Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Il «turismo di qualità»

Strettamente connesso al tema dei «turisti inutili» è quello del «turismo di qualità», che ha tenuto banco sui social network per tutta l’estate 2016.

I terracinesi si lamentano perché nella loro città non vengono i turisti di qualità.

Ma chi sono i «turisti di qualità»?

Il parametro per definire il «turismo di qualità» è legato ad un fattore economico, cioè i turisti di qualità sono i ricchi?

A questa domanda ci siamo dati una risposta negativa: a Terracina non è mai venuto Umberto Eco, mentre da anni ci trascorreva le sue vacanze il boss camorristico Gaetano Marino. Quest’ultimo era notevolmente più ricco di Umberto Eco, quindi la ricchezza non è il parametro esatto per la definizione del «turista di qualità».

Tra l’altro, bisogna chiedersi perché Gaetano Marino veniva a Terracina mentre Umberto Eco no. Probabilmente il primo si trovava a suo agio nella nostra città, mentre il secondo si sarebbe sentito un pesce fuor d’acqua.

Da quest’ultima considerazione sono sorti ulteriori ragionamenti per determinare con un parametro oggettivo chi è il «turista di qualità».

Secondo il Terracina Social Forum è «turista di qualità» colui che quando si trova in spiaggia, su un lettino o su una sdraio, legge.

Si può anche stabilire una sorta di “scala”: è turista di bassa qualità colui che non legge, è turista di qualità mediocre colui che legge i tabloid o i quotidiani sportivi, è turista di buona qualità colui che legge i quotidiani o le riviste, è turista di alta qualità colui che legge i libri.

Trovato finalmente il parametro per la definizione del «turista di qualità», ci è tornato in mente ciò che ha detto una nostra amica romana proprietaria di una seconda casa a Terracina: «Quando vengo in vacanza, mi porto i libri da Roma, perché sebbene Terracina sia una città di 45.000 abitanti, c’è una sola libreria ed è piccolissima e poco fornita».

A questo punto sorge spontanea la domanda: come si può pretendere di ospitare turisti di qualità, se poi la città stessa non offre adeguati servizi?

Il problema è tutt’altro che da sottovalutare: sempre ragionando sulla cultura, un tema che è stato molto dibattuto anche in campagna elettorale, bisogna riflettere non solo su ciò che può fare l’amministrazione comunale, ma pure sugli spazi culturali che sono gestiti dai privati.

L’unica libreria è piccolissima e non ha neanche una sala per le presentazioni dei libri. Inoltre, in città c’è un enorme teatro, che però viene utilizzato per far vedere le partite della Juventus.

Chi gestisce gli spazi culturali privati ha delle grossissime responsabilità, perché se è vero che a Terracina la domanda di cultura è bassa, è altrettanto vero che chi “offre” può stimolare la domanda.

In pratica, è nato prima l’uovo o la gallina?

Nel 2011, quando in città erano riapparsi i contenitori per la raccolta differenziata, ad eccezione della frazione di Borgo Hermada, avevamo realizzato e distribuito dei volantini (https://terracinasocialforum.files.wordpress.com/2011/12/volantino-fronte-rid.jpg) in cui ci chiedevamo provocatoriamente, vista l’assenza dei raccoglitori della carta: «Gli abitanti del Borgo non leggono?».

Ora la domanda è: i terracinesi leggono solo durante l’infanzia e l’adolescenza, quando frequentano la scuola?

E come possono pretendere di intercettare il «turismo di qualità», se loro per primi non sanno quali sono le esigenze ed i bisogni dei turisti di qualità?

È il gestore del bar che seleziona la propria clientela. Se vede che gli avventori si ubriacano, fanno schiamazzi o giocano d’azzardo, li allontana.

Se invece vuole una clientela di qualità, crea un ambiente raffinato, confortevole ed elegante per intercettarli.

Il problema è prima di tutto mentale e culturale.

E se si parte dall’idea che «Terracina è la città più bella del mondo», per cui frotte di «turisti di qualità» debbano venire automaticamente, magari per pedalare avanti e indietro su una pista ciclabile che non porta da nessuna parte, allora si è veramente fuori strada.

I «turisti inutili»

Continuando a ragionare sulla mobilità sostenibile, visto che siamo nel pieno della Settimana europea ad essa dedicata, oggi riveliamo qual è la terza ragione per cui è stata realizzata la pista ciclabile sul lungomare di Terracina.

