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Archivio per la categoria ‘SALUTE’

La prevenzione è un’altra cosa

Ottobre è il “mese rosa” per la prevenzione del tumore al seno.

Le donne vengono invitate a sottoporsi a mammografie, per fare “prevenzione”.

Questa dicesi “prevenzione secondaria”.

Ma la prevenzione è un’altra cosa.

La vera prevenzione è la “prevenzione primaria”, cioè agire sulle cause che provocano le malattie, anziché sottoporre le persone ad analisi ed esami che servono per verificare se la malattia è già iniziata.

«Il tumore, se scoperto in tempo, è curabile», questo è lo slogan, il tam tam massmediatico.

Come abbiamo scritto qui (https://terracinasocialforum.wordpress.com/2016/09/30/160-enti-locali-alla-perugia-assisi-e-il-comune-di-terracina-che-fa), la Marcia per la Pace non ha mai impedito alcuna guerra, così come illuminare di rosa un monumento non ha mai impedito ad una persona di contrarre un tumore.

Per ottenere questo risultato, cioè evitare di contrarre un tumore o una malattia, serve la prevenzione primaria: fare informazione sulla corretta alimentazione e sui sani stili di vita, evitare contatti con sostanze cancerogene, ridurre l’inquinamento e la pressione ambientale, ecc.

Questa è la vera prevenzione.

Un qualcosa che latita, a tutti i livelli.

Compreso il nostro Comune, nel quale non sentiamo alcun politico parlare di prevenzione primaria, né nella maggioranza, né nell’opposizione (consiliare ed extraconsiliare).

Chiudiamo questo articolo odierno con altre considerazioni.

Nella scienza medica sta ormai prendendo piede, sia pure faticosamente, il concetto di sovradiagnosi, un nuovo termine per indicare un eccesso generalizzato di screening per la prevenzione che ha portato a diagnosi di malattie che non saranno mai sintomatiche, né cause di morte precoce.

Riviste scientifiche e convegni di altissimo livello hanno evidenziato che un’assistenza sanitaria meno aggressiva potrebbe migliorare lo stato di salute della popolazione.

Nuove linee guida propongono pertanto un atteggiamento meno aggressivo nel management degli incidentalomi e su alcune lesioni neoplastiche ed insistono sulla necessità di definire nuove soglie diagnostiche e metodi di valutazione finalizzati a non intervenire immediatamente, ma di osservarne l’evoluzione.

Al fine di rendere più trasparenti i processi per definire i criteri diagnostici delle malattie, i National Institutes of Health negli Stati Uniti hanno poi proposto di escludere dai gruppi di lavoro i professionisti con rilevanti conflitti d’interesse.

“Conflitti d’interesse”.

Interessanti queste ultime tre parole…

Inoltre, i farmaci chemioterapici costano.

Tantissimo.

E pagano i Servizi Sanitari Nazionali.

Quindi, il cittadino.

Per ottenere quali risultati?

Lo studio scientifico più imponente mai realizzato al mondo, durato 14 anni su oltre 227.000 pazienti sui 22 tipi di tumori più diffusi e pubblicato nel dicembre del 2004 dalla rivista Clinical Oncology (col titolo “Contributo della chemioterapia citotossica alla sopravvivenza a 5 anni dei tumori in adulti”), non lascia spazio ad interpretazioni: la chemioterapia contribuisce alla sopravvivenza a 5 anni per un misero 2,3% di malati oncologici in Australia e un ancora più basso 2,1% negli Stati Uniti.

La prevenzione è un’altra cosa.

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“Non toccate quelle polveri”, il nuovo dossier sulle polveri “invisibili” dell’Ilva di Taranto

Dal sito Internet http://www.ecodallecitta.it/notizie/386162/non-toccate-quelle-polveri-il-nuovo-dossier-sulle-polveri-invisibili-dellilva-di-taranto

“NON TOCCATE QUELLE POLVERI”, IL NUOVO DOSSIER SULLE POLVERI “INVISIBILI” DELL’ILVA DI TARANTO

di Bruno Casula

“Non toccate quelle polveri” è un dossier divulgativo redatto da Peacelink in cui si chiede una valutazione dell’impatto sanitario di tutte le polveri presenti a Taranto e derivanti dell’Ilva, anche di quelle che le centraline ARPA non riescono a “vedere” con gli strumenti di misurazione del PM10 e del PM2,5.

