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Archivio per la categoria ‘TECNOLOGIA’

Solare a concentrazione, inaugurati quattro impianti tra Italia e Medio Oriente

Dal sito Internet http://www.qualenergia.it/articoli/20160523-inaugurati-quattro-impianti-solari-concentrazione-di-piccola-taglia-italia-e-medio-oriente

SOLARE A CONCENTRAZIONE, INAUGURATI QUATTRO IMPIANTI TRA ITALIA E MEDIO ORIENTE

Nell’ambito del progetto STS-Med (Small scale thermal solar district units for Mediterranean communities), che vede coinvolte 14 tra istituzioni, aziende locali, università ed enti di ricerca, tra cui l’ENEA, sono stati inaugurati quattro impianti solari a concentrazione multi-generativi di piccola taglia in Italia, Egitto, Cipro e Giordania.

In Italia l’installazione è stata realizzata a Palermo (presso il campus universitario), a Cipro nella città di Nicosia (sul tetto di una scuola), in Giordania a Irbid (tetto di una scuola) e in Egitto a Sekem (in un’area adiacente a un ospedale).

Finanziato con 5 milioni di euro dal Programma europeo di cooperazione internazionale ENPI CBC MED – spiega un comunicato dell’ENEA – l’obiettivo principale di STS-Med è diffondere tecnologie innovative e sensibilizzare le comunità locali sulle potenzialità del solare a concentrazione per soddisfare il fabbisogno energetico.

Gli impianti di piccole dimensioni – e questa è una novità assoluta visto che i sistemi a concentrazione solare sono prevalentemente di grande taglia (dal MW in su) – produrranno complessivamente 500 kW termici, fornendo elettricità, acqua calda e condizionamento ad edifici pubblici con un’utenza di 20.000 persone nell’area del Mediterraneo.

“Questo progetto offre nuove opportunità di business alle imprese e contribuisce alla creazione di distretti locali e di filiere produttive con posti di lavoro qualificati – spiega Alberto Giaconia, ricercatore dell’ENEA –. Una volta raggiunta la piena operatività, gli impianti verranno gestiti in modo autonomo; puntiamo a formare 1.000 professionisti del settore energetico e a portare 200 tra gestori e manager di strutture pubbliche a visitare questi impianti, che diventeranno veri e propri laboratori didattici”.

Gli impianti – installati presso scuole e campus universitari – sono dotati di un sistema di stoccaggio dell’energia che garantisce funzionamento e fornitura di elettricità indipendentemente dall’effettiva radiazione solare anche di notte. In particolare, nel progetto STS-Med l’ENEA ha sviluppato un nuovo sistema di accumulo termico per impianti solari a concentrazione su taglia medio-piccola. Gli impianti sono inoltre integrabili con biomasse e fonti fossili, anche se quest’ultima resta per il momento solo un’opzione, per garantire massima flessibilità nell’approvvigionamento energetico”.

“Le caratteristiche di questi prototipi – prosegue Giaconia – aprono nuove opportunità di sviluppo sostenibile per molte aree remote del Pianeta, soprattutto quelle localizzate nella cosiddetta “sun-belt” (la fascia del sole che comprende anche nord Africa e Medio Oriente), dove lo sfruttamento dell’energia solare rappresenterà la maggiore fonte di approvvigionamento energetico. Ma non solo. Accanto alla fornitura di energia, la tecnologia STS-Med permetterà alle comunità locali di avere accesso all’acqua potabile grazie ai processi di dissalazione, altamente energivori”.

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Cella solare produce energia dalla pioggia, in arrivo dalla Cina

Dal sito Internet http://www.greenstyle.it/cella-solare-produce-energia-dalla-pioggia-in-arrivo-dalla-cina-190772.html

CELLA SOLARE PRODUCE ENERGIA DALLA PIOGGIA, IN ARRIVO DALLA CINA

di Marco Mancini

Il fotovoltaico nel 2015 ha coperto l’1,3% dei consumi di elettricità globali. Nei prossimi anni questa percentuale è destinata a crescere a seguito di un ulteriore calo dei costi della tecnologia e di un incremento dell’efficienza delle celle solari. Tra le tecnologie più promettenti figura una cella solare in grado di generare energia elettrica dalla pioggia. Il prototipo è frutto del lavoro di ricerca di un’équipe di scienziati della Ocean University of China di Qingdao e della Yunnan Normal University di Kunming.