La spiegazione la danno i dati sulle presenze turistiche del 2015 nella nostra città, così come pubblicati sulla stampa locale: – 50% a giugno, -30% a luglio, costanti ad agosto.

Perché quei dati?

Perché era stata appena realizzata la pista ciclabile sul lungomare.

Quest’ultima è stata realizzata scientemente e scientificamente per modificare i flussi turistici.

Per capire il meccanismo, ci ha aiutato Facebook, grazie al quale ci siamo imbattuti nella frase «Sono calati i turisti inutili».

E chi sarebbero questi «turisti inutili»?

Il calo non si è verificato ad agosto, perché?

Perché i turisti provenienti da sud sono stanziali: affittano l’appartamento (per una settimana o due, non più per il mese intero come ai tempi d’oro), arrivano con l’auto, scaricano i bagagli, trovano un posto per la vettura e poi si muovono a piedi durante la vacanza.

La realizzazione della pista ciclabile, che ha tolto centinaia di parcheggi in riva al mare, non li ha danneggiati minimamente.

Chi ne ha subito le conseguenze, invece?

I bagnanti dell’entroterra, provenienti dalla provincia di Frosinone, i quali vengono solo nel fine settimana, soprattutto la domenica. Per loro è fondamentale parcheggiare vicino al mare, perché vengono con i figli piccoli, le sdraio e l’ombrellone. Con la realizzazione della pista ciclabile, per loro le alternative sono diventate:

1) posteggiare al parcheggio del mercato settimanale, caricare famiglia, armi e bagagli sulla navetta elettrica gratuita, a fine giornata ricaricare famiglia, armi e bagagli sulla navetta per poi finalmente risalire su un’accoglientissima auto rovente, in quanto in quel parcheggio non c’è un filo d’ombra;

2) andare a Sperlonga, a San Felice Circeo o a Sabaudia.

Ci ha colpito molto quella frase: «Sono calati i turisti inutili».

Non esiste il turista inutile, Terracina dev’essere una città accogliente, pronta a ricevere chiunque, di qualsiasi provenienza e di qualsiasi nazionalità.

È una contraddizione chiedere che il centro storico alto, l’antica via Appia e la festa della Madonna del Carmine siano riconosciuti patrimonio Unesco, quindi patrimonio dell’umanità, e poi parlare di «turisti inutili».

Il mare è un bene comune.

Terracina, in quanto città turistica, deve accogliere tutti, senza distinzioni.

Di conseguenza, ecco un’altra nostra proposta per la Settimana per la mobilità sostenibile (in realtà, è una proposta che abbiamo formulato già da diversi anni):

attivare un servizio estivo di pullman gran turismo la domenica e nei giorni festivi per i bagnanti provenienti dalla Ciociaria, organizzando un’apposita conferenza di servizi con i Comuni interessati; prevedere prezzi popolari, abbonamenti, convenzioni con gli stabilimenti balneari e/o con ristoranti e pizzerie, ecc. Ciò riduce l’inquinamento, il traffico ed i rischi di incidenti stradali e migliora il benessere dei turisti, costituendo un’alternativa al viaggio in auto.

La nemica numero uno del provinciale è la noia.

Il provinciale non sa mai che cosa fare, non sa mai di che cosa occuparsi durante il tempo libero.

«Che cosa faccio questa sera? Ah, sì, c’è il Terracina Yoga Festival, visto che non ho nient’altro di meglio da fare andrò lì».

Si va al Terracina Yoga Festival perché non si ha nient’altro di meglio da fare…

E poi si riempiono la bocca della parola “cultura”. Già, perché il problema è prettamente culturale.

Oppure: «Il Terracina Yoga Festival è stato organizzato da un mio caro amico, se non ci vado si offende».

Oppure ancora: «Il programma del Terracina Yoga Festival è molto interessante, però l’organizzatore è un comunista, quindi non ci vado proprio».

Difficile trovare qualcuno che va al Terracina Yoga Festival giusto per assistere alla parte specifica del programma che lo interessa, come si comporterebbe un vero “cittadino”, anziché un provinciale annoiato.

Purtroppo è il destino di chi vive in provincia: trovare qualcosa da fare durante il tempo libero.

E così in una città di 45.000 abitanti, la terza della provincia e la sedicesima della regione, la «città più bella del mondo» stando ad alcuni manifesti affissi poco più di un anno fa, poiché imperano tali logiche “provinciali” non si sa mai che cosa fare nel tempo libero e si finisce per fare… i nuotatori!

