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Archivio per la categoria ‘SOCIETA’ CIVILE’

Rifiuti zero, a Firenze le Mamme no inceneritore

Dal sito Internet http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/rifiuti-zero-firenze-mamme-no-inceneritore

RIFIUTI ZERO, A FIRENZE LE MAMME NO INCENERITORE

di Gloria Schiavi

Le Mamme no inceneritore svolgono un’azione di protesta e informazione alla cittadinanza e si battono contro la realizzazione, nel comune di Sesto Fiorentino, di un impianto che dovrebbe bruciare rifiuti per produrre energia: un termovalorizzatore, o come lo chiamano tutti, un inceneritore.

L’opera, secondo le mamme, è contraria a ogni buona pratica di riciclo promossa da una società che abbia a cuore la salute dei cittadini oltre che le casse delle amministrazioni locali. La quantità di energia elettrica prodotta, inoltre, sarebbe poco rilevante.

“Non siamo visionarie, un’alternativa è possibile”

I termovalorizzatori, che il governo sta di fatto promuovendo attraverso il decreto Sblocca Italia, non sono l’unica soluzione. L’alternativa è favorire il riciclo e fare in modo che la raccolta differenziata raggiunga almeno la soglia di legge del 65% (prevista già per il 2012 ma toccata solo da alcune realtà virtuose): ridurre al minimo la porzione di rifiuti indifferenziati da bruciare o riversare in discarica e recuperare materiali preziosi da immettere nuovamente nel ciclo produttivo. Il movimento Zero waste punta addirittura ad azzerare i rifiuti. Questo si ottiene anche con una miglior progettazione industriale, che trovi soluzioni innovative per realizzare prodotti e imballaggi più sostenibili e meglio riciclabili.

Non solo si ridurrebbero così emissioni dannose, ma si garantirebbero alle casse pubbliche cospicui introiti derivanti dalla commercializzazione dei materiali ottenuti con la raccolta differenziata: per i cittadini, e soprattutto per le aziende, questo andrebbe poi a tradursi in una riduzione delle tasse sui rifiuti.

La buona notizia è che questo è possibile, e ci sono casi in cui i rifiuti indifferenziati possono arrivare a coprire anche un ridottissimo 15%. La cattiva notizia è che raramente questa situazione si verifica in presenza di un termovalorizzatore: affinché un impianto sia redditizio serve abbondanza di rifiuti da bruciare, che saranno inevitabilmente sottratti alla pratica virtuosa del riciclo. Questo è ancora più rischioso se l’intero ciclo dei rifiuti, dalla raccolta alla termovalorizzazione, è gestito dalla stessa società.

A che punto siamo

Se negli anni scorsi l’incremento della raccolta differenziata aveva dato alle mamme motivo di sperare che il nuovo impianto non sarebbe mai stato realizzato, la recente Conferenza Stato-Regioni ha cambiato le carte in tavola: negato il principio dell’autosufficienza regionale dello smaltimento dei rifiuti, è stata creata una rete di smaltimento a livello nazionale.

L’impianto di Firenze potrà quindi bruciare anche rifiuti provenienti da altre regioni, caricando sulle spalle della popolazione locale un fardello che non dipende né dalla loro volontà né dal loro controllo.

La diossina, le polveri e le nanoparticelle, sono prodotti indesiderati della combustione di rifiuti: intrappolati nei filtri, trasformati in cenere o rilasciati nell’atmosfera, devono essere gestiti accuratamente per evitare che si accumulino nell’ambiente circostante e nei tessuti delle persone che vi abitano. Per questo sono le mamme a combattere in prima fila: per proteggere la salute dei propri figli che, esposti per anni a queste emissioni dovranno convivere con le conseguenze.

I lavori di costruzione dell’impianto dovrebbero iniziare entro l’estate, dopo che l’ultima autorizzazione è pervenuta ad agosto 2015, a dieci anni dalla prima valutazione di impatto ambientale. La piana, densamente abitata, accoglie già numerose attività industriali e commerciali, ed è interessata da un intenso dibattito sull’allargamento dell’autostrada e dell’aeroporto di Firenze.

Le Mamme no Inceneritore aderiranno alla manifestazione “Basta Veleni” a Brescia il 10 aprile e hanno organizzato a loro volta una manifestazione a Firenze per il 14 maggio.

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Le mani sull’acqua… altro che Giornata mondiale

Dal sito Internet http://www.ilcambiamento.it/acque/acqua_giornata_mondiale.html

LE MANI SULL’ACQUA… ALTRO CHE GIORNATA MONDIALE

di Redazione

Il 22 marzo, dal 1992, è la Giornata Mondiale dell’Acqua, ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1992, prevista all’interno delle direttive di Agenda 21, risultato della Conferenza di Rio. Ricorrenza che, a quanto pare, in questi anni non ha smosso né animi né cuori, visto che la privatizzazione dell’acqua in tutto il mondo sta procedendo a grandi passi.

L’Italia non è da meno e il governo non si è fermato nemmeno davanti all’esito del referendum del 2011 che ha espresso la volontà dei cittadini sul fatto che l’acqua resti pubblica.

«È in discussione alla Camera la legge d’iniziativa popolare presentata dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua nel 2007, con oltre 400.000 firme – spiega il Forum –. Ma la legge, grazie ad una serie di emendamenti del PD, arriva in aula con un testo che, eliminando l’articolo 6 sulla ripubblicizzazione del servizio idrico, ne stravolge totalmente il significato. Contemporaneamente, ha iniziato il suo iter il Testo Unico sui servizi pubblici locali, decreto attuativo della Legge Madia n. 124/2015; un manifesto liberista, che prevede l’obbligo di gestione dei servizi pubblici locali a rete attraverso società per azioni e che ripristina l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito” nella composizione della tariffa, nell’esatta dicitura che 26 milioni di cittadini avevano abrogato. Si tratta di un attacco senza precedenti all’acqua e alla democrazia. Il PD e governo Renzi vogliono consegnare l’acqua alle lobby della finanza. Rivendichiamo con forza che acqua e beni comuni non appartengono a nessuno».

QUI la videoregistrazione della conferenza stampa che i Movimenti per l’Acqua hanno tenuto alla Camera

Intanto l’ISTAT fornisce i dati sul consumo di acqua nel nostro paese.

