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Archivio per la categoria ‘POLITICA’

La politica vecchia per vecchi e l’arte del doppio gioco

«Ma quelli sono di destra, o di sinistra?».

«Voi siete di destra?».

Domande classiche che vengono in genere formulate da persone di età superiore ai 65 anni.

Destra e sinistra sono concetti che hanno poco più di due secoli di vita.

Risalgono, infatti, a dopo la rivoluzione francese, quando i progressisti hanno deciso di collocarsi, all’interno del Parlamento, a sinistra, mentre i conservatori si sono collocati a destra.

Nella storia del genere umano, pertanto, destra e sinistra sono concetti abbastanza giovani, ma hanno colpito profondamente l’immaginario collettivo – tanto da stazionarvi all’infinito – di coloro che giovani non sono più.

Questi ultimi, invece, hanno dimenticato la Storia.

Hanno dimenticato chi erano i tribuni della plebe.

Hanno dimenticato che esistono sfruttati e sfruttatori.

Hanno dimenticato che esistono, come dicono in Sud America, los de arriba e los de abajo, quelli di sopra e quelli di sotto.

Quelle persone rimangono ancorate, come delle patelle agli scogli, ai concetti di destra e di sinistra, quasi fossero per loro una ragione di vita imprescindibile.

Ci hanno fatto tornare alle mente un ricordo di oltre 15 anni fa. Estate 2002, il movimento dei Girotondi cerca PERSONE che aderiscano alla manifestazione indetta per il 14 settembre 2002 a piazza San Giovanni a Roma.

Contattiamo una persona, la quale ci risponde testualmente: «A fine mese c’è la Festa dell’Unità. Vedete nel programma quando è previsto il dibattito sulla situazione politica nazionale attuale, chiedete la parola, esponete la vostra proposta e poi vediamo che cosa decide il Partito».

Della serie, cercavamo PERSONE, abbiamo trovato AUTOMI.

Non si muove foglia, che il Partito non voglia.

Politica vecchia, per vecchi.

«Il Paese ha bisogno di un cambiamento» era lo slogan renziano durante la campagna elettorale per il referendum elettorale del 4 dicembre 2016.

Quel “ritornello”, in generale, era entrato come un mantra nel cervello… di chi?

Di QUELLE persone.

Delle persone di età superiore ai 65 anni.

Politica vecchia, per vecchi.

Agli sgoccioli di quella campagna elettorale, assistemmo alla dichiarazione di Romano Prodi a favore del Sì alla riforma.

Dichiarazione che ha portato più danni che benefici all’ex presidente della Provincia di Firenze, nonché ex sindaco di Firenze, nonché ex qualcos’altro (e speriamo che tale rimanga in eterno).

In questi giorni abbiamo assistito ad una dichiarazione simile.

A nostro avviso, i consensi per Renzi sono immediatamente crollati.

Doppio gioco?

DOPPIO GIOCO?

Romano Prodi è stato advisor di Goldman Sachs.

La stessa Goldman Sachs che riteniamo sia il deus ex machina dell’accordo sottobanco tra Grasso e Grillo, come abbiamo già scritto qui: https://terracinasocialforum.wordpress.com/2018/01/17/chi-vota-grasso-vota-grillo.

Quando Romano Prodi ha tentato la scalata al Quirinale, ha cercato appoggi presso la Dinastia Casaleggio: http://www.polisblog.it/post/57599/elezioni-2013-casaleggio-prodi-movimento-5-stelle-quirinale.

Quei canali comunicativi sono rimasti aperti ed hanno dato vita all’accordo sottobanco.

Poi il popolarissimo, amatissimo, idolatrato dalle folle Romano si è di nuovo speso a favore di Matteo, come nel 2016 prima del referendum costituzionale, servendogli un’altra polpetta avvelenata e vendicandosi di colui che, muovendo 101 pedine, nel 2013 gli ha impedito di diventare presidente della Repubblica.

Tra l’altro, le motivazioni prodiane sono ridicole. Il PD è UN SOLO partito, mentre Liberi e Uguali è uno schieramento che unisce TRE DIVERSE forze politiche. Lo spirito del centrosinistra, volendo utilizzare parole ormai antiquate, è presente in LeU, non nel Partito Democratico.

È un dato di fatto.

Ma la realtà è che si tratta di una polpetta avvelenata.

La magica arte del doppio gioco.

Giusto per la cronaca, Romano Prodi è lo stesso Romano Prodi della famosa seduta spiritica bipartisan avvenuta durante il sequestro di Aldo Moro.

Seduta bipartisan perché alla stessa hanno partecipato anche Mario Baldassarri, poi divenuto viceministro dell’Economia del governo Berlusconi, e Alberto Clò, nominato ministro dell’Industria nel governo Dini.

Da quella seduta spiritica uscì fuori la parola “Gradoli”.

Al riguardo, il giornalista Giovanni Fasanella ha formulato un’ipotesi interessante: quella parola andrebbe scissa in due singole parole, grado e LI. LI va interpretato come un numero romano, quindi 51.

Il messaggio, in codice massonico, era diretto ad Andreotti (all’epoca presidente del Consiglio) e Cossiga (all’epoca ministro dell’Interno), e stava a significare che la regia dell’operazione saliva di grado (dal 33° al 51°), quindi al generale britannico a capo della rete Gladio.

Info qui (dal minuto 5:50 – la persona seduta nell’inquadratura a sinistra forse vi è nota…): https://www.youtube.com/watch?v=D7qwD5IJPvs.

Tornando alla magica arte del doppio gioco, non sono pochi, nella politica italiana, quelli che la applicano.

Ad esempio, già in precedenza abbiamo parlato di colui che ha presieduto alla cerimonia di beatificazione di Escrivà de Balaguer, destando più scalpore negli Stati sudamericani piuttosto che nel nostro Paese.

