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“Le Stelle di Alfredo”, 24° anniversario della scomparsa del Dottor Alfredo Fiorini

Il giorno 24 agosto di nuovo l’appuntamento con l’Associazione Alfredo Fiorini Onlus per ricordare, nel 24° anniversario della sua scomparsa, il medico terracinese morto in Mozambico nel 1992.

È ormai un appuntamento fisso quello del ricordo di Fratel Alfredo voluto e realizzato dall’Associazione Alfredo Fiorini Onlus fondata dai suoi compagni di liceo alla sua morte.

Tante le iniziative portate avanti dall’associazione; da molti anni ormai il progetto in corso è quello dei Nuovi Medici per il Mozambico che ha permesso a sei giovani mozambicani, meritevoli ma senza mezzi economici, di laurearsi in Medicina e Chirurgia rimanendo nel loro paese, nell’Università di Beira.

Ospiti della serata sono stati, via via negli anni, personaggi della cultura e del mondo della solidarietà internazionale per contribuire con la loro testimonianza alla sensibilizzazione sui tanti problemi dei Paesi più poveri.

Quest’anno sarà la volta di Antonio Serena, medico terracinese impegnato con Emergency in Sudan e del giornalista e scrittore Luca Attanasio che presenterà il suo libro “Il bagaglio”, una toccante testimonianza sul viaggio che migliaia di minori non accompagnati affrontano tutti i giorni, in cerca di un futuro migliore e in fuga da situazioni di fame, guerra e violenza.

L’associazione Alfredo Fiorini vuole essere anche questo, un faro acceso su realtà tragiche davanti alle quali Fratel Alfredo non sarebbe rimasto in silenzio.

La serata poi avrà anche un momento musicale curato dal gruppo di musicisti terracinesi Muiravale Free –Town che porta proprio il nome della località in Mozambico dove Fratel Alfredo fu ucciso la mattina del 24 agosto 1992.

L’invito, rivolto a tutta la cittadinanza, è quindi per il giorno 24 agosto p.v. alle ore 22.00 a Villa Tomassini.

locandina le stelle di alfredo

 

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Aiuti allo sviluppo, i cittadini UE mai così favorevoli negli ultimi 6 anni

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/news/energia/aiuti-allo-sviluppo-i-cittadini-ue-mai-cosi-favorevole-negli-ultimi-6-anni/

AIUTI ALLO SVILUPPO, I CITTADINI UE MAI COSÌ FAVOREVOLI NEGLI ULTIMI 6 ANNI

Secondo un sondaggio Eurobarometro sugli aiuti europei allo sviluppo, reso noto oggi dalla Commissione Europea, «Quasi 9 cittadini UE su 10 sono favorevoli agli aiuti allo sviluppo (precisamente l’89%, con un aumento di 4 punti percentuali rispetto al 2014). Più della metà dei cittadini sostengono che l’UE debba garantire i livelli di aiuto promessi, mentre la proposta di fornire più aiuti di quelli annunciati raccoglie il favore del 16% dei cittadini».

I dati mostrano che la vasta maggioranza degli europei ha un atteggiamento positivo verso i benefici della cooperazione internazionale e dello sviluppo. Quasi tre quarti dei partecipanti al sondaggio concorda sul fatto che l’aiuto allo sviluppo sia un modo efficace per contrastare l’immigrazione irregolare (il 73%), mentre l’80% degli europei ritiene che lo sviluppo sia diretto interesse dell’Unione Europea.

Presentando i dati del sondaggio, il commissario UE alla Cooperazione internazionale e lo sviluppo, Neven Mimica, ha detto che «I risultati dell’Eurobarometro dimostrano chiaramente che i cittadini UE conoscono il valore e l’importanza della attività dell’UE in materia di cooperazione internazionale e sviluppo. Quasi 9 intervistati su 10 ritengono che aiutare i Paesi in via di sviluppo sia importante, mentre più di 7 su 10 convengono sul fatto che la lotta alla povertà nei Paesi in via di sviluppo abbia un impatto positivo sui cittadini dell’UE. In un momento in cui l’Europa è chiamata a dimostrare la propria importanza per la vita dei suoi cittadini, dobbiamo cogliere questa opportunità, evidenziando i risultati di ciò che facciamo e il loro impatto sul terreno, richiamando l’attenzione sulla differenza che comportano per la vita delle persone e sui vantaggi che apportano ai valori e agli interessi dell’Europa».