Erogazione dalle reti

Il volume erogato agli utenti dalle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile è complessivamente pari a 5,2 miliardi di metri cubi nel 2012, in diminuzione del 5,4% rispetto al 2008. Si è avuto, pertanto, un consumo giornaliero di acqua per uso potabile pari a 241 litri per abitante, 12 litri al giorno in meno rispetto all’ultimo dato del 2008.

L’erogazione dell’acqua ad uso potabile si presenta eterogenea sul territorio italiano. Con 280 litri per abitante al giorno, il Nord-Ovest è la ripartizione territoriale in cui è maggiore l’erogazione di acqua potabile pro capite. Nella stessa ripartizione, peraltro, si registra una forte variabilità territoriale, dai 233 litri per abitante al giorno del Piemonte ai 461 della Valle d’Aosta (regione con il valore più alto). Ai residenti delle isole vengono erogati giornalmente 210 litri per abitante; mentre, fra le regioni, Toscana e Puglia presentano il valore più basso, di poco inferiore ai 200 litri per abitante.

Nel 2015 l’erogazione dell’acqua nelle abitazioni è stata indicata come irregolare dal 9,2% delle famiglie italiane, percentuale in leggero aumento rispetto al 2014 (8,7%). La problematica è maggiormente segnalato dalle famiglie residenti nelle Isole e nel Sud, con il massimo del disagio rilevato in Calabria (37,7%), Sicilia (24,1%) e Sardegna (21,1%).

La mancanza di fiducia a bere acqua di rubinetto continua a essere abbastanza diffusa tra le famiglie italiane anche nel 2015: poco meno di una famiglia su tre (30% delle famiglie italiane) ha manifestato questa preoccupazione, in leggero calo rispetto all’anno precedente (28,0%) e in controtendenza rispetto al trend registrato negli ultimi anni. La quota più bassa di famiglie che non si fidano a bere acqua di rubinetto si registra al Nord-Est, la più alta nelle isole (52,2%). A livello regionale, la sfiducia è molto elevata in Sardegna (60,3%), Calabria (49,4%) e Sicilia (49,4%); mentre è trascurabile nelle province autonome di Bolzano (2,0%), Trento (4,3%) e in Valle d’Aosta (9,0%).

Acqua e agricoltura

Il settore agricolo è il più grande utilizzatore di acqua. L’uso agricolo comprende sia l’irrigazione sia l’allevamento. L’agricoltura irrigua, in particolare, rappresenta la maggiore pressione sulla risorsa idrica in Italia, che è uno dei paesi europei che maggiormente fa ricorso all’irrigazione.

Nell’annata agraria 2012-2013 la superficie irrigabile delle aziende agricole italiane, cioè la superficie attrezzata per l’irrigazione, era pari a 4.074.750 ettari, distribuiti su 783.647 aziende. Rispetto al 1982 l’area irrigabile ha registrato un incremento di circa il 3%.

La superficie irrigata misura la quantità effettiva di terreni irrigati e può variare notevolmente di anno in anno, a seconda delle condizioni meteorologiche e delle colture praticate. Nell’annata agraria 2012-2013 l’irrigazione è stata effettuata dal 49,0% delle aziende agricole: 720.335 le aziende che irrigano una superficie di 2.917.649 ettari (+16,2% rispetto al 1982).

Acqua e industria

L’ISTAT diffonde per la prima volta la stima a livello nazionale dei volumi di acqua utilizzata nei processi produttivi dell’industria manifatturiera per settore economico.

Nel 2012 si è stimato che il volume di acqua complessivamente utilizzata come input produttivo dall’industria manifatturiera nazionale sia ammontato a circa 5,5 miliardi di metri cubi. Sono esclusi gli usi di acqua per i servizi igienici e il consumo umano all’interno degli stabilimenti produttivi. Il metodo di stima adottato da Istat si basa sulle unità fisiche di prodotto, distinte per tipologia all’interno di ciascun settore manifatturiero e su specifici coefficienti tecnici di trasformazione. La disaggregazione della stima evidenzia i settori che hanno utilizzato complessivamente una maggiore quantità di acqua per svolgere le rispettive attività di produzione nell’anno considerato.

Tre settori manifatturieri esercitano una elevata domanda di acqua, utilizzando da soli, un terzo del volume totale nazionale. Il primo di questi è il settore Chimica e dei prodotti chimici (681 milioni di metri cubi), seguito dal settore Gomma e materie plastiche (645 milioni di metri cubi) e dal settore Siderurgia e metalli di base (552 milioni di metri cubi). Un altro gruppo di settori si posiziona in un range medio-alto, con una domanda che, per ciascuno, oscilla fra il 5% e l’8% del totale nazionale: fra questi si trovano i settori Altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi, Carta e prodotti di carta, Tessile, Alimentari e Prodotti in metallo (esclusi macchinari), che insieme utilizzano circa il 34,5% del volume totale nazionale.

L’intensità d’uso dell’acqua è considerato un indicatore di pressione ambientale, poiché descrive l’impatto del sistema economico sulle risorse idriche ed è connessa quindi allo sviluppo sostenibile. Calcolato come rapporto fra la quantità d’acqua utilizzata e il valore della produzione venduta nell’anno in euro, l’indicatore rivela che nel 2012, in Italia, sono stati necessari in media 8,8 litri di acqua per ciascun euro di produzione realizzata. L’indicatore consente di confrontare la domanda di acqua dei diversi settori per unità di valore prodotta e di individuare così i settori più idro-esigenti. Con 73,2 litri utilizzati per euro di produzione venduta, il settore Estrazione di minerali presenta la più elevata intensità d’uso dell’acqua, seguito dal Tessile (25,1 litri per euro). Settori quali Gomma e materie plastiche, Tabacco, Coke e prodotti petroliferi raffinati, Carta e prodotti di carta, Chimica e prodotti chimici e Altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi presentano un valore dell’indicatore che oscilla fra 17 e 19 litri per euro di produzione venduta. I settori Alimentari, Autoveicoli rimorchi e semi-rimorchi, Prodotti farmaceutici di base e preparazioni farmaceutiche, Macchinari e apparecchiature, Pelle e prodotti in pelle, Stampa e riproduzione di supporti registrati appaiono i meno idro-esigenti, con valori che non superano in media i 4 litri per euro.

Acqua e energia

L’ISTAT diffonde per la prima volta anche la stima a livello nazionale dei volumi di acqua utilizzati per la produzione di energia elettrica e di calore nelle centrali termoelettriche.