La tecnologia descritta sulla rivista Angewandte Chemie sfrutta le proprietà di uno strato sottile di grafene, utilizzato dai ricercatori per rivestire la cella solare. Il materiale noto per la sua elevata conduttività in presenza di acqua lega i suoi elettroni con le cariche ioniche positive.

Il processo è noto come reazione acido-base di Lewis. La nuova cella solare non si limita a produrre energia nei giorni soleggiati sfruttando la luce solare, ma riesce a generare elettricità anche grazie alla sollecitazione delle gocce di pioggia.

Il sale contenuto nella pioggia si scinde in ioni: ammonio, calcio e iodio. L’interazione tra lo strato di grafene e la pioggia genera elettricità. Le gocce di pioggia che ricadono sulla superficie della cella solare formano un doppio strato con gli elettroni del grafene. La differenza di potenziale tra i due strati è così forte da generare elettricità.

I ricercatori cinesi spiegano che il ruolo più importante nel sistema energetico è quello ricoperto dal grafene liquido, in grado di condurre elettricità per merito degli elettroni delocalizzati. Gli elettroni formano uno “pseudocondensatore” che può essere impiegato per produrre energia elettrica.

I risultati dei primi test condotti in laboratorio sono incoraggianti: la cella solare ha raggiunto un livello di efficienza del 6,53%. La tecnologia permetterà di aumentare la produzione di energia fotovoltaica nei giorni piovosi, dando vita a pannelli fotovoltaici adatti a tutti i climi ed efficienti in ogni stagione.

Smart district: il passo indispensabile verso la città intelligente

Dal sito Internet http://www.qualenergia.it/articoli/20160318-smart-district-il-passo-indispensabile-verso-la-citt%C3%A0-intelligente

SMART DISTRICT: IL PASSO INDISPENSABILE VERSO LA CITTÀ INTELLIGENTE

di Roberto Rizzo

Si chiama Lighthouse ed è il progetto dell’Unione Europea che fa un passo in più nella direzione della creazione delle Smart Cities. Nelle città “Lighthouse” verranno sviluppate tutta una serie di tecnologie innovative e integrate fra di loro per rendere smart interi quartieri, già esistenti e abitati da almeno 10.000 persone.

Le soluzioni coinvolgeranno edifici, reti di distribuzione dell’energia e dell’acqua, sistemi di accumulo elettrico, la mobilità (elettrica e no) e utilizzeranno piattaforme ICT di ultima generazione con protocolli aperti e non proprietari. Le sperimentazioni stanno per partire in tre città (Stoccolma, Barcellona e Colonia) e altre cinque città seguiranno a breve (La Valletta, Suceava, Porto, Cork e Graz).

Nelle intenzioni della Commissione Europea, queste città “lighthouse” forniranno delle informazioni utili per la replicabilità delle soluzioni, che dovranno essere ovviamente adattate alle condizioni locali e alla taglia delle altre città.

L’integrazione delle soluzioni intelligenti

Grazie al progetto Lighthouse sarà possibile testare a livello di interi quartieri l’integrazione delle diverse soluzioni adottate. Questo vuol dire consentire il dialogo fra le singole soluzioni e applicare le informazioni ottenute alla vita reale dei cittadini.

«Quello dell’integrazione delle tecnologie è un elemento cruciale, non ancora sviluppato appieno, della città intelligente – ha spiegato Mauro Annunziato, responsabile Divisione Smart Energy di ENEA, durante il convegno “Smart Grid. Strategia per le comunità dell’energia su scala urbana”, organizzato da AiCARR (Associazione Italiana Condizionamento dell’Aria Riscaldamento e Refrigerazione) a MCE Expocomfort –. Pensiamo al caso degli autobus che si muovono di sera in città: se trasportano pochi passeggeri, il combustibile viene usato più per far muovere il mezzo (anche se si tratta di un veicolo efficiente) che non le persone. Un approccio smart è il bus on demand, che consente di far muovere più velocemente più persone con un mezzo più piccolo e quindi risparmiando sul carburante.»