Peacelink spiega che la “chimica dei balconi”, ovvero la composizione delle polveri che si depositano su balconi e finestre delle case tarantine, varia a seconda della distanza dall’acciaieria. “Le polveri rosse si trovano nelle zone a ridosso all’Ilva e sono in prevalenza provenienti dal parco minerali”. Ci sono poi le “polveri nere che ricadono in grande quantità sul quartiere Tamburi ma arrivano anche sugli altri quartieri, compresi quelli più distanti”. A differenza delle polveri rosse “sono attratte dalla calamita”. Questo magnetismo dimostra che “si tratta di una frazione di polveri attribuibile al processo produttivo dell’acciaieria e ai processi di combustione” ed è quindi molto più tossica di quella rossa del parco minerali: “una polvere mortale che contiene una vasta schiera di sostanze tossiche, dalle diossine ai metalli pesanti, passando per gli IPA”.

Ebbene le polveri in questione sfuggono alle misurazioni dell’inquinamento dell’ARPA perché troppo “grossolane”. Le centraline misurano infatti solo le polveri sospese e con un diametro di 10 millesimi di millimetro, il famoso PM10. Dal PM11 in su non vengono più intercettate. Ma Peacelink spiega che “le polveri in sospensione che possiamo inalare o ingerire arrivano fino al PM76. Dopo il PM76 le polveri cadono per terra e si depositano”, sui balconi per l’appunto, “e si possono risollevare quando c’è vento”.

Ma non è finita qui. Il dossier prosegue dicendo che Taranto è ricoperta anche di polveri sottilissime, composte di nanoparticelle che sfuggono alle misurazioni esattamente come quelle più grandi. “Quando il particolato scende sotto il PM1 (ad esempio il PM0,5) diventa pericolosissimo perché supera gli alveoli polmonari e finisce nel sangue, nel fegato. In certi casi il particolato può finire persino nel cervello. E di questo particolato l’Ilva ne produce molto, in quanto viene generato in combustioni ad altissime temperature”.

L’associazione accusa e dice che il Centro Salute e Ambiente di Taranto, ente della Regione Puglia, avrebbe dovuto studiare queste problematiche facendo la cosiddetta “speciazione” delle polveri ma non lo ha fatto. “A Taranto c’è un’emergenza sanitaria costituita da migliaia di tonnellate di polveri di cui non è stata studiata la tossicità e che sono rimaste “invisibili”. Quelle polveri “vengono spazzate, lavate, raccolte, toccate senza che siano fornite indicazioni sanitarie e precauzionali esplicite sulla loro manipolazione e sulle modalità del loro smaltimento”. Chiediamo all’ARPA e alla ASL una perizia completa sulle polveri che attualmente ricadono su tutta la città in modo tale che ogni cittadino potrà utilizzarla per applicare a ragion veduta il principio “chi inquina paga – rivalendosi nelle sedi competenti – senza dover affrontare a proprie spese il compito di un accertamento tecnico sull’origine e sulla composizione fisico-chimica di quelle polveri”.

Tumori: meglio prevenire che curare ma Big Pharma non è d’accordo

Dal sito Internet http://www.disinformazione.it/prevenzione_tumore.htm

TUMORI: MEGLIO PREVENIRE CHE CURARE MA BIG PHARMA NON È D’ACCORDO

www.nograzie.eu/tumori-meglio-prevenire-che-curare-ma-big-pharma-non-e-daccordo/#more-834

Non sembra che la prevenzione dei tumori sia in testa all’agenda di Big Pharma. Dando un’occhiata agli studi in corso registrati presso la FDA si può osservare come la maggior parte degli investimenti si concentri su farmaci per chi ha già un tumore e per di più in fase avanzata; si fa ricerca cioè su prodotti che possono allungare la vita di alcuni mesi a persone già segnate dal cancro. Perché?

Un paio di ricercatori dell’Università di Chicago e del MIT di Boston hanno affrontato il problema in maniera sistematica e sono arrivati alla conclusione che i finanziamenti per la ricerca di base, per scoprire cioè le cause del cancro, sono scarsi, pur essendo l’opinione generale d’accordo che è questo il problema da affrontare (1).