Nel 2012, la produzione netta1 di energia termoelettrica in Italia è stata di 207.327 gigawattora (GWh) prodotti da 2.725 impianti in esercizio.

La maggior parte della produzione è concentrata in Puglia: nei 55 impianti presenti, è stato prodotto il 15,1% della produzione annua totale, pari a 30.951 GWh, di cui 23.328 GWh provenienti dai quattro impianti dislocati tra Brindisi e Taranto. La seconda regione per produzione netta di energia termoelettrica è la Lombardia, i cui 669 impianti hanno prodotto 30.670 GWh, il 14,6% della produzione termoelettrica totale. La produzione più bassa si riscontra in Valle d’Aosta, che nei suoi sette impianti termoelettrici ha prodotto 9,5 GWh. I livelli di produzione sono contenuti anche in Basilicata (con 868 GWh prodotti, 0,4% del totale Italia) e nel Trentino-Alto Adige (1.064 GWh, 0,5% del totale).

L’energia termoelettrica è ancora la maggior fonte di energia elettrica nel nostro Paese, benché in decrescita dal 2007. Il costante calo della produzione è in parte compensato dall’aumento dell’energia di fonte idroelettrica, eolica, fotovoltaica e geotermica.

La distribuzione territoriale degli impianti termoelettrici è influenzata dalla presenza della risorsa idrica disponibile. Di conseguenza la maggior parte dei grandi impianti si trova lungo la costa dell’Italia meridionale e nelle vicinanze dei grandi corsi d’acqua dell’Italia settentrionale. Il 90% della produzione proviene da 140 impianti, di cui 58 localizzati in comuni costieri; tra questi Brindisi, Priolo, Sarroch e Porto Marghera, dove sono presenti i grandi poli petrolchimici.

L’acqua viene impiegata, sia nel processo produttivo delle centrali termoelettriche, sia esclusivamente per il raffreddamento degli impianti di produzione. Nel primo caso, i volumi di acqua sono utilizzati per produrre energia elettrica, calore, acqua demineralizzata, ma anche per il lavaggio degli impianti di produzione. Oltre all’energia elettrica, gli impianti, infatti, producono calore, ceduto agli stabilimenti produttivi vicini alle centrali sotto forma di vapore, oppure, in alcuni casi, utilizzato per riscaldare l’acqua delle reti di teleriscaldamento delle città. La stima dei volumi non comprende l’utilizzo di acqua di origine meteorica e l’acqua potabile per i servizi igienici ed altri usi civili all’interno degli impianti.

I volumi di acqua utilizzati nel processo di produzione di energia elettrica e nel raffreddamento degli impianti sono stimati, nel 2012, pari a 18,5 miliardi di metri cubi, di cui 119,7 milioni di metri cubi (0,6%) destinati ai processi produttivi. Il corpo idrico prevalentemente utilizzato è il mare, da cui provengono 16,3 miliardi di metri cubi di acqua (88,5% del totale). Il volume di acque interne complessivamente utilizzato è stimato in 2,2 miliardi di metri cubi e deriva, oltre che da corsi di acqua, canali e pozzi, anche da acquedotti industriali, da altri processi produttivi degli stabilimenti vicini e dagli impianti di depurazione delle acque reflue.

Poco più della metà del volume complessivo di acqua viene utilizzato negli impianti del Mezzogiorno (9,4 miliardi di metri cubi), il 27,9% nel Nord (5,2 miliardi di metri cubi) e il restante 21,2% nel Centro (3,9 miliardi di metri cubi).

Le centrali termoelettriche del Nord impiegano il maggior volume di acqua dolce continentale; l’acqua per il raffreddamento è costituita per il 66,4% da acqua di mare e per il restante 33,6% da acque interne prelevate dai grandi corsi di acqua, principalmente dal bacino del fiume Po.

Nelle regioni centrali e meridionali la maggior parte di acqua impiegata per il raffreddamento è, invece, rappresentata dall’acqua di mare, e le acque interne costituiscono circa il tre per cento del complessivo utilizzato. Un maggiore utilizzo di acque interne si riscontra nel processo produttivo, la cui incidenza sul volume complessivo è del 44,4% negli impianti del Mezzogiorno e del 56,6% in quelli del Centro.

Il maggior ricorso all’acqua dolce delle centrali dell’Italia settentrionale deriva dalla più alta disponibilità di acque interne, così come il minor ricorso all’acqua di mare ai soli fini del processo produttivo è dovuto all’incidenza dei costi di dissalazione dell’acqua marina che gli impianti devono sostenere. Per gli impianti dell’Italia centrale e meridionale i costi elevati sono in gran parte compensati dalla loro vicinanza al mare, che ne favorisce, quindi, il maggiore utilizzo.

L’acqua nel mondo

1 miliardo le persone che non hanno accesso all’acqua potabile.

Dai 3 ai 4 miliardi quelle che non hanno acqua sufficiente e in quantità stabili.

2,5 milioni coloro che sono sprovvisti di servizi igienici.

8 milioni le persone che muoiono a causa di malattie legate all’insicurezza dell’approvvigionamento d’acqua.

1,4 milioni i bambini all’anno che muoiono per malattie causate da acqua contaminata e dall’assenza di misure igieniche adeguate. Uno ogni 20 secondi.

425 litri al giorno per ogni abitante degli Stati Uniti ai 10 litri di un abitante del Madagscar.

+55% Aumento della domanda mondiale di acqua da qui al 2050, secondo l’OCSE.

215 litri consumo medio pro capite d’acqua potabile al giorno, in Italia. Anche per usi in cui non serve che sia potabile.

140 litri riserva idrica di ogni italiano, contro i 2.200 litri di uno statunitense, i 3.300 litri di un australiano e i 1.100 litri di uno spagnolo, secondo uno studio Kinsey & Co.

40 litri la quantità minima di acqua al giorno per soddisfare i bisogni vitali, secondo l’OMS.

40% della popolazione mondiale vive sotto questa soglia.

300 litri al giorno il consumo medio stimato nei Paesi più ricchi.

1.700 metri cubi l’utilizzo pro capite annuo di acqua negli Stati Uniti (compresi usi agricoli e industriali).

250 metri cubi l’utilizzo pro capite annuo di acqua in Africa.

2,5 miliardi le persone che vivono in zone senza acquedotti e senza infrastrutture, secondo il rapporto Onu “UN-Water”.