Un altro esempio citato è quello dell’integrazione fra trasporto pubblico e illuminazione pubblica: «un progetto può essere definito smart se l’azienda che gestisce il trasporto pubblico mette a disposizione le informazioni sulla posizione dei propri mezzi per far funzionare o meno i lampioni in determinate zone della città.»

«In altre parole – prosegue l’esperto – è necessario ragionare in termini di energia e risorse on demand: fornire energia a chi serve, nel luogo in cui serve e nel momento in cui serve. In Italia si dice che ci sono più di 1.400 progetti di smart city, ma questo è vero in parte – ha proseguito Mauro Annunziato –. Si può realmente parlare di progetti smart quando i servizi sono integrati e possono comunicare e scambiarsi informazioni».

Le piattaforme ICT

Fin qui tutto bene, ma poi quando si vanno a sviluppare in concreto i progetti ci si scontra con una problematica di non poco conto, come ha spiegato nel suo intervento Annunziato: «La maggior parte delle piattaforme ICT d’integrazione si basa su software proprietari e chiusi: non possiamo pensare che un sindaco possa dare in concessione a un’azienda un servizio di pubblica utilità e poi dover ricostruire da zero il sistema ICT alla scadenza della concessione».

Visto il numero che sta diventando importante di nuove sperimentazioni in chiave smart, un altro fattore importante è rappresentato dagli standard operativi. Se tutte le smart city italiane avessero i medesimi protocolli di comunicazione e potessero quindi dialogare e interagire fra di loro, si creerebbero a livello nazionale delle enorme potenzialità di economia di scala.

I progetti di ENEA

Il progetto Lighthouse dell’Unione Europa rientra nell’ambito del Programma comunitario Horizon 2020. Tra circa tre anni inizieranno le prime sperimentazioni, che avranno durata di almeno due anni e dovranno coinvolgere direttamente i cittadini nella loro implementazione. In Italia anche ENEA è attiva nell’ambito di progetti a livello di smart district.

«Un primo progetto in questo ambito è Res Novae, caratterizzato da reti di edifici connessi fra di loro e dalla gestione e dall’analisi dei dati effettuata da remoto – ha spiegato Mauro Annunziato –. Un secondo progetto ha visto la realizzazione di una strada circolare di 5 km intorno al centro storico de L’Aquila. Sulla strada sono stati installati ogni 500 metri dei sensori che inviano in remoto i dati relativi a tutta una serie di parametri. In tal modo, si riesce a regolare la luminosità dei lampioni e si monitora anche durante il giorno il traffico e l’eventuale presenza di condizioni ambientali potenzialmente ostili».

«Siamo anche attivi – ha concluso – in ulteriori progetti in cui cerchiamo di far dialogare efficacemente le reti di distribuzione dell’energia (gas ed elettricità) con il mondo separato delle soluzioni di smart home. A prima vista la sensoristica potrebbe sembrare solo di tipo energetico, ma non è così. Pensiamo al caso di una persona anziana che abita da sola e che non usa l’energia al mattino o per un lungo periodo della giornata: in tal caso è possibile inviare un segnale di allarme a un familiare».

Fotovoltaico: impianto portatile che si srotola come un tappeto

Dal sito Internet http://www.greenstyle.it/fotovoltaico-impianto-portatile-si-srotola-un-tappeto-187932.html

FOTOVOLTAICO: IMPIANTO PORTATILE CHE SI SROTOLA COME UN TAPPETO

di Marco Mancini

La compagnia energetica britannica Renovagen ha ideato dei pannelli solari portatili che si srotolano come tappeti e sono in grado di raggiungere un’efficienza compresa tra il 10 e il 16%. L’originale design è stato progettato dal team di John Hingley per facilitare l’installazione di nuovi impianti solari in aree remote e ampliare il campo di applicazione del fotovoltaico.

L’impianto fotovoltaico avvolgibile ribattezzato “Roll-Array” è composto da moduli in seleniuro di rame indio gallio, caratterizzati da una grande flessibilità, da costi più bassi e da una minore perdita di efficienza rispetto ai moduli in silicio. L’impianto può essere trasportato facilmente all’interno di un container, permettendo all’energia solare di raggiungere luoghi finora inaccessibili.

