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Presidente venga qui! La petizione di Left chiede a Mattarella di visitare i luoghi del caporalato

Dal sito Internet https://www.left.it/2016/09/08/presidente-venga-qui-la-petizione-di-left-chiede-a-mattarella-di-visitare-i-luoghi-del-caporalato/

PRESIDENTE VENGA QUI! LA PETIZIONE DI LEFT CHIEDE A MATTARELLA DI VISITARE I LUOGHI DEL CAPORALATO

Rignano Garganico, Ragusa, Villa Literno, la provincia di Latina. Ma anche i posti che non ti aspetti, da Nord a Sud, e le forme meno eclatanti di discriminazione e violazione dei diritti dei lavoratori, migranti e non. Il caporalato, con la filiera dello sfruttamento di cui è parte, è un fenomeno che ormai pervade l’intero Paese.

Per questo Left ha promosso una petizione su Change.org, cui stanno aderendo diverse associazioni, testate giornalistiche e realtà che si occupano di lotta allo sfruttamento (ne daremo conto in maniera dettagliata nei prossimi giorni), è un invito rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a visitare i ghetti italiani, che Left continuerà a raccontare ospitando storie di denuncia e di reazione insieme a contributi di riflessione.

«Forse è il caso che lo Stato faccia la sua parte non solo dal punto di vista legislativo ma anche nella sua funzione di cura, vicinanza e osservazione» recita la petizione. Da qui la richiesta al Presidente della Repubblica di recarsi nei territori per incontrare «chi da tempo si ritrova al fronte di questa battaglia», con la richiesta di far «giungere in questi luoghi il messaggio del Paese che include e che non tollera alcuna forma di schiavitù».

La petizione si può firmare qui: https://www.change.org/p/presidente-della-repubblica-sergio-mattarella-presidente-mattarella-venga-a-incontrare-gli-schiavi-del-caporalato?utm_source=embedded_petition_view.

Gomme bucate per difendere gli indiani

Dal settimanale gratuito Il Caffè n. 373 (dall’8 al 14 settembre 2016)

GOMME BUCATE PER DIFENDERE GLI INDIANI

di Bianca Francavilla

«Due gomme dell’auto squarciate. Sarà stato un animale senza dubbio». Vittima della chiara intimidazione avvenuta nei giorni scorsi è Marco Omizzolo, conosciuto da tutti perché al fianco degli indiani sikh nella loro lotta alla conquista dei diritti. L’ironia della sorte ha voluto che i cattivi che solitamente se la prendono con la comunità stanziata a Latina abbiano scelto lui. Non è la prima volta: Omizzolo ha già ricevuto altre minacce velate ed esplicite. Tutte denunciate alle forze dell’ordine.

È conosciuto da tutti come l’eroe degli indiani sikh. Cosa l’ha spinta a prendere a cuore la loro categoria?

«In primis, non sono un eroe. Questo è un aspetto fondamentale. Sono un sociologo originario della provincia di Latina che sulla comunità indiana pontina ha condotto la sua ricerca di dottorato. Sono entrato in un “mondo” complesso in cui a volte sfruttato e sfruttatore si confondono, in cui la stessa consapevolezza delle persone di essere sfruttate viene meno o è poco considerata. Basti pensare che almeno fino a tre anni fa il termine e concetto di caporale non era presente nel vocabolario e cultura indiana. Mi impegno su questo tema insieme alla cooperativa In Migrazione, di cui sono presidente, perché considero sbagliato un sistema di produzione e di potere fondato sulla prevaricazione, sull’illegalità, sullo sfruttamento. Per questa ragione ho deciso di unire alla mia attività di ricercatore quella del giornalista di inchiesta e propriamente lavorativa della cooperativa. Lo scopo è combattere lo sfruttamento e il caporalato per rendere la provincia di Latina e il modello agricolo e poi sociale di riferimento migliore, ossia pienamente legale, includente e civile per tutti, italiani inclusi».

La provincia pontina conta una popolazione di circa 30.000 indiani sikh impiegati nell’agricoltura. Eppure, prima dell’interesse suo e del sindacato FLAI CGIL sembravano invisibili. Perché?