Tale persona, negli ultimi 25 anni di attività politica, ha sempre lavorato per la sua VERA parrocchia, che guarda caso coincideva anche con la parrocchia di Silvio Berlusconi. Ed infatti, negli ultimi 25 anni, ha sempre favorito il Cavaliere, pur facendo parte dello schieramento politico a lui avverso.

Poi ci sono coloro che sono sostenuti da George Soros, presenti soprattutto nel PD, come rivelato da DCleaks, un sito – sullo stile di Wikileaks – che rivela notizie segrete alla stampa: http://megachip.globalist.it/democrazia-nella-comunicazione/articolo/2017/11/02/la-lista-degli-eurodeputati-di-cui-soros-puo-fidarsi-2014183.html.

Ma politici sostenuti da Soros si trovano anche al di fuori del PD.

Ad esempio, Emma Bonino fa parte del board dell’Open Society Foundation di Soros: https://www.opensocietyfoundations.org/people/emma-bonino.

Attenzione, quindi, a chi recentemente ha collaborato con i Radicali su iniziative come raccolte di firme o altro: potrebbe essere una pedina del magnate che, ricordiamolo, è stato condannato in contumacia in Malesia ed in Indonesia per le speculazioni effettuate contro le valute locali e che, pertanto, non è una compagnia poi così raccomandabile come i media mainstream vogliono farci credere.

Un eventuale sostegno da parte di Soros è… Possibile?

 

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L’Opus Dei cerca di rialzare la testa

Nel nostro ultimo editoriale (https://terracinasocialforum.wordpress.com/2018/01/17/chi-vota-grasso-vota-grillo) ci siamo soffermati sulle vicissitudini di alcuni degli schieramenti politici in lizza per le elezioni del 4 marzo prossimo.

Ora ci concentriamo su un altro schieramento.

Però dobbiamo prima scrivere l’antefatto.

Agosto 2008, scoppia la guerra tra la Russia e la Georgia.

Berlusconi, all’epoca presidente del Consiglio, si schiera a favore di Putin.

Subito a Washington decidono che il Cavaliere deve sloggiare da Palazzo Chigi e si attivano immediatamente. George Soros apre prontamente due sedi in Italia della sua Open Society Foundation e partono finanziamenti a partiti, a politici, a movimenti, a quotidiani, a giornalisti.

A settembre 2009 esce nelle edicole un nuovo quotidiano la cui missione, ancora più apertamente di Repubblica e del gruppo editoriale L’Espresso, è quella di contrastare Berlusconi e di sostenere il partito che maggiormente lo attacca in Parlamento, oltre al movimento che più lo incalza al di fuori delle istituzioni.

Il movimento, poi, nei consensi elettorali prenderà il posto del partito, grazie ad una puntata di Report che distruggerà il partito e farà “transitare” tutti i voti al movimento. Da notare che a marzo 2013 George Soros riceverà il Premio Tiziano Terzani da una giuria nella quale è presente anche una giornalista di Report.

Nel 2010 l’allora presidente della Camera, Gianfranco Fini, ad un convegno sfida il Cavaliere agitando il ditino («Che fai, mi cacci?») e poi fonda un nuovo partito, denominato Futuro e Libertà.

Berlusconi resiste alle continue azioni di logoramento, ma è costretto a dimettersi a novembre 2011, dopo che le sue aziende subiscono pesantissimi attacchi speculativi in Borsa.

Particolare, quest’ultimo, che dovrebbe far riflettere circa il suo attuale impegno in politica: essendo il Cavaliere ricattabile, potrebbe essere nuovamente cacciato da Palazzo Chigi con gli attacchi speculativi.

In altre parole, Berlusconi è una carta bruciata.

Ma in quel periodo avvengono altre cose.

Invitiamo a questo punto i lettori a riflettere su un film che è uscito nelle sale cinematografiche nel 2015, “Suburra”. Il film, ambientato nel 2011, durante gli ultimi mesi del governo Berlusconi, inizia con le strane crisi di coscienza dell’ex Papa, Joseph Ratzinger.

In effetti un legame tra le dimissioni di Berlusconi e quelle di Benedetto XVI c’è, ed è fortissimo.

Dopo il 2011, infatti, l’Opus Dei ha preso sberle a non finire: Ratzinger si è dimesso, Ettore Gotti Tedeschi non è più il governatore dello IOR, Berlusconi è stato cacciato da Palazzo Chigi, alla guida della Protezione Civile non c’è più Bertolaso (http://www.lavocedellevoci.it/2010/03/04/bertolaso-luomo-dellopus-dei), Dell’Utri è finito in galera, Samuele Piccolo ha avuto anche lui problemi con la legge, ecc., ecc.

Samuele Piccolo, chi era costui?

Ne parla Claudio Cerasa nel suo libro “La presa di Roma” (Bur editore): a nemmeno 27 anni, Piccolo, alle elezioni comunali romane del 2008, ottiene circa 12.000 preferenze, risultando il più votato in assoluto.

Da dove provengono quei voti? Cerasa nel suo libro è chiaro: dall’Opus Dei.

Riguardo a Piccolo c’è un seguito nel 2010, in occasione delle elezioni regionali vinte da Renata Polverini.

Ricordate che in quelle elezioni furono escluse le liste del Popolo delle Libertà relativamente al collegio della provincia di Roma? Perché?

Qualcuno (http://www.mammasantissima.it/il-fantasma-di-samuele-piccolo-nel-giallo-delle-elezioni-regionali) sostiene che il problema fosse proprio la candidatura di Samuele Piccolo, vicinissimo all’Opus Dei ed inviso ad altri ambienti, massonici, del centrodestra.

E qui veniamo al partito che rappresenta, a partire dal nome, proprio quegli ambienti: Fratelli d’Italia.

I latini dicevano “nomen omen”. Chissà com’è, quel nome ci ricorda la fratellanza massonica.