La ricerca in campo privato deve arrivare ad un prodotto che ripaghi delle spese e produca profitti, al di là del fatto che i vantaggi sul paziente, nella fattispecie con un cancro in fase avanzata, siano minimi. L’industria ovviamente non affronta il problema dal punto di vista etico, investe dove guadagna di più, anche se questo ha di fatto dirottato investimenti potenziali nella terapia dei tumori a stadio iniziale con il risultato che nel solo 2003 sarebbero andati perduti negli USA 890.000 anni di vita.

Per registrare un farmaco i produttori devono dimostrare che è efficace e nel contempo sicuro, prima lo fanno più lungo sarà l’intervallo di tempo per fare profitti, finché cioè non scadrà il brevetto. Produrre farmaci che allungano la vita di pochi mesi è più semplice, più rapido e redditizio che fare ricerca su farmaci efficaci nei primi stadi della malattia. Nel primo caso i risultati richiedono poco tempo per essere valutati ed elaborati statisticamente, mentre sono molto lunghi e non scevri di incognite gli studi sulla prevenzione.

Il brevetto di un farmaco ha un arco di tempo di validità attorno ai 20 anni, che inizia da quando viene depositato. Poi c’è il tempo “perduto” per produrre studi che ne permettano la registrazione presso la FDA, cosicché giunge sul mercato in media con soli 12,5 anni disponibili. Alcune sostanze non sono probabilmente mai state testate come farmaci proprio perché la lunga ricerca avrebbe annullato i margini di profitto. Per velocizzare i tempi di registrazione la legge americana ha introdotto vari percorsi “facilitati”, che permettono ad un prodotto definito “innovativo” di ridurre il cosiddetto commercialisation lag time (ritardo nella messa in commercio) (2). Nel 1992, ad esempio, la FDA ha creato il PDUFA (Prescription Drug User Fee Act) che ha permesso l’approvazione di molti farmaci in tempi più brevi. Ma la fretta a volte fa commettere errori, così hanno beneficiato del PDUFA farmaci come Avandia e Actos (antidiabetici) e Risperdal (antipsicotico), che hanno creato non pochi problemi ai pazienti, compreso il decesso (3). Per beneficiare di un percorso più rapido nel periodo 1987-2014 ben il 33% dei farmaci approvati erano stati classificati come first-in-class, cioè fortemente innovativi. Ma è difficile pensare che una percentuale così elevata si riferisca realmente a nuove scoperte, sostiene Kasselheim sul BMJ di qualche mese fa (2).

Tra i farmaci oncologici che beneficiano di una più rapida approvazione sono più numerosi quelli per le forme più avanzate. Tra il 1973 ed il 2011 ci sono stati 12.000 trials che hanno interessato pazienti con probabilità di decesso a 5 anni del 90%. Nello stesso periodo solo 6.000 hanno considerato pazienti in stadio iniziale con probabilità di decesso a 5 anni del 30%, mentre 17.000 trial erano rivolti a pazienti in fase molto avanzata. La maggior parte di questi ultimi trials avevano ricevuto finanziamento privato. Nello stesso lasso di tempo soltanto 500 studi hanno riguardato la prevenzione.

Per ridurre i tempi di ricerca si usano in genere end point surrogati. Così farmaci quali betabloccanti, ACE-inibitori e statine sono stati registrati in base alle modifiche dei valori pressori e del colesterolo-LDL, anche se poi hanno dimostrato di ridurre morbilità e mortalità cardiovascolare (end point primari). Per accelerare il processo di approvazione, anche nel caso del farmaci anti tumorali si usano end point surrogati (4). Peccato che non sempre abbiano dimostrato di essere correlati con la qualità di vita guadagnata. Per quanto riguarda la mera sopravvivenza, mentre in alcune malattie ematologiche gli end point surrogati (conta dei globuli bianchi anomali, caratteristiche del midollo) hanno prodotto risultati eccellenti, in altri casi non è stato sempre così. Per fare un esempio, si è visto che usare il valore di PSA per validare un chemioterapico contro il cancro della prostata offre scarsi benefici sulla sopravvivenza. La dimensione della massa tumorale ha dimostrato scarsa correlazione con la sopravvivenza effettiva, rendendo così poco sostenibile l’uso di tale parametro per giustificare la rapida approvazione e commercializzazione di un farmaco (5). Inoltre, la consuetudine di ritenere che la risposta alla terapia sia comunque correlata all’aumento di sopravvivenza è esposta ad un bias importante: i pazienti che sopravvivono più a lungo sono quelli che hanno uno status generale migliore e che forse sarebbero comunque arrivati all’exitus più tardi, indipendentemente dai farmaci somministrati (6).