Il Roll-Array può essere trainato senza fatica da un comune veicolo a quattro ruote motrici come il Land Rover. Agganciata alla parte posteriore dell’auto la struttura a rocchetto si srotola e aderisce alla superficie in pochi minuti. Secondo le stime fornite dalla compagnia l’impianto fotovoltaico, largo 5 metri e lungo fino a 200 metri, raggiunge una potenza di 100kWp, pari a 10 volte in più la potenza degli impianti solari portatili in commercio. In futuro la compagnia inglese mira a migliorare l’efficienza della tecnologia per realizzare impianti fotovoltaici portatili con una potenza di 600kWp.

Il trasporto dell’impianto è economico e a basso impatto ambientale, perché per il rimorchio non è richiesto l’utilizzo di un generatore diesel. Grazie al “tappeto fotovoltaico” i tempi di installazione di un impianto standard si riducono da una media di 22 ore ad appena 2 minuti. I pannelli fotovoltaici una volta installati vengono ancorati al suolo e sono in grado di resistere a venti molto forti. Le batterie per l’accumulo dell’energia e gli inverter sono fissati alla base dei pannelli. Il processo di installazione richiede in tutto appena 5 minuti. Trascorso questo tempo l’impianto fotovoltaico è pronto a generare e a stoccare energia pulita.

La compagnia spiega che questa tipologia di impianto è indicata soprattutto per i terreni pianeggianti e laddove ci siano grandi superfici da ricoprire di pannelli in tempi brevi. La tecnologia può essere particolarmente utile nelle regioni rurali più remote e nelle basi militari o per rifornire di energia rinnovabile gli accampamenti d’emergenza nel corso di calamità naturali. L’impianto è abbastanza leggero da poter essere trasportato a bordo di un elicottero.

La Renovagen di recente ha avviato una campagna di crowdfunding su Crowdcube per finanziare la produzione dell’impianto su scala commerciale. L’obiettivo della raccolta fondi è attirare investimenti per 600.000 sterline, pari a quasi 800.000 euro. La campagna sta riscuotendo un grande successo. Finora è già stato raccolto il 41% della cifra stabilita.

Le case-girasole per sfruttare l’energia solare

Dal sito Internet http://www.tuttogreen.it/le-case-girasole-per-sfruttare-lenergia-solare/

LE CASE-GIRASOLE PER SFRUTTARE L’ENERGIA SOLARE

di Luca Scialò

Come noto, sono sempre più gli edifici che utilizzano pannelli fotovoltaici per produrre corrente elettrica mediante energia solare. In Portogallo però si è andati oltre, progettando abitazioni che abbiano sì pannelli solari soprastanti, ma in grado di seguire il movimento del sole. Una sorta di girasoli giganti, insomma. Non a caso, si chiamano Casas em Movimento. In questo modo, si sfrutterà appieno i raggi solari e in tutto l’arco della giornata.

A ideare questo tipo di abitazione è stato Guilherme Silva, che ci ha lavorato su fin da quando è entrato a far parte della Solar Decathlon di Madrid. Silva non nasconde il fatto che la sua idea abbia preso spunto proprio dai girasoli. Come ci è riuscito? Combinando due movimenti: la rotazione dell’edificio stesso di 180° per tutto il giorno e la rotazione della copertura fotovoltaica, per garantire una inclinazione di 90° della superficie rispetto alla posizione del sole.

Novanta gradi perché è l’angolatura che ottimizza al meglio la produzione di energia solare. Grazie a questi movimenti combinati, il pannello sul tetto è in grado di produrre 25.000 kWh di energia elettrica l’anno. Vale a dire cinque volte in più di energia rispetto a un pannello normale per una casa di pari dimensioni. Il movimento rotatorio di un’ora consuma l’equivalente di sei lampadine da 60 watt. Un consumo trascurabile se si considera la capacità di energia generata dall’impianto.