1 miliardo le persone che non hanno un rubinetto in casa. Tra queste, otto su dieci vivono in aree rurali.

1/3 gli abitanti del pianeta Terra che vivrà in zone in cui l’acqua scarseggia entro il 2030.

2/3 la popolazione mondiale che potrebbe trovarsi in condizioni di “stress idrico” già entro il 2025.

Maledetti voi, mercanti d’acqua

Dal sito Internet http://comune-info.net/2016/03/maledetti-voi-mercanti-acqua/

MALEDETTI VOI, MERCANTI D’ACQUA

di Alex Zanotelli

Le decisioni prese in questi giorni, sia dal governo Renzi che dal Parlamento, sulla gestione pubblica dell’ acqua, sono di una gravità estrema perché un governo democratico rifiuta quello che il popolo aveva già deciso con il referendum del 2011.

È stato diffuso il testo unico sui servizi pubblici locali, decreto attuativo della legge Madia n. 124/2015, che si prefigge gli obiettivi di “ridurre la gestione pubblica dei servizi ai soli casi di stretta necessità” e di “garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati”. In questo testo unico c’è l’obbligo di gestione dei servizi pubblici locali attraverso società per azioni, nonché l’obbligo, ove la società per azioni sia a totale capitale pubblico, di rendere conto delle ragioni del mancato ricorso del mercato ed infine di presentare un piano economico-finanziario sottoscritto da un istituto di credito. Un segnale più chiaro del totale disprezzo della volontà popolare espressa nel referendum, non ci potrebbe essere.

A questo si aggiunge il “blitz” di pochi giorni fa, fatto da Renzi-Madia in Commissione Ambiente della Camera, dov’era in discussione la legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, che aveva ricevuto nel 2007 oltre 400.000 firme, che è stata ripresentata in questa legislatura da un inter-gruppo parlamentare (M5S, SEL e alcuni PD). Il “blitz” Renzi- Madia è avvenuto il 15 marzo, quando in Commissione Ambiente è stato approvato un emendamento che abroga l’articolo 6 del progetto di legge che definiva il servizio idrico integrato quale servizio pubblico locale privo di rilevanza economica e ne disponeva l’affidamento esclusivo a enti di diritto pubblico, vietando l’acquisizione di quote azionarie. Tutto questo è stato cancellato per volontà del governo Renzi e del PD.

Un atto parlamentare questo che costituisce il tradimento totale della volontà popolare espressa nel referendum del 2011. I deputati M5S e Sinistra Italiana hanno abbandonato i lavori della Commissione, lasciando che fosse approvata dalla sola maggioranza con l’accordo del governo. Il PD si difende dicendo che l’acqua resta pubblica, ma che può essere gestita dai privati! Infatti il nodo centrale è proprio la gestione, perché questo testo unico e le nuove norme sui servizi locali rendono eccezionale una gestione pubblica e reintroducono “l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, cancellata dal referendum del 2011. E pensare che Renzi nel 2011, allora sindaco di Firenze, aveva proclamato il suo Sì per l’acqua pubblica.

Quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi è di una gravità estrema. Per questo mi appello ai 26 milioni di italiani/e perché si informino e si mobilitino (sit-in, sensibilizzazione nelle proprie realtà locali) contro la stravittoria del neoliberismo, del mercato, dei profitti e si ribellino scendendo in piazza. Mi appello ai vescovi italiani perché si esprimano sulla questione acqua, che già il Papa nell’enciclica Laudato Sì ha definito “diritto umano essenziale, fondamentale e universale” anzi, ”diritto alla vita”. Mi appello ai preti, perché sensibilizzino i loro fedeli nelle omelie domenicali.

Mi appello alle comunità cristiane, dopo una così forte dichiarazione del Papa sull’acqua, perché ritornino a impegnarsi e a ricongiungersi con il grande Forum Italiano dei Movimenti dell’acqua pubblica, che ha portato nel 2011 alla vittoria referendaria. Dobbiamo ora ottenerne un’altra! Si tratta di vita o di morte per noi e per gli impoveriti. Infatti sia per noi, ma soprattutto per gli impoveriti, è l’acqua (la Madre di tutta la vita) il bene più prezioso, che sarà sempre più scarso per il surriscaldamento del pianeta. Se permetteremo alle multinazionali di mettere le mani sull’acqua, avremo milioni di morti di sete. La gestione dell’acqua deve essere pubblica, fuori dal mercato e senza profitto, come sta avvenendo a Napoli, unica grande città italiana ad aver obbedito al teferendum.

Diamoci tutti/e da fare perché il nostro governo obbedisca a quanto ha deciso il popolo italiano nel 2011.

Ecologia e nonviolenza: intervista a Nanni Salio

Dal sito Internet http://ecodallecitta.it/notizie/112260/ecologia-e-nonviolenza-intervista-a-nanni-salio

ECOLOGIA E NONVIOLENZA: INTERVISTA A NANNI SALIO

di Giuseppe Iasparra

In occasione della morte del presidente del centro Studi Sereno Regis, luogo di lavoro e di incontro per Eco dalle Città, ripubblichiamo questa intervista del 2012. Nanni Salio, morto il 1°febbraio 2016, è stato un maestro e un infaticabile organizzatore dell’ecopacifismo italiano.

Quando e in che modo nasce il Centro Studi Sereno Regis?

Il Centro Studi nasce nell’estate del 1982. All’epoca eravamo ancora in via Assietta 13/A dove c’era la sede dei comitati spontanei di quartiere. Avevamo già allora molte attività di base e abbiamo pensato di non disperdere la memoria storica di questi movimenti, per questo decidemmo di fondare il Centro. Il Centro Studi venne creato da persone che appartenevano al MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione) e al Movimento Nonviolento (MN). Eravamo in quattro: Domenico Sereno Regis, il sottoscritto, Piercarlo Racca e Franco Sgroi. Dopo soli due anni Domenico si ammala, muore prematuramente e quindi intestiamo il Centro alla sua memoria.

Il movimento nonviolento in che momento storico incrocia la questione ambientale?