Già, i nuotatori, cioè fare le cosiddette “vasche” lungo viale della Vittoria e via Roma.

Ma da un anno a questa parte, in città, esiste un’alternativa al “viale”!

Si possono fare le “vasche” in bicicletta, sulla pista ciclabile del lungomare.

Già, perché questa è la seconda ragione per cui è stata realizzata quella pista ciclabile: fornire ai provinciali annoiati un altro luogo nel quale fare le “vasche”.

La prima ragione per cui è stata realizzata era l’ottenimento della tanto agognata Bandiera Blu, come abbiamo evidenziato qui: https://terracinasocialforum.wordpress.com/2015/04/22/terracina-come-iwo-jima.

C’è poi una terza ragione che sveleremo in un prossimo articolo.

La seconda ragione l’abbiamo scoperta una domenica mattina, quando abbiamo visto una delle più sfegatate sostenitrici della pista ciclabile percorrerla in bicicletta fianco a fianco con il suo compagno. Una coppia così romantica… Ci hanno ricordato Riccardo Cocciante e la sua “In bicicletta”. Ci mancava solo che si scambiassero delle effusioni, sempre pedalando, ovviamente.

Le “vasche” sulla pista ciclabile…

Ma in tutte le città sane del mondo, le piste ciclabili non si realizzano né per ottenere le Bandiere Blu, né per dare ai cittadini un luogo dove fare le “vasche”.

In tutte le città sane del mondo, le piste ciclabili si realizzano per togliere auto dalle strade e dare ai cittadini la possibilità di sfruttare una forma di trasporto alternativa, salutare e non inquinante, TRASFERENDOSI IN BICICLETTA DA UN LUOGO AD UN ALTRO.

Ecco anche perché in tutte le città sane del mondo vengono realizzate DELLE RETI di piste ciclabili: perché i cittadini devono raggiungere il posto di lavoro, la scuola, l’ufficio postale, la banca, la palestra, ed i percorsi per tali spostamenti devono essere quanto più capillari possibile.

Non solo: in una città sana, la pista ciclabile da Borgo Hermada arriverebbe fino a Badino, cioè fino al mare. Anche in questo caso la logica era creare un luogo dove fare le “vasche”?

Oppure ancora, guardando più indietro nel tempo, una pista ciclabile non si realizza per cercare di impossessarsi di contributi e finanziamenti regionali o comunitari.

In una città sana, in qualsiasi città sana del mondo, la logica e la finalità della realizzazione di una pista ciclabile è del tutto diversa rispetto alla «città più bella del mondo», perché si cercano di applicare i dettami della mobilità sostenibile.

Ma a Terracina imperano i provinciali con la loro cultura…

Terracina ai terracinesi!

Dal sito Internet http://www.ecodallecitta.it/notizie/386162/non-toccate-quelle-polveri-il-nuovo-dossier-sulle-polveri-invisibili-dellilva-di-taranto

“NON TOCCATE QUELLE POLVERI”, IL NUOVO DOSSIER SULLE POLVERI “INVISIBILI” DELL’ILVA DI TARANTO

di Bruno Casula

“Non toccate quelle polveri” è un dossier divulgativo redatto da Peacelink in cui si chiede una valutazione dell’impatto sanitario di tutte le polveri presenti a Taranto e derivanti dell’Ilva, anche di quelle che le centraline ARPA non riescono a “vedere” con gli strumenti di misurazione del PM10 e del PM2,5.

Peacelink spiega che la “chimica dei balconi”, ovvero la composizione delle polveri che si depositano su balconi e finestre delle case tarantine, varia a seconda della distanza dall’acciaieria. “Le polveri rosse si trovano nelle zone a ridosso all’Ilva e sono in prevalenza provenienti dal parco minerali”. Ci sono poi le “polveri nere che ricadono in grande quantità sul quartiere Tamburi ma arrivano anche sugli altri quartieri, compresi quelli più distanti”. A differenza delle polveri rosse “sono attratte dalla calamita”. Questo magnetismo dimostra che “si tratta di una frazione di polveri attribuibile al processo produttivo dell’acciaieria e ai processi di combustione” ed è quindi molto più tossica di quella rossa del parco minerali: “una polvere mortale che contiene una vasta schiera di sostanze tossiche, dalle diossine ai metalli pesanti, passando per gli IPA”.