«Perché vivevano ai margini sociali, da intendere non solo come abitanti degli spazi rurali ma anche ai margini della nostra riflessione, attenzione e rete sociale di riferimento. Erano sfruttati ed esclusi dai processi di partecipazione sociale e civile del paese. Questo generava un corto circuito che li esponeva ancora di più alle mire di sfruttatori, trafficanti e caporali, che tengo a sottolineare, sono sia italiani che indiani che appartenenti ad altre nazionalità. Non esiste un discorso etnico o nazionalistico in questo caso. Esistono sistemi di potere e di interessi costituitisi che producono sfruttamento e illegalità. La loro marginalità ed emarginazione era ed è una delle ragioni del loro sfruttamento».

Nel luglio 2015 è terminato il corso di italiano che, per loro, significava molto più che alcune nozioni di grammatica. È stato bruscamente interrotto e dalla Regione non sono più arrivati fondi. È così poco importante permettere ai 30.000 indiani di integrarsi?

«Quel progetto, denominato Bella Farnia, è diventato best practice per il CNR, riconosciuto di livello internazionale per come era stato progettato, organizzato e per la metodologia applicata tanto da aver attirato l’attenzione della stampa tedesca e danese, oltre a quella nazionale. Abbiamo costruito un legame profondo e intenso con molti lavoratori e lavoratrici, sino a portare alle prime denunce contro caporali e datori di lavoro, peraltro di aziende di rilevanti dimensioni e di livello internazionale. Per questo progetto la relazione con la Regione Lazio è stata fondamentale e va ripresa quanto prima. È chiaro che non basta un progetto di sei mesi per affrontare il tema e dare un contributo forte al suo superamento. Servono progetti professionali e di lungo periodo. Non è rilevante che li faccia In Migrazione, esistono diverse realtà qualificate. L’importano è che vengano adeguatamente finanziati, realizzati con professionalità elevate e abbiano un respiro lungo. Il rischio altrimenti è di deludere le aspettative di chi ha avuto il coraggio di denunciare e di fidarsi di noi».

C’è un giro di droga taciuto dietro lo sfruttamento degli indiani nei campi?

«Esiste il problema dell’utilizzo di sostanze stupefacenti e soprattutto bulbi di papaveri dietro lo sfruttamento lavorativo che vede un’alleanza perversa tra alcuni indiani e alcuni italiani. Questo tema è stato denunciato con il dossier di In Migrazione “Doparsi per lavorare come schiavi”. Le storie raccontate sono drammatiche e continuiamo a raccoglierne durante i nostri incontri e assemblee coi lavoratori. Le azioni delle forze dell’ordine sono state fondamentali. Ci sono stati importanti arresti. Ma è necessario costruire una serena e collaborativa alleanza tra le istituzioni, le realtà associative più impegnate sul tema, i sindacati e le categorie datoriali per sconfiggere una piaga che rischia di trasformarsi presto in una nuova forma di criminalità organizzata con implicazioni gravi sul piano del lavoro, dei diritti e più in generale della legalità».

Lei insegna agli indiani a non abbassare la testa di fronte a chi li comanda. Ma la settimana scorsa è stato lei a trovare le gomme dell’auto bucate. E non è la prima volta che riceve minacce.

«È vero e continuiamo a non abbassare la testa. Quell’episodio è stato subito denunciato in Questura. Non è la prima volta che capita. In passato ci sono stati episodi analoghi, compresa una “macchina del fango” che mirava a denigrare la mia persona e i sindacati. Ogni episodio è stato denunciato, ogni minaccia diretta o via social è stata denunciata anch’essa e continueremo a farlo. Devo a questo riguardo ringraziare quanto hanno manifestato solidarietà e vicinanza alla mia persona. È stata la dimostrazione che stiamo lavorando nella direzione giusta e che il muro di indifferenza che circondava questo tema fino a qualche anno fa è gravemente lesionato. Per abbatterlo completamente è ora necessario accelerare nel contrasto sociale e poi giudiziario allo sfruttamento lavorativo e ad ogni crimine ad esso connesso».