Quando eravamo in via Assietta, una delle tematiche cruciali che veniva affrontata era la questione del nucleare civile. Presso quella sede c’era il Coordinamento per il controllo popolare delle scelte energetiche al quale partecipavano persone di vari movimenti compresi noi e il Movimento Nonviolento. Il tema centrale che apre la questione ambientale è il nucleare civile. Il coordinamento era una realtà molto vivace che organizzò varie attività e di lì a pochi anni, quando ci fu l’incidente di Cernobyl, l’attenzione diventò fortissima e il lavoro fatto ha permesso di contribuire al risultato elettorale del referendum (che portò alla chiusura delle centrali nucleari in Italia NdR).

La cultura della nonviolenza che ruolo può svolgere all’interno dei conflitti ambientali?

La persona che ancor prima di tanti altri ha affrontato questo tema è niente meno che Gandhi. In un famoso scritto del 1909 dove muove una critica durissima alla moderna civiltà occidentale, c’è una sua famosa frase che dice: “Dio non voglia mai che 300 milioni di indiani raggiungano i livelli di consumo di 30 milioni di inglesi. Il mondo sarebbe devastato da un esercito di cavallette”. È quello che sta succedendo. In quegli anni non si parlava ancora di questione ambientale in senso stretto ma lui aveva una visione di un modello alternativo di economia che era un modello autenticamente sostenibile.

Dopo Gandhi sono venute tante altre persone. Tra i personaggi più significativi a cui si fa riferimento ci sono soprattutto Ivan Illic ed Ernst Friedrich Schumacher. Ivan Illic negli anni ‘70 era molto conosciuto. Nei suoi libri, pubblicati da Mondadori, si trovano tutte le premesse ai problemi odierni in particolare nel volume sui limiti della velocità e sull’elogio della bicicletta. Schumacher è noto soprattutto per il suo lavoro che porta il titolo “Piccolo è bello”: si tratta di un modello di società ed economia su piccola scala che sta proprio alla base non solo di un’altra concezione economica ma di una concezione che sia veramente sostenibile.

Negli anni successivi molti altri lavorarono su questo tema e oggi il rapporto tra nonviolenza e sostenibilità è un rapporto sul quale il Centro opera in modo sistematico. Anche perché una cosa è evidente: la guerra ha un impatto ambientale semplicemente devastante di cui a volte facciamo persino finta di non accorgercene: Günther Anders negli anni ‘50 ha affrontato in modo approfondito il tema a partire dalla questione nucleare militare.

Prendendo in esame il principale conflitto ambientale attualmente aperto in Italia, la TAV in Val di Susa, vorrei chiederle come mai negli ultimi mesi la violenza è entrata all’interno del conflitto?

Intanto bisogna relativizzare un’affermazione del tipo “la violenza” e capire di quale violenza si tratta. In realtà la violenza è stata esercitata in modo eclatante proprio dalla Polizia qualche anno fa quando hanno assalito di notte uno dei presidi mentre c’erano persone che dormivano. In secondo luogo non c’è solo la violenza diretta ma c’è anche la violenza strutturale che viene esercitata su tutti quanti, umani ed altri esseri viventi, e che viene dimenticata. In terzo luogo non bisogna meravigliarsi più di tanto: tutti i movimenti di protesta sociale hanno sempre avuto componenti nonviolente e talvolta violente in misura diversa con un prevalere dell’una o dell’altra. Questo avveniva persino ai tempi di Gandhi, Martin Luter King e Mandela. Sta alla capacità dei leader di fare in modo che la violenza sia molto circoscritta e devo dire che finora, nel movimento No TAV, questo è avvenuto. Ci sono stati comunque degli episodi che personalmente non condivido e che credo vengano sfruttati proprio dai media e dalla cultura dominante per indebolire, nei confronti dell’opinione pubblica, il movimento stesso. Quindi bisogna essere anche molto astuti e attenti per evitare di cadere in questa che io chiamo sempre la “trappola della violenza”.

Torniamo a parlare del Centro Studi Sereno Regis. Al suo interno esiste una realtà attiva in campo ambientale: l’Ecoistituto del Piemonte. Quando viene fondato e quali sono le sue attività?

L’Ecoistituto nasce verso la fine degli anni ‘90. Si occupa di tutte le principali tematiche legate all’argomento. Inizialmente partì con la questione rifiuti. C’era allora Salvatore Procopio che avviò questo lavoro in modo molto specifico. Successivamente abbiamo cominciato a lavorare su vari temi, ad esempio il cambiamento climatico globale. Si costituì il Comitato Kyoto dal Basso che raggruppava varie associazioni che erano interessate a promuovere lo studio, la sensibilizzazione sulla questione climatica.

Fu poi rimessa al centro dell’azione la questione energetica che già faceva parte dei nostri interessi precedenti. Venne approfondito il tema dal punto di vista più strettamente scientifico pubblicando alcuni dei primi lavori di Luigi Sertorio che ha fatto, a mio parere, gli studi più approfonditi su questa questione, studi che furono raccolti e pubblicati anche da Bollati Boringhieri. Con Sertorio c’è ancora una continuità di contatti perché riteniamo, come già detto, che il suo sia il lavoro più rigoroso dal punto di vista scientifico che oggi esiste: mi riferisco in modo particolare alla prospettiva sulla società a 2.000 Watt, una società con potenza pro capite molto inferiore rispetto a quella attuale.

Un altro tema che abbiamo seguito è stata la questione dell’acqua prima ancora che si costituisse la grande rete che ha portato al referendum. Abbiamo riservato inoltre grande attenzione al tema dell’alimentazione, del diritto al cibo, alla questione alimentare con un’attenzione specifica alle scelte vegetariane e vegane. Possiamo dire che copriamo un po’ tutta la tematica ambientale e in maniera ancora più completa la questione dei conflitti ambientali. C’è infine il lavoro specifico su nonviolenza e sostenibilità dal punto di vista didattico: su questo argomento esiste un sito www.kitdidattico.org con molto materiale, strutturato in modo che possa essere utilizzato a scopi didattici.

Italia-Libia: basta guerre!

Dal sito Internet http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/editoriali/autorivari_1454097145.htm

ITALIA-LIBIA: BASTA GUERRE!

di Alex Zanotelli

Sembra ormai assodato che le forze speciali SAS sono già in Libia, per preparare l’arrivo di mille soldati britannici. L’operazione complessiva, capitanata dall’Italia, dovrebbe coinvolgere 6.000 soldati americani ed europei per bloccare i 5.000 soldati dell’ISIS. Il tutto verrà sdoganato come “un’operazione di peacekeeping e umanitaria”. L’Italia, dal canto suo, ha già trasferito a Trapani 4 cacciabombardieri AMX pronti a intervenire. Il nostro Paese – così sostiene il governo Renzi – attende però per intervenire l’invito del governo libico di unità nazionale, presieduto da Fayez el Serray. E altrettanto chiaro che sia il ministro degli Esteri, Gentiloni, come la ministra della Difesa, Pinotti, premono invece per un rapido intervento.