Ebbene le polveri in questione sfuggono alle misurazioni dell’inquinamento dell’ARPA perché troppo “grossolane”. Le centraline misurano infatti solo le polveri sospese e con un diametro di 10 millesimi di millimetro, il famoso PM10. Dal PM11 in su non vengono più intercettate. Ma Peacelink spiega che “le polveri in sospensione che possiamo inalare o ingerire arrivano fino al PM76. Dopo il PM76 le polveri cadono per terra e si depositano”, sui balconi per l’appunto, “e si possono risollevare quando c’è vento”.

Ma non è finita qui. Il dossier prosegue dicendo che Taranto è ricoperta anche di polveri sottilissime, composte di nanoparticelle che sfuggono alle misurazioni esattamente come quelle più grandi. “Quando il particolato scende sotto il PM1 (ad esempio il PM0,5) diventa pericolosissimo perché supera gli alveoli polmonari e finisce nel sangue, nel fegato. In certi casi il particolato può finire persino nel cervello. E di questo particolato l’Ilva ne produce molto, in quanto viene generato in combustioni ad altissime temperature”.

L’associazione accusa e dice che il Centro Salute e Ambiente di Taranto, ente della Regione Puglia, avrebbe dovuto studiare queste problematiche facendo la cosiddetta “speciazione” delle polveri ma non lo ha fatto. “A Taranto c’è un’emergenza sanitaria costituita da migliaia di tonnellate di polveri di cui non è stata studiata la tossicità e che sono rimaste “invisibili”. Quelle polveri “vengono spazzate, lavate, raccolte, toccate senza che siano fornite indicazioni sanitarie e precauzionali esplicite sulla loro manipolazione e sulle modalità del loro smaltimento”. Chiediamo all’ARPA e alla ASL una perizia completa sulle polveri che attualmente ricadono su tutta la città in modo tale che ogni cittadino potrà utilizzarla per applicare a ragion veduta il principio “chi inquina paga – rivalendosi nelle sedi competenti – senza dover affrontare a proprie spese il compito di un accertamento tecnico sull’origine e sulla composizione fisico-chimica di quelle polveri”.

La Settimana europea della mobilità sostenibile ha anche lo scopo di incentivare l’utilizzo dei trasporti pubblici.

Come realizzare tutto ciò a Terracina?

Si deve partire da un’analisi di mercato, chiedendosi chi usufruisce dei trasporti urbani.

Le categorie di fruitori sono:

– gli studenti;

– i pendolari;

– gli indiani;

– gli anziani e coloro che non hanno un’auto;

– i turisti.

Riguardo agli studenti, le loro richieste sono abbastanza soddisfatte.

Quanto ai pendolari, grazie all’ex commissario prefettizio finalmente gli orari Cotri sono coordinati con gli orari dei bus Cialone sostitutivi del treno. Non è stata però ripristinata la corsa mattutina della linea D che consentiva ai pendolari di Borgo Hermada e San Vito di prendere il Cialone delle 6:27.

Riguardo agli indiani, prima di tutto il sito Internet www.lacircolare.it non è tradotto in lingue straniere. Inoltre, in alcune fasce orarie le strade Migliare e la SS Pontina sono percorse da decine di braccianti indiani in bicicletta. Si devono istituire apposite linee con orari concordati con gli imprenditori agricoli e con i rappresentanti della comunità indiana, anche per evitare i frequenti incidenti che vedono coinvolti gli asiatici.

Per gli anziani e coloro che non hanno un’auto, una “misura strutturale” semplicissima risolverebbe molti loro problemi: poiché il capolinea Cotri è vicino all’ospedale, far transitare tutte le linee per il nosocomio, in modo da favorire coloro che devono recarvisi (ivi compresi gli studenti del Corso di laurea in Scienze infermieristiche). Perché costringere queste persone a dover utilizzare due bus per raggiungere l’ospedale? Sono anni che il Terracina Social Forum chiede, insistentemente, un intervento del genere; cambiano gli assessori, ma il problema resta.

Riguardo ai turisti, oltre al fatto che il sito Internet www.lacircolare.it non è tradotto in lingue straniere, al capolinea le informazioni sono solo in italiano e sui bus non è presente materiale cartaceo in lingua straniera.

Gli orari festivi dovrebbero essere coordinati con gli orari dei bus Cialone. Inoltre, va introdotto il biglietto giornaliero, il biglietto valido tre giorni e l’abbonamento settimanale. Quando i bus provvisti di macchinetta per la stampa dei biglietti sono in manutenzione e vengono utilizzate le vecchie vetture, gli autisti dovrebbero assicurarsi di avere a bordo i biglietti cartacei della durata di un’ora, per favorire sia i turisti che arrivano alla stazione di Monte San Biagio, sia i vari pendolari che da tale stazione devono recarsi nelle frazioni, viaggiando su più “circolari”.