Occorre anche dire che l’impianto controlla il livello d’illuminazione e di ombreggiatura, in modo che d’estate, quando i raggi del sole sono più prolungati e forti, la copertura venga utilizzata anche per il raffrescamento della casa, fino ad un 80% di risparmio rispetto ai costi di condizionamento. Mentre d’inverno garantisce la massima esposizione solare.

In Portogallo l’irraggiamento solare va da un tempo medio di 9 ore in inverno a 15 ore d’estate. La copertura mobile si sposta lungo un asse longitudinale e ruota. Sarà poi chi abita la casa a regolare il movimento del pannello, che non comporta alcuna vibrazione all’abitazione.

Quando il progetto Casas em Movimento è stato presentato al MIT, inizialmente si è ritenuto questo progetto essere destinato a un pubblico di fascia alta, ipotizzando un prezzo di oltre 6.000 euro al metro quadro. Ma il suo ideatore, Guilherme Silva, punta a far calare questo prezzo e a renderlo accessibile ai più. Ad esempio portandolo a un prezzo identico a quello del valore di mercato di una normale abitazione della stessa grandezza.

Speriamo ci riesca e che queste abitazioni sconfinino anche oltre il Portogallo.

Nasce la prima strada fotovoltaica: si chiama Wattway

Dal sito Internet http://www.tuttogreen.it/nasce-la-prima-strada-fotovoltaica-si-chiama-wattway/

NASCE LA PRIMA STRADA FOTOVOLTAICA: SI CHIAMA WATTWAY

di Enrica Bartalotta

Wattway è la prima strada al mondo ad essere costituita da pannelli solari super resistenti. Si tratta di un tratto pavimentato da lastre sottilissime ma ultraresistenti in resina, che custodiscono celle fotovoltaiche in silicio policristallino. È un’iniziativa francese e a visto la luce dopo 5 anni di ricerche e collaborazioni tra l’Istituto Nazionale di Energia Solare (INES) e la società privata Colas, specializzata in infrastrutture di trasporto.

A differenza della SolarRoad olandese, Wattway sarà in grado di sostenere 20 anni di traffico pesante mentre cede energia adatta al consumo pubblico e privato.

La resina impiegata è ad altissima resistenza alle sollecitazioni e agli sbalzi termici, anche se lo spessore della pavimentazione non supererà il centimetro, per questo Wattway può essere utilizzata anche per i rivestimento di parcheggi e zone carrabili.

I collegamenti elettrici passano attraverso una centralina dove si trovano degli inverter, ovvero gli apparati che trasformano la tensione continua così da illuminare lampioni, insegne dei negozi, ma anche uffici ed appartamenti, secondo il sistema della smart grid, ovvero le reti intelligenti che gestiscono il carico di tensione e il surplus di energia, distribuendolo in aree contigue.

La produzione di Wattway è iniziata già nel gennaio scorso; la posa dei primi 100 mq pilota ha prodotto energia al costo di 6 Wattora, ed ora prenderà il via grazie alla rete distributiva di Colas, che dispiega varie agenzie sparse per tutto il territorio francese. L’istituto ha infatti già ricevuto moltissime chiamate da operatori della grande distribuzione, aziende di trasporto ed enti locali, interessati all’interessante innovazione.

D’altronde la messa in posa della nuova strada green non richiede alcun lavoro di ingegneria o spesa ulteriore: basterà incollarla sull’asfalto, dato che le dimensioni delle lastre sono standard e antiscivolo, quindi adattabili a qualunque carreggiata, in più però con 20 metri quadri di rivestimento, Wattway sarà in grado di sopperire al fabbisogno di una famiglia media, ovvero a 5.000 abitanti con un solo chilometro di strada.

Mini e micro idroelettrico: tecnologie, costi e applicabilità

Dal sito Internet http://www.qualenergia.it/articoli/20160229-mini-e-micro-idroelettrico-tecnologie-costi-e-applicabilita

MINI E MICRO IDROELETTRICO: TECNOLOGIE, COSTI E APPLICABILITÀ

di Alessandro Codegoni

L’idea sarà venuta a molti di quelli che hanno la casa vicino a un fiume, un torrente o magari un canale di irrigazione: ma perché non usare il movimento dell’acqua per autoprodursi l’elettricità domestica in modo pulito e sostenibile? Tanto più che l’idroelettrico garantisce anche una produzione che, sia pure soggetta a variazioni stagionali, è molto più costante di quella di fotovoltaico ed eolico.