Sarebbe però ora che il popolo italiano – tramite il Parlamento – si interrogasse , prima di intraprendere un’altra guerra contro la Libia. Infatti, se c’è un popolo che la Libia odia, siamo proprio noi che, durante l’occupazione coloniale, abbiamo impiccato o fucilato centomila libici. A questo dobbiamo aggiungere la guerra del 2011 contro Gheddafi per “esportare la democrazia”, ma in realtà per mettere le mani sull’oro nero’di quel Paese. Come conseguenza, abbiamo creato il disastro, facendo precipitare la Libia in una spaventosa guerra civile, di tutti contro tutti, dove hanno trovato un terreno fertile i nuclei fondamentalisti islamici. Con questo passato, abbiamo, noi italiani, ancora il coraggio di intervenire alla testa di una coalizione militare?

Il New York Times del 26 gennaio scorso afferma che gli USA da parte loro, sono pronti ad intervenire. Per cui possiamo ben presto aspettarci una guerra. Questo potrebbe anche spiegare perché in questo periodo gli USA stiano dando all’Italia armi che avevano dato solo all’Inghilterra. L’Italia sta infatti ricevendo dagli USA missili e bombe per armare i droni Predator MQ- 9 Reaper, armi che ci costano centinaia di milioni di dollari. Non dimentichiamo che la base militare di Sigonella (Catania) è oggi la capitale mondiale dei droni usati oggi anche per spiare la Libia. L’Italia non solo riceve armi, ma a sua volta ne esporta tante soprattutto all’Arabia Saudita e al Qatar, che armano i gruppi fondamentalisti islamici come l’ISIS. I viaggi di Renzi lo scorso anno in quei due Paesi hanno propiziato la vendita di armi. Questo in barba alla legge 185 che proibisce al governo italiano di vendere armi a paesi in guerra e che non rispettano i diritti umani (l’Arabia Saudita non rispetta i diritti umani e fa la guerra in Yemen).

Per cui diventa pura ipocrisia per l’Italia intervenire militarmente in Libia per combattere l’ISIS, quando appare chiaro che siamo noi ad armarlo. È così che siamo noi a creare i mostri e poi facciamo nuove guerre per distruggerli. “La guerra è proprio la scelta per le ricchezze – ha detto recentemente Papa Francesco –. Facciamo armi: così l’economia si bilancia un po’ e andiamo avanti con il nostro interesse. C’è una brutta parola del Signore. Maledetti coloro che operano per la guerra, che fanno le guerre: sono maledetti, sono delinquenti!”.

Basandoci su questa lettura sapienziale, dobbiamo dire NO a questa nuova guerra contro la Libia. Quello che ai poteri forti interessa non è la tragica situazione del popolo libico, ma il petrolio di quel Paese. Dobbiamo tutti mobilitarci!

In questo momento così grave è triste vedere il movimento per la pace frantumato in mille rivoli. Oseremo metterci tutti insieme per esprimere con un’unica voce il nostro NO alla guerra contro la Libia, un NO a tutte le guerre che insaguinano il nostro mondo. È possibile un incontro a Roma di tutte le realtà di base per costruire un coordinamento o un Forum nazionale contro le guerre? È possibile pensare a una manifestazione nazionale contro tutte le guerre, contro la produzione bellica italiana, contro la vendita di armi all’Arabia Saudita e al Qatar, in barba alla legge 185? E contro le nuove bombe atomiche in arrivo all’Italia, le B61-12? È possibile pensare a una Perugia-Assisi 2016, retaggio storico di Capitini, sostenuta e voluta da tutto il movimento per la pace?

Smettiamola di “farci la guerra” l’un con l’altro e impariamo a lavorare in rete contro questo Sistema di morte. “La guerra è un affare – ha detto recentemente Papa Francesco –. I terroristi fabbricano armi? Chi dà loro le armi? C’è tutta una rete di interessi, dove dietro ci sono i soldi o il potere. Io penso che le guerre sono un peccato, distruggono l’umanità, sono la causa di sfruttamento, traffici di persone. Si devono fermare”.

Napoli, 29 gennaio 2016

Petrolio italiano, ecco che cosa c’è in gioco con il referendum

Dal sito Internet http://www.qualenergia.it/articoli/20151106-petrolio-italiano-gioco-sei-questiti-del-referendum-trivelle-no-triv

PETROLIO ITALIANO, ECCO CHE COSA C’È IN GIOCO CON IL REFERENDUM

di Luca Cardin

(Articolo originariamente pubblicato sul blog zeroviolenza.it, riprodotto con il consenso dell’autore)

Lo scorso 30 settembre sono stati depositati in Cassazione i sei quesiti referendari contro le trivellazioni previste dagli articoli dello Sblocca Italia tra cui uno specifico contro i progetti Oil&Gas in mare riesumati dall’art. 35 comma 1 del Decreto Sviluppo del governo Monti. Oltre 200 associazioni e dieci Regioni hanno permesso questo risultato. Se la Cassazione riterrà ammissibili i quesiti, i cittadini andranno alle urne nella primavera del 2016. Ne parliamo con Enzo Di Salvatore, costituzionalista e docente di diritto costituzionale all’Università di Teramo nonchè co-fondatore del Coordinamento Nazionale No Triv.

Prof. Di Salvatore, ci può spiegare brevemente su cosa di fatto andranno a deliberare i cittadini tra sei mesi?