All’interno dei mezzi Cotri devono essere presenti mappe della città per i turisti, si deve consentire il loro utilizzo da parte dei possessori di biciclette pieghevoli e le corse dovrebbero essere aumentate, anziché ridotte, a Pasqua e durante i ponti primaverili, nonché in occasione di festività religiose, eventi particolari e mercati settimanali.

A luglio e agosto vediamo pochissime auto posteggiate nel parcheggio del mercato settimanale, segno che non è noto ai turisti che da lì partono le navette elettriche gratuite per il mare ed il porto. Lungo la SS Pontina ed in altri luoghi della città devono essere installati cartelli che segnalano questa opportunità. La stessa informazione va fornita tramite i tabelloni elettronici presenti in vari punti della città. Per agevolare i bagnanti, nel parcheggio andrebbero collocati alberi o, meglio ancora, pannelli solari col duplice scopo di produrre energia pulita e fare ombra. Bisogna mettersi nei panni dei bagnanti! Non è piacevole, soprattutto se con bambini piccoli, salire su un’auto rovente in quanto lasciata per ore al sole.

Si potrebbe inserire la Cotri nel circuito Metrebus regionale, nonché stipulare convenzioni con gli esercizi commerciali, con sconti per i cittadini dotati di abbonamento per i bus. Vanno introdotti gli abbonamenti annuali, con sgravi fiscali per chi li acquista, e la possibilità di comprare i titoli di viaggio tramite Internet o app. I biglietti dovrebbero poi essere stampati in carta riciclata anziché in carta chimica; quest’ultima, oltre ad essere un rifiuto indifferenziato che contraddice la strategia rifiuti zero adottata dal Comune, contiene bisfenolo-A, interferente endocrino nocivo per la salute.

Il sito Internet www.lacircolare.it dev’essere ottimizzato per la navigazione tramite cellulare e vi deve essere pubblicata la Carta dei servizi, da rendere disponibile anche sui bus.

Si deve istituire un’apposita navetta, possibilmente elettrica, per collegare via Roma con il centro storico alto, transitando per via San Francesco Nuovo e via Annunziata.

Gli orari dei bus per la stazione ferroviaria di Monte S. Biagio devono essere sincronizzati con gli arrivi dei treni per Roma, onde favorire i pendolari provenienti da sud; devono essere adeguati costantemente alle modifiche degli orari Trenitalia, così come devono essere costantemente aggiornati il sito Internet www.lacircolare.it e gli orari affissi alle paline, dando un nome alle diverse fermate e stabilendo per ognuna l’orario di percorrenza approssimativo. I tabelloni elettronici distribuiti sul territorio devono essere sfruttati maggiormente per fornire informazioni su orari, traffico, incidenti ed eventuali scioperi.

Potrebbe essere istituita una linea per la stazione ferroviaria di Priverno (magari raggiungendo anche l’Abbazia di Fossanova per promuovere il turismo), passando per i centri urbani di La Fiora, Frasso, Capocroce, Gavotti e favorendo così gli spostamenti degli studenti.

Vanno introdotte corse notturne Cotri il venerdì ed il sabato, con sconti per gli under 26, per favorire i collegamenti con le discoteche e ridurre gli incidenti che coinvolgono i giovani.

La Cotri, oltre a predisporre un questionario da sottoporre agli utenti per valutare la qualità del servizio e raccogliere suggerimenti, potrebbe realizzare un’app e creare un profilo Twitter per favorire le comunicazioni in tempo reale, magari anche tramite messaggistica SMS o Whatsapp.

Infine, la Cotri dovrebbe migliorare l’accessibilità per i disabili del proprio sito Internet ed istituire un servizio bus per disabili a chiamata.

Dal sito Internet http://www.disinformazione.it/prevenzione_tumore.htm

TUMORI: MEGLIO PREVENIRE CHE CURARE MA BIG PHARMA NON È D’ACCORDO

www.nograzie.eu/tumori-meglio-prevenire-che-curare-ma-big-pharma-non-e-daccordo/#more-834

Non sembra che la prevenzione dei tumori sia in testa all’agenda di Big Pharma. Dando un’occhiata agli studi in corso registrati presso la FDA si può osservare come la maggior parte degli investimenti si concentri su farmaci per chi ha già un tumore e per di più in fase avanzata; si fa ricerca cioè su prodotti che possono allungare la vita di alcuni mesi a persone già segnate dal cancro. Perché?