Il sondaggio è stato realizzato alla fine del 2015, Anno europeo per lo sviluppo, e nel bel mezzo della crisi dei migranti e poveri che continua a scuotere l’Europa. La Commissione UE ricorda che «Uno degli obiettivi dell’Anno europeo per lo sviluppo era proprio rafforzare la consapevolezza dei cittadini su come funzionano gli aiuti allo sviluppo dell’UE e per cosa vengano spesi i fondi. L’indagine dimostra che la campagna ha prodotto i risultati attesi: quasi una persone interrogata su cinque era infatti a conoscenza del fatto che il 2015 era l’Anno europeo per lo sviluppo (con un aumento del 50% circa rispetto ai risultati del 2014)».

Secondo Eurobarometro il 69% dei cittadini europei (un aumento del 5%) pensano che la lotta alla povertà nei Paesi in via di sviluppo dovrebbe essere una delle principali priorità dell’Unione Europea e il 50% (5% in più) dei governi nazionali. Il 68% degli intervistati è a favore di un aumento degli aiuti allo sviluppo erogati dall’UE, una percentuale più elevata rispetto agli ultimi anni.

Il 41% dei cittadini dell’Unione ritengono anche che la pace e la sicurezza nei Paesi in via di sviluppo siano la sfida più importante dell’anno per lo sviluppo e la cooperazione «probabilmente proprio perché la pace e la sicurezza possono essere considerate fattori chiave per affrontare alle radici il problema della migrazione irregolare», dicono ad Eurobarometro.

Al secondo posto, entrambe al 34%, vengono citate la sanità e l’istruzione.

Il 36% degli europei ha sentito parlare o letto qualcosa sugli obiettivi in materia di sviluppo sostenibile, nell’indagine «Eurobarometro» del 2013 erano appena il 22% i cittadini che dichiaravano di aver sentito parlare degli obiettivi di sviluppo del millennio.

Per quanto riguarda l’Italia, gli intervistati in Italia «sono in genere molto più positivi nel loro atteggiamento e opinioni sullo sviluppo». 9 su 10 dichiarano che «è importante aiutare le persone nei Paesi in via di sviluppo (90% contro una media UE dell’89%), un aumento di 10 punti percentuali dal 2014, il più elevato registrato in Europa».

Mentre il nostro Paese sembra scivolare in un razzismo impietoso da social network, il sondaggio UE disegna un altro quadro: «Inoltre ci sono stati aumenti di oltre 10 punti percentuali nella proporzione di persone che concordano sul fatto che affrontare la povertà nei Paesi in via di sviluppo debba essere una delle priorità principali della UE (+12 punti percentuali) o del governo italiano (+11 punti percentuali). Gli intervistati in Italia ora sono molto più propensi della media europea ad accettare che questa debba essere una delle priorità principali della UE (72% contro 69%) o del loro governo nazionale (56% contro 50%). Due terzi degli intervistati in Italia pensa che gli aiuti allo sviluppo debbano essere accresciuti in qualche misura (66% contro una media UE del 68%). Questo risultato comprende anche un aumento di 11 punti percentuali nella proporzione di persone che pensa che gli aiuti debbano essere incrementati fino ai livelli promessi: si tratta dell’aumento percentuale più elevato in Europa».

Inoltre gli italiani «sono molto più propensi degli europei in generale a pensare che gli aiuti ufficiali allo sviluppo siano efficaci per affrontare la povertà nei Paesi in via di sviluppo (80% contro 67%): un aumento di 7 punti percentuali rispetto all’anno precedente». Anche la proporzione di intervistati d’accordo sul fatto che gli aiuti siano un modo efficace per affrontare la migrazione irregolare è al di sopra della media europea (79% contro 73%). Più di un terzo degli intervistati in Italia ha sentito parlare degli obiettivi di sviluppo sostenibile (36%, uguale alla media UE). La consapevolezza che il 2015 è stato l’Anno europeo dello sviluppo è pari alla media UE (18%), nonostante l’Italia sia uno dei due soli Paesi (assieme alla Grecia) in cui la consapevolezza è diminuita dal 2014 (in entrambi, 3 punti percentuali).