I quesiti referendari deliberati dalle dieci Regioni sono sei. Il primo, il secondo e il terzo quesito sono relativi allo Sblocca Italia e riguardano:

1) l’eliminazione della dichiarazione di strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi, nonché dello stoccaggio sotterraneo di gas;

2) l’abrogazione della previsione del vincolo preordinato all’esproprio che il nuovo “titolo concessorio unico” conterrà già a partire dalla fase della ricerca, al fine di tutelare il diritto di proprietà del privato;

3) il cosiddetto “piano delle aree”, previsto al fine di pervenire – per la prima volta in Italia – a una razionalizzazione delle attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. In questo caso l’obiettivo dell’abrogazione referendaria è quello di consentire che la Conferenza Unificata possa esprimersi sul piano nella sua interezza (terraferma e mare) e di evitare che, in caso di mancato raggiungimento dell’intesa con lo Stato, si ricorra all’esercizio del potere sostitutivo da parte del governo secondo una procedura semplificata;

4) l’abrogazione delle norme che consentono che, in attesa che venga approvato il piano, lo Stato possa rilasciare nuovi permessi di ricerca e nuove concessioni di coltivazione, sulla base delle norme ormai abrogate dallo Sblocca Italia;

5) la limitazione della durata delle attività previste sulla base del nuovo “titolo concessorio unico”.

Il quarto quesito concerne, invece, le autorizzazioni alle opere strumentali allo sfruttamento degli idrocarburi; anche in questo caso si propone di abrogare la norma che prevede che, in caso di mancato accordo con la Regione interessata, lo Stato possa decidere “in solitudine”, secondo una procedura semplificata.

Il quinto ha ad oggetto una norma contenuta nella legge sul riordino del settore energetico del 2004, che disciplina anch’essa l’intesa regionale sugli atti dello Stato relativi alle attività petrolifere.

Il sesto, infine, mira ad eliminare l’art. 35 del decreto sviluppo del 2012, che rende possibile, per il futuro, la ricerca e l’estrazione del gas e del petrolio entro le 12 miglia marine.

Se dovesse vincere il No alle trivellazioni, cosa accadrà per i progetti di ricerca ed estrazione di idrocarburi oltre le 12 miglia?

La questione delle estrazioni petrolifere oltre le 12 miglia marine risulta particolarmente complessa e va posta nella sua giusta luce, in ragione degli obblighi internazionali assunti dallo Stato: obblighi che, com’è noto, costituiscono un limite al referendum abrogativo. Anche ammesso, infatti, che lo Stato possa disporre a proprio piacimento delle aree poste fuori dalle 12 miglia, lo strumento referendario sarebbe, a questi fini, inservibile. Si pensi, ad esempio, allo sfruttamento del giacimento di gas “Annamaria” nell’Adriatico, che poggia su un accordo stretto tra l’Italia e la Croazia, e rispetto al quale risulta stabilito che le attività di sfruttamento non possano essere sospese unilateralmente.

Per questa ragione sarebbe impossibile andare ad abrogare direttamente quelle previsioni della legge dello Stato, che autorizzano la ricerca e l’estrazione di gas e petrolio in aree marine fuori dalle 12 miglia. Questo, tuttavia, non vuol dire che il referendum non inciderà in alcun modo sulle attività che trovino svolgimento fuori dalle 12 miglia. Uno dei quesiti, come dicevo, avrà ad oggetto il cosiddetto “piano delle aree” e questo dovrebbe riguardare anche il mare.

L’abrogazione della possibilità di rilasciare nuovi permessi e nuove concessioni nell’attesa che sia predisposto il piano riguarderà anche le aree marine poste fuori dalle 12 miglia. A ciò si aggiunge il fatto che, una volta elaborato il piano, gli Enti territoriali tutti potranno esprimersi sul piano nella sua interezza e in modo determinante, visto che uno dei quesiti mira a far sì che l’intesa in Conferenza Unificata – dove siedono appunto le Regioni e gli Enti Locali – non sia solo di “facciata”.

Come interverrà la Legge di Stabilità approvata di recente sull’autonomia alle Regioni in materia energetica?

Non mi pare che la Legge di Stabilità incida sull’autonomia delle Regioni in materia energetica. Attendiamo di vedere cosa accadrà, invece, con il “collegato ambientale” in corso di approvazione in Parlamento, visto che proprio il 22 ottobre scorso il Senato ha bocciato alcuni emendamenti che si proponevano di abrogare alcune disposizioni oggetto di referendum.

Direi piuttosto un’altra cosa: che la Legge di Stabilità incide comunque anche sulla materia petrolifera, in quanto la riduzione dell’IRES si applica anche alle società che operano nel settore petrolifero. Si ricorderà che con la sentenza n. 10 del 2015 la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la maggiorazione della aliquota IRES richiesta dallo Stato alle società petrolifere, in quanto il decreto legge n. 112 del 2008, che quella maggiorazione aveva disposto, avrebbe dovuto limitarsi a prevedere il prelievo sui “sovra-profitti”, anziché sull’intero reddito delle società e collegarlo alla particolare congiuntura economica di allora, contenendola entro un arco temporale ben definito.

Allo scopo di evitare che dalla sentenza derivasse una grave violazione dell’equilibrio di bilancio, e cioè che lo Stato dovesse procedere alla restituzione delle somme versate dalle società petrolifere, “tale da implicare una manovra finanziaria aggiuntiva”, la Corte ha deciso che gli effetti della sentenza dovessero riguardare solo il futuro e non il passato.

Chiaro è che lo Stato non può più fare affidamento su quelle entrate. Per questo, avrebbe potuto reintrodurre il prelievo limitatamente ai “sovra-profitti”, elevando la percentuale stessa rispetto a quella finora in vigore, affinché fosse congrua a compensare le perdite. E prevedendo ovviamente una scadenza temporale, in modo che il prelievo non avesse natura strutturale. Invece la scelta effettuata con la Legge di Stabilità mi pare sia stata un’altra…

Prof. Di Salvatore, secondo lei Renzi dove vuole portare l’Italia in termini di politica energetica e che fine hanno fatto le energie rinnovabili?

Il governo italiano pensa di poter far fronte agli impegni assunti sul piano europeo nell’ambito della governance economica attraverso il rilancio delle opere strategiche: gli ultimi tre governi hanno scelto di percorrere questa strada ed hanno sottoposto all’Unione Europea programmi nazionali di riforma, che individuano misure di questo tipo, affinché l’Unione desse il proprio assenso sulla strategia da seguire per ridurre il deficit pubblico e il debito pubblico. Ma in tutto questo anch’io mi chiedo: che fine hanno fatto le energie rinnovabili?

L’ultima grande vittoria referendaria in Italia è stata sull’acqua pubblica, che non basta però a fermarne i tentativi di privatizzazione. Non crede che per quanto positivo potrà essere il risultato non sarà sufficiente a bloccare le multinazionali del gas e del petrolio?

