nazionale per via della Pasqua”.

L’Aquila e i suoi borghi hanno bisogno dell’Italia, di un Paese attento che si prenda cura dei suoi borghi e della sua gente.

La rapina globale della biomassa

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/la-rapina-globale-della-biomassa/

LA RAPINA GLOBALE DELLA BIOMASSA

L’ultimo rapporto “Patterns of global biomass trade – Implications for food sovereignty and socio-environmental conflicts” dell’Environmental Justice Organizations, Liabilities and Trade (EJOLT) realizzato con il contributo di ricercatori di World Rainforest Movement, Grain, delle Università austriache dell’Alpen-Adria e di Vienna e di quella etiope di Gondar, spiega la brutta storia dell’olio di palma in Indonesia e fa lo stesso per la soia in Paraguay, dove gli indios stanno protestando contro il governo e le multinazionali, e per i grandi investimenti nel land grabbing in Etiopia. Tre casi di studio che servono ad illustrare un’analisi più ampia dei modelli globali delle biomasse.

Uno degli autori, Andreas Mayer dell’Istituto di ecologia sociale dell’Università dell’Alpen-Adria, sottolinea che «L’attuale espansione di terreni agricoli nel sud del mondo mette grande pressione sulle popolazioni locali che sono spesso gravemente minacciate di perdere i loro mezzi di sussistenza. Il rapporto si propone di rivelare le condizioni biofisiche ed i driver strutturali di questi conflitti e quindi di identificare i potenziali conflitti che derivano dal modello dominante della produzione agricola industrializzata».

Tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI secolo, il commercio mondiale di prodotti agricoli è cresciuto oltre tre volte più velocemente rispetto alla produzione agricola. Quasi tutti la nuova terra messa in produzione dal 1986 è stato utilizzata per coltivare prodotti da esportare ed EJOLT evidenzia che «Mentre i maggiori volumi di produzione agricola del commercio aumentato la disponibilità globale di prodotti agricoli, i benefici e gli impatti negativi non sono distribuiti in modo uniforme a livello globale».

Se si guarda ai vari continenti, le aree dove l’aumento della produzione agricola per l’esportazione è più forte sono l’America Latina ed alcuni Paesi del Sud-Est asiatico e dell’Europa orientale. «Questo orientamento all’export è spesso associato ad impatti negativi sull’autosufficienza alimentare – dicono i ricercatori – ed è una potenziale minaccia per la sovranità alimentare dei Paesi produttori».

Il caso più conosciuto di rapina della biomassa è quello dell’olio di palma, ma, nonostante le denunce delle associazioni ambientaliste e delle comunità locali, l’espansione dell’industria dell’olio di palma sembra inarrestabile. Mentre prima era usato soprattutto per cucinare e nella preparazione di alimenti, attualmente più della metà di tutto l’olio di palma che viene prodotto nel mondo finisce in saponi, cosmetici, biodiesel e per altri utilizzi industriali. Le piantagioni di palma da olio sono la monocoltura in più rapida crescita al mondo e quasi la metà di questa vertiginosa crescita globale – avvenuta tra i primi anni ‘60 e 2010 – è avvenuta in un solo Paese: l’Indonesia, dove si è passati dai meno di 70.000 ettari degli anni ’60 ai 6 milioni di ettari del 2012. Un’enorme espansione delle piantagioni di palma da olio che ha provocato forti danni ambientali, con la distruzione di interi ecosistemi e un impatto gigantesco sulla biodiversità, ma anche sul cambiamento climatico, dato che per far posto alle piantagioni sono state “bonificate” torbiere e paludi e sono state abbattute intere foreste che stoccavano quantità enormi di carbonio.

Ma l’espansione delle piantagioni di palma da olio è avvenuta anche a danno di comunità locali e popoli autoctoni che sono stati espropriati dei loro territori ancestrali dalle multinazionali e dalle loro filiali locali, con metodi brutali e che hanno scatenato conflitti sociali, spesso finiti in modo violento.