Due euro l’ora e oppio per non faticare

Gli indiani sikh stanziali nella provincia pontina sono circa 30.000. Risiedono soprattutto nel quartiere Bella Farnia di Latina e raggiungono le aziende agricole dove lavorano rigorosamente a bordo di una bicicletta. Il loro guadagno medio è di due euro l’ora e spesso, per sopportare le fatiche fisiche, fanno uso di sostanze stupefacenti di tipo oppiaceo. Negli ultimi anni, grazie all’interesse di Marco Omizzolo, di In Migrazione e del sindacato FLAI CGIL hanno iniziato ad alzare la testa e protestare contro i caporali che si approfittano di loro.

Cosa potrebbe fare la politica?

«Decidere in primis – spiega Omizzolo – di impegnarsi su questo fronte, anche a costo di perdere in una prima fase qualche decina di voti. In Regione Lazio riposa una legge contro il caporalato da anni. Crediamo sia arrivato il tempo di rivederla, migliorarla se possibile, e approvarla. Si devono rivedere i servizi sociali, migliorare la collaborazione tra tutte le realtà istituzionali, migliorare le performance dell’Ispettorato del Lavoro, collaborare attivamente con le categorie datoriali. Ricordo che esistono due studi di grande importanza internazionale a tale proposito, come quello “Agromafie caporalato” della FLAI CGIL e “Agromafie” dell’Eurispes e Col diretti che ogni anno accendono un riflettore sul pontino. È tempo di unire gli sforzi per migliorare una condizione diventata insopportabile e sempre più tesa. Il ruolo della politica è dunque fondamentale, a partire dalla Regione e dai Comuni interessati dal fenomeno».

Mafie, consigli per una vera opposizione

Proseguiamo con le nostre considerazioni scaturite dalla prima seduta del nuovo Consiglio comunale, descritta sui quotidiani locali con termini entusiastici, quando per noi in realtà è andato in scena un dramma che speriamo non si trasformi, nel tempo, in qualcosa di peggio.

Terracina è una città di circa 45.000 abitanti, la terza città della provincia, la sedicesima nel Lazio per numero di residenti.

Il Consiglio comunale di Terracina non è un cinema di provincia o, peggio ancora, un teatrino nel quale assistere agli spettacoli delle compagnie amatoriali o ai saggi degli alunni a fine anno scolastico. Che purtroppo l’approccio sia questo, lo ha dimostrato la successiva seduta del Consiglio comunale, seguita letteralmente da quattro gatti, quando alla prima seduta, parafrasando Sandro Ciotti, «gli spalti erano gremiti ai limiti della capienza» da tifosi sfegatati.

Civismo deriva da civico, il cui significato è “che riguarda il cittadino”.

Cittadino, non provincialotto.

Chiusa questa rapidissima e doverosa disamina del contesto, passiamo ai contenuti.

A Roma, città natale del Sindaco, si usa il detto “aprire bocca e dare fiato”. Modo di dire probabilmente ben noto al primo cittadino, viste le sue affermazioni sulle «infiltrazioni» e sulle «cosche malavitose».

Ma, dall’altra parte, cioè dall’opposizione, che cosa si è sentito?

A Terracina si dice che “le chiacchiere stanno a zero”.

Ecco, chiacchiere in risposta ad altre chiacchiere.

Che cos’ha fatto il civico-cittadino Damiano Coletta, pochi giorni dopo essersi insediato sulla poltrona di sindaco di Latina? Ha organizzato un convegno su trasparenza e legalità, invitando i rappresentanti delle forze dell’ordine (http://www.latinacorriere.it/2016/07/13/latina-convegno-trasparenza-legalita-coletta-la-citta-riparte).

Tutto ciò è avvenuto nella nostra città?

Un incontro di approfondimento del genere l’ha organizzato il neo sindaco?

Ci ha pensato, in sua vece, l’opposizione?

Il compito di una sana opposizione è quello di criticare l’operato della maggioranza e di fornire proposte.

Dove sono queste proposte?

Ci deve pensare il Terracina Social Forum dal di fuori della massima assise cittadina?

Perfetto, noi questo compito ce lo assumiamo.

Molto volentieri.