A. Frakt, sul New York Times, conclude osservando come sarebbe più utile focalizzare l’attenzione su farmaci dedicati alla prevenzione del cancro, studiando misure efficaci per incentivare questo settore della ricerca, rendendolo commercialmente appetibile.

Sempre sul tema della ricerca oncologica vale la pena di annotare che non sempre avviene alla luce del sole. Sempre sul New York Times, una paziente sopravvissuta al cancro, scrive una lettera in cui denuncia la mancata registrazione di molti RCT su ClinicalTrials.gov, obbligatoria per legge dal 2007. L’autrice della lettera denuncia come nel suo stato, l’Indiana, uno studio su Avastin nel cancro mammario in stadio avanzato sia stato sospeso nel 2009 per effetti avversi importanti a fronte di scarsi benefici. Questi studi non sono mai stati registrati né pubblicati, prosegue la lettera. Solo nel 2011 la FDA ritirò l’approvazione di Avastin per l’indicazione di cancro mammario metastatico: quante donne furono messe in pericolo o danneggiate dal farmaco tra il 2009 e il 2011? Questo è solo un esempio, ma in molti altri casi anonimi pazienti che si sono offerti volontariamente per la ricerca, sperando di ottenere un miglioramento della loro condizione, sono stati ingannati, in quanto la mancata pubblicazione dei dati aveva reso vano il loro sacrificio. Si tratta di pazienti che hanno firmato un consenso al trattamento con farmaci potenzialmente mortali, ma che lo hanno fatto consapevoli dei benefici che avrebbero potuto ricadere su di loro e su altri infelici nella loro stessa condizione. Il paziente che firma per la sua parte di accordo dovrebbe pretendere che il ricercatore firmi per la sua, mantenendo la promessa di agire nella legalità. L’autrice della lettera conclude ricordando come ella stessa abbia partecipato con notevole sacrificio e dispendio di danaro ad uno studio poi non pubblicato. Nonostante la legge sia severa, 10.000 dollari di multa per ogni giorno di ritardo nella pubblicazione dei dati, nessuno, né aziende farmaceutiche né ricercatori istituzionali, si sono intimoriti. Anche questo è un modo per disperdere risorse nella ricerca contro il cancro, ma purtroppo non sembra di vedere un cambiamento di rotta. La trasparenza in questo campo deve arrivare a trionfare e ogni singolo studio su esseri umani deve essere preventivamente registrato e poi pubblicato.

Libera traduzione e commenti di Giovanni Peronato dell’articolo del New York Times: Why Preventing Cancer Is Not the Priority in Drug Development http://www.nytimes.com/2015/12/29/upshot/why-preventing-cancer-is-not-the-priority-in-drug-development.html?_r=0

NOTE

1. Budish E.et al. Do Firms Underinvest in Long-Term Research? Evidence from Cancer Clinical Trials. American Economic Review 2015;105(7):2044–85 http://pubs.aeaweb.org/doi/pdfplus/10.1257/aer.20131176.

2. Kesselheim A. Trends in utilization of FDA expedited drug development and approval programs, 1987-2014: cohort study. BMJ 2015;351:h4633.

3. FDA Fast-Track Programs for Drugs and Medical Devices http://www.drugwatch.com/fda/fast-track/.

4. Fleming TR. Surrogate Endpoints and FDA’s Accelerated Approval Process. Health Affairs 2005;24:167-78 http://content.healthaffairs.org/content/24/1/67.full.

5. Prasad V et al. The Strength of Association Between Surrogate End Points and Survival in Oncology. A Systematic Review of Trial-Level Meta-analyses. JAMA Intern Med 2015;175(8):1389-98  http://archinte.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=2323416.

6. Pazdur R. Response Rates, Survival, and Chemotherapy Trials. JNCI 2000;92:1552-53 http://jnci.oxfordjournals.org/content/92/19/1552.long.