Considerando le sfide principali che i Paesi in via di sviluppo devono affrontare, «gli intervistati in Italia sono molto più propensi della media UE a menzionare crescita economica, occupazione e diseguaglianza sociale (33% contro 26%) o problemi legati alla migrazione (19% contro 12%), ma sono meno propensi a menzionare la salute (29% contro 34%)».

Dal sondaggio di Eurobarometro emerge comunque lo “spirito” nazionale: «In Italia il 53% degli intervistati pensa che i singoli possano avere un ruolo nell’affrontare la povertà nei Paesi in via di sviluppo. Gli intervistati, però, in Italia sono meno propensi della media UE a essere coinvolti personalmente nell’aiuto ai Paesi in via di sviluppo (26% contro 33%) e sono anche meno disposti degli europei in generale a pagare di più per prodotti provenienti da tali Paesi (35% contro 50%)».

Per quanto riguarda le giovani generazioni, «Nella UE, gli intervistati più giovani (età 15-24) sono generalmente più positivi sulle tematiche relative allo sviluppo rispetto alle loro controparti più adulte (da 25 anni). Questa tendenza è evidente anche in Italia, sebbene le differenze non siano così accentuate. Gli intervistati più giovani in Italia sono più propensi delle loro controparti più adulte a concordare sul fatto che affrontare la povertà nei Paesi in via di sviluppo debba essere una delle principali priorità della UE (78% contro 71%) o del governo italiano (63% contro 55%). Essi sono anche più positivi sul ruolo rivestito dai singoli nei problemi relativi allo sviluppo (61% contro 52%)».

Da Roma a Gaza. L’acqua, il sole e il jazz

Dal sito Internet http://comune-info.net/2016/02/353036/

DA ROMA A GAZA. L’ACQUA, IL SOLE E IL JAZZ

di Patrizia Cecconi

Nella terribile estate del 2014, quella che verrà ricordata per il più grande massacro compiuto da Israele ai danni del popolo palestinese, non vennero risparmiati né ospedali, né scuole, né orfanotrofi.

Gli ospedali rimasti in piedi, o parzialmente in piedi, non riuscivano a curare tutti i feriti perché Israele tagliava l’energia elettrica e i gruppi elettrogeni non sempre avevano il carburante per essere alimentati. A Shujjaya l’accanimento fu particolarmente massiccio e solo per miracolo, o forse per la sua dimensione poco notevole, l’ospedale Jenin, subì pochi danni e poche vittime ed essendo parzialmente alimentato ad energia solare subì limitatamente la rappresaglia israeliana sull’energia elettrica.

Sono andata a visitarlo, perché l’impianto fotovoltaico che ha permesso all’ospedale Jenin di salvare tante vite ora è completo grazie alla realizzazione del progetto di Sunshine4Palestine che in Gaza ha il suo pilastro insostituibile in Haitham Ghanem, l’ingegnere responsabile del progetto e della sua realizzazione. L’impianto venne completato grazie al ricavato di uno splendido concerto del maestro Bollani al Teatro Argentina a Roma e tra due giorni un altro concerto, sempre all’Argentina, stavolta dell’artista francese Richard Galliano, permetterà di iniziare la realizzazione di un nuovo progetto, non per l’ospedale, ma per dar luce notturna a un chilometro di strada e per alimentare gli orti che chiedono acqua per vivere – e per far vivere – senza dipendere da Israele, ma semplicemente dal sole, circa 700 famiglie.

Shujjaia, quartiere a est di Gaza City, forse in Italia già non si ricorda più, ma fu una delle aree più martoriate dalle tonnellate e tonnellate di bombe israeliane che in soli 51 giorni fecero strage di uomini donne e bambini, tanti, centinaia di bambini.