D’altronde lo stesso Goffredo Mameli, autore dell’inno nazionale intitolato “Fratelli d’Italia”, era massone.

All’interno di Fratelli d’Italia la figura chiave è La Russa padre, legato a Ligresti, dato che La Russa nonno era amico del secondo in quanto concittadini, essendo nati a Paternò.

I legami con ambienti massonici risultano dalle intercettazioni telefoniche di indagini giudiziarie, come si può evincere da questi link:

https://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/fonsai-massoneria-ha-deciso-cosi-intercettazioni-marchionni-alderisio-1662343

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/09/11/ombra-della-massoneria-sul-caso-fonsai.html?.

Si dice che gli ecclesiastici si scaglino con veemenza contro gli omosessuali per allontanare l’ombra del sospetto da loro stessi.

E allora (stessissima logica), guardate questo video: https://www.youtube.com/watch?v=nydi2gdUvjE.

Testo: «Sogniamo anche un’Italia nella quale la massoneria, che ormai è ovunque, conceda almeno la par condicio a chi non è massone, perché non ne possiamo più di essere discriminati per il fatto che non siamo massoni anche noi».

Apriamo una parentesi: la parola “ovunque” è come la parola “tutti”.

Se dico che «fanno tutti schifo», vuol dire che faccio schifo anch’io.

Idem se affermo che «la massoneria è ovunque».

La parolina “quasi” in questi casi è l’ancora di salvezza.

«Fanno QUASI tutti schifo» assume tutto un altro significato. Ma fa meno presa sulle menti semplici che hanno poco spirito critico. Non si crea l’effetto lemming, ben noto ai pifferai magici.

Idem se si dicesse «La massoneria è QUASI ovunque».

Chiusa la parentesi.

Ricordate, poi, nel 2016, che il centrodestra non si è accordato sul candidato sindaco per Roma, regalando le porte del Campidoglio alla Raggi?

Berlusconi aveva proposto Bertolaso e la Meloni si è opposta con tutte le forze. Poi il primo si è ritirato, l’unità dello schieramento era comunque saltata ed al suo posto Forza Italia ha trovato un candidato (il piacione ARfio) anch’egli vicinissimo all’Opus Dei.

Quindi, riprendendo il discorso, l’Opus Dei esce distrutta dalle vicende relative al periodo 2011-2013, ma ora cerca di rialzare la testa.

A conferma di tutto ciò, il più atlantista degli esponenti leghisti, Roberto Maroni, si è ritirato dall’agone politico, segno che anche la Lega è tornata su antiche posizioni, più bossiane.

Perché riteniamo Maroni il leghista più “atlantista”?

L’abbiamo capito da un’intervista che l’ex governatore della Lombardia ha rilasciato nell’estate 2012 all’inserto Sette del Corriere della Sera(http://vittoriozincone.it/2012/12/06/roberto-maroni-2-sette-luglio-2012).

Di seguito il testo della parte finale di quell’intervista.

DOMANDA. Conosce i confini dell’Ucraina?

RISPOSTA. «Polonia, Russia, Ungheria…».

D. Monti è appena stato lì per sostenere gli Azzurri (alla finale degli Europei di calcio – NOTA NOSTRA).

R. «Non doveva andarci. Ma una volta lì, durante la premiazione avrebbe dovuto osare».

D. E cioè?

R. «Si sarebbe dovuto togliere la giacca e avrebbe dovuto mostrare una maglietta con su scritto “Tymoshenko libera”. Io lo avrei fatto».

Da notare che Maroni si esprime in questo modo a luglio 2012, un anno e mezzo prima di piazza Maidan, ma evidentemente già sapeva, grazie alla palla di vetro, anzi, al Palantìr (https://it.wikipedia.org/wiki/Palant%C3%ADr).

Con il recente ritorno della Lega sulle posizioni dell’Opus Dei, Maroni non ha potuto far altro che farsi da parte.

Un po’ come ha fatto anche Flavio Tosi, l’ex sindaco di Verona, che si è fatto un partito per fatti suoi dopo che la Lega è finita nelle mani di Maroni.

Dal libro “Opus Dei segreta” (Bur editore) di Ferruccio Pinotti (pag. 11, nota a piè di pagina n. 14):

Verona, soprannominata la «Pamplona d’Italia» per il grande potere detenuto dall’Opus Dei è una «capitale» della finanza cattolica. A Verona hanno sede il gruppo Banca Popolare di Verona e Novara, la Fondazione Cariverona, azionista chiave del colosso Unicredit. Sempre a Verona ha sede la Cattolica Assicurazioni, un altro gigante della «finanza bianca».

L’Opus Dei, quindi, sta rialzando la testa, ponendosi come asse portante dello schieramento di centrodestra.

Fino a quando resterà in piedi quella coalizione?

Fino a quando resisteranno i Fratelli?

In tutto ciò, comunque, un punto fermo c’è e lo ribadiamo: Berlusconi è ricattabile e potrebbe essere nuovamente cacciato da Palazzo Chigi con gli attacchi speculativi.

Non è pertanto il Cavaliere la soluzione per i problemi del Paese.

Chi vota Grasso vota Grillo

O, meglio, Casaleggio.

O, meglio ancora, Goldman Sachs.

In questo articolo spiegheremo perché.

Premessa: la politica ormai è diventata marketing. I politici non devono più proporre un nuovo modello di società oppure indicare come intendono migliorare il modello esistente. No, adesso i politici fanno marketing, alla furiosa e disperata ricerca di consensi.

Tutto ciò quando rivolgono lo sguardo verso il basso, nei momenti in cui serve loro.

In genere, invece, il loro sguardo è rivolto verso l’alto, dove prima di tutto vedono i fili e poi, seguendo questi ultimi, vedono i loro “sponsor”.

Quindi, perché chi vota Grasso vota Casaleggio e Goldman Sachs?