 

Ernesto Burgio, che ha posto alla nostra attenzione l’articolo del New York Times di cui sopra, osserva che tutto dipende dai modelli di cancerogenesi (e di biologia molecolare). Certo se si continua a pensare e a far credere che il cancro è un incidente biologico (anzi un incidente genetico) non rimane che:

Diagnosi precoce ed enorme business concernente kit genetici diagnostici (fino al caso Angelina Jolie e raddoppio immediato di mastectomie, e inserimento, a breve anche nei programmi italiani di sanità pubblica, di test genetici diagnostici costosi di abbastanza comprovata inutilità).

Terapia aggressiva: guerra senza quartiere al cancro (Nixon 1971)* visto/presentato come clone cellulare aberrante composto da cellule impazzite, insensibili ai segnali di stop, proliferanti per attivazione stocastica di oncogeni, incapaci di andare in apoptosi per mutazioni di geni oncosoppressori e gate-keepers, etc. (vedi Weinberg, The Hallmarks of Cancer (2000-2011), Vogelstein et al, Cancer = Bad Luck su Science 2015).

O al limite guerra sempre più mirata con farmaci sempre più “intelligenti” (più o meno come i missili USA di ultima generazione) e le grandi promesse della farmacogenomica e della medicina personalizzata in genere.

Tutto cambia se si riconosce invece nel cancro una reazione potenzialmente difensiva o comunque reattiva di un tessuto bombardato e (al limite) epigeneticamente incorrettamente programmato o sprogrammato. Perché in questo caso non solo la riduzione dell’esposizione (in particolare fetale, infantile e giovanile) farebbe la differenza (il che non è certo di grande interesse per BigPharma), ma esisterebbero approcci diagnostico-terapeutici totalmente differenti, di riprogrammazione dei tessuti o meglio di “informazione” molecolare corretta alle cellule sprogrammate: questo potrebbe anche interessare BigPharma, ma in un troppo remoto futuro. Per il momento, cronicizzazione del cancro, farmaci intelligenti e diagnostica molecolare consentono ricavi talmente cospicui da frenare investimenti in altro senso. Ovviamente discorso analogo vale per tutte le patologie cronico-degenerative, infiammatorie e immunomediate, neurodegenerative e del neurosviluppo.

* Nel 1971 il presidente Nixon firmava il cosiddetto National Cancer Act, dove la guerra con il cancro veniva presentata alla stampa come non meno sanguinosa per numero di vittime dell’allora recente conflitto coreano (vedi Lettera 33 “The Cancer War, un grosso affare per Big Pharma”).

ISDE su Fertility Day: “Si parli delle condizioni ambientali che causano infertilità”

Dal sito Internet http://www.greenews.info/rubriche/top-contributors/isde-su-fertility-day-si-parli-delle-condizioni-ambientali-che-causano-infertilita-20160906/

ISDE SU FERTILITY DAY: “SI PARLI DELLE CONDIZIONI AMBIENTALI CHE CAUSANO INFERTILITÀ”

Pubblichiamo, in versione integrale, la lettera aperta indirizzata, oggi stesso, dai medici per l’ambiente di ISDE Italia al Ministro della Salute On. Beatrice Lorenzin, per ragionare sui temi del Fertility Day dal punto di vista delle cause dell’infertilità correlate a fattori ambientali.

In merito alla I Giornata Nazionale sul Fertility  Day che verrà celebrata il 22 settembre p.v., come Associazione Nazionale dei Medici per l’Ambiente (ISDE Italia) abbiamo letto con attenzione il razionale della giornata ed in particolare il programma in cui si affronteranno alcuni temi cruciali quali la possibilità di guarire dalla sterilità, il ruolo della Medicina Pubblica, la possibilità di preservare la fertilità anche in caso di malattie tumorali e del ruolo dell’età nella possibilità di concepire.

Ci sembra però di notare che sia del tutto carente una sessione sulle cause dell’infertilità, problema che affligge ormai il 15% delle coppie e, più in generale, sull’eziopatogenesi dei disturbi della sfera riproduttiva, oggi seriamente compromessa, anche per abortività spontanea, prematurità, nati sotto peso, esiti infausti della gravidanza, malformazioni, endometriosi, etc. A questo proposito ci permettiamo di segnalare che esiste ormai una corposa letteratura scientifica che correla tali problematiche con esposizioni di origine ambientale e, a nostro avviso, una giornata così importante come quella del 22 settembre dovrebbe mettere in luce ed informare anche su questi aspetti.