Un paio di ricercatori dell’Università di Chicago e del MIT di Boston hanno affrontato il problema in maniera sistematica e sono arrivati alla conclusione che i finanziamenti per la ricerca di base, per scoprire cioè le cause del cancro, sono scarsi, pur essendo l’opinione generale d’accordo che è questo il problema da affrontare (1).

La ricerca in campo privato deve arrivare ad un prodotto che ripaghi delle spese e produca profitti, al di là del fatto che i vantaggi sul paziente, nella fattispecie con un cancro in fase avanzata, siano minimi. L’industria ovviamente non affronta il problema dal punto di vista etico, investe dove guadagna di più, anche se questo ha di fatto dirottato investimenti potenziali nella terapia dei tumori a stadio iniziale con il risultato che nel solo 2003 sarebbero andati perduti negli USA 890.000 anni di vita.

Per registrare un farmaco i produttori devono dimostrare che è efficace e nel contempo sicuro, prima lo fanno più lungo sarà l’intervallo di tempo per fare profitti, finché cioè non scadrà il brevetto. Produrre farmaci che allungano la vita di pochi mesi è più semplice, più rapido e redditizio che fare ricerca su farmaci efficaci nei primi stadi della malattia. Nel primo caso i risultati richiedono poco tempo per essere valutati ed elaborati statisticamente, mentre sono molto lunghi e non scevri di incognite gli studi sulla prevenzione.

Il brevetto di un farmaco ha un arco di tempo di validità attorno ai 20 anni, che inizia da quando viene depositato. Poi c’è il tempo “perduto” per produrre studi che ne permettano la registrazione presso la FDA, cosicché giunge sul mercato in media con soli 12,5 anni disponibili. Alcune sostanze non sono probabilmente mai state testate come farmaci proprio perché la lunga ricerca avrebbe annullato i margini di profitto. Per velocizzare i tempi di registrazione la legge americana ha introdotto vari percorsi “facilitati”, che permettono ad un prodotto definito “innovativo” di ridurre il cosiddetto commercialisation lag time (ritardo nella messa in commercio) (2). Nel 1992, ad esempio, la FDA ha creato il PDUFA (Prescription Drug User Fee Act) che ha permesso l’approvazione di molti farmaci in tempi più brevi. Ma la fretta a volte fa commettere errori, così hanno beneficiato del PDUFA farmaci come Avandia e Actos (antidiabetici) e Risperdal (antipsicotico), che hanno creato non pochi problemi ai pazienti, compreso il decesso (3). Per beneficiare di un percorso più rapido nel periodo 1987-2014 ben il 33% dei farmaci approvati erano stati classificati come first-in-class, cioè fortemente innovativi. Ma è difficile pensare che una percentuale così elevata si riferisca realmente a nuove scoperte, sostiene Kasselheim sul BMJ di qualche mese fa (2).

Tra i farmaci oncologici che beneficiano di una più rapida approvazione sono più numerosi quelli per le forme più avanzate. Tra il 1973 ed il 2011 ci sono stati 12.000 trials che hanno interessato pazienti con probabilità di decesso a 5 anni del 90%. Nello stesso periodo solo 6.000 hanno considerato pazienti in stadio iniziale con probabilità di decesso a 5 anni del 30%, mentre 17.000 trial erano rivolti a pazienti in fase molto avanzata. La maggior parte di questi ultimi trials avevano ricevuto finanziamento privato. Nello stesso lasso di tempo soltanto 500 studi hanno riguardato la prevenzione.

Per ridurre i tempi di ricerca si usano in genere end point surrogati. Così farmaci quali betabloccanti, ACE-inibitori e statine sono stati registrati in base alle modifiche dei valori pressori e del colesterolo-LDL, anche se poi hanno dimostrato di ridurre morbilità e mortalità cardiovascolare (end point primari). Per accelerare il processo di approvazione, anche nel caso del farmaci anti tumorali si usano end point surrogati (4). Peccato che non sempre abbiano dimostrato di essere correlati con la qualità di vita guadagnata. Per quanto riguarda la mera sopravvivenza, mentre in alcune malattie ematologiche gli end point surrogati (conta dei globuli bianchi anomali, caratteristiche del midollo) hanno prodotto risultati eccellenti, in altri casi non è stato sempre così. Per fare un esempio, si è visto che usare il valore di PSA per validare un chemioterapico contro il cancro della prostata offre scarsi benefici sulla sopravvivenza. La dimensione della massa tumorale ha dimostrato scarsa correlazione con la sopravvivenza effettiva, rendendo così poco sostenibile l’uso di tale parametro per giustificare la rapida approvazione e commercializzazione di un farmaco (5). Inoltre, la consuetudine di ritenere che la risposta alla terapia sia comunque correlata all’aumento di sopravvivenza è esposta ad un bias importante: i pazienti che sopravvivono più a lungo sono quelli che hanno uno status generale migliore e che forse sarebbero comunque arrivati all’exitus più tardi, indipendentemente dai farmaci somministrati (6).