E allora affermiamo, con forza e determinazione, che il contrasto alle mafie è un impegno che deve riguardare TUTTI, nel senso che TUTTI devono fare la propria parte: la maggioranza, l’opposizione, le forze dell’ordine, le associazioni di categoria, gli ordini professionali, gli istituti bancari, le agenzie immobiliari, gli operatori turistici, i commercianti, chi gestisce spazi culturali (pubblici E PRIVATI), le scuole, il corpo docente, le associazioni antimafia, le associazioni ambientaliste, le associazioni culturali, i singoli cittadini.

A Terracina si deve costituire, con una certa rapidità, un Osservatorio della legalità aperto a tutte le realtà precedentemente citate.

La politica deve chiedere che in provincia sia istituita la Direzione Distrettuale Antimafia presso il Tribunale di Latina, che siano aumentate risorse e mezzi delle forze dell’ordine, nonché potenziate le attività di controllo sul territorio (in particolare le indagini patrimoniali), favorendo la collaborazione tra tutte le forze dell’ordine.

Il Comune deve dichiarare Terracina città antimafia; istituire, come a Formia, la “Cassetta del cittadino perbene”; istituire la Commissione consiliare antimafia sul modello del Comune di Milano; istituire l’anagrafe patrimoniale degli eletti come previsto dalla legge per i Comuni con più di 50.000 abitanti; far sottoscrivere, ai candidati alle elezioni, il Codice di autoregolamentazione delle candidature approvato dalla Commissione parlamentare antimafia nella seduta del 3 aprile 2007; aderire al Codice europeo di comportamento per gli eletti; garantire la massima trasparenza delle remunerazioni del sindaco, dei componenti della Giunta, dei dirigenti comunali e degli eventuali consulenti; aderire al Codice etico per gli amministratori locali (la cosiddetta “Carta di Pisa”); fornire informazioni e dati alla rete Avviso Pubblico per quanto concerne l’elaborazione del rapporto annuale “Amministratori sotto tiro”, in cui vengono elencati il numero delle minacce e delle intimidazioni mafiose e criminali nei confronti degli amministratori locali e di persone che operano nell’ambito della Pubblica Amministrazione in tutta Italia.

Deve poi elaborare un codice etico per i fornitori dell’ente, dare corretta applicazione al codice dei contratti pubblici, garantire la massima trasparenza delle gare d’appalto, pubblicando sul sito Internet dell’ente ogni singolo passaggio delle procedure concorsuali; deve altresì inserire nei contratti una clausola di recesso, che consenta all’ente di recedere senza penali da un contratto e l’obbligo per i propri uffici ad applicarla nel caso in cui l’informativa prefettizia su infiltrazioni mafiose arrivi a lavori già iniziati.

All’interno del Comune si deve applicare il D. lgs. n. 231/2001, che prevede solo per i soggetti giuridici privati regole di governance societaria stringenti e definite per prevenire le infiltrazioni criminali. Si devono organizzare corsi di formazione dei dipendenti comunali sui rischi di infiltrazione mafiosa nella pubblica amministrazione, soprattutto per i dipendenti del settore degli appalti, urbanistica ed edilizia, nonché prevedere la rotazione periodica del personale nei settori indicati al punto precedente.

L’ente deve introdurre il rispetto del criterio dell’ordine cronologico nell’istruttoria delle pratiche amministrative comunali e, per le opere pubbliche e per gli interventi di manutenzione, grazie ad una più accurata programmazione dei lavori pubblici, deve ridurre il più possibile il ricorso alla trattativa privata giustificata dalla necessità ed urgenza di provvedere.

L’amministrazione comunale deve promuovere tra i cittadini e soprattutto tra gli operatori economici l’adesione al manifesto del cittadino/consumatore per la legalità e lo sviluppo (http://www.faiconsumocritico.org). Deve poi promuovere, tra i liberi professionisti locali, la sottoscrizione del manifesto antimafia predisposto dall’associazione Professionisti Liberi, nonché l’adesione, tra le aziende, al codice antimafia per le imprese (http://www.portale231.com/images/codice_antimafia.pdf). Deve anche informare gli imprenditori locali riguardo all’iscrizione alla white list della Prefettura, introdotta dalla legge anticorruzione, contenente l’elenco delle imprese non soggette a tentativi di infiltrazione mafiosa.