Quando Haitham mi porta sul tetto a vedere i pannelli fotovoltaici noto che ce n’è uno scheggiato, come colpito da un sasso. Lui, la dottoressa e gli altri tecnici che mi accompagnano dicono che è stata la scheggia di una bomba dell’agosto 2014 e poi aggiungono che il pannello ha resistito e seguita comunque a funzionare, purtroppo però la stessa bomba ha spento la vita di Abul Razzaq, uno degli autisti delle ambulanze, amato per la sua generosità e famoso per l’abilità con cui riusciva a fare le sue opere di salvataggio mentre Israele attaccava sia da terra che dal cielo le stesse ambulanze cariche di medici, infermieri e feriti da salvare! Abul Razzaq, per un gioco del destino, non è morto mentre provava a portare in salvo qualche vita, ma in un momento di riposo. La morte l’ha preso così, in modo arbitrario e crudele, come ha preso tante altre vite in quella terribile operazione nata, caso vuole, proprio mentre Fatah e Hamas tentavano una difficile riconciliazione molto, ma molto sgradita a Israele.

Di lui, nell’ospedale, ci sono grandi quadri che lo ricordano ed è bello vedere come un semplice autista ha diritto ad essere ricordato e onorato anche se non possiede l’autorevolezza di un titolo altisonante, ma solo il suo essere umano tra gli umani. Questa è un’altra piccola lezione di umanità “paritaria” che apprendo casualmente a Gaza.

Samah Saleh, la dottoressa che Haitham mi ha presentato e che mi accompagnerà in tutte le sale spiegandomi che questo è il primo ospedale a funzionare completamente ad energia solare e, quindi, a salvare vite in totale indipendenza da Israele, è una donna giovane, bella e porta jeans attillati su tacchi a spillo da trapezista con i quali cammina con disinvoltura come fossero scarpe da tennis. Anche questo, per i tanti ripetitori di slogan monolitici circa la Striscia di Gaza, può essere occasione di stupore. Accanto a lei e al suo velo portato con totale scioltezza, ci sono giovani donne che indossano il niqab che le copre di nero dalla testa ai piedi lasciando scoperti solo gli occhi, normalmente molto truccati, e i due “stili” convivono con naturalezza, così come con naturalezza viene visto il mio capo scoperto occidentale. Certo, il funzionario bigotto che punisce un abbraccio amichevole è sempre un rischio da mettere in conto, ma si sa, l’ottusità è una caratteristica diffusa nel genere umano e le sue forme si differenziano a seconda del contesto, ma non è che in Occidente manchino!

Oggi, grazie allo straordinario lavoro fatto dal team di Sunshine4Palestine, questo piccolo ospedale può dire al mondo che perfino sotto assedio, sotto bombardamenti a tappeto, con risorse fatte più di umanità e professionalità che di faraonici finanziamenti, è possibile eliminare l’uso dei combustibili fossili con un risparmio economico che trova reinvestimento in progetti di solidarietà umana e con un respiro pulito in un angolo di terra già troppo ferito dai peggiori inquinanti.

Entrando in una delle stanze per le visite mediche mi colpisce il numero di sedie di fronte alla scrivania del dottor Rafeeq, uomo massiccio e dallo sguardo torvo che dopo meno di un minuto diventa colloquiale e simpatico. Chiedo il perché di tante sedie, abituata allo stile italiano che già a due mostra insofferenza e mi viene risposto che se un paziente ha bisogno di avere accanto la famiglia è giusto accogliere anche i familiari. Anche questa è una lezione di umanità che io avevo visto solo in un Paese mitteleuropeo e molto ricco. In Italia, invece, ho visto i medici di un ospedale romano far morire solo come un cane randagio un uomo dopo una, purtroppo lucida, agonia durata tredici ore. Né moglie né figli potevano stringergli almeno la mano perché il regolamento lo vietava. Erano d’intralcio. E i medici della nostra democratica Italia dissero di aspettare senza disturbare ché tanto sarebbero venuti loro a dare la notizia. La notizia sarebbe stata la fine dell’agonia in amara dannata dolorosa solitudine.