A. Frakt, sul New York Times, conclude osservando come sarebbe più utile focalizzare l’attenzione su farmaci dedicati alla prevenzione del cancro, studiando misure efficaci per incentivare questo settore della ricerca, rendendolo commercialmente appetibile.

Sempre sul tema della ricerca oncologica vale la pena di annotare che non sempre avviene alla luce del sole. Sempre sul New York Times, una paziente sopravvissuta al cancro, scrive una lettera in cui denuncia la mancata registrazione di molti RCT su ClinicalTrials.gov, obbligatoria per legge dal 2007. L’autrice della lettera denuncia come nel suo stato, l’Indiana, uno studio su Avastin nel cancro mammario in stadio avanzato sia stato sospeso nel 2009 per effetti avversi importanti a fronte di scarsi benefici. Questi studi non sono mai stati registrati né pubblicati, prosegue la lettera. Solo nel 2011 la FDA ritirò l’approvazione di Avastin per l’indicazione di cancro mammario metastatico: quante donne furono messe in pericolo o danneggiate dal farmaco tra il 2009 e il 2011? Questo è solo un esempio, ma in molti altri casi anonimi pazienti che si sono offerti volontariamente per la ricerca, sperando di ottenere un miglioramento della loro condizione, sono stati ingannati, in quanto la mancata pubblicazione dei dati aveva reso vano il loro sacrificio. Si tratta di pazienti che hanno firmato un consenso al trattamento con farmaci potenzialmente mortali, ma che lo hanno fatto consapevoli dei benefici che avrebbero potuto ricadere su di loro e su altri infelici nella loro stessa condizione. Il paziente che firma per la sua parte di accordo dovrebbe pretendere che il ricercatore firmi per la sua, mantenendo la promessa di agire nella legalità. L’autrice della lettera conclude ricordando come ella stessa abbia partecipato con notevole sacrificio e dispendio di danaro ad uno studio poi non pubblicato. Nonostante la legge sia severa, 10.000 dollari di multa per ogni giorno di ritardo nella pubblicazione dei dati, nessuno, né aziende farmaceutiche né ricercatori istituzionali, si sono intimoriti. Anche questo è un modo per disperdere risorse nella ricerca contro il cancro, ma purtroppo non sembra di vedere un cambiamento di rotta. La trasparenza in questo campo deve arrivare a trionfare e ogni singolo studio su esseri umani deve essere preventivamente registrato e poi pubblicato.

Libera traduzione e commenti di Giovanni Peronato dell’articolo del New York Times: Why Preventing Cancer Is Not the Priority in Drug Development http://www.nytimes.com/2015/12/29/upshot/why-preventing-cancer-is-not-the-priority-in-drug-development.html?_r=0

NOTE

1. Budish E.et al. Do Firms Underinvest in Long-Term Research? Evidence from Cancer Clinical Trials. American Economic Review 2015;105(7):2044–85 http://pubs.aeaweb.org/doi/pdfplus/10.1257/aer.20131176.

2. Kesselheim A. Trends in utilization of FDA expedited drug development and approval programs, 1987-2014: cohort study. BMJ 2015;351:h4633.

3. FDA Fast-Track Programs for Drugs and Medical Devices http://www.drugwatch.com/fda/fast-track/.

4. Fleming TR. Surrogate Endpoints and FDA’s Accelerated Approval Process. Health Affairs 2005;24:167-78 http://content.healthaffairs.org/content/24/1/67.full.

5. Prasad V et al. The Strength of Association Between Surrogate End Points and Survival in Oncology. A Systematic Review of Trial-Level Meta-analyses. JAMA Intern Med 2015;175(8):1389-98  http://archinte.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=2323416.