Ad esempio l’esposizione a pesticidi (in particolare di tipo professionale) può alterare gravemente la funzione gonadica maschile con peggioramento della qualità del seme per riduzione della densità, motilità, numero degli spermatozoi, aumento delle anomalie al DNA e alterazioni della loro morfologia, ma anche per inibizione della spermatogenesi per riduzione del volume e peso di testicoli, epididimo, vescicole seminali e prostata. Così pure per l’endometriosi – patologia complessa diventata ormai una vera piaga sociale e causa di sterilità femminile – i fattori ambientali rappresentano un importante fattore di rischio. Studi caso-controllo hanno dimostrato che per le donne con più elevati livelli nel sangue di β-esaclorocicloesano (HCH), mirex, clordano, fungicidi, esaclorobenzene il rischio di endometriosi è nettamente più alto.

Più in generale ricordiamo che tutte le sostanze che agiscono come interferenti endocrini (ed ormai presenti nei nostri ambienti di vita) quali ftalati, ritardanti di fiamma, parabeni, bisfenolo A, diossine, PCB etc. sono tutte in grado di alterare i complessi equilibri ormonali alla base delle funzioni riproduttive ed è stato valutato che i soli costi economici per danni alla salute riproduttiva femminile da interferenti endocrini ammontino ogni anno ad 1,5 miliardi di euro. Per non parlare di gravissimi casi di inquinamento da sostanze che interferiscono con le funzioni ormonali quale quello da perfluoroctani (PFOA, PFAS) presenti in Veneto ed oggetto di specifiche ricerche da parte dell’ISS.

Vorremmo infine ricordare come per la cattiva qualità dell’aria, non si registrino solo problemi ischemici, circolatori, respiratori, tumorali e danni al cervello in via di sviluppo, ma anche deleteri effetti sulla salute riproduttiva. Ad esempio una meta-analisi del 2012 ha valutato che per ogni incremento di 10 µg/mc di PM2.5 vi era un aumento del 15% del rischio di nascite pretermine ed un aumento del 9% del rischio di basso peso alla nascita , con costi assistenziali e sociali assolutamente non trascurabili.

Ma anche l’abortività spontanea è correlata all’inquinamento atmosferico: uno studio condotto nel Sud Italia ha dimostrato un incremento di abortività spontanea del 19,7% e del 33,6% per ogni incremento di 10 µg/mc rispettivamente di PM10 e di ozono, anche se tali concentrazioni rientravano nei limiti di legge.

In conclusione ribadiamo la nostra profonda convinzione che infertilità e disordini della vita riproduttiva siano fra le funzioni più fragili, delicate ed importanti della salute umana, anche per le ripercussioni che comportano sugli aspetti più intimi della persona quali quelli della vita relazionale, della vita affettiva e della sessualità, ma sono anche fra quelle che maggiormente risentono degli effetti negativi dell’inquinamento.

ISDE crede fermamente che la salute umana sia intimamente connessa con la salubrità dell’ambiente di vita e di lavoro ed auspica che il 22 settembre 2016 non si perda un’ottima occasione per divulgare informazioni ai cittadini anche su questi versanti. Essere consapevoli dei rischi ambientali connessi all’infertilità e ai disturbi della vita riproduttiva non può che favorire comportamenti più responsabili da parte dei cittadini e – ci auguriamo – provvedimenti più consoni a tutelare anche queste funzioni della salute umana, sia da parte del Legislatore che delle Istituzioni preposte a tutelare la salute pubblica.

La ringraziamo per l’attenzione e fiduciosi in un positivo riscontro voglia gradire i nostri saluti.

Dr. Roberto Romizi*, Dr.ssa Patrizia Gentilini**

*Presidente ISDE Italia

**Membro Giunta Esecutiva e Comitato Scientifico ISDE Italia

Scoperte nel cervello umano nanoparticelle tossiche. Sono una delle cause dell’Alzheimer?