Il Comune deve poi sostenere le associazioni antimafia presenti sul territorio, promuovendo l’iscrizione tra i cittadini e gli operatori economici.

Nel settore agricolo l’ente deve introdurre sgravi fiscali per le aziende che rispettano i contratti di lavoro e attuano la formazione professionale del personale, chiedere che siano incrementati i controlli per contrastare il fenomeno del caporalato, introdurre sistemi premianti per le imprese che denunciano fenomeni di caporalato, tutelare il più possibile i braccianti che denunciano i caporali, controllare che nel settore non si ricorra a forme di remunerazione a cottimo, verificare che nelle campagne del territorio comunale non siano presenti ghetti (o altre sistemazioni ai limiti dell’abitabilità) per i braccianti stranieri e liberare immediatamente tali ghetti o alloggi simili, trovando una sistemazione alternativa per i braccianti. Va poi contrastato con forza il fenomeno dell’uso di sostanze dopanti, per soffrire meno la fatica, da parte dei lavoratori agricoli stranieri.

L’amministrazione comunale deve aderire a Coltiviamo diritti, la rete per restituire dignità, diritti, rispetto, valore, al lavoro dei braccianti agricoli, nonché promuovere il progetto europeo AGREE (Agricoltural job rights to end foreign workers exploitation), che mira a favorire la formazione e il dialogo tra operatori del settore, attori locali e cittadinanza per diffondere la coscienza dei problemi legati allo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura.

Nelle campagne va poi contrastato il lavoro grigio, quando un contratto c’è, ma serve al datore di lavoro come scudo per le verifiche: è sufficiente segnare poche giornate e nessuno potrà contestare.

Il Comune deve introdurre agevolazioni fiscali a favore degli imprenditori che denunciano il pizzo, l’usura o altri fenomeni estorsivo-malavitosi, ma nello stesso va revocata la licenza commerciale agli operatori economici che si macchiano del reato di favoreggiamento nei confronti dei mafiosi.

Vanno organizzati, nelle scuole di ogni ordine e grado, incontri con esponenti delle forze dell’ordine e con le associazioni antimafia per promuovere la cultura della legalità, nonché corsi per l’utilizzo consapevole del denaro, come misura di prevenzione dell’usura.

Il Comune deve poi organizzare iniziative in occasione della Notte bianca della legalità e in occasione della Giornata nazionale della memoria e dell’impegno per ricordare le vittime delle mafie; deve introdurre sul proprio sito Internet un link alla pagina del Ministero dell’Interno con le fotografie dei principali latitanti ricercati; deve costituirsi parte civile nel processo per l’omicidio di Gaetano Marino. Infine, dovrebbe istituire il premio Angelo Vassallo per il cittadino che, durante l’anno, più si è distinto per la tutela dell’ambiente e della legalità, il premio annuale Roberto Mancini per l’esponente delle forze dell’ordine, della magistratura o della società civile che più si è distinto nell’attività di contrasto dell’ecomafia, ed assegnare alle nuove strade cittadine nomi di vittime delle mafie (magistrati, giornalisti, uomini delle forze dell’ordine, ecc.).

Le mafie, queste sconosciute

Sulla stampa locale, ai primi di luglio, abbiamo letto gli articoli giornalistici riguardanti la prima seduta del nuovo Consiglio comunale.

Ci ha colpito la seguente frase del Sindaco riportata in un articolo: «Non mi sfugge il tentativo strisciante di infiltrazione delle cosche malavitose» ma so che «oltre alle forze dell’ordine serve un popolo che rifiuta le scorciatoie».

A queste dichiarazioni, il Terracina Social Forum risponde «Presente!».

Però non può fare a meno di notare due cose.

1) Nel lontano 2010, in un convegno sulla legalità da noi organizzato, uno dei nostri componenti è stato letteralmente divorato dai rappresentanti delle associazioni Libera e Caponnetto (rispettivamente, Antonio Turri ed Elvio Di Cesare), i quali hanno dichiarato: «Non si deve parlare di INFILTRAZIONI. Si deve parlare di PRESENZE».

2) Una cosa sono le mafie, un’altra cosa sono la malavita o la criminalità organizzata. Sorprende che il Sindaco, avvocato, incappi in un errore del genere. Il legislatore, infatti, ha appositamente normato, nel codice penale, la fattispecie dell’associazione a delinquere DI STAMPO MAFIOSO, prevedendo pene più pesanti.

Tradotto in termini più semplici e più pratici, qual è la differenza tra mafie e criminalità organizzata?

Le mafie si basano sul vincolo di sangue, per cui riescono a controllare molto, molto meglio i territori rispetto alla criminalità comune, per quanto “organizzata” possa essere. Inoltre, col vincolo di sangue è più forte il fenomeno omertoso e molto meno probabile il tradimento e/o il pentitismo.

Tutto ciò il legislatore l’ha capito perfettamente, ecco perché ha introdotto un’apposita fattispecie di reato.

In una sola affermazione, pertanto, il Sindaco ha commesso i due classici errori degli amministratori pubblici riguardo alle mafie: la sottovalutazione del fenomeno (parlare di “infiltrazioni” anziché di “presenze”) e la NON conoscenza del fenomeno (accomunare in un unico calderone mafie e criminalità organizzata).

D’altronde, per conoscere il fenomeno bisogna approfondire.

Come?

Leggendo libri e documenti e partecipando a convegni e dibattiti organizzati dalle associazioni antimafia.

Abbiamo mai visto partecipare il Sindaco a convegni del genere, nonostante gli inviti ricevuti, in particolare dal presidio di Libera a Terracina?

No.

Però a quei convegni erano presenti gli esponenti locali delle nostre forze dell’ordine, dal Sindaco citate nel suo intervento nella seduta del Consiglio comunale del 5 luglio scorso.

Erano presenti le forze dell’ordine, erano presenti importanti magistrati, erano presenti giornalisti preparati e competenti, erano presenti le associazioni antimafia, era presente la società civile (rappresentata da numerosi cittadini terracinesi), ma il primo cittadino non c’era.

MAI.

D’altronde, gli effetti di tale “approccio” si sono visti all’indomani del 23 agosto 2012, quando è stato ucciso nella nostra città il boss camorrista Gaetano Marino.

Che cos’ha fatto, immediatamente dopo, la classe dirigente terracinese?

Nulla.

Neanche una misera manifestazione, del tipo, che so, di quella organizzata spontaneamente dopo l’assegnazione, nel 2015, della tanto agognata Bandiera Blu.

Dov’era la classe dirigente terracinese?

Senza considerare le polemiche, un anno dopo, nel 2013, quando parte della società civile ha cercato di ricordare, alla città, il brutale omicidio avvenuto sul lungomare: «Vogliono commemorare un camorrista», dissero persone vicine al partito del Sindaco.

I ragionamenti da “terracinesi” non vanno bene per la città.

Deve capirlo la classe dirigente locale e devono capirlo i terracinesi.

Esattamente come l’hanno già capito i non terracinesi residenti.

Terracina è una città (una città, non un paesino sperduto in una valle solitaria) di circa 45.000 abitanti.

È la terza città più popolosa della provincia.

È la sedicesima città più popolosa della regione.

Basta con il provincialismo.

Basta con i ragionamenti da “terracinesi”.

Basta!

La classe dirigente locale deve svegliarsi.

È ora.

 

Roghi sospetti a Terracina, esposto in Procura di Legambiente

Dal sito Internet http://www.latinacorriere.it/2016/08/11/roghi-sospetti-terracina-esposto-procura-legambiente/

ROGHI SOSPETTI A TERRACINA, ESPOSTO IN PROCURA DI LEGAMBIENTE

di Redazione

Dopo giorni di ronde auto-organizzate da cittadini impauriti, rilievi fotografici, articoli sulla stampa, sopralluoghi e segnalazioni alle autorità competenti per territorio ma anche direttamente al Circolo, Legambiente Lazio e il Circolo Legambiente Terracina “Pisco Montano”, hanno deciso di presentare un esposto alla Procura della Repubblica – sezione di Latina e a tutte le Autorità competenti per materia e per territorio e alle Forze dell’Ordine (Polizia Municipale, Polizia Provinciale, Vigili del Fuoco, Corpo Forestale, Comando e Sezione Carabinieri), ARPA Lazio, ASL e per conoscenza al Comune di Terracina) con il quale si chiede di effettuare una ricognizione delle zone interessate, tutte dettagliate e corredate di foto, anche al fine di individuare gli eventuali responsabili del reato di “combustione illecita di rifiuti”, delitto introdotto nel 2014 proprio su spinta dell’associazione del Cigno Verde, per contrastare lo smaltimento illegale dei rifiuti anche derivanti dalla lavorazione agricola, in spregio delle normative di sicurezza ambientale e sanitaria poste a tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente.

“Sui roghi nel sud pontino c’è bisogno di fare chiarezza immediata, assicurando gli eventuali responsabili alla giustizia e soprattutto interrompendo immediatamente il fenomeno – dichiara Roberto Scacchi Presidente di Legambiente Lazio – ed è per questo che abbiamo inviato l’esposto alla Procura della Repubblica, così come a tutti coloro che hanno il compito di salvaguardare il territorio e tutelare la salute pubblica. Ora c’è bisogno, da una parte di effettuare un controllo e monitoraggio costante di quanto avviene, dall’altra di attuare un ciclo virtuoso dei rifiuti che non lasci nessuno spazio a logiche eco-mafiose. Le prime indicazioni e segnalazioni ci sono arrivate settimane fa proprio dagli abitanti del posto, e ancora una volta i cittadini si dimostrano attori fondamentali per la salvaguardia ambientale, ed è per questo che torniamo a chiedere a gran voce alla Regione Lazio di rilanciare l’Osservatorio Regionale Ambiente e Legalità, fermo ormai da troppi anni, fornendo uno strumento in più alla cittadinanza attiva”.

I reati nel ciclo dei rifiuti possono essere commessi in ogni fase del ciclo, dalla produzione, trasporto allo smaltimento, anche alterando la quantità o tipologia dei rifiuti da smaltire o affidando l’operazione a imprese che lavorano sottocosto. I rifiuti che vengono illegalmente smaltiti infatti avvelenano l’aria, contaminano le falde acquifere, inquinano i fiumi e le coltivazioni agricole, minacciano la salute dei cittadini, e soprattutto contaminano con metalli pesanti, diossine e altre sostanze cancerogene i prodotti alimentari che arrivano sulle nostre tavole.

Legambiente collabora già da decenni con la Magistratura, le Forze dell’Ordine, i Comitati spontanei di cittadini e le Amministrazioni più sensibili per la prevenzione e la repressione dei reati ambientali, e tramite la sinergia di azione tra il CEAG (Centro di Azione Giuridica) di Legambiente Lazio e l’Ufficio Legale del Circolo Legambiente di Terracina, parte del CEAG, si è arrivati ad un esposto circostanziato e ricco di documentazione di supporto.

“Vogliamo ringraziare a nome del Circolo e di tutta Legambiente, le Forze dell’Ordine operanti sul territorio, già attive nel contrasto e repressione del fenomeno- dichiara Anna Giannetti, presidente del Circolo Legambiente Terracina “Pisco Montano” – ma anche l’Amministrazione e soprattutto i nostri soci e volontari e i comitati spontanei di cittadini che, da giorni, stanno contribuendo, con le loro utili ed argomentate segnalazioni, a prevenire la pericolosa cronicizzazione del fenomeno dei roghi sospetti sul territorio di Terracina”.

Terracina, operazione della Finanza: sequestrati 60 reperti archeologici nel porto

Dal sito Internet http://www.latinatoday.it/cronaca/reperti-archeologici-sequestro-porto-denunce-terracina.html

TERRACINA, OPERAZIONE DELLA FINANZA: SEQUESTRATI 60 REPERTI ARCHEOLOGICI NEL PORTO

di Redazione

Importante operazione della Guardia di Finanza per il contrasto del fenomeno della spoliazione del patrimonio culturale che ha portato al sequestro a Terracina di 60 tra anfore, ciotole, catini e altro vasellame di diversa tipologia di interesse storico, artistico/archeologico.

L’attività della locale Compagnia di Terracina, su delega della Procura di Latina, ha avuto inizio giovedì scorso alle prime ore dell’alba quando i militari hanno eseguito 54 perquisizioni all’interno dei box-locali nella zona demaniale del porto di Terracina.

Venticinque uomini e due unità cinofile hanno proceduto alla perquisizione di locali in uso ai pescatori nonché delle abitazioni di 4 persone, residenti a Terracina. Tra i materiali rinvenuti, di pregevole qualità artistica, vi sono anfore e pezzi di anfore dei tipi libico, siriaco e greco-italico datate dal II secolo A.C. al IV secolo D.C.; anfore di età medievale; brocche di età imperiale, altomedievale e del xiv secolo; ollette del ix secolo; catini e piatti in ceramica medievale.

I militari per catalogare i reperti ritrovati, per un valore stimato di circa 300.000 euro, si sono avvalsi dell’ausilio di un archeologo.

Quanto rinvenuto è stato sottoposto a sequestro; 4 le persone denunciate per violazioni all’art. 648 del c.p. ed art. 176 del d. lgs. n 42/2004. I reperti recuperati saranno esposti nel Museo Civico “Pio Capponi” di Terracina che verrà inaugurato il 5 maggio p.v.

Proseguono invece le indagini da parte dei militari per appurare i canali di approvvigionamento e distribuzione di quanto rivenuto nell’importante attività svolta di Polizia Giudiziaria a tutela del patrimonio culturale del Paese.

Il mare di Sicilia come la Basilicata? L’inchiesta dimenticata sul petrolio, a Ragusa

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/news/energia/mare-sicilia-la-basilicata-linchiesta-dimenticata-sul-petrolio-ragusa/

IL MARE DI SICILIA COME LA BASILICATA? L’INCHIESTA DIMENTICATA SUL PETROLIO, A RAGUSA

di Legambiente, Gruppo di lavoro intercircoli della Provincia di Ragusa

«Dispiace rilevare che per risparmiare decine di milioni di euro ci si riduca ad avvelenare un territorio con meccanismi truffaldini. Siamo di fronte a criminalità organizzata ambientale su base imprenditoriale». Commenta così l’inchiesta a carico dell’ENI per smaltimento illegale di rifiuti in Basilicata sulla quale si indaga anche per disastro ambientale il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti. Quello lucano è forse il caso più eclatante e più recente, ma non è l’unico.

Forse qualcuno l’ha dimenticato, ma è ancora pendente al Tribunale di Ragusa un’inchiesta del tutta simile a carico dell’Edison per «gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi» causati dalla piattaforma di petrolio Vega davanti le coste ragusane. In questo caso, secondo l’inchiesta, si è avvelenato il mare con «Metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e Mtbe» utilizzando «500.000 metri cubi di acque “contaminate” da rifiuti anche pericolosi» e causando danni ambientali e contaminazioni chimiche nelle acque e nel sottosuolo circostanti. Il danno stimato dalla Procura della Repubblica di Ragusa è di circa 70 milioni di euro, pari al risparmio conseguito dall’Edison e dall’ENI socio al 40%. Risulta evidente come siano false tutte le rassicurazioni che le società petrolifere tentano di trasmettere ai cittadini circa i rischi derivanti dalla ricerca petrolifera a mare. Ogni giorno si avvelena il mare attraverso le operazioni di routine come dimostrato dalla ricerca ISPRA sulle piattaforme petrolifere e reso noto da Greenpeace.

Estremamente gravi inoltre le dimissioni della ministra dello Sviluppo Economico, particolarmente inquietanti tenuto conto anche del fatto che è la stessa che a fine 2015 ha dato all’Edison l’autorizzazione a trivellare nuovi pozzi e istallare una nuova piattaforma davanti alle nostre coste. Emerge chiaramente come il governo faceva e fa grandi favori ai petrolieri a scapito delle popolazioni locali senza preoccuparsi dei danni alla salute all’ambiente e al mare.

È anche per questo motivo che è necessario che gli italiani il 17 aprile vadano a votare Sì al referendum contro le trivelle, per un futuro senza combustibili fossili e per difendere il mare noi stessi e le future generazioni dall’inquinamento e dai rischi del riscaldamento globale.