“Patterns of global biomass trade” esamina l’evoluzione globale della produzione alimentare e del commercio alimentare a livello mondiale ed individua le cause dei conflitti socio-ambientali. I due casi di studio dell’Indonesia e del Paraguay, importanti esportatori di prodotti agricoli, dimostrano che concentrarsi sulla produzione di materi prime per l’esportazione (estrattivismo) nel settore agricolo «Può essere collegato al potenziale aumento di conflitto socio-ambientale». Questa evidenza, getta a sua volta nuova luce sul terzo caso di studio dell’Etiopia, un Paese ancora più povero di Indonesia e Paraguay, dove è in corso una velocissima modernizzazione dell’agricoltura – gestita dallo Stato e da multinazionali straniere – proprio per farlo diventare uno dei principali esportatori di prodotti agricoli. Qui la rapina di biomassa sta provocando scontri con i popoli tribali che vengono sfrattati per far posto a grandi aziende agricole ed a dighe che servono ad irrigare i campi e dare energia alla nuova agro-industria.

Henk Hobbelink, di Grain, ha detto che «Su questo tema, l’unica reale raccomandazione politica che vedo è che l’espansione delle commodity delle colture deve essere interrotta e invertita e la terra deve essere riportata ad una produzione alimentare nelle mani dei piccoli agricoltori».

I ricercatori sottolineano che «Concentrandosi sui driver dei conflitti per l’uso del suolo, i risultati presentati in questo rapporto riguardano argomenti importanti per la ricerca sulla sostenibilità e la politica in generale».

Gli autori concludono dicendo che «L’Unione Europea dovrebbe rivedere la Politica Agricola Comune per rafforzare l’agricoltura su piccola scala, promuovere filiere corte, sostenere programmi di commercio equo e solidale, oltre che aumentare le pratiche biologiche e permacultura».

MAS, la tecnica di selezione piante da marcatori è più sicura agli OGM

Dal sito Internet http://www.tuttogreen.it/mas-tecnica-di-selezione-piante-da-marcatori-piu-sicura-degli-ogm/

MAS, LA TECNICA DI SELEZIONE PIANTE DA MARCATORI È PIÙ SICURA AGLI OGM

di Marco Grilli

Al di là dell’ingegneria genetica sui semi (per ottenere prodotti OGM), che continua a dividere e suscitare aspre critiche, il mondo delle biotecnologie che opera per il miglioramento genetico delle piante è molto più ampio e comprende anche tecniche efficaci, non nocive per l’ambiente e la salute dell’uomo.

Tra queste vi è la MAS (selezione assistita da marcatori), uno strumento che mantiene un approccio convenzionale di selezione e incrocio delle piante e va oltre il lavoro di “taglia-e-cuci del DNA” dell’ingegneria genetica, ricorrendo a tecnologie avanzate di marcatura molecolare per agevolare gli incroci e conferire i tratti desiderati nelle nuove varietà.

Rispetto agli OGM, i cui risultati, oltre a tutti i contro (si tratta di piante brevettate considerate da parte del mondo scientifico come pericolose per la salute dell’uomo e dell’ambiente), sono limitati esclusivamente all’ottenimento di una maggiore tolleranza agli erbicidi e resistenza agli insetti, la MAS, conosciuta anche come smart breeding, rispetta la barriera tra le specie, è più sicura, non richiede adattamenti legislativi, affronta questioni varie e complesse (dalla resistenza alla siccità all’adattamento ai cambiamenti climatici) e risponde pienamente alle esigenze degli agricoltori, coinvolgendoli e sfruttando la loro secolare sapienza.

In sintesi, si tratta di una biotecnologia innovativa che vira verso un’agricoltura ecologica, capace di affrontare le esigenze della produzione e la grande sfida del cambiamento climatico, senza comportare rischi per l’uomo e l’ecosistema.