Per capirlo bisogna tornare al 4 dicembre 2016 o, meglio, al 2 dicembre 2016, il giorno in cui si è chiusa la campagna elettorale per il referendum costituzionale. Quel giorno un commento su Facebook ci ha illuminati. Si trattava di una persona che indicava ai propri “followers” di votare No.

Subito dopo aver letto quel commento, siamo corsi a cercare, su Internet, l’indicazione di voto data dall’ex premier Mario Monti: anch’egli si spendeva per il No.

A quel punto abbiamo capito tutto.

La riforma costituzionale è stata predisposta perché in un suo dossier la banca d’affari JP Morgan lamentava il fatto che l’Europa non cresceva economicamente secondo il proprio potenziale in quanto i processi decisionali erano rallentati dalle Costituzioni antifasciste dei Paesi del Mediterraneo, tra cui l’Italia.

Ecco che cosa era scritto precisamente in quel dossier (https://culturaliberta.files.wordpress.com/2013/06/jpm-the-euro-area-adjustment-about-halfway-there.pdf):

“I sistemi politici dei Paesi del sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”.

Ovviamente, dopo quel dossier, si sono mossi i fili di JP Morgan e si sono prontamente attivati i politici della cordata (avremmo voluto scrivere un’altra parola, di 5 lettere, che inizia sempre per “co” e finisce per “a”, ma lasciamo ai lettori la fatica di individuare le due lettere mancanti).

Però, casualmente, durante la campagna elettorale, i politici della co..a Goldman Sachs si battevano contro la riforma costituzionale.

Segno evidente che tra le élites che governano il mondo, c’è una lotta all’ultimo sangue tra la co..a JP Morgan e la co..a Goldman Sachs.

In passato, in Italia, lo scontro è stato, per decenni, tra finanza ebraica e finanza cristiana, o, salendo di un gradino, tra massoneria ed Opus Dei. Ne sono esempi lo scontro feroce tra Cuccia e Sindona negli anni ‘80, le privatizzazioni del 1992-93 che hanno impoverito il Paese alle quali si è opposto Giulio Andreotti (ma anche Bettino Craxi), la vicenda dei “furbetti del quartierino” che a metà degli anni 2000 ha portato alle dimissioni di Antonio Fazio (che difendeva “l’italianità” delle banche) e alla sua sostituzione con Mario Draghi alla guida della Banca d’Italia.

Ovviamente lo scontro si ripeteva con protagonisti diversi anche nel resto del mondo occidentale.

Non a caso George Soros, intervistato da Christine Ockrent a dicembre 2004, alla domanda «Perché ha rivinto le elezioni Bush nonostante tutti i soldi con i quali lei ha sostenuto in campagna elettorale il suo avversario Kerry?», ha risposto: «Ho sottovalutato il potere che ha raggiunto anche negli USA l’Opus Dei».

Messa all’angolo l’Opus Dei, lo scontro si è acceso, violentissimo, all’interno della finanza ebraica.

Qual è il punto specifico sul quale sono divisi?

Il ruolo del dollaro USA.

Premessa: il dollaro è la moneta internazionale degli scambi e ciò dà un immenso vantaggio competitivo agli Stati Uniti. Questi ultimi, infatti, possono avere contemporaneamente un elevatissimo debito pubblico ed una bilancia dei conti con l’estero perennemente in perdita perché possono stampare dollari e titoli di Stato che gli altri Paesi sono costretti ad accettare.

Gli Stati Uniti sono tecnicamente falliti il 15 agosto 1971, quando il presidente Richard Nixon abolì la conversione del dollaro in oro, ma il sistema continua ad andare avanti ugualmente perché gli altri Paesi non si oppongono (gli USA sono la principale potenza militare mondiale) e perché sono stati trovati, nel tempo, dei palliativi per impedire al sistema di collassare. Tra i principali palliativi, il petro-dollaro (per il quale è fondamentale il ruolo dell’Arabia Saudita) e la finanziarizzazione dell’economia, che ha fatto schizzare in alto debiti pubblici e debiti privati in tutto il mondo.

Ovviamente tale sistema non può durare in eterno, anche perché i cosiddetti Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, anche se ora sarebbe più corretto definirli RICS, dato che gli USA si sono ripresi il Brasile) hanno aumentato la quota di scambi internazionali tra di loro che avvengono al di fuori del dollaro ed hanno creato degli organismi sovranazionali alternativi al Fondo Monetario Internazionale ed alla Banca Mondiale.

Di fronte a tutto ciò, di fronte ai conclamati scricchiolii del dollaro, le élites del mondo “occidentale” si sono spaccate: la co..a JP Morgan ritiene che il dollaro debba rimanere la moneta internazionale degli scambi ad ogni costo, compresa anche un’eventuale guerra atomica, mentre la co..a Goldman Sachs ritiene che si debba trattare con gli “asiatici”, perché sul medio-lungo termine questi ultimi saranno vincitori.

Tale scontro, a livello internazionale, ha trovato espressione nella Brexit e nell’elezione di Trump, con la vittoria della co..a Goldman Sachs, nonché nell’elezione di Macron in Francia, con la vittoria invece della co..a JP Morgan.

In Italia, il primo round di questa guerra tra co…e si è avuto nel 2013, con la vittoria di JP Morgan che ha impedito agli uomini di Goldman Sachs di sedersi al Quirinale ed a Palazzo Chigi.

Ne abbiamo già parlato qui: https://terracinasocialforum.wordpress.com/2017/01/18/e-meglio-la-post-verita-o-la-pre-verita.

Il secondo round italiano di questa guerra tra co…e è stato il referendum costituzionale, che ha registrato la vittoria di Goldman Sachs.

Il terzo round sono le elezioni politiche del 2018, con nel frattempo l’Opus Dei che si è ripresa dalla batoste subite ed è riuscita a serrare le fila (sebbene anche in quel campo si siano registrati morti e feriti, basti pensare all’ex governatore della Lombardia – strano tuttavia che i “Fratelli” non abbiano nulla da dire). Senza considerare, comunque, che dall’altra parte c’è colui che partecipò alla cerimonia di beatificazione di Escrivà de Balaguer, il fondatore dell’Opus Dei, e che pertanto ha sempre lavorato per la sua vera “parrocchia”.

I fili di Goldman Sachs, in vista del voto, si sono di nuovo mossi ed ecco spiegato il perché del titolo di questo articolo.

Dopo il referendum costituzionale si sono attivate alcune pedine Goldman che hanno cercato di riscrivere il Vangelo secondo Matteo, prevedendo per quest’ultimo un semplice ruolo da segretario di partito, senza candidatura, ma non c’è stato nulla da fare.

Di conseguenza, si è cercata la sponda del M5S.

Due parole su quest’ultimo.

Movimento strano, veramente molto strano.

«Trasparenza», «democrazia diretta» gli slogan principali.

Tra cui anche «Uno vale uno».

Che però non vale per il… figlio di papà.

Era nelle monarchie assolute del Medio Evo che il potere si tramandava di padre in figlio.

Poi, francamente, un movimento che viene votato in massa dalle forze dell’ordine non sarà mai un movimento rivoluzionario.

Le forze dell’ordine manganellano i manifestanti che sono pericolosi per le élites, come i no global che si scagliavano contro il Vero Potere, cioè gli organismi sovranazionali, ma si levano i caschi in segno di solidarietà alle manifestazioni di coloro che attaccano la “casta”.

Le elezioni, in Italia ma anche all’estero, sono diventate una sorta di tiro al piattello. L’elettore che non riceve briciole grazie al clientelismo imperante, in genere riflette nelle settimane precedenti al voto, dopodiché identifica colui che ritiene essere il suo nemico e, nell’urna, imbraccia metaforicamente il fucile e spara.

Se tale tipo di elettore ritiene che il suo nemico siano i ladri di polli, nelle istituzioni a rappresentarlo avrà delegati che faranno la lotta ai ladri di polli.

Se invece l’elettore ritiene che il suo nemico siano banche, finanza, speculatori e NATO, nelle istituzioni a rappresentarlo avrà delegati che faranno la lotta al Vero Potere.

Ecco, noi vorremmo un’Italia che non sia più “Travagliata”.

Vorremmo un’Italia in cui si parla tutti i giorni di politica estera, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Perché la politica estera non è sapere chi è il nuovo fidanzato della soubrette argentina o la nuova fidanzata dell’erede al trono britannico, né tanto meno sapere se l’Inter schiererà qualche giocatore italiano nella prossima partita di campionato.

Missioni militari all’estero: 1,2 miliardi per il 2016

Dal sito Internet http://www.ilcambiamento.it/guerre/missioni_militari_miliardi.html

MISSIONI MILITARI ALL’ESTERO: 1,2 MILIARDI PER IL 2016

di Redazione

Certi numeri non vengono diffusi sui media mainstream, bisogna andarseli a cercare. E la Rete per il Disarmo lo fa da anni: cerca dati, li elabora, li diffonde fornendo un quadro tutt’altro che confortante delle decisioni dei governi italiani in materia di armi e di missioni militari.

Nel 2016 sono 1,2 i miliardi di euro che il governo vuole destinare alle missioni militari all’estero (in linea con lo scorso anno), a fronte di solo 90 milioni (in calo di 16) per la cooperazione civile nelle stesse aree. È la sintesi delle cifre economiche del decreto legge presentato in questi giorni al Parlamento e sul quale sono stati sentiti in audizione presso le competenti Commissioni riunite di Camera e Senato i ministri Pinotti e Gentiloni.

Rete Disarmo rinnova anche per questo provvedimento, come già fatto in passato, la critica all’impianto generale che vede inserire in un medesimo decreto legge (da votare o respingere in toto) missioni di natura e portata completamente differente. «Sarebbe invece più opportuno procedere con una suddivisione (almeno per tipologia ed area) al fine di permettere ai parlamentari di effettuare scelte ponderate e più sensate – spiega la Rete -. Da anni è stata promessa una “legge quadro” che dovrebbe superare questo problema di raggruppamento improprio, ma non è in vista una sua approvazione e non si può utilizzare questa attesa come scusa per reiterare meccanismi evidentemente negativi».

«Le missioni all’estero che questo decreto legge va a prorogare sono rimaste prive di copertura giuridica e finanziaria per oltre 4 mesi – sottolinea Laura Zeppa di Archivio Disarmo – cosa che si cerca di risolvere oggi con l’usuale e problematico ricorso ad una decretazione di urgenza. Nel testo proposto al Parlamento si esplicita solo la dotazione finanziaria dei diversi interventi, dicendo poco o nulla in merito alla situazione di ciascuna missione, agli obiettivi raggiunti e quanto ancora da espletare. Molte sono attive da più di dieci anni: vogliamo ragionare sui risultati ottenuti o solamente agire con rinnovi automatici?», conclude Laura Zeppa.

Il provvedimento in discussione oltre a prorogare la missione in Afghanistan, «che si sarebbe invece dovuta concludere nel 2014, continua a finanziare direttamente con 120 milioni di euro le forze di sicurezza di Kabul sulle quali la comunità internazionale ha espresso forti riserve. Il tutto senza un condizionamento di questi importanti aiuti militari al rispetto di diritti umani e di procedure trasparenti. Complessivamente l’intervento nel Paese asiatico ci costerà oltre 300 milioni».

«Oltre a Libano, Kosovo, intervento anti-pirateria nell’Oceano Indiano, Albania Palestina, Mali, area del Baltico per sorveglianza aerea in funzione anti-russa), Bosnia e Cipro il nostro Paese sarà anche protagonista della missione UE in Somalia, comandata da un generale italiano ed a cui contribuiamo con un cospicuo contingente, per addestrare l’esercito locale – prosegue la Rete Disarmo -. Tutto ciò nonostante l’esercito somalo arruoli ed utilizzi, secondo il segretario generale ONU, anche bambini soldato. Situazione che Rete Disarmo ha già stigmatizzato in occasione della recente approvazione dell’accordo militare con Mogadiscio. Il decreto prevede anche la fornitura di pezzi di ricambio degli aerei militari all’Egitto, nonostante la crisi diplomatica connessa all’omicidio Regeni, la forte repressione messa in atto dal regime di Al-Sisi e la partecipazione dell’Egitto alla coalizione a guida saudita impegnata nella guerra in Yemen. Rete Italiana per il Disarmo, che ha già recentemente chiesto lo stop dell’export militare verso Il Cairo e altri Paesi della stessa regione ritiene invece necessario bloccare qualsiasi aiuto militare almeno fino al ripristino delle libertà fondamentali».

«Circa 236 milioni (in crescita) sono destinati a continuare dispiegamento di mezzi aerei in Iraq, mentre per ora non sono previsti fondi (che saranno altrettanti) a favore della missione già annunciata di protezione del cantiere di una ditta italiana che dovrà ristrutturare la diga di Mosul. “Anche per quanto riguarda la Libia i fondi sono cospicui, ma poco chiari – commenta Francesco Vignarca coordinatore della Rete – perché si è quadruplicato fino a 90 milioni lo stanziamento per la forza navale già impegnata, ma senza dettagliarne i motivi ed esplicitare un’eventuale intenzione di intervento diretto. In generale va notato come il robusto finanziamento delle missioni militari all’estero configuri ancora una volta una stampella per il bilancio della Difesa, che non sarebbe in grado altrimenti di garantire il funzionamento dell’elefantiaca macchina delle forze armate”.

Secondo la Rete Italiana per il Disarmo la logica deve essere completamente ribaltata: «Per risolvere i problemi internazionali gli interventi militari si sono rivelati inefficaci – sottolinea Maurizio Simoncelli vicepresidente di Archivio Disarmo – occorrerebbe invece ridurre le spese militari (in particolare quelle delle missioni militari) ed aumentare le risorse per la cooperazione civile e sociale. Rafforzando il ruolo delle società civili invece di quello di regimi autoritari che spesso traggono vantaggio da nostro sostegno militare diretto o indiretto». Nel decreto legge in discussione i fondi per la cooperazione nelle specifiche aree di intervento (Afghanistan, Etiopia, Repubblica Centrafricana, Iraq, Libia, Mali, Niger, Myanmar, Pakistan, Palestina, Siria, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Yemen) vengono invece diminuiti.

«Il Parlamento già da questo dibattito e con questo voto avrebbe la possibilità di porre fine alla reiterata approvazione di decreti che dispongono solo finanziamenti non trasparenti decisi dal governo, riappropriandosi di un importante aspetto della politica estera e di difesa del nostro Paese e slegandolo da interessi di alleanza o di favore verso l’industria delle armi per focalizzarsi invece sulla risoluzione dei conflitti internazionali».

QUI per approfondimento la scheda “Criticità del Decreto Missioni” predisposta dall’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo.

Moby Prince, la pista USA

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article191232.html

MOBY PRINCE, LA PISTA USA

di Manlio Dinucci

Fonte: Il Manifesto (Italia)

«Mayday, Mayday, Mayday, Moby Prince, siamo in collisione, prendiamo fuoco! Ci serve aiuto!»: questo il drammatico messaggio trasmesso 25 anni fa, alle 22:25:27 del 10 aprile 1991, dal traghetto Moby Prince, entrato in collisione, nella rada del porto di Livorno, con la petroliera AGIP Abruzzo.

Richiesta di aiuto inascoltata: muoiono in 140, dopo aver atteso per ore invano i soccorsi. Richiesta di giustizia inascoltata: da 25 anni, i familiari chiedono invano la verità. Dopo tre inchieste e due processi. Eppure essa emerge prepotentemente dai fatti.

Quella sera nella rada di Livorno c’è un intenso traffico di navi militari e militarizzate degli Stati Uniti, che riportano alla base USA di Camp Darby (limitrofa al porto) parte delle armi usate nella prima guerra del Golfo.

Ci sono anche altre misteriose navi. La Gallant II (nome in codice Theresa), nave militarizzata USA che, subito dopo l’incidente, lascia precipitosamente la rada di Livorno. La 21 Oktoobar II della società Shifco, la cui flotta, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia ufficialmente per la pesca, viene usata per trasportare armi USA e rifiuti tossici anche radioattivi in Somalia e per rifornire di armi la Croazia in guerra contro la Jugoslavia.

Per aver trovato le prove di tale traffico, la giornalista Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin vengono assassinati nel 1994 a Mogadiscio in un agguato organizzato dalla CIA con l’aiuto di Gladio e servizi segreti italiani [1].

Con tutta probabilità, la sera del 10 aprile, è in corso nella rada di Livorno il trasbordo di armi USA che, invece di rientrare a Camp Darby, vengono segretamente inviate in Somalia, Croazia e altre zone, non esclusi depositi di Gladio in Italia [2]. Quando avviene la collisione, chi dirige l’operazione – sicuramente il comando USA di Camp Darby – cerca subito di cancellare qualsiasi prova. Ciò spiega una serie di «punti oscuri»: il segnale del Moby Prince, ad appena 2 miglia dal porto, che giunge fortemente disturbato; il silenzio di Livorno Radio, il gestore pubblico delle telecomunicazioni, che non chiama il Moby Prince; il comandante del porto Sergio Albanese, «impegnato in altre comunicazioni radio», che non guida i soccorsi e viene subito dopo promosso ammiraglio per i suoi meriti; la mancanza (o meglio sparizione) di tracciati radar e immagini satellitari, in particolare sulla posizione dell’AGIP Abruzzo, appena arrivata a Livorno dall’Egitto stranamente in tempo record (4,5 giorni invece di 14); le manomissioni sul traghetto sotto sequestro, dove spariscono strumenti essenziali alle indagini. Così da far apparire quello del Moby Prince un banale incidente, anche per responsabilità del comandante.

I familiari delle vittime sono riusciti ora a ottenere l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, non solo per dare giustizia ai loro cari, ma per «chiudere un capitolo indegno della storia italiana». Capitolo che resterà aperto se la commissione limiterà come al solito l’inchiesta all’esterno di Camp Darby, la base USA al centro della strage del Moby Prince. La stessa inquisita dai giudici Casson e Mastelloni nell’inchiesta sull’organizzazione golpista «Gladio». Una delle basi USA/NATO che – scrive Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione – fornirono gli esplosivi per le stragi, da piazza Fontana a Capaci e via d’Amelio. Basi in cui «si riunivano terroristi neri, ufficiali della NATO, mafiosi, uomini politici italiani e massoni, alla vigilia di attentati».

Il Mayday del Moby Prince è il Mayday della nostra democrazia.

NOTE

[1] “La scottante verità di Ilaria”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia), Rete Voltaire, 10 giugno 2015.

[2] Vedi blog di Luigi Grimaldi sul Moby Prince.

Si fa presto a dire paradiso fiscale

Dal sito Internet http://comune-info.net/2016/04/poveri-paradisi-fiscali-panama/

SI FA PRESTO A DIRE PARADISO FISCALE

di Andrea Baranes

Clienti provenienti da 204 (duecentoquattro) Paesi del mondo. Secondo Wikipedia, i Paesi membri dell’ONU sono 193. Il che significa che lo studio Mossack Fonseca è più rappresentativo delle Nazioni Unite. 11,5 milioni di documenti, che vedono coinvolte 215.000 società. Confindustria, la principale organizzazione di rappresentanza delle imprese in Italia ne raggruppa poco meno di 150.000. Migliaia, se non decine di migliaia di intermediari finanziari, oltre 500 banche, 150 tra capi di Stato e leader politici.

Stiamo parlando di uno studio legale. Uno. Che sarà anche stato importante, ma a Panama quanti saranno gli avvocati? E i commercialisti? I notai, i consulenti, gli studi specializzati? Attenzione poi, Panama è solo una delle decine di giurisdizioni considerate un paradiso fiscale. La “black list” dell’Agenzia delle Entrate italiana ne segnala oltre 50, praticamente in ogni continente e a ogni latitudine. E teniamo conto che per evidenti motivi diplomatici il Delaware negli USA, la City di Londra o l’Olanda, solo per fare alcuni esempi, non sono inclusi in questa lista, anche se molti ricercatori li considerano tra i più importanti paradisi fiscali del pianeta. E sono posti in cui gli studi di avvocati e consulenti non mancano di certo.

È vero che da anni le banche centrali inondano di soldi i mercati finanziari. Una quantità sterminata di denaro che non finisce in consumi e investimenti ma rimane incastrata nei circuiti della finanza, e che naturalmente prima o poi trova rifugio nei porti sicuri e discreti di queste giurisdizioni. Vero anche che le diseguaglianze non fanno che crescere e il famoso “1%” diventa sempre più ricco, per non parlare della crema, di quel 1% dell’1% che è il vero target di ogni consulente finanziario che si rispetti. Fatte salve queste dovute considerazioni, deve comunque rimanere una concorrenza spietata per attrarre il banchiere, il mafioso e il dittatore di turno.

Anche perché non parliamo solo di grandi studi di avvocati con moquette di alpaca e poltrone in pelle umana. Basta farsi un giro su Internet per vedere che con poche centinaia di dollari chiunque può aprirsi la propria società di comodo. Un sito a caso tra le centinaia che si trovano in rete segnala che creare una società alle Isole Vergini Britanniche o ad Anguilla costa intorno ai 1.000 euro l’anno, anche meno per approdare alle Seychelles o in Belize. Panama, come Gibilterra o le Bahamas sembra poco più cara, ma è comunque una destinazione ormai alla portata di ogni bravo calciatore e criminale degno di nota.

Con poche centinaia di euro in più, oltre alla società si può anche aprire un conto corrente in una di queste giurisdizioni, o in altre, a Saint Vincent, in Lettonia o a Hong Kong. Prezzi di assoluta convenienza anche per avere per la propria società un direttore designato, ovvero un prestanome “utilizzato per garantire il massimo livello di confidenzialità. Il nome del direttore apparirà sui documenti dell’impresa, in ogni contratto professionale e nei registri commerciali della giurisdizione. Un altro vantaggio legato al servizio di direttore designato consiste nel piazzare la questione “del controllo e della gestione” al di fuori di una giurisdizione con fiscalità importante.

La concorrenza non è unicamente tra gli studi, ma anche tra le diverse giurisdizioni. Si fa presto a definirsi “paradiso fiscale”, ma per attrarre i capitali di capitani di industria e trafficanti di droga occorre offrire condizioni sempre migliori, e specializzarsi in poche attività in cui battere la concorrenza degli altri paradisi fiscali. È così che ogni territorio si concentra su poche ben definite operazioni, chi puntando su un fisco nullo, chi sul completo anonimato, chi sulla creazione di scatole cinesi. Occorre trovare la propria nicchia di mercato in cui essere all’avanguardia. Essere il più paradiso di tutti tra più Paesi di quanti ne conta l’ONU. Poi essere il più bravo tra stuoli di consulenti a completa disposizione. Superare la spietata concorrenza delle società su Internet, che offrono ogni genere di servizi a prezzi stracciati. E proprio quando pensi di avercela fatta, sul più bello una fuga di notizie da 11,5 milioni di documenti mette a rischio tutto. Altro che paradisi –fiscali o meno – lavorare in questo settore deve essere un vero inferno.

Pubblicato anche su nonconimieisoldi.org.

“Notte in piedi”, inizio di un movimento dormiente

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article191254.html

“NOTTE IN PIEDI”, INIZIO DI UN MOVIMENTO DORMIENTE

di Thierry Meyssan

Traduzione: Alessandro Lattanzio (Sito Aurora)

La stampa parigina è svenevole con il neonato movimento politico “Notte in piedi”. Centinaia di persone che si riuniscono sulle principali piazze delle grandi città francesi per discutere e rifare il mondo.

Questo movimento “spontaneo” s’è organizzato in qualche giorno. Ora ha due siti web, radio e web tv. A Parigi, a Place de la Republique, 21 commissioni sono state formate alla rinfusa: intrattenimento artistico, clima, mensa, creazione di manifesti, disegno in piedi, giardino del sapere, manifestazioni, campeggio, democrazia, scienza in piedi, sciopero generale, istruzione, economia, femminismo, LGTBI e oltre, tv in piedi, astensione, trasparenza, francesi in Africa, infermeria, comunicazione. È un pettegolezzo su cui si gioca il futuro del Paese.

“Notte in piedi” sarebbe sorto dalla proiezione di un film militante, “Grazie boss”, di François Ruffin, il 23 febbraio. Il pubblico avrebbe creato il collettivo “convergenza di lotte” con l’idea di rappresentare le preoccupazioni di salariati, immigrati, ecc. [1].

Tuttavia, la lettura dell’appello scritto da “convergenza di lotte” non mancherà di sorprendere. Dice: “Questo movimento non è nato e non muore a Parigi. Dalla primavera araba al movimento del 15M, da piazza Tahrir a Gezi Park, a piazza della Repubblica e molti altri luoghi in Francia, occupati stasera, illustrano stessa rabbia, stesse speranze e stessa convinzione: la necessità di una nuova società, dove democrazia, dignità e libertà non siano vacue affermazioni” [2].

Se questo movimento non è nato a Parigi, come sostengono i suoi sostenitori, chi ne ha avuto l’idea?

I riferimenti a “primavera araba”, “movimento del 15M”, “piazza Tahrir” e “Gezi Park” indicano solo movimenti chiaramente supportati, se non avviati, dalla CIA. La “primavera araba”, un piano del Dipartimento di Stato degli USA per rovesciare i regimi laici arabi e sostituirli con i Fratelli Musulmani. Il “movimento del 15M” in Spagna che sfida le politiche economiche dei principali partiti affermando comunque fedeltà alle istituzioni europee. “Piazza Tahrir” in Egitto è di solito considerato uno dei luoghi della primavera araba, distinguendone l’occupazione da parte dei Fratelli Musulmani di Muhamad Mursi. Gezi Park era l’unico movimento secolare dei quattro, ma orchestrato dalla CIA per avvertire Recep Tayyip Erdogan, che non vi ha badato.

Dietro tali quattro riferimenti, e molti altri, si trova lo stesso organizzatore: la squadra di Gene Sharp, precedentemente nota come Albert Einstein Institute [3], oggi Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies (Canvas), finanziata esclusivamente dagli Stati Uniti [4]. Persone ben organizzate e direttamente collegate alla NATO, dal sacro orrore per la spontaneità di Rosa Luxemburg.

Il non intervento delle questure, il supporto discreto dell’Unione Europea a Radio Debout e la presenza tra gli organizzatori di ex figure di Action Direct [5] non sembrano un problema per i partecipanti.

Naturalmente, il lettore si chiederebbe se non forzi le cose vedendovi la mano di Washington. Ma la presenza della squadra di Gene Sharp in 20 Paesi è ampiamente documentata e studiata dagli storici. E non sono io, ma gli organizzatori di “Notte in piedi” che si riferiscono alle sue azioni.

La squadra di Gene Sharp segue sempre le stesse ricette. A seconda dei casi, manifestazioni vengono manipolate per cambiare il regime o, al contrario, sterilizzare l’opposizione, come in questo caso. Dal 2000, questa squadra utilizza un logo preso in prestito dai comunisti per combatterli meglio: Il pugno alzato. È ovviamente il simbolo scelto da “convergenza di lotte.”

Lo slogan di “Notte in piedi”, “non si va a casa”, è nuovo nella lunga successione delle operazioni di Gene Sharp, ma è abbastanza tipico del loro modo d’intervenire: lo slogan non ha alcuna pretesa positiva e non offre nulla. Serve solo ad occupare le piazze e a distrarre i media mentre le cose serie accadono altrove.

Lo stesso principio di “Notte in piedi” esclude qualsiasi partecipazione. Si dev’essere dei nottambuli che passano le notti a chiacchierare. “I salariati e i precari” che si suppone difendono al mattino, non possono permettersi notti in bianco.

Non saranno le commissioni di “Notti in piedi”, dove ci s’interessa a qualsiasi cosa, salvo alle devastazioni dello sfruttamento e dell’imperialismo, a porre fine al dominio in Francia della cricca dei ricchi che l’hanno venduta agli anglosassoni e permettono al Pentagono d’installarvi basi militari. Immaginare altrimenti sarebbe credere ad assurdità.

NOTE

[1] «Nuit debout : genèse d’un mouvement pas si spontané» (Notte in piedi: genesi di un movimento non così spontaneo), Eugénie Bastié, Le Figaro, 7 aprile 2016.

[2] «Appel de la Nuit Debout» (Appello di Notte in piedi), Piazza della Repubblica, 8 aprile 2016, Parigi.

[3] “L’Albert Einstein Institution: la versione CIA della nonviolenza”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 4 giugno 2007.

[4] La presenza della squadra di Gene Sharp è certificata almeno nella: caduta di Ceausescu (1989), piazza Tiananmