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Archivio per la categoria ‘DIRITTI UMANI’

Presidente venga qui! La petizione di Left chiede a Mattarella di visitare i luoghi del caporalato

Dal sito Internet https://www.left.it/2016/09/08/presidente-venga-qui-la-petizione-di-left-chiede-a-mattarella-di-visitare-i-luoghi-del-caporalato/

PRESIDENTE VENGA QUI! LA PETIZIONE DI LEFT CHIEDE A MATTARELLA DI VISITARE I LUOGHI DEL CAPORALATO

Rignano Garganico, Ragusa, Villa Literno, la provincia di Latina. Ma anche i posti che non ti aspetti, da Nord a Sud, e le forme meno eclatanti di discriminazione e violazione dei diritti dei lavoratori, migranti e non. Il caporalato, con la filiera dello sfruttamento di cui è parte, è un fenomeno che ormai pervade l’intero Paese.

Per questo Left ha promosso una petizione su Change.org, cui stanno aderendo diverse associazioni, testate giornalistiche e realtà che si occupano di lotta allo sfruttamento (ne daremo conto in maniera dettagliata nei prossimi giorni), è un invito rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a visitare i ghetti italiani, che Left continuerà a raccontare ospitando storie di denuncia e di reazione insieme a contributi di riflessione.

«Forse è il caso che lo Stato faccia la sua parte non solo dal punto di vista legislativo ma anche nella sua funzione di cura, vicinanza e osservazione» recita la petizione. Da qui la richiesta al Presidente della Repubblica di recarsi nei territori per incontrare «chi da tempo si ritrova al fronte di questa battaglia», con la richiesta di far «giungere in questi luoghi il messaggio del Paese che include e che non tollera alcuna forma di schiavitù».

La petizione si può firmare qui: https://www.change.org/p/presidente-della-repubblica-sergio-mattarella-presidente-mattarella-venga-a-incontrare-gli-schiavi-del-caporalato?utm_source=embedded_petition_view.

Gomme bucate per difendere gli indiani

Dal settimanale gratuito Il Caffè n. 373 (dall’8 al 14 settembre 2016)

GOMME BUCATE PER DIFENDERE GLI INDIANI

di Bianca Francavilla

«Due gomme dell’auto squarciate. Sarà stato un animale senza dubbio». Vittima della chiara intimidazione avvenuta nei giorni scorsi è Marco Omizzolo, conosciuto da tutti perché al fianco degli indiani sikh nella loro lotta alla conquista dei diritti. L’ironia della sorte ha voluto che i cattivi che solitamente se la prendono con la comunità stanziata a Latina abbiano scelto lui. Non è la prima volta: Omizzolo ha già ricevuto altre minacce velate ed esplicite. Tutte denunciate alle forze dell’ordine.

È conosciuto da tutti come l’eroe degli indiani sikh. Cosa l’ha spinta a prendere a cuore la loro categoria?

«In primis, non sono un eroe. Questo è un aspetto fondamentale. Sono un sociologo originario della provincia di Latina che sulla comunità indiana pontina ha condotto la sua ricerca di dottorato. Sono entrato in un “mondo” complesso in cui a volte sfruttato e sfruttatore si confondono, in cui la stessa consapevolezza delle persone di essere sfruttate viene meno o è poco considerata. Basti pensare che almeno fino a tre anni fa il termine e concetto di caporale non era presente nel vocabolario e cultura indiana. Mi impegno su questo tema insieme alla cooperativa In Migrazione, di cui sono presidente, perché considero sbagliato un sistema di produzione e di potere fondato sulla prevaricazione, sull’illegalità, sullo sfruttamento. Per questa ragione ho deciso di unire alla mia attività di ricercatore quella del giornalista di inchiesta e propriamente lavorativa della cooperativa. Lo scopo è combattere lo sfruttamento e il caporalato per rendere la provincia di Latina e il modello agricolo e poi sociale di riferimento migliore, ossia pienamente legale, includente e civile per tutti, italiani inclusi».

La provincia pontina conta una popolazione di circa 30.000 indiani sikh impiegati nell’agricoltura. Eppure, prima dell’interesse suo e del sindacato FLAI CGIL sembravano invisibili. Perché?

«Perché vivevano ai margini sociali, da intendere non solo come abitanti degli spazi rurali ma anche ai margini della nostra riflessione, attenzione e rete sociale di riferimento. Erano sfruttati ed esclusi dai processi di partecipazione sociale e civile del paese. Questo generava un corto circuito che li esponeva ancora di più alle mire di sfruttatori, trafficanti e caporali, che tengo a sottolineare, sono sia italiani che indiani che appartenenti ad altre nazionalità. Non esiste un discorso etnico o nazionalistico in questo caso. Esistono sistemi di potere e di interessi costituitisi che producono sfruttamento e illegalità. La loro marginalità ed emarginazione era ed è una delle ragioni del loro sfruttamento».

Nel luglio 2015 è terminato il corso di italiano che, per loro, significava molto più che alcune nozioni di grammatica. È stato bruscamente interrotto e dalla Regione non sono più arrivati fondi. È così poco importante permettere ai 30.000 indiani di integrarsi?

«Quel progetto, denominato Bella Farnia, è diventato best practice per il CNR, riconosciuto di livello internazionale per come era stato progettato, organizzato e per la metodologia applicata tanto da aver attirato l’attenzione della stampa tedesca e danese, oltre a quella nazionale. Abbiamo costruito un legame profondo e intenso con molti lavoratori e lavoratrici, sino a portare alle prime denunce contro caporali e datori di lavoro, peraltro di aziende di rilevanti dimensioni e di livello internazionale. Per questo progetto la relazione con la Regione Lazio è stata fondamentale e va ripresa quanto prima. È chiaro che non basta un progetto di sei mesi per affrontare il tema e dare un contributo forte al suo superamento. Servono progetti professionali e di lungo periodo. Non è rilevante che li faccia In Migrazione, esistono diverse realtà qualificate. L’importano è che vengano adeguatamente finanziati, realizzati con professionalità elevate e abbiano un respiro lungo. Il rischio altrimenti è di deludere le aspettative di chi ha avuto il coraggio di denunciare e di fidarsi di noi».

C’è un giro di droga taciuto dietro lo sfruttamento degli indiani nei campi?

«Esiste il problema dell’utilizzo di sostanze stupefacenti e soprattutto bulbi di papaveri dietro lo sfruttamento lavorativo che vede un’alleanza perversa tra alcuni indiani e alcuni italiani. Questo tema è stato denunciato con il dossier di In Migrazione “Doparsi per lavorare come schiavi”. Le storie raccontate sono drammatiche e continuiamo a raccoglierne durante i nostri incontri e assemblee coi lavoratori. Le azioni delle forze dell’ordine sono state fondamentali. Ci sono stati importanti arresti. Ma è necessario costruire una serena e collaborativa alleanza tra le istituzioni, le realtà associative più impegnate sul tema, i sindacati e le categorie datoriali per sconfiggere una piaga che rischia di trasformarsi presto in una nuova forma di criminalità organizzata con implicazioni gravi sul piano del lavoro, dei diritti e più in generale della legalità».

Lei insegna agli indiani a non abbassare la testa di fronte a chi li comanda. Ma la settimana scorsa è stato lei a trovare le gomme dell’auto bucate. E non è la prima volta che riceve minacce.

«È vero e continuiamo a non abbassare la testa. Quell’episodio è stato subito denunciato in Questura. Non è la prima volta che capita. In passato ci sono stati episodi analoghi, compresa una “macchina del fango” che mirava a denigrare la mia persona e i sindacati. Ogni episodio è stato denunciato, ogni minaccia diretta o via social è stata denunciata anch’essa e continueremo a farlo. Devo a questo riguardo ringraziare quanto hanno manifestato solidarietà e vicinanza alla mia persona. È stata la dimostrazione che stiamo lavorando nella direzione giusta e che il muro di indifferenza che circondava questo tema fino a qualche anno fa è gravemente lesionato. Per abbatterlo completamente è ora necessario accelerare nel contrasto sociale e poi giudiziario allo sfruttamento lavorativo e ad ogni crimine ad esso connesso».

Due euro l’ora e oppio per non faticare

Gli indiani sikh stanziali nella provincia pontina sono circa 30.000. Risiedono soprattutto nel quartiere Bella Farnia di Latina e raggiungono le aziende agricole dove lavorano rigorosamente a bordo di una bicicletta. Il loro guadagno medio è di due euro l’ora e spesso, per sopportare le fatiche fisiche, fanno uso di sostanze stupefacenti di tipo oppiaceo. Negli ultimi anni, grazie all’interesse di Marco Omizzolo, di In Migrazione e del sindacato FLAI CGIL hanno iniziato ad alzare la testa e protestare contro i caporali che si approfittano di loro.

Cosa potrebbe fare la politica?

«Decidere in primis – spiega Omizzolo – di impegnarsi su questo fronte, anche a costo di perdere in una prima fase qualche decina di voti. In Regione Lazio riposa una legge contro il caporalato da anni. Crediamo sia arrivato il tempo di rivederla, migliorarla se possibile, e approvarla. Si devono rivedere i servizi sociali, migliorare la collaborazione tra tutte le realtà istituzionali, migliorare le performance dell’Ispettorato del Lavoro, collaborare attivamente con le categorie datoriali. Ricordo che esistono due studi di grande importanza internazionale a tale proposito, come quello “Agromafie caporalato” della FLAI CGIL e “Agromafie” dell’Eurispes e Col diretti che ogni anno accendono un riflettore sul pontino. È tempo di unire gli sforzi per migliorare una condizione diventata insopportabile e sempre più tesa. Il ruolo della politica è dunque fondamentale, a partire dalla Regione e dai Comuni interessati dal fenomeno».

Nel 2015 uccisi 185 ambientalisti

Dal sito Internet http://www.ecoblog.it/post/164306/nel-2015-uccisi-185-ambientalisti

NEL 2015 UCCISI 185 AMBIENTALISTI

di Davide Mazzocco

Via Le Monde Global Witness

Sono 185 gli ambientalisti uccisi nel 2015. Un anno nero per i difensori dell’ambiente, tanto più se si pensa all’assunzione di responsabilità – quantomeno di facciata – delle nazioni che hanno siglato l’accordo della Cop21 di Parigi e all’enciclica papale Laudato Si’.

Proprio nell’anno in cui si è più parlato di ambiente e di cambiamenti climatici, il numero degli ambientalisti uccisi dalle ecomafie e dai poteri forti è aumentato a dismisura rispetto al passato recente: 185 morti.

L’escalation è evidente: nel 2013 le vittime furono 92 e nel 2014 116. In appena due anni la cifra è raddoppiata.

Per gli ambientalisti e per le popolazioni indigene che lottano per la salvaguardia del proprio territorio, delle foreste e dei corsi d’acqua il 2015 è stato un anno da incubo.

Le cifre sono quelle del rapporto “On Dangerous Ground” stilato dall’ONG Global Witness, specializzata nelle denunce di conflitti, corruzioni e violazioni dei diritti dell’uomo associati allo sfruttamento di risorse naturali.

Gli assassinii sono stati compiuti in 16 Paesi. A fare la parte del leone in questa poco onorevole classifica è il Brasile con 50 omicidi compiuti nel 2015. A seguire ci sono le Filippine (33 morti), la Colombia (26), il Perù e il Nicaragua (12), la Repubblica Democratica del Congo (11), il Guatemala (10) e l’Honduras (8), Paese in cui è stata assassinata, all’interno della propria abitazione, nello scorso mese di marzo, l’attivista Berta Caceres.

I numeri sono da brivido: un omicidio ogni due giorni.

Naturalmente i membri di Global Witness sottolineano come si tratti di cifre su casi documentati e verificati, ma il numero potrebbe essere molto più elevato.

Nella maggior parte dei casi gli omicidi avvengono in conflitti associati all’estrazione mineraria, al bracconaggio, alle attività agro-industriali, forestali e idroelettrica.

Gli autori di questi omicidi sono perlopiù miliziani di gruppi paramilitari (16 casi documentati), membri dell’esercito (13), della polizia (11) o di servizi di sicurezza privati (11).

Da una parte i difensori dei beni comuni, dall’altra quelli degli interessi privati. Le popolazioni indigene sono le più vulnerabili: il 40% delle vittime del 2015 apparteneva a comunità indigene.

Nell’Amazzonia brasiliana si stanno raggiungendo livelli di violenza senza precedenti. L’80% della legna proveniente dal Brasile è sfruttata illegalmente e alimenta un quarto dei tagli illegali fatti in tutto il mondo. Molte delle vittime brasiliane appartengono proprio a quelle comunità che si battono contro questo tipo di sfruttamento.

Il vero prezzo della frutta tropicale

Dal sito Internet http://www.econewsweb.it/it/2016/06/07/vero-prezzo-frutta-tropicale/#.V1fr4P7Vy70

IL VERO PREZZO DELLA FRUTTA TROPICALE

di Veronica Ulivieri

Qual è il prezzo reale della frutta tropicale a basso costo? Al supermercato la paghiamo pochi euro al chilo, anche meno di 1 euro nel caso delle banane, ma non sappiamo che dietro quelle offerte così convenienti si nascondono metodi di coltivazione ad alto impatto ambientale e violazioni delle leggi sul lavoro. Mentre la situazione in molti casi sta peggiorando, 19 organizzazioni di tutto il mondo hanno deciso di avviare la campagna Make Fruit Fair!, con l’obiettivo di chiedere azioni concrete a governi e grande distribuzione, sensibilizzare i consumatori e migliorare quindi le condizioni di vita e di lavoro di centinaia di migliaia di persone che coltivano, raccolgono e impacchettano la frutta tropicale. “Gli esempi più importanti sono banane e ananas: la banana è il frutto più commercializzato a livello mondiale, coltivato in più di 150 Paesi, vengono prodotte 107 milioni di tonnellate all’anno. Il commercio internazionale di ananas si sta espandendo rapidamente, uno ogni due frutti viene prodotto per l’esportazione”, spiegano i responsabili della campagna, che nel nostro Paese è coordinata dalla Ong GVC Italia.

In particolare, sul piano ambientale molti problemi sono legati al fatto che le coltivazioni di questa frutta sono monocolture intensive, con un massiccio uso di sostanze chimiche. Nel caso delle banane, addirittura, il 97% di quelle commercializzate a livello internazionale sono di un’unica varietà, la Cavendish. “Questa mancanza di diversità genetica rende le banane molto vulnerabili di fronte a parassiti, funghi e malattie e quindi vengono usate grosse quantità di insetticidi e pesticidi. Man mano che parassiti e organismi patogeni si adattano, è necessario usare pesticidi sempre più forti e dannosi. La maggior parte dei proprietari delle piantagioni spenderà più soldi in sostanze chimiche che in forza lavoro”. Non va meglio nelle coltivazioni di ananas, dove gli erbicidi usati sono dalle 10 alle 15 volte superiori di quelli sparsi su altri tipi di piante.

Gli effetti sono gravissimi. Le coltivazioni di ananas si trovano nelle aree di foreste pluviali: le forti piogge portano così questi veleni nelle falde acquifere, nei laghi e nei fiumi e contaminano fonti idriche di comunità anche a distanze di 100 metri dalla piantagione. I pesci muoiono, mentre le persone, inconsapevoli, bevono l’acqua contaminata e la usano per lavarsi e cucinare. “Si stima che l’85% dei composti chimici spruzzati con gli aerei non si depositino sulle coltivazioni, ma saturino tutta la zona circostante, compresi i lavoratori, le loro abitazioni e il cibo. Le leggi che impediscono ai lavoratori di trovarsi nei campi durante lo spargimento dei pesticidi vengono regolarmente violate”, continuano le Ong, tra le quali c’è anche Oxfam Germania e organizzazioni di Camerun, Colombia, Ecuador e Windward Islands, nelle Piccole Antille. Gli impatti sulla salute di chi lavora nelle piantagioni sono numerosi: vanno dalla depressione al cancro, dagli aborti spontanei alle malformazioni neonatali.

Gli impatti sociali non sono meno allarmanti. In Paesi come la Repubblica Dominicana e il Costa Rica, molti lavoratori sono migranti a cui pochi diritti vengono riconosciuti. Spesso i braccianti delle piantagioni sono assunti attraverso intermediari: così per loro diventa molto difficile organizzarsi in sindacati, mentre la paga è ancora più bassa. Le donne spesso lavorano anche 14 ore al giorno, e molte, oltre alla sistematica violazione dei loro diritti, devono subire sul posto di lavoro anche violenze sessuali.

Amnesty International a Formia con “Quanto conosci Amnesty?”

Dal sito Internet http://www.h24notizie.com/2016/05/amnesty-international-a-formia-con-quanto-conosci-amnesty/

AMNESTY INTERNATIONAL A FORMIA CON “QUANTO CONOSCI AMNESTY?”

Sabato 28 maggio alle ore 20.45 presso Koinè Salotto Culturale (via Lavanga, 175) a Formia, attiviste e attivisti del gruppo locale di Amnesty International organizzano un incontro & convivio dal titolo “Quanto conosci Amnesty?”.

In occasione del 55° anniversario dell’Associazione, verranno presentati i progetti di educazione e sensibilizzazione ai diritti umani di Amnesty International a livello internazionale, nazionale e locale.

L’incontro, completamente gratuito, ha l’obiettivo di fornire maggiore conoscenza di una serie di modalità per attivarsi individualmente nella promozione dei diritti umani.

Quella diga che aggrava la fame in Etiopia

Dal sito Internet http://www.ilcambiamento.it/popoli_nativi/diga_etiopia_fame.html

QUELLA DIGA CHE AGGRAVA LA FAME IN ETIOPIA

di Redazione

Survival International ha presentato un’Istanza all’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) contro Salini Impregilo S.p.A. – il gigante del settore ingegneristico italiano – in merito alla costruzione della controversa diga Gibe III destinata a distruggere i mezzi di sussistenza di migliaia di persone tra Etiopia e Kenya.

La diga ha messo fine alle esondazioni stagionali del fiume Omo, da cui 100.000 indigeni dipendono direttamente per abbeverare le loro mandrie e coltivare i campi, mentre altri 100.000 vi dipendono indirettamente. Secondo gli esperti, la diga potrebbe anche segnare la fine del Lago Turkana – il più grande lago in luogo desertico del mondo – con conseguenze catastrofiche per altri 300.000 indigeni che vivono intorno alle sue sponde.

Salini non ha chiesto il consenso della popolazione locale prima di avviare i lavori di costruzione della diga, e ha inoltre affermato che i popoli sarebbero stati compensati delle loro perdite grazie a esondazioni artificiali. Tuttavia, la promessa non si è mai concretizzata e migliaia di persone ora rischiano di morire di fame.

La regione, già preziosa in quanto culla dell’evoluzione umana, è anche un’area di eccezionale biodiversità, che conta due siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e cinque parchi nazionali. Il responsabile dell’Agenzia keniota per la Conservazione ha dichiarato la settimana scorsa che la diga sta provocando “uno dei peggiori disastri ambientali che si possano immaginare”.

Durante una visita al cantiere della diga nel luglio 2015 il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha elogiato l’azienda italiana dichiarando: “Siete una delle aziende più forti al mondo per le infrastrutture, la numero uno per le dighe; capace di innovare, di costruire, di seminare pezzi di futuro. Siamo orgogliosi di voi, di quello che fate e di come lo fate”.

“Eppure, Salini ha ignorato evidenze schiaccianti, ha fatto false promesse e ha calpestato i diritti di centinaia di migliaia di persone”, ha dichiarato il direttore generale di Survival International Stephen Corry. “A migliaia ora rischiano di morire di fame perché la più grande e famosa impresa costruttrice italiana non ha pensato che i diritti umani meritassero il suo tempo e la sua attenzione. Le conseguenze reali della devastante concezione che il governo etiope ha dello ‘sviluppo’ del Paese – vergognosamente sostenuta dalle agenzie per lo sviluppo di nazioni occidentali tra cui Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti – sono sotto gli occhi di tutti. Derubare della loro terra popoli largamente autosufficienti e causare ingenti devastazioni ambientali non è ‘progresso’: per i popoli indigeni è una sentenza di morte”.

Il programma televisivo Scala Mercalli ha dedicato un servizio a quanto sta accadendo nella valle dell’Omo. Guarda il pezzo andato il 12 marzo su RAI 3.

Survival International è il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni. Dal 1969 aiutiamo i popoli indigeni a difendere le loro vite, a proteggere le loro terre e a determinare autonomamente il proprio futuro.

Ucciso un altro ambientalista in Honduras. Indagini sull’omicidio Caceres in stallo

Dal sito Internet http://www.greenme.it/informarsi/ambiente/19798-caceres-omicidio-indagini

UCCISO UN ALTRO AMBIENTALISTA IN HONDURAS. INDAGINI SULL’OMICIDIO CACERES IN STALLO

di Lisa Vagnozzi

Non c’è pace per gli ambientalisti in Honduras: a poche settimane dal brutale omicidio di Berta Caceres, un altro membro della sua organizzazione è stato assassinato, le indagini sono ad un punto morto e a Gustavo Castro Soto, attivista messicano e unico testimone del delitto Caceres, continua ad essere negato il permesso di lasciare il Paese e di fare ritorno a casa.

Si chiamava Nelson Garcia, aveva 38 anni e apparteneva al Copinh, l’organizzazione cofondata negli anni ‘90 da Berta Caceres per difendere i diritti degli indigeni dell’Honduras. È stato ucciso da non meglio identificati uomini armati mentre tornava a casa da un sit-in contro lo sfratto di decine di famiglie del Rio Chiquito da parte di forze di polizia ed esercito.

La sua morte offre l’ennesima, triste conferma alle statistiche che descrivono il Paese centroamericano come il più pericoloso al mondo per gli ambientalisti: neppure l’ondata di sdegno e le mobilitazioni suscitate dall’omicidio di un personaggio di fama globale come Berta Caceres sono riuscite a fermare la mano dei killer, che, bisogna ricordarlo, agiscono nella quasi certezza dell’impunità.

Nonostante le pressioni di opinione pubblica e organizzazioni internazionali, anche le indagini sulla morte di Caceres sono in una fase di stallo, con la polizia che si è limitata ad interrogare ripetutamente i soli membri del Copinh, mettendone sotto sorveglianza le sedi, gli uffici le strutture, e a cercare gli assassini tra gli amici e colleghi dell’attivista. Persino una delle figlie di Caceres è stata pedinata più volte da uomini armati, mentre tutti i partecipanti alle manifestazioni tenutesi in suo ricordo sono stati fotografati e schedati.

Aureliano Molina, esponente di spicco del Copinh, è stato arrestato poche ore dopo la morte di Caceres e detenuto per due giorni, nonostante la notte dell’omicidio fosse ad alcune ore di auto dal luogo del delitto, mentre altri due attivisti, Tomas Gómez e Sotero Echeverria, sono stati ripetutamente interrogati dalla polizia, senza poter contare sulla presenza di un avvocato.

“Chiediamo la fine della persecuzione, delle molestie e della guerra ai membri del Copinh” – si legge in un comunicato diffuso qualche giorno dall’organizzazione –. “Chiediamo al governo honduregno giustizia per i nostri colleghi morti e la fine dell’impunità”.

Nel frattempo, l’unico testimone oculare del delitto Caceres, Gustavo Castro Soto, che è rimasto ferito nell’agguato, non potrà lasciare l’Honduras almeno fino al prossimo 6 aprile e, pur avendo già subito diversi interrogatori e avendo trovato rifugio presso l’Ambasciata messicana, continua ad essere periodicamente sentito dagli inquirenti. Sia l’attivista e che l’ambasciatore messicano hanno fatto trapelare il timore che l’uomo possa essere in qualche modo incriminato dell’omicidio: un comodo capro espiatorio, per chiudere in fretta un caso particolarmente spinoso.

D’altra parte, mentre la famiglia Caceres continua a chiedere un’inchiesta obiettiva e indipendente, è fin troppo chiara la volontà della polizia e della Procura di ignorare completamente la pista del delitto politico, legato all’impegno decennale della donna in difesa del popolo Lenca e alla lotta contro la costruzione della diga dell’Agua Zarca, che tanti nemici le aveva procurato.

La convinzione che sembra muovere ogni passo degli inquirenti è quella di un delitto maturato per motivi non meglio identificati tra le fila degli stessi attivisti, nel contesto delle organizzazioni ambientaliste che si oppongono ai grandi progetti idroelettrici: una tesi di comodo, insomma, che consentirebbe eliminare dal panorama politico delle voci critiche e dissonanti.

A quasi un mese dall’omicidio, verità e giustizia sembrano ancora molto, troppo lontane.

Tortura. Asti: CEDU rifiuta la composizione del governo. Si andrà a sentenza

Dal sito Internet http://www.associazioneantigone.it/news/antigone-news/2926-antigone-tortura-asti-cedu-rifiuta-la-composizione-del-governo-si-andra-a-sentenza

TORTURA. ASTI: CEDU RIFIUTA LA COMPOSIZIONE DEL GOVERNO. SI ANDRÀ A SENTENZA

La Corte Europea dei Diritti Umani ha respinto la richiesta del governo di composizione amichevole nel caso dei due detenuti torturati nel carcere di Asti, decidendo di andare a giudizio e valutare nel merito la questione.

Il caso ebbe inizio nel 2004 quando i due detenuti vennero denudati, condotti in celle di isolamento prive di vetri nonostante il freddo intenso, senza materassi, lenzuola, coperte, lavandino, sedie, sgabello. Gli venne razionato il cibo, impedito di dormire, furono insultati e sottoposti nei giorni successivi a percosse quotidiane anche per più volte al giorno con calci, pugni, schiaffi in tutto il corpo e giungendo, nel caso di uno dei due, a schiacciargli la testa con i piedi.

La vicenda giudiziaria ebbe inizio a seguito di due intercettazioni nel febbraio del 2005 nei confronti di alcuni operatori di polizia penitenziaria sottoposti a indagine per altri fatti. Si arrivò quindi al rinvio a giudizio degli indagati dopo oltre sei anni dai fatti, il 7 luglio 2011. Antigone si costituì parte civile nel processo.

Il 30 gennaio 2012 si arrivò alla sentenza di primo grado e la Corte di Cassazione chiuse processualmente il caso il 27 luglio dello stesso anno. Per nessuno dei responsabili si arrivò a condanna, in quanto non esistendo il reato di tortura, si procedette per reati di più lieve entità arrivando, nel caso di due, a prescrizione, mentre per altri due indagati l’assoluzione arrivò per motivi procedurali. Il giudice comunque mise nero su bianco che i fatti, pur qualificandosi come tortura ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite, non potevano essere perseguiti come tali poiché in Italia non esiste una legge che riconosca il reato di tortura.

A seguito dell’impossibilità dei tribunali italiani di garantire giustizia Antigone, con l’avvocato Simona Filippi, difensore civico dell’Associazione, ha collaborato a predisporre i ricorsi alla Corte europea dei diritti umani. Alla stesura e alla presentazione degli stessi collaborò anche Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia. Nello scorso mese di novembre la Corte EDU dichiarò ammissibile il ricorso.

Il governo si limitò a proporre 45.000 euro a ricorrente senza prendere altri impegni.

“La Corte di Strasburgo – dichiara Simona Filippi – a nostro avviso ha deciso di andare avanti in quanto il governo si è limitato a fare un’offerta economica ai due ricorrenti senza assumersi nessun impegno per sanare la grave lacuna normativa consistente nell’assenza del delitto di tortura nel codice penale italiano”. “Come Antigone faremo un atto di intervento davanti alla Corte”, conclude la Filippi.

“È ora che il governo presenti un proprio disegno di legge coerente con il testo ONU e che lo faccia approvare nel più breve tempo possibile” dichiara Patrizio Gonnella. “È un impegno governativo a questo punto. Il presidente del Consiglio dia seguito al tweet che scrisse dopo la condanna europea per le torture alla Diaz, a chiederglielo sono anche gli oltre 54.000 firmatari della nostra petizione”. “Sono trascorsi 27 anni dalla ratifica del Trattato ONU contro la tortura e ogni passaggio temporale ulteriore è faticoso a capirsi”.

Survival denuncia Salini Impregilo all’OCSE per la diga Gibe III in Etiopia

Dal sito Internet http://www.survival.it/notizie/11175?utm_source=ITALIAN%3A+email+updates&utm_campaign=319542cbb2-Campagna+Omo_031516&utm_medium=email&utm_term=0_b03d5c30d5-319542cbb2-87735989

SURVIVAL DENUNCIA SALINI IMPREGILO ALL’OCSE PER LA DIGA GIBE III IN ETIOPIA

Survival International ha presentato un’Istanza all’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) contro Salini Impregilo S.p.A. – il gigante del settore ingegneristico italiano – in merito alla costruzione della controversa diga Gibe III destinata a distruggere i mezzi di sussistenza di migliaia di persone tra Etiopia e Kenya.

La diga ha messo fine alle esondazioni stagionali del fiume Omo, da cui 100.000 indigeni dipendono direttamente per abbeverare le loro mandrie e coltivare i campi, mentre altri 100.000 vi dipendono indirettamente. Secondo gli esperti, la diga potrebbe anche segnare la fine del Lago Turkana – il più grande lago in luogo desertico del mondo – con conseguenze catastrofiche per altri 300.000 indigeni che vivono intorno alle sue sponde.

Salini non ha chiesto il consenso della popolazione locale prima di avviare i lavori di costruzione della diga, e ha inoltre affermato che i popoli sarebbero stati compensati delle loro perdite grazie a esondazioni artificiali. Tuttavia, la promessa non si è mai concretizzata e migliaia di persone ora rischiano di morire di fame.

La regione, già preziosa in quanto culla dell’evoluzione umana, è anche un’area di eccezionale biodiversità, che conta due siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e cinque parchi nazionali. Il responsabile dell’Agenzia keniota per la Conservazione ha dichiarato la settimana scorsa che la diga sta provocando “uno dei peggiori disastri ambientali che si possano immaginare”.

Durante una visita al cantiere della diga nel luglio 2015 il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha elogiato l’azienda italiana dichiarando: “Siete una delle aziende più forti al mondo per le infrastrutture, la numero uno per le dighe; capace di innovare, di costruire, di seminare pezzi di futuro. Siamo orgogliosi di voi, di quello che fate e di come lo fate”.

“Eppure, Salini ha ignorato evidenze schiaccianti, ha fatto false promesse e ha calpestato i diritti di centinaia di migliaia di persone”, ha dichiarato il direttore generale di Survival International Stephen Corry. “A migliaia ora rischiano di morire di fame perché la più grande e famosa impresa costruttrice italiana non ha pensato che i diritti umani meritassero il suo tempo e la sua attenzione. Le conseguenze reali della devastante concezione che il governo etiope ha dello ‘sviluppo’ del Paese – vergognosamente sostenuta dalle agenzie per lo sviluppo di nazioni occidentali tra cui Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti – sono sotto gli occhi di tutti. Derubare della loro terra popoli largamente autosufficienti e causare ingenti devastazioni ambientali non è ‘progresso’: per i popoli indigeni è una sentenza di morte”.

Perù: gli indios Yora-Nahua avvelenati da mercurio, ma il governo non fa niente

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/peru-gli-indios-yora-nahua-avvelenati-da-mercurio-ma-il-governo-non-fa-niente/

PERÙ: GLI INDIOS YORA-NAHUA AVVELENATI DA MERCURIO, MA IL GOVERNO NON FA NIENTE

Survival international lancia l’allarme su quanto sta succedendo nell’Amazzonia peruviana, dove quasi l’80% degli Yora-Nahua, una tribù recentemente contattata in Perù, è stato colpito da avvelenamento da mercurio. È già morto un bambino Nahua che mostrava sintomi compatibili con quelli da avvelenamento da mercurio.

In un comunicato l’Asociación Interétnica de Desarrollo de la Selva Peruana (Aidesep), la principale organizzazione indigena dell’Amazzonia peruviana, «sollecita lo Stato peruviano a prendere azioni urgenti ed efficaci di fronte all’intossicazione da mercurio e alla grave situazione sanitaria del popolo Yora (o Nahua) ubicato nella Reserva territorial Kugapakori Nahua Nanti, tra le regioni di Ucayali e Cusco».

Il 24 febbraio l’Aidesep aveva inviato una lettera al Ministero della Cultura sollecitando l’attenzione del governo di Lima per «i nostri fratelli che soffrono per la contaminazione, la presenza di mercurio nel sangue oltre i limiti consentiti, malattie infettive così come respiratorie, diarrea acuta ed anche casi di tubercolosi ed epatite B che decimano ogni anno la popolazione senza che lo Stato si ritenga responsabile di questa situazione».

La lettera chiedeva che, nel minor tempo possibile, i Ministeri della Salute e dell’Ambiente pubblichino i risultati delle indagini effettuate nel 2015 sulla popolazione Yora, per determinare il livello di mercurio nel sangue; che il Ministero della Salute realizzi analisi dei capelli degli indios per identificare il tipo di mercurio che ha fatto ammalare gli Yora-Nahua e quanto si sia accumulato e come in ogni individuo. «Data l’incapacità dello Stato di identificare la fonte della contaminazione, l’ambito colpito e la via attraverso la quale si sta espandendo il mercurio – dice l’Aidesep – bisogna affidarsi ai servizi di una istituzione specializzata». Inoltre l’Aidesep chiede che i controlli sulla presenza di mercurio nel sangue vengano estesi anche ai popoli Matsiguenka e Nanti.

Survival dice che «La causa dell’avvelenamento degli Yora-Nahua rimane un mistero ma gli esperti sospettano che il colpevole possa essere l’enorme progetto gas Camisea (gestito da un consorzio di compagnie tra cui la statunitense Hunt Oil e la spagnola Repsol, sotto la guida dell’argentina Pluspetrol – ndr) che ha aperto la terra della tribù negli anni ‘80. Il progetto è stato recentemente allargato ulteriormente all’interno del territorio nahua scatenando la forte opposizione degli indigeni. Un’altra potenziale causa dell’avvelenamento da mercurio potrebbe essere l’estrazione illegale di oro, che dilaga nella regione».

Gli Yora-Nahua vivono all’interno della riserva degli indiani isolati nel sud-est del Perù e, da quando sono stati contattati, hanno iniziato a soffrire anche di infezioni respiratorie acute ed altri problemi di salute.

Survival dice che «Altre comunità indigene nell’area potrebbero essere state soggette alla contaminazione da mercurio, ma non è stato condotto alcun esame. Alcune di queste comunità sono incontattate o estremamente isolate. Sembra che i Ministeri peruviani della Salute e dell’Ambiente siano a conoscenza del problema dal 2014».

Il leader indigeno Nery Zapata ha sottolineato che «La contaminazione da mercurio è estremamente dannosa per la salute umana perché i suoi effetti sono irreversibili. Il Dipartimento della Salute deve investigare la questione, e fermare la contaminazione che sta avvelenando la popolazione indigena».

Anche Survival International ha scritto ai ministri peruviani della Salute e della Cultura sollecitandoli a pubblicare i risultati del loro studio e a mettere fine alla catastrofe. Il direttore generale di Survival, Stephen Corry, conclude: «Le autorità peruviane sono sempre state piuttosto indifferenti ai problemi delle loro comunità indigene, e lo dimostra la loro totale negligenza in questo caso. Se questo avvelenamento fosse avvenuto a Lima non penso che sarebbero stati così superficiali nel rispondere, o così lenti a pubblicare i risultati delle loro ricerche. È scandaloso che non facciano di più per risolvere questa crisi. E il fatto che stiano nascondendo informazioni al pubblico la dice lunga».

Omicidio Berta Cacéres, in pericolo l’unico testimone, bloccato in Honduras

Dal sito Internet http://www.lifegate.it/persone/news/omicidio-berta-caceres-pericolo-unico-testimone

OMICIDIO BERTA CACÉRES, IN PERICOLO L’UNICO TESTIMONE, BLOCCATO IN HONDURAS

di Lorenzo Brenna

Il popolo honduregno sta ancora piangendo la morte di uno dei suoi leader più carismatici e influenti, Berta Cacéres, la militante ecologista uccisa a colpi di arma da fuoco lo scorso 3 marzo. La scia di sangue potrebbe però allungarsi ulteriormente in quello che la ONG Global Witness ha definito il posto più pericoloso per un attivista ambientale.

Ad essere in pericolo è Gustavo Castro Soto, attivista messicano appartenente alle organizzazioni non governative Otros Mundos, Amigos por la Tierra México, Rema, la Rete messicana dei danneggiati dalle miniere nata in Chiapas nel giugno 2008 e il Movimento Mesoamericano contro il Modello Estrattivo Minerario (M4). L’uomo è l’unico testimone dell’omicidio della Cacéres, quella notte infatti era ospite in casa della donna, l’indomani avrebbero dovuto partecipare insieme ad un incontro sulle energie rinnovabili.

Quando il commando armato è penetrato nell’abitazione e ha ucciso la leader del Copinh (Consejo Civico de Organizaciones Populares e Indigenas de Honduras), Gustavo Castro Soto è stato ferito a una mano e a un orecchio e si è salvato fingendosi morto. Soto potrebbe dunque fornire informazioni preziose per identificare gli assassini di Berta Cacéres, non è detto però che il governo honduregno cerchi questo tipo di informazioni. Proprio la madre dell’attivista uccisa ha dichiarato apertamente di ritenere il governo responsabile della morte della figlia.

Lo scorso 6 marzo l’uomo, sentendosi in pericolo, ha cercato di lasciare l’Honduras per tornare in Messico ma il governo glielo ha impedito, bloccandolo all’aeroporto di Tegucigalpa. Secondo le fonti governative l’attivista messicano sarebbe trattato come un testimone protetto, gli attivisti del Copinh sostengono invece che sia trattenuto contro la sua volontà.

Gustavo Castro Soto, al quale l’Honduras dovrebbe “assicurare l’integrità fisica per tutto il periodo necessario a preparare e completare il suo allontanamento dal Paese”, secondo la Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh), è stato condotto a La Esperanza, dove è stata uccisa la Cacéres, per essere nuovamente interrogato dai pubblici ministeri. Secondo la denuncia di Otros Mundos Chiapas, il governo honduregno non avrebbe spiegato ufficialmente per quale motivo il cittadino messicano sia trattenuto nel Paese.

“Viene trattenuto perché vorrebbero usarlo per manipolare la sua versione dei fatti”, fanno sapere fonti vicine alla famiglia Cacéres. Dal canto suo la procura ha iscritto nel registro degli indagati un militante del Copinh, l’organizzazione delle popolazioni indigene, che Berta Cacéres aveva contribuito a fondare, teme che la magistratura voglia derubricare l’omicidio a “delitto passionale”.

“Gustavo Castro non viene trattato come una vittima di un tentato omicidio, la sua vita viene messa a rischio e gli viene negato il diritto alla libera circolazione”, si legge in un comunicato di Otros Mundos. Silvio Carrillo, nipote della Cáceres, ha affermato che a Soto non è stato permesso di dormire né di cambiarsi gli abiti insanguinati dopo l’attacco, mentre lo stesso attivista messicano, al quale è stato offerto aiuto medico solo tre giorni dopo la sparatoria, ha affermato che la scena del crimine è stata alterata. Ha infine aggiunto che gli investigatori gli hanno chiesto di visionare delle immagini per identificare possibili sospetti, “ma con mio rammarico tutti i video e le foto che mi hanno mostrato ritraevano marce e manifestazioni del Copinh”.

I quattro figli della Cacéres hanno evidenziato la necessità di una commissione internazionale imparziale “poiché è già stata dimostrata una mancanza di oggettività nel modo in cui sono state avviate le indagini nel Paese”. Nonostante le evidenti reticenze del governo un intero popolo chiede giustizia e la fine dell’impunità per i colpevoli, al grido di “Berta no muriò, se multiplicò”.

Berta l’hanno uccisa mentre sognava

Dal sito Internet http://comune-info.net/2016/03/berta-lhanno-uccisa-mentre-sognava/

BERTA L’HANNO UCCISA MENTRE SOGNAVA

di Francesco Martone

Ha suscitato ammirazione il discorso di accettazione del premio Oscar per “The Revenant” nel quale Leonardo di Caprio esprime il suo sostegno ai popoli indigeni, alle loro lotte contro le imprese multinazionali, e per proteggere la Terra dai cambiamenti climatici. Non va però dimenticato che la realtà sul terreno, per le migliaia e migliaia di indigeni, campesinos, uomini e donne che soffrono l’impatto devastante di quella che David Harvey ha definito la seconda fase del capitalismo, quella “estrattivista”, non è un pranzo di gala. È piuttosto questione di vita o di morte come dimostra la tragica notizia di ieri dell’assassinio della leader indigena dell’Honduras Berta Caceres, ennesima cronaca di una morte annunciata. Insignita lo scorso anno del prestigiosissimo Goldman Environmental Prize, Berta era un esempio, un punto di riferimento, una compagna per chi lavora accanto a comunità indigene, chi sostiene la resistenza contro le grandi opere, il diritto all’autodeterminazione.

Nel 2010 aveva partecipato come testimone alla sessione del Tribunale Permanente dei Popoli dedicata alle imprese europee in America Latina, in occasione del vertice Euro-Latinoamericano di Madrid. Dal 2013 in Honduras erano state assassinate altre tre donne compagne di Berta, che lottavano accanto a lei contro la diga di Agua Zarca sul fiume Gualcarque, dalla quale proprio a seguito delle campagne di pressione di Berta e delle reti di solidarietà internazionali si erano ritirate la International Finance Corporation della Banca Mondiale e l’impresa statale cinese Sinohydro. Va sottolineato che dal golpe del 2009 che portò alla destituzione del presidente Zelaya il Paese ha registrato un aumento esponenziale di progetti idroelettrici per la generazione di energia a basso costo necessaria per alimentare le attività di estrazione mineraria. Ed è proprio da allora che il mondo sembra essersi dimenticato dell’Honduras.

Poco più di una settimana fa Berta e 200 esponenti delle comunità indigena del popolo Lenca vennero fatti oggetto di gravi intimidazioni da parte dei sostenitori della diga, in occasione di una loro manifestazione di protesta quando vennero fatti scendere a forza dai bus e costretti a camminare per cinque ore attraverso zone infestate dai paramilitari. Sempre a febbraio alcune comunità del popolo Lenca erano state espulse dalle loro terre con la forza. Oggi la notizia del suo assassinio nella sua casa nel paesino di Esperanza, Intibucà. Il suo nome si unisce a quelle decine di difensori della terra che ogni anno cadono per mano di sicari, forze di sicurezza, “pistoleros” di imprese o di grandi latifondisti. Secondo l’ONG Global Witness solo nel 2014 sono caduti 116 difensori della terra, in una media di due a settimana.

Il 40% erano indigeni la cui unica colpa era quella di opporsi a progetti idroelettrici, minerari o di estrazione mineraria nella maggior parte dei casi imposti violando le Convenzioni internazionali sui diritti dei popoli indigeni ed il loro diritto al consenso previo libero ed informato. Tre quarti dei casi registrati da Global Witness erano in Centramerica ed in Sudamerica. Dal 2004 al 2016 solo in Honduras hanno trovato la morte 111 leader ambientalisti ed indigeni. Una strage silenziosa quella dei difensori della terra, denunciata più volte, ad esempio in occasione delle iniziative parallele alla COP20 di Lima, funestate dalla notizia dell’uccisione di Josè Isidro Tendetza Antun, leader Shuar ecuadoriano trovato morto pochi giorni prima di recarsi a Lima per testimoniare ad una sessione del Tribunale dei Diritti della Natura e delle Comunità Locali, che ha in cantiere proprio una sessione dedicata ai difensori della Madre Terra.

Nel 2014 Edwin Chota, leader della comunità Ashaninka nell’Amazzonia peruviana venne ucciso assieme ad altri tre suoi compagni per essersi opposto all’estrazione di legname dalle sue terre. Tomas Garcia compagno di lotta di Berta assassinato nel 2013 o Raimundo Nonato di Carmo che si opponeva alla diga di Tucurui, o Raul Lucas e Manuel Ponce uccisi nel febbraio del 2009 per essersi opposti alla diga di Parota ad Acapulco, Una sequela interminabile di omicidi collegati alla costruzione di dighe o altri progetti di sfruttamento delle risorse naturali. Andando ancora indietro nel tempo, e riaprendo gli archivi del genocidio Maya perpetrato in Guatemala dalle varie dittature militari, riemerge la storia delle centinaia di indigeni Maya Achì, 376, sterminati dall’esercito per far posto alla diga di Chixoy, allora costruita dalla Cogefar Impresit, grazie a finanziamenti della Banca Mondiale e poi anche della cooperazione italiana. Solo qualche mese fa, dopo venti anni, i parenti di quei morti hanno iniziato ad ottenere un risarcimento dal governo guatemalteco.