Il referendum è uno degli strumenti che si hanno a disposizione per risolvere il problema, non certo l’unico strumento. Al momento, però, non vedo alternative. Resta il fatto che 60.000 persone si sono ritrovate per le strade di Lanciano lo scorso 23 maggio e hanno manifestato la propria contrarietà alla realizzazione del progetto petrolifero “Ombrina mare” e, più in generale, alla politica seguita dal governo Renzi in materia di energia.

Eppure non ne ha parlato quasi nessuno: quelle persone sono state quasi invisibili. Dopodichè si è lanciata la proposta del referendum e i mass media ne hanno parlato a lungo. Persino il governo si è mostrato nervoso al riguardo. Questo vuol dire che si sta andando nella giusta direzione. Di per sé è comunque un fatto politico ragguardevole, che non può essere ignorato.

Domenica prossima, l’8 novembre, ci sarà a Roma una grande assemblea del movimento No Triv. Qual è l’obiettivo della giornata?

L’8 novembre, presso il “Parco delle energie” al centro sociale ex SNIA di Roma, si terrà una assemblea nazionale delle associazioni, dei comitati e dei movimenti che hanno voluto sostenere la proposta referendaria. L’assemblea è aperta a tutti. Coloro che parteciperanno avranno modo di discutere della campagna referendaria e di come organizzarla. Occorrerà senz’altro attendere che la Corte Costituzionale si pronunci sull’ammissibilità dei quesiti proposti. Ma nel frattempo – nell’attesa che arrivi gennaio – occorrerà attivarsi. C’è ancora molto da fare e non si può restare con le mani in mano.

Nasce il Comitato Cittadino Pisco Montano, Sorgenti Termali e Riviera di Levante

Dal sito Internet http://www.h24notizie.com/2015/11/nasce-il-comitato-cittadino-pisco-montano-sorgenti-termali-e-riviera-di-levante/

NASCE IL COMITATO CITTADINO PISCO MONTANO, SORGENTI TERMALI E RIVIERA DI LEVANTE

Il gruppo Facebook “Noi Difendiamo le Sorgenti Termali di Terracina” che conta oggi già 382 aderenti, nato a fine agosto per volontà dei cittadini, turisti e abitanti della zona, poco prima della comunicazione ufficiale del Comune di Terracina sulla avvenuta dismissione del vecchio depuratore di via delle Cave del 7 settembre – depuratore che ha rappresentato negli ultimi trenta anni uno degli scempi ambientali più gravi nella Regione Lazio – si costituisce in Comitato Cittadino libero e spontaneo e promette battaglia per riqualificare tutta la zona.

Dopo i due eventi “Riprendiamoci l’Acqua Magnesia” del 12 settembre e “Puliamo il Mondo 2015 – Pulizia della Scogliera di Levante di Terracina” del 27 settembre con il supporto di Legambiente, il gruppo Facebook “Noi difendiamo le Sorgenti Termali di Terracina”, fondato da Anna Giannetti e Antonio D’Ettorre, imprenditori e professionisti conosciuti e stimati a Terracina, si è recentemente costituito in Comitato Cittadino, il quale avvalendosi di membri fondatori di grande risonanza, tutti molto conosciuti a Terracina nel settore della comunicazione, del turismo, della tutela ambientale e dei beni culturali e dello sviluppo sostenibile, si presenta come un innovativo interlocutore per la Amministrazione Comunale di Terracina e gli Enti Locali, al fine di stimolare le istituzioni ad affrontare prontamente le problematiche dei cittadini e dei turisti di una zona naturalistico-ambientale e archeologica di grandissimo pregio con preziose sorgenti termali, posta sul tracciato della antica via Appia Traianea, candidata come patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, posta alle pendici del Monumento Naturale Regionale Tempio di Giove Anxur e Monte Sant’Angelo e parte integrante del Parco Naturale regionale Monti Ausoni e Lago di Fondi.

Gli obiettivi più importanti che si prefigge il Comitato nei prossimi mesi, attraverso la costante pressione civica sugli Enti preposti, la partecipazione al Forum Agenda 21 locale e ai tavoli tecnici su qualità delle acque e turismo e attraverso azioni civiche di volontariato culturale e ambientale (anche in collaborazione con Legambiente e altre associazioni già attive come Sei di Terracina se, Archeoclub di Terracina, Terracina Dimenticata, Ciclisti Urbani di Terracina, Comitato Rifiuti Zero, Condotta Slowfood di Terracina, WWF Litorale Pontino) e azioni mediatiche di informazione capillare alla cittadinanza e ai turisti (attraverso le piattaforme di comunicazione social come TerracinaBlog e Visit Terracina) sono i seguenti: la messa in sicurezza del costone di roccia di Monte Sant’Angelo per il quale è stato già chiesto un finanziamento regionale, la bonifica e la riqualificazione del vecchio sito del depuratore di via delle Cave, con il riuso della palazzina anche come sede del Comitato, la riapertura al pubblico della importantissima Esedra traianea, ad oggi abbandonata tra i rifiuti e le sterpaglie, ricreando un ideale percorso di fruizione dell’antico tracciato della via Appia oggi molto sentito anche a seguito dell’importante lavoro di informazione effettuato da Paolo Rumiz e Alessandro Scillitani, il completamento del nuovo tratto fognario da via delle Cave fino a Torre Canneto già riportato sul Piano di Azione Ambientale del Comune di Terracina, e la verifica della tenuta dei collettori fognari al fine di evitare dispersioni costiere, la pulizia della antica Fonte Nettunia, la riapertura della Fonte Acqua Magnesia, l’accesso pubblico alla Fonte Acqua Sulfurea presso lo Scoglio delle Sirene, la creazione di un punto panoramico sullo Scoglio del Cappello di Prete (uno dei panorami più belli sul Porto e la Città Bassa, immortalato da molti pittori e artisti del Grand Tour settecentesco) e, infine, la messa in sicurezza della viabilità di ingresso a Terracina da Sud con segnalazioni di accesso a zona turistico-balneare con dissuasori e riduttori di velocità. Inoltre si prefigge, oltre la cura costante del prezioso ecosistema della “Scogliera di Levante” anche quella dei famosi “Giardini di Levante” ormai abbandonati e privi di panchine e alberi, data la moria di palme esotiche, e il prolungamento della pista ciclabile – ad oggi terminante alla Pineta del Porto – attraverso il vecchio tracciato all’interno dei ruderi dell’antico porto traianeo fino all’Esedra traianea.