La selezione assistita da marcatori si approccia alle diversità genetiche, climatiche e culturali, ripudiando il modello standardizzato e omologato promosso dalle grandi multinazionali bio-tech attraverso l’ingegneria genetica. Non si persegue quindi il miglioramento fine a se stesso, perché i coltivatori vengono chiamati a partecipare allo sviluppo di nuove varietà regionali e locali, che si adattino alle condizioni del posto.

Ad oggi la MAS ha ottenuto risultati notevoli in varie aree del mondo. Alcuni esempi: è stata proficuamente utilizzata dagli agricoltori per combattere i patogeni del riso (ruggine delle foglie, brusone, ecc.) e aumentare la sua tolleranza alla siccità, alle inondazioni e alla salinità; nell’India settentrionale ha agevolato la coltivazione di una varietà redditizia di miglio; in Sudan ha permesso di fronteggiare la minaccia di una pianta infestante, la striga, nei campi di sorgo; in Nigeria e Tanzania è riuscita a selezionare una varietà di manioca resistente al disastroso virus del mosaico, che può compromettere dal 20 al 90% della produzione, mentre nell’America Settentrionale ha facilitato la resistenza ai funghi da parte della coltura del frumento.

Dieci anni fa questa tecnica era solo agli esordi, mentre oggi, e ancora di più in futuro, potrebbe giocare un ruolo cruciale per soddisfare il diritto all’alimentazione in modo equo e sostenibile. Cerchiamo quindi di scoprirla nel dettaglio.

Nell’attività d’incrocio tradizionale delle piante sono selezionati nuovi tratti partendo dalle varietà esistenti, ma se alcuni sono semplici e possono esser facilmente verificati (ad esempio la grandezza o il contenuto di zuccheri), ve ne sono altri molto più complessi (ad esempio la resistenza alle malattie o alla siccità), che coi comuni programmi di incrocio e selezione richiedono un processo lungo e dispendioso per la loro identificazione.

La MAS permette di risolvere tale inconveniente poiché una volta che scoperta una sequenza genetica sempre correlata a un determinato tratto si isola il marcatore che la definisce (ad esempio la resistenza alle malattie), e non si ha più bisogno della verifica sul campo attraverso l’osservazione della nuova generazione di piante incrociate. Per sapere subito se quest’ultime hanno ereditato o no il tratto in questione, basta infatti cercare la presenza del marcatore con un semplice test del DNA. Rispetto all’ingegneria genetica, che trasferisce o trasforma del materiale genetico isolato (spesso estraneo) nel genoma delle piante, durante il processo di selezione assistita da marcatori non si altera il DNA e non viene introdotto nessun novo gene, poiché si procede coi tradizionali incroci, resi molto più veloci e accurati.

Ampiamente diffusa negli ultimi anni, grazie alla riduzione dei costi (che restano comunque molto elevati), al miglioramento dell’efficienza e agli sviluppi tecnologici, attualmente lo smart breeding è applicato con successo a una vasta gamma di colture fondamentali per l’alimentazione mondiale, quali riso, frumento, sorgo, orzo, fagioli, ceci, patate, mais manioca e arachidi.

Le varietà agricole resistenti ottenute con questa tecnica si sono rivelate più efficaci nel fronteggiare gli stress biologici (virus, funghi, batteri, erbe infestanti e insetti), rispetto a quelle prodotte con metodi convenzionali. La MAS consente infatti di accelerare lo sviluppo di nuove varietà, grazie a un metodo unico di combinazione dei tratti che permette di ottenere una resistenza duratura sia alle malattie, che ai parassiti.

D’altro canto, la selezione assistita da marcatori sembra rispondere con successo anche agli stress fisici e chimici (siccità, allagamenti, eccesso di salinità), ossia a quei problemi accentuati dal cambiamento climatico, che minacciano oggi più che mai la produzione sostenibile del cibo.