Ebbene, da qualche tempo sono comparse sul mercato turbine idrauliche di vari tipi e di piccolissime dimensioni, che consentono (almeno in teoria, come vedremo) di concretizzare il sogno di diventare micro produttori idroelettrici.

I diversi tipi di piccole turbine

«Le microturbine idroelettriche – ci spiega Andrea Galvani, titolare della società FGSolar di Brescia, che vende e installa molti modelli di impianti di questo tipo, italiani e importati – sono essenzialmente di tre tipi, quelle a salto, che richiedono un corso d’acqua con un dislivello di qualche metro per funzionare; quelle da inserire nei tubi degli acquedotti, approfittando della pressione presente negli stessi; e quelle idrocinetiche, che sfruttano la corrente dei fiumi».

Il primo tipo è quello che richiede i lavori di installazione più complessi: in pratica si tratta di fare una presa d’acqua a monte nel fiume, scavare un piccolo bacino alla stessa altezza in cui creare una riserva d’acqua, realizzare una condotta che porti l’acqua alcuni metri più in basso e lì farla passare attraverso la turbina, per poi rimandarla nel fiume. L’impianto deve garantire un salto minimo di almeno un metro e una portata di almeno un litro al secondo, ma, ovviamente, più questi fattori aumentano e più cresce la potenza installabile.

Il secondo tipo è, al contrario, estremamente semplice da installare: si connette la turbina al tubo dell’acquedotto, e l’acqua che ci passa dentro mentre si dirige alle utenze, produce elettricità.

Il terzo tipo è l’ultimo arrivato e ricorda molto una turbina eolica, con la differenza che qui il fluido che la fa funzionare non è l’aria, ma l’acqua in movimento del fiume, che essendo 1.000 volte più densa, consente di raggiungere alte potenze anche con diametri relativamente piccoli. Queste turbine possono essere poste sul fondo dei fiumi o galleggiare appena sotto il pelo dell’acqua con un ancoraggio che le orienta alla corrente.

Turbine nei tubi: ottime per chi gestisce acquedotti

Di queste microturbine sono disponibili modelli che variano dalle centinaia di watt, fino alle decine di chilowatt, quindi adatti all’alimentazione quasi esclusiva di abitazioni o piccole imprese.

«E infatti – aggiunge Galvani – il loro uso principale è l’alimentazione di utenze isolate, come rifugi di montagna o case i cui proprietari non vogliono essere connessi alla rete elettrica. Ma sono popolari anche per l’alimentazione di villaggi o strutture nei Paesi poveri: noi stessi abbiamo installato micro impianti idro a salto, per missioni e ospedali in Guinea Bissau e Mozambico».

L’uso di questi impianti, da noi, è reso anche più appetibile dal fatto che sono ancora in vigore per tutto il 2016 incentivi ventennali di 0,25 €/kWh, per la parte immessa in rete, ma con scambio sul posto. Ma proprio la generosità di questi incentivi fa capire come il microidroelettrico non sia tutto rose e fiori.

«Escludiamo subito dalle possibilità di uso degli utenti domestici, i modelli da installare lungo gli acquedotti, che sono praticamente una esclusiva degli enti che li gestiscono», ci spiega l’ingegner Lorenzo Battisti dell’Università di Trento.

«L’uso di queste turbine ha un senso solo in grandi acquedotti o in scarichi industriali, dove il flusso di acqua è più o meno continuo. In questi casi, però, sono estremamente convenienti perché possono fare il lavoro che negli acquedotti fanno di routine le valvole di riduzione della pressione: inserire una turbina nel tubo ottiene lo stesso effetto, ma in più produce elettricità, che può essere usata per le esigenze dell’impianto stesso o venduta alla rete. È una soluzione che si sta diffondendo, consigliata a chiunque si trovi a gestire un acquedotto o grandi quantità di acqua reflua».