Siccome quell’uomo in Italia era mio padre, la vista di sei sedie per i familiari del malato, in una struttura infinitamente più povera di quella dell’ospedale romano, è stata per me una sorta di dichiarazione di amore per l’essere umano in stato di bisogno. Chissà se anche il dottor Tawfiq, come la media dei gazawi viene gratificato dell’appellativo di terrorista solo perché vive sotto l’assedio israeliano e considera Israele uno Stato criminale! Magari terrorista dal volto umano va’, al contrario di tanti medici italiani che non sono terroristi e che quindi del volto umano non hanno bisogno!

Ironia a parte, l’ospedale Jenin di Gaza è una vera lezione di vita, sia per l’umanità che ho trovato ad ogni passo, sia per la capacità professionale spesa per far brillare di luce “solare” la sala operatoria, il laboratorio di analisi, le sale per le visite e quelle dei ricoveri. Un concerto per “piano solo” ha permesso il completamento dell’impianto. Nei prossimi giorni un concerto del grande fisarmonicista Richard Galliano renderà possibile l’avvio di un’altra operazione di vita.

Quel filo sottile che passa tra solidarietà e denuncia e che si “serve” dell’arte per portare avanti i propri progetti torna infatti il 15 febbraio, cioè tra due giorni, al Teatro Argentina di Roma. Forse i biglietti sono già finiti come fu lo scorso anno, o forse ce n’è ancora qualcuno disponibile e sarà bello sapere che mentre si gode la musica di Galliano, uno dei più singolari compositori venuto apposta dalla Francia per offrire il suo concerto, gli orti inariditi di Gaza avranno la possibilità di riprendersi grazie alle pompe alimentate dal sole, sempre disponibile, e non dal carburante fossile che non solo inquina, ma che la maggior parte dei contadini non ha la possibilità di comprare.

Io non potrò andare al concerto perché sono a Gaza, ma andrò nella buffer zone, a Zannah, nella zona degli orti e porterò con me un cd di Galliano, poi farò tante foto e le pubblicherò sul sito di Sunshine4Palestine così tutti coloro che avranno sentito dal vivo la sua fisarmonica potranno vedere il luogo in cui quelle note porteranno luce e acqua. E l’acqua è vita. Si sa fin dai tempi di Talete che, non a caso, oltre che di filosofia s’intendeva anche di pozzi!

Solvatten: dalla Svezia una soluzione eco per purificare l’acqua con il sole

Dal sito Internet http://www.tuttogreen.it/solvatten-dalla-svezia-una-soluzione-eco-per-purificare-lacqua-con-il-sole/

SOLVATTEN: DALLA SVEZIA UNA SOLUZIONE ECO PER PURIFICARE L’ACQUA CON IL SOLE

di Manlio

Le statistiche non hanno bisogno di particolari commenti. Oltre 1 miliardo di persone, il 12% della popolazione mondiale, non ha regolare accesso all’acqua potabile. L’acqua sporca provoca infezioni che sono fatali per circa 2 milioni di persone ogni anno, distribuite per la quasi totalità nei Paesi poveri. Un quadro preoccupante e inammissibile, che tanto stride al benessere diffuso nel mondo occidentale, dove si dà per scontato che l’acqua debba essere potabile.

Da una delle aree più sviluppate del globo, la Scandinavia, è tuttavia arrivata una soluzione pratica ed economica che potrebbe risolvere il problema, e dunque salvare la vita a migliaia di famiglie. Parliamo di Solvatten, contenitore del tutto simile a una tanica, che raccoglie l’acqua disponibile in natura, e la depura, sfruttando semplicemente l’esposizione solare.

Bastano dalle 2 alle 6 ore per garantire 20-30 litri di acqua purificata, liberata dai batteri sfruttando gli effetti sinergici di raggi Uv e calore per eliminare i batteri. In sostanza, si sfrutta la caratteristica di antibatterico naturale offerta dalla luce del sole. Ma vediamo meglio come funziona.

Un contenitore di colore nero viene riempito di acqua di fonte, che passa attraverso una sorta di maglia che filtra le particelle più grandi. Successivamente, il contenitore – che all’interno contiene delle superfici acriliche trasparenti che impediscono all’acqua di uscire, ma che permettono ai raggi Uv di entrare – viene aperto come un libro ed esposto alla luce del sole. La luce disturba la formazione di connessioni DNA nei batteri nell’acqua, rendendo loro impossibile riprodursi. In più, la plastica nera dell’involucro aiuta ad alzare la temperatura nell’acqua fino a 55/60 gradi, completando quindi il lavoro.