In importanti colture come frumento, soia, orzo, broccoli, mais e arachidi, lo smart breeding ha dimostrato di poter migliorare anche i tratti relativi alla qualità. Tra gli esempi di successo citiamo le varietà di grano con alto contenuto proteico, o quelle di riso con migliori qualità di cottura. Se fino a poco tempo fa la selezione della qualità era un processo lento e costoso, oggi i tempi si sono notevolmente ridotti e l’efficacia è migliorata grazie proprio a queste tecniche di marcatura molecolare, utilizzate oggi anche per aumentare le concentrazioni di microelementi in diverse colture.

Sempre in tempi recenti, la MAS ha permesso di sfruttare l’elevato potenziale dei geni derivati da varietà selvatiche e locali, poiché grazie ai marcatori molecolari si riesce a lavorare con precisione su piccoli settori del genoma di queste varietà, mantenendo alte rese. Lo sbloccamento della reale ricchezza genetica tramite questa tecnica, ha consentito così di selezionare tratti migliori in un’ampia gamma di colture, in modo da ottenere, per esempio, alte rese per riso e pomodori, o proteine di alte qualità nel mais.

Non da ultimo, merita poi una citazione il miglioramento genetico partecipativo, ossia quel modello di selezione e miglioramento genetico che combina i metodi scientifici con la sapienza e l’esperienza degli agricoltori. Come già accennato, si tratta di una strategia poco costosa e veloce che mira a selezionare varietà adatte a livello locale e capaci di soddisfare le esigenze dei coltivatori, chiamandoli direttamente in causa. In alcuni programmi innovativi, la MAS si è unita alle conoscenze degli agricoltori, così che tale relazione proficua ha già dato ottimi risultati per l’agricoltura, come nel caso della varietà di manioca resistente al virus del mosaico, o di quella di riso che riesce a fronteggiare la siccità.

Molte organizzazioni ambientaliste tra cui Greenpeace, autrice di un dettagliato report sul tema, chiedono ora a governi, aziende e organizzazioni filantropiche di sostenere tecnologie innovative come la MAS, che possono contribuire efficacemente alla transizione verso un modello di agricoltura ecologica, capace di produrre cibo senza nuocere all’ambiente.

Il cambiamento climatico impone un cambio di rotta nelle modalità e tecniche di produzione: la selezione assistita da marcatori, già ampiamente accettata nell’opinione pubblica, spera di soppiantare presto l’ingegneria genetica.

Per risparmiare il 40% di energia quartieri e aeroporti scoprono la cogenerazione

Dal sito Internet http://www.greenews.info/pratiche/per-risparmiare-il-40-di-energia-quartieri-e-aeroporti-scoprono-la-cogenerazione-20140417/

PER RISPARMIARE IL 40% DI ENERGIA QUARTIERI E AEROPORTI SCOPRONO LA COGENERAZIONE

di Marta Rossi

Con la cogenerazione, “a parità di combustibile, rispetto alla produzione di energia elettrica tradizionale si può recuperare calore che altrimenti andrebbe disperso, avendo così a disposizione anche oltre il 40% di energia in più”. Daniele Forni, responsabile tecnico di FIRE, la Federazione Italiana per l’uso Razionale dell’Energia, spiega così i vantaggi della cogenerazione, ovvero del processo per il quale un unico impianto, produce insieme energia termica ed energia elettrica (e/o meccanica). Tecnologie compatibili con le energie rinnovabili, dalle biomasse alla geotermia. E se è vero che per il momento i combustibili utilizzati sono spesso quelli tradizionali (per lo più si ricorre al gas naturale), grazie alla cogenerazione si riesce comunque a limitarne di molto l’utilizzo.