Costi e complicazioni di quelle a salto

Più estese, invece, le possibilità di impiantare una turbina idraulica a salto. «Un impianto del genere può in effetti servire sia per produrre per la rete, che per alimentare utenze domestiche e imprese. Ma attenzione, le acque sono un bene comune, per cui occorre ottenere il permesso di installazione dalle autorità che gestiscono il corso d’acqua. E così facendo ci si mette “nelle beghe”, trattandosi di iter molto complessi e molto costosi, soprattutto perché queste autorità, in genere, vedono con sospetto ogni uso privato delle acque pubbliche che non sia per irrigazione o fornitura di acqua potabile. Questo nella pratica si traduce in richiesta di costosi progetti e perizie professionali di ogni tipo, tempi di attesa anche di 3-4 anni e frequenti pareri negativi, che spesso per essere superati richiedono l’intervento del TAR. Inoltre le opere civili di presa dell’acqua sono anch’esse molto costose: si stiamo circa il 150% rispetto al costo della turbina», spiega Battisti.

E neanche la turbina è esattamente economica, anche perché, quasi sempre, va in pratica costruita o adattata su misura impianto per impianto, non esistendo per queste taglie minime dei veri modelli standard. I prezzi vanno, indicativamente, dai 2.000 euro di una turbina da 200 watt, ai 18.000 per una da 3 kW, fino ai 21.000 per una da 6 kW. Aggiungendo i costi per autorizzazioni, progetti e costruzioni civili, meglio mettere in conto svariate decine di migliaia di euro. A fronte dei quali, però ci si assicura una fonte energetica pulita, di lunghissima durata e che produce con un fattore di carico di 3-5.000 ore l’anno a piena potenza, a seconda del tipo di corso d’acqua e della piovosità, possono dare il doppio o triplo di un impianto fotovoltaico.

I generatori idrocinetici

Per chi volesse evitare i lavori lungo il fiume, però, sono disponibili adesso i generatori idrocinetici, che non usano il salto dell’acqua ma la sua velocità, in modo molto simile a quello che fanno le turbine eoliche con l’aria. Quelle tedesche della Smart Hydro Power, per esempio, funzionano semplicemente appoggiandole o ancorandole al fondo del fiume, dove, protette da griglie contro i detriti, la loro girante da un metro di diametro, trasforma lo scorrere dell’acqua in 5 kW di potenza elettrica (con una corrente di 3 metri al secondo). I prezzi non sono certo bassi, sui 25.000 euro, ma considerato la maggiore semplicità di installazione, sembrano l’uovo di Colombo.

«Apparentemente sì, ma attenzione – avverte Battisti – richiedono fiumi profondi e con una corrente veloce e costante: tenete conto che da una turbina di un metro quadro di superficie, con una corrente di un metro al secondo, tipica dei nostri fiumi, si ottengono appena 150 watt di potenza. E ben pochi dei nostri corsi d’acqua possono garantire che la turbina resti sotto almeno un metro di acqua in ogni stagione. Anche in questo caso, poi, servono le solite autorizzazioni dell’autorità di bacino, con l’iter reso problematico dal fatto che oggetti sommersi sono visti con diffidenza, perché possono far accumulare sabbia e detriti nel letto del fiume e perché sono soluzioni nuove, che mettono in difficoltà chi deve autorizzarle e non è abituato alle loro particolari caratteristiche, come posso testimoniare per esperienza personale».

L’opzione più economica: le pompe reversibili

Quindi la via idraulica all’autoproduzione energetica resta in Italia quasi sempre un miraggio? «Forse no: ultimamente è apparsa una soluzione in grado di abbassare drasticamente il costo dei piccoli impianti idroelettrici: le pompe reversibili», spiega Battisti. «In pratica si tratta di pompe centrifughe che, montate al contrario, si trasformano in turbine idrauliche, mentre il loro motore diventa un generatore. Il loro rendimento è inferiore di circa il 20% a quello di turbine progettate ad hoc, ma sono molto semplici e robuste, con un costo irrisorio: circa 300 euro per 3 kW di potenza. Il poter risparmiare così tanto sulla turbina, può rendere più sopportabile le spese ulteriori di un piccolo impianto idroelettrico a salto». E così rendere più fattibili tanti progetti, altrimenti uccisi al primo preventivo.