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/news/inquinamenti/scoperte-nel-cervello-umano-nanoparticelle-tossiche-delle-cause-dellalzheimer-video/

SCOPERTE NEL CERVELLO UMANO NANOPARTICELLE TOSSICHE. SONO UNA DELLE CAUSE DELL’ALZHEIMER?

Un team di ricercatori delle Università britanniche di Lancaster, Oxford, Glasgow, Manchester e dell’Universidad Nacional Autonoma de Mexico, ha scoperto un’abbondante presenza di nanoparticelle di magnetite nel tessuto cerebrale di 37 soggetti di età compresa tra 3 e 92 anni di età che hanno vissuto a Città del Messico e a Manchester.

All’Università di Lancaster spiegano che «Questo minerale fortemente magnetico è tossico ed è implicato nella produzione di specie reattive dell’ossigeno (radicali liberi) nel cervello umano, che sono associate a malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer».

I ricercatori hanno utilizzato l’analisi spettroscopica per identificare le particelle di magnetite e spiegano che «A differenza delle particelle di magnetite angolari che si ritiene si formino naturalmente all’interno del cervello, la maggior parte delle particelle osservate erano sferiche con diametro fino a 150 nm, alcune con superfici fuse, tutte caratteristiche di una formazione di alta temperatura: come da veicoli (in particolare a gasolio) motori o caminetti. Le particelle sferiche sono spesso accompagnate da nanoparticelle contenenti altri metalli, come il platino, nichel e cobalto».

Barbara Maher del Lancaster environment centre, la principale autrice dello studio “Magnetite pollution nanoparticles in the human brain”, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Science, sottolinea che «Le particelle che abbiamo trovato sono sorprendentemente simili alle nanosfere di magnetite che sono abbondanti nell’inquinamento atmosferico che si trovano in ambienti urbani, in particolare vicino a strade trafficate, e che sono formate dalla combustione o dal riscaldamento per attrito dai motori o dai freni dei veicoli».

Altre fonti di nanoparticelle di magnetite sono caminetti e stufe malfunzionanti all’interno delle abitazioni. Le particelle inferiori a 200 nm sono abbastanza piccole da penetrare direttamente nel cervello attraverso il nervo olfattivo, dopo aver respirato aria inquinata attraverso il naso.

La Maher aggiunge: «I nostri risultati indicano che le nanoparticelle di magnetite in atmosfera possono entrare nel cervello umano, dove potrebbero rappresentare un rischio per la salute umana, ivi comprese per condizioni come il morbo di Alzheimer».

David Allsop, uno tra i maggiori esperti di Alzheimer del mondo, della Facoltà di Scienze della salute e medicina dell’Università di Lancaster, conclude: «Questa scoperta apre una nuova strada per la ricerca di un possibile fattore di rischio ambientale per una serie di diverse malattie del cervello».

Generali indagati per l’amianto negli aeroporti militari

Dal sito Internet http://www.ecoblog.it/post/165137/generali-indagati-per-lamianto-negli-aeroporti-militari

GENERALI INDAGATI PER L’AMIANTO NEGLI AEROPORTI MILITARI

di Davide Mazzocco

Via Messaggero Veneto

L’Italia ha proibito l’amianto nel 1992, ma in questi 23 anni la sua nocività è stata ignorata dall’Aeronautica Militare che ha continuato a utilizzarlo tanto negli ambienti, quanto sui velivoli.

La Procura di Padova che da anni indaga sull’utilizzo dell’amianto in ambito militare ha incaricato tre esperti (i medici Arthur Alexanian, Fulvio D’Orsi e Bruno Murer) di redigere una consulenza tecnica sulla questione e ne è risultato che “l’Aeronautica è rimasta a lungo un mondo separato nel quale il rischio amianto era del tutto ignorato, mentre nel Paese rappresentava una situazione di allarme”.

Mentre in Italia “si moltiplicava la produzione di atti normativi sull’amianto” e “si attuavano piani per la bonifica di edifici e impianti industriali”, “nell’Aeronautica Militare non veniva fornita ai lavoratori esposti nemmeno una mascherina antipolvere”.

L’inchiesta della Procura padovana evidenzia, negli anni compresi fra il 1988 e il 2004, un quadro di negligenze e omissioni a carico dei vertici militari della Seconda Regione Aerea comprendente Lombardia, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Veneto.