6. Pazdur R. Response Rates, Survival, and Chemotherapy Trials. JNCI 2000;92:1552-53 http://jnci.oxfordjournals.org/content/92/19/1552.long.

 

Ernesto Burgio, che ha posto alla nostra attenzione l’articolo del New York Times di cui sopra, osserva che tutto dipende dai modelli di cancerogenesi (e di biologia molecolare). Certo se si continua a pensare e a far credere che il cancro è un incidente biologico (anzi un incidente genetico) non rimane che:

Diagnosi precoce ed enorme business concernente kit genetici diagnostici (fino al caso Angelina Jolie e raddoppio immediato di mastectomie, e inserimento, a breve anche nei programmi italiani di sanità pubblica, di test genetici diagnostici costosi di abbastanza comprovata inutilità).

Terapia aggressiva: guerra senza quartiere al cancro (Nixon 1971)* visto/presentato come clone cellulare aberrante composto da cellule impazzite, insensibili ai segnali di stop, proliferanti per attivazione stocastica di oncogeni, incapaci di andare in apoptosi per mutazioni di geni oncosoppressori e gate-keepers, etc. (vedi Weinberg, The Hallmarks of Cancer (2000-2011), Vogelstein et al, Cancer = Bad Luck su Science 2015).

O al limite guerra sempre più mirata con farmaci sempre più “intelligenti” (più o meno come i missili USA di ultima generazione) e le grandi promesse della farmacogenomica e della medicina personalizzata in genere.

Tutto cambia se si riconosce invece nel cancro una reazione potenzialmente difensiva o comunque reattiva di un tessuto bombardato e (al limite) epigeneticamente incorrettamente programmato o sprogrammato. Perché in questo caso non solo la riduzione dell’esposizione (in particolare fetale, infantile e giovanile) farebbe la differenza (il che non è certo di grande interesse per BigPharma), ma esisterebbero approcci diagnostico-terapeutici totalmente differenti, di riprogrammazione dei tessuti o meglio di “informazione” molecolare corretta alle cellule sprogrammate: questo potrebbe anche interessare BigPharma, ma in un troppo remoto futuro. Per il momento, cronicizzazione del cancro, farmaci intelligenti e diagnostica molecolare consentono ricavi talmente cospicui da frenare investimenti in altro senso. Ovviamente discorso analogo vale per tutte le patologie cronico-degenerative, infiammatorie e immunomediate, neurodegenerative e del neurosviluppo.

* Nel 1971 il presidente Nixon firmava il cosiddetto National Cancer Act, dove la guerra con il cancro veniva presentata alla stampa come non meno sanguinosa per numero di vittime dell’allora recente conflitto coreano (vedi Lettera 33 “The Cancer War, un grosso affare per Big Pharma”).

Dal sito Internet https://www.left.it/2016/09/08/presidente-venga-qui-la-petizione-di-left-chiede-a-mattarella-di-visitare-i-luoghi-del-caporalato/

PRESIDENTE VENGA QUI! LA PETIZIONE DI LEFT CHIEDE A MATTARELLA DI VISITARE I LUOGHI DEL CAPORALATO

Rignano Garganico, Ragusa, Villa Literno, la provincia di Latina. Ma anche i posti che non ti aspetti, da Nord a Sud, e le forme meno eclatanti di discriminazione e violazione dei diritti dei lavoratori, migranti e non. Il caporalato, con la filiera dello sfruttamento di cui è parte, è un fenomeno che ormai pervade l’intero Paese.

Per questo Left ha promosso una petizione su Change.org, cui stanno aderendo diverse associazioni, testate giornalistiche e realtà che si occupano di lotta allo sfruttamento (ne daremo conto in maniera dettagliata nei prossimi giorni), è un invito rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a visitare i ghetti italiani, che Left continuerà a raccontare ospitando storie di denuncia e di reazione insieme a contributi di riflessione.

«Forse è il caso che lo Stato faccia la sua parte non solo dal punto di vista legislativo ma anche nella sua funzione di cura, vicinanza e osservazione» recita la petizione. Da qui la richiesta al Presidente della Repubblica di recarsi nei territori per incontrare «chi da tempo si ritrova al fronte di questa battaglia», con la richiesta di far «giungere in questi luoghi il messaggio del Paese che include e che non tollera alcuna forma di schiavitù».

La petizione si può firmare qui: https://www.change.org/p/presidente-della-repubblica-sergio-mattarella-presidente-mattarella-venga-a-incontrare-gli-schiavi-del-caporalato?utm_source=embedded_petition_view.