Ma come funzionano gli impianti di cogenerazione? Immaginiamo l’aeroporto di Roma-Fiumicino: grande come la città di Cagliari, ha una superficie complessiva pari a 1.600 ettari e 250.000 metri quadrati di aerostazioni. Ogni giorno, tra operatori aeroportuali, passeggeri e indotto, lo scalo consuma tra i 21 e i 26 megawatt di energia. Con un impianto di trigenerazione (ovvero la produzione contemporanea di elettricità, caldo e freddo con un unico impianto e usando un solo combustibile) che copre il 97% del fabbisogno energetico, il Leonardo da Vinci nel 2012 ha ridotto di quasi 24 milioni di kWh i consumi, con un risparmio del 13%. La centrale di cogenerazione di Fiumicino funziona a gas naturale e produce energia meno cara, più pulita e più sostenibile e in grado di ridurre la dipendenza dalla rete elettrica. Nel terziario, spiega ancora il responsabile tecnico di FIRE, “in luoghi come aeroporti, centri commerciali oppure ospedali, frequentati tutto l’anno, con notevoli fabbisogni anche d’estate dovrebbe essere valutata la convenienza dell’investimento in impianti di co/trigenerazione”.

Ma l’aeroporto romano non è l’unico esempio in Italia di centrali di cogenerazione utilizzate per ridurre consumi e inquinamento. A Imola, dal 2009, è in funzione un impianto di cogenerazione a ciclo combinato da 80 MW. La centrale è in grado di produrre insieme energia elettrica e calore a costi contenuti, limitando al massimo le emissioni in atmosfera. Alimentata a gas naturale, produce 645.000 MWh di energia elettrica – pari al 96% del fabbisogno energetico dell’intero territorio di Imola – e 232.400 MWh di energia termica, pari a circa il 99% del fabbisogno termico della rete di teleriscaldamento imolese. Inoltre, rispetto a quelli tradizionali, l’impianto di Imola consentirà di evitare emissioni per 150.000 tonnellate di CO2 e di risparmiare oltre 13.300 tonnellate di petrolio equivalenti.

In Europa, altri Paesi hanno usato la cogenerazione al servizio del territorio: nel quartiere di Vauban a Friburgo in Germania tra il 1993 e il 2006 si sono insediate 5.000 persone. Dal 2002 è in funzione un impianto di cogenerazione altamente efficiente alimentato con cippato di legna e connesso alla rete di riscaldamento. Sempre in Germania, a Langen, è in fase di progettazione un complesso che verrà realizzato vicino all’aeroporto di Francoforte e che ospiterà 1.200 lavoratori: in questo caso l’impianto scelto è un caso di utilizzo della risorsa geotermica a bassa entalpia per sopperire ai bisogni invernali ed estivi. Nel quartiere tecnologico di Milano Bicocca-Tecnocity ogni giorno si muovono 40.000 persone, di cui 25.000 studenti. La centrale di cogenerazione alimenta il teleriscaldamento che, a regime, soddisfa 1.400.000 metri cubi. L’Università La Sapienza di Roma, invece, nel periodo 2005-2008 ha progettato un programma per la gestione complessiva dell’energia nell’ateneo per il quale tutti i sistemi saranno connessi in rete e abilitati a scambiare energia elettrica, termica e frigorifera.

Ma la cogenerazione è una possibilità anche in luoghi più piccoli: nel caso della micro-cogenerazione, gli impianti possono essere installati nelle case di medio-grandi dimensioni, nei condomini, nelle villette. Sono grandi come una caldaia murale o come una lavatrice e si tratta di vere e proprie centrali elettriche a uso domestico. Certo, con dei limiti: “Non posso immaginare di mettere un impianto di cogenerazione in un monolocale – spiega Forni – benché alcuni modelli abbiano dimensioni contenute, perché per giustificare l’investimento devo utilizzarlo per molte ore durante l’anno, quindi anche i modelli più piccoli oggi in commercio tipicamente devono soddisfare ai fabbisogni di riscaldamento e acqua calda di un nucleo famigliare. In Italia si tratta di un sistema ancora poco diffuso, ma in altri Paesi come Germania, Regno Unito e soprattutto Giappone c’è stata una forte diffusione di cogeneratori di taglia molto piccola”.