La geniale invenzione va attribuita alla microbiologa e artista svedese Petra Wadström, abile a tradurre la scoperta in un progetto industriale creato su misura per le popolazioni del terzo mondo.

Grazie ai contributi delle ONG, in poco tempo sono stati distribuiti 50.000 esemplari di Solvatten, soprattutto nelle aree africane e siamo solo all’inizio.

La Wadström guarda già oltre ed ha avviato anche un piano ancor più importante nell’isola di Haiti, devastata dal terremoto di qualche anno fa.

Per questo ed altri progetti, Solvatten, insieme ad altri 16 progetti, è stato designato dalle Nazioni Unite come uno dei vincitori del prestigioso United Nations climate change award ai margini della conferenza sul cambiamento climatico a Parigi lo scorso dicembre.

Serata di solidarietà a Latina organizzata dal gruppo teatrale Teatromania ed Emergency

Sabato 5 dicembre, alle ore 21, presso il Teatro Moderno di Latina, “Storia Di Magia”, musical a sostegno del diritto alla salute nel mondo.

La serata è organizzata dal gruppo teatrale Teatromania ed Emergency a sostegno del diritto alla salute nel mondo.

Durante la serata i volontari di Emergency saranno presenti con un banchetto informativo e di raccolta fondi a favore di Emergency.

Lo spettacolo è per grandi e bambini.

Ingresso ad offerta:

fino a 5 anni – ingresso gratuito

dai 6 ai 12 anni – offerta minima 5,00 euro

dai 13 anni in su – offerta minima 10,00 euro.

I fondi raccolti, al netto delle spese, saranno devoluti a sostegno dei programmi umanitari di Emergency.

Informazioni e prenotazioni:

Emergency: 333.7314426

Teatromania: 339.7661480

E-mail: cisterna@volontari.emergency.it – latina@volontari.emergency.it

TEATROMANIA

Gruppo di amici nato circa 14 anni fa legati dalla grande passione per il teatro. Uno dei primi spettacoli è stato “Aggiungi un posto a tavola” andato in scena nel 2004. Nel mese di luglio Teatromania è stata ospite del comune di Pomezia e ha replicato a Torvaianica. Lo spettacolo è stato un tale successo da andare in scena coi medesimi risultati al Teatro G. D’Annunzio di Latina. Qui nel 2005, in collaborazione con l’Assessorato alla Terza Età, lo spettacolo è stato dedicato (gratuitamente) a tutti gli anziani di Latina. Nel 2008/2009 la Compagnia ha allestito il musical “Se il tempo fosse un gambero” replicato al D’Annunzio, al Cafaro e al Moderno. Ultimo progetto teatrale è il musical “Pinocchio”. Ora è il turno di “Storia di magia”.

EMERGENCY

Associazione italiana indipendente e neutrale nata nel 1994 per offrire cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà.

Emergency promuove una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani.

L’impegno umanitario di Emergency è possibile grazie al contributo di migliaia di volontari e di sostenitori.

Dalla sua nascita a oggi, Emergency ha curato oltre 6 milioni di persone in 16 Paesi.

Africa made in China: attenta ai più poveri, non ai dittatori

Dal sito Internet http://www.vita.it/it/article/2015/11/11/africa-made-in-china-attenta-ai-piu-poveri-non-ai-dittatori/137334/

AFRICA MADE IN CHINA: ATTENTA AI PIÙ POVERI, NON AI DITTATORI

di Donata Columbro

Gli aiuti allo sviluppo della Cina all’Africa non favoriscono i regimi autoritari o corrotti, come i governi d’Occidente hanno sempre sostenuto. Lo rivela uno studio pubblicato da AidData dal titolo “Apples and Dragon Fruits: The Determinants of Aid and Other Forms of State Financing from China to Africa”, insieme a un database che traccia più di 94 miliardi di dollari di fondi cinesi a 50 Paesi africani tra il 2000 e il 2013. Secondo i ricercatori del College of William & Mary, della Heidelberg University e di Harvard, quindi, tutto quello che abbiamo sempre saputo sulla politica degli aiuti della Cina in Africa è falso.

Anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, durante il suo ultimo viaggio in Africa, ha parlato della Cina contestandone la pratica di versare flussi di denaro verso quei Paesi da cui può ottenere risorse minerarie. “Le relazioni economiche tra due Paesi non riguardano solo la costruzione di infrastrutture o l’accaparramento di materie prime”, aveva dichiarato Obama.

Ma i dati raccolti dai ricercatori di AidData raccontano un scenario differente.

Per esempio, in Liberia la Cina ha finanziato l’installazione di semafori a energia solare nella capitale Monrovia e anche la costruzione di un centro per la prevenzione della malaria. In Mozambico, tra i progetti cinesi c’è una scuola per le arti visuali a Maputo. In Algeria ha finanziato la realizzazione di un teatro dell’opera da 1.400 posti. Durante la crisi del virus ebola la Cina ha anche mandato centinaia di operatori sanitari nei Paesi più colpiti dell’Africa occidentale e organizzato corsi di formazione per 1.600 infermieri e medici locali.

Su 2.647 progetti registrati sul sito dal 2000 al 2012, solo 74 riguardano l’estrazione mineraria, e 140 sono progetti legati all’energia. La maggioranza dei finanziamenti è andata a progetti per migliorare la vita della popolazione in termini di assistenza sanitaria.

La prima causa di confusione nell’identificare obiettivi e scopi dei finanziamenti sta nella difficoltà nel differenziare tra aiuti nel senso stretto del termine (quelli identificati dall’OCSE come Oda, Official development assistance) e altre forme di assistenza finanziaria. Pechino peggiora la situazione rilasciando dati scarsi e poco affidabili: questo ad alimentare le speculazioni sulle sue intenzioni in Africa rendendo difficile la verifica delle informazioni.

La Cina infatti non pubblica i dati secondo le classiche categorie dell’OCSE, né rilascia sistematicamente informazioni sui progetti o sui suoi finanziamenti bilaterali. Per il rapporto quindi i ricercatori si sono affidati al database di AidData, che include 2.647 progetti in 50 Stati diversi nel periodo dal 2000 al 2012.

Nel report si sfatano altri miti. Per esempio, che diversamente a quanto si è sempre creduto, la Cina non privilegia regimi autoritari o “Stati canaglia” nella sua allocazione degli aiuti. Un’analisi degli Oda (aiuti allo sviluppo ufficiali) rivela che la Cina non ha interessi commerciali diretti nei Paesi in cui realizza più progetti di cooperazione, anzi i flussi di aiuti sono orientati verso i Paesi più poveri, e le decisioni di Pechino si rifanno a reali bisogni umanitari.

Rispetto alla percezione che gli aiuti cinesi siano incanalati verso Paesi corrotti e ricchi di risorse, i dati indicano il contrario. Piuttosto, nei confronti di questi governi, sono più orientati a creare partnership commerciali e concessioni di prestiti.

In sostanza, il modo in cui la Cina fornisce aiuti ai Paesi in via di sviluppo, assomiglia a quello dei donatori dell’Occidente.

Un aspetto “divergente” segnalato dai ricercatori riguarda la politica di allineamento nel voto all’Assemblea Generale dell’ONU: quando i Paesi africani votano allo stesso modo della Cina, o si allineano alle posizioni della Cina nel lungo periodo, tendono a ricevere più aiuti allo sviluppo da Pechino.

Durante l’Assemblea Generale dell’ONU di settembre Xi ha annunciato un nuovo impegno di 2 miliardi di dollari per la creazione di un fondo per l’aiuto allo sviluppo dei Paesi più poveri, insieme alla promessa di cancellare debiti in scadenza nel 2015.

Nel suo discorso Xi ha sottolineato come la comunità internazionale debba considerare l’agenda di sviluppo post 2015 come un nuovo punto di partenza per “cercare uno sviluppo congiunto e creare partenariati di mutuo vantaggio”. La Cina continuerà ad aumentare gli investimenti nei Paesi più arretrati per raggiungere una cifra di 12 miliardi di dollari nel 2030.