L’amianto era ovunque: nelle parti meccaniche dei velivoli, nei freni dei mezzi di trasporto, nei carrelli di servizio e negli hangar. Gli indagati della Procura di Padova sono trenta, persone che hanno avuto ruoli di responsabilità in quei 16 anni: capi di Stato Maggiore, direttori dell’Ispettorato logistico sempre dell’Aeronautica e dirigenti del Difesan (Dipartimento di Salute e Igiene delle Forze Armate). Tra di loro vi sono quattro generali: Mario Arpino (capo di Stato maggiore tra il ’95 e il ’99) e Andrea Fornasiero, Adelchi Pillinini e Franci Pisano, già deceduti. I reati contestati sono omicidio colposo pluriaggravato e lesioni colpose gravissime. Le parti offese sono venticinque: 23 ex militari già morti per mesotelioma e tumori polmonari, altri due sono stati dall’asbestosi connessa all’esposizione alle fibre di amianto.

Ictus e infarto: cenare troppo tardi aumenta i rischi per la salute

Dal sito Internet http://www.greenstyle.it/ictus-e-infarto-cenare-troppo-tardi-aumenta-i-rischi-per-la-salute-203222.html

ICTUS E INFARTO: CENARE TROPPO TARDI AUMENTA I RISCHI PER LA SALUTE

di Rossana Andreato

Quando non c’era l’elettricità l’uomo era abituato a rispettare i ritmi della natura. Si cenava presto e quando arrivava il buio si era pronti per dormire. È rimasta una traccia di questo imprinting nel nostro organismo. Lo conferma lo studio di un gruppo di scienziati dell’università turca dell’ospedale Dokuz Eylül, guidati dal Dr. Ebru Özpelit. Con i loro esperimenti hanno osservato che le persone che cenano dopo le 19 o vanno a dormire prima di due ore dalla cena, sono 3 volte più a rischio di ammalarsi di cuore o di avere un ictus.

Il team ha preso in esame il caso di 721 persone con età media 53 anni, che avevano problemi di pressione alta e ha visto che coloro che mangiavano e andavano a letto prima che fossero passate due ore, facevano registrare un aumento di un fattore pari a 2,8, dei casi in cui la pressione di notte non si abbassava.

È noto che durante la notte, mentre si sta riposando, la pressione normalmente scende come minimo di un 10%. Questo però non accade nelle persone che mangiano a tarde ore, soprattutto se si coricano entro poco tempo dalla cena.

Questo sarebbe imputabile, secondo gli esperti, al rilascio di ormoni dello stress, che avviene per reazione all’introduzione di cibo. Se ciò avviene in una fase della giornata in cui il corpo è pronto per rilassarsi, ci sarebbe uno squilibrio che “riattiva” il corpo e gli impedisce di raggiungere livelli di pressione più bassi durante la notte.

Ciò è molto pericoloso per la salute, sia per chi soffre di pressione alta (ipertensione), sia per chi apparentemente gode di un buono stato di salute. A lungo andare per entrambi si assisterebbe ad un aumento dei rischi rispetto al manifestarsi di ictus e patologie di tipo cardiovascolare.

Il lavoro del Dr. Özpelit e colleghi è stato presentato durante il Congresso della Società Europea di Cardiologia che si è svolto a Roma e che si è concluso ieri. Durante l’evento l’esperto ha spiegato: “Come si mangia può essere importante quanto quello che mangiamo.

Se la pressione arteriosa non scende di oltre il 10% questo aumenta il rischio cardiovascolare e questi pazienti hanno più attacchi di cuore, ictus e malattie croniche”.

Per questo gli scienziati suggeriscono di non cenare più tardi delle 19. Passare la notte con il corpo a digiuno è un toccasana per la salute. Esistono poi studi che indicano come cenare presto aiuti a ridurre il rischio di tumore al seno, abbassi i livelli di zucchero nel sangue e aiuti anche a bruciare calorie.

Non è però solo l’ultimo pasto della giornata a influenzare la nostra salute. Gli esperti suggeriscono che tutti i pasti dovrebbero essere bilanciati e svolti a orari regolari, adatti ai nostri ritmi circadiani, cioè assunti nel momento in cui il nostro corpo è più ricettivo per l’alimentazione.