Anche in questo ambito, le motivazioni dell’aiuto allo sviluppo cinese assomigliano molto a quelle dell’occidente.

In totale, la Cina ha impegnato 31,5 miliardi di aiuti pubblici all’Africa tra il 2000 e il 2013, circa 2,25 miliardi all’anno. Gli Stati Uniti però hanno inviato tre volte di più: 92,7 miliardi dal 2000 al 2013, quasi 6,62 miliardi per anno.

E secondo un sondaggio di Gallup sull’opinione degli africani nei confronti delle leadership statunitensi e cinese, l’impegno americano è particolarmente apprezzato.

In Libia, a Gernada, il nuovo ospedale di chirurgia di guerra di Emergency

Dal sito Internet http://www.emergency.it/comunicati-stampa/in-libia-a-gernada-il-nuovo-ospedale-di-chirurgia-di-guerra-di-emergency.html

IN LIBIA, A GERNADA, IL NUOVO OSPEDALE DI CHIRURGIA DI GUERRA DI EMERGENCY

Lunedì 12 ottobre Emergency ha aperto un Centro chirurgico per vittime di guerra a Gernada, in Libia.

L’intervento di Emergency è stato richiesto quattro mesi fa dal Ministero della Sanità del governo di Tobruk, di stanza ad Al-Bayda, per garantire assistenza ai feriti dei combattimenti nelle zone di Bengasi e Derna tra milizie dell’Isis e forze governative.

Secondo l’OMS, sarebbero circa 20.000 i feriti in Libia negli ultimi mesi.

Un Centro chirurgico per vittime di guerra

La guerra in Libia, iniziata nel 2011, ha danneggiato gravemente il sistema sanitario del Paese: ovunque mancano le risorse e il personale necessario a offrire assistenza di base e specialistica, anche per le fasce più vulnerabili della popolazione, come i bambini.

Con l’inizio del conflitto, il personale sanitario straniero – fondamentale per il funzionamento del sistema sanitario – ha lasciato il Paese mentre la maggior parte della classe medica è fuggita o è stata allontanata dai propri incarichi. La riduzione dell’esportazione di petrolio e il crollo del sistema finanziario hanno avuto un effetto devastante sull’economia del Paese e hanno portato a una drastica riduzione dei fondi disponibili per la sanità.

Il progressivo deterioramento delle condizioni di sicurezza, inoltre, impedisce l’accesso alle cure alla popolazione soprattutto nelle aree di Bengasi, Derna, Zintane e Kikla.

Per questa ragione il Ministero della Sanità del governo di Tobruk lo scorso giugno ha messo a disposizione di Emergency una struttura ospedaliera nel villaggio di Gernada, a circa 70 km da Derna e 150 km da Bengasi. Lo staff di Emergency ha attrezzato la struttura e l’ha adeguata agli standard di Emergency: oggi l’ospedale è costituito da due sale operatorie, una sala X-ray, una terapia intensiva, un laboratorio, il pronto soccorso e 18 posti letto per il ricovero dei feriti.

Presso il Centro lo staff internazionale dell’associazione lavora insieme allo staff locale messo a disposizione dal Ministero della Sanità.

Oltre a curare le vittime della guerra, lo staff di Emergency si occuperà anche della formazione del personale locale e dell’organizzazione delle attività fino al raggiungimento dell’autonomia operativa.

Per mantenere la sua posizione neutrale, come in tutti i suoi progetti, nei mesi scorsi Emergency aveva avviato contatti con le autorità di Zintane e Misurata alle quali ha fornito scorte di medicinali come da loro richiesta.

Gli altri interventi di Emergency in Libia

Già nel 2011, nei primi mesi dall’inizio del conflitto, Emergency aveva inviato due team di chirurgia di guerra a supporto dell’ospedale Hikmat e allo Zarrok Field Hospital della città di Misurata, allora sotto assedio.

Contatti

Simonetta Gola

simonetta.gola@emergency.it

+39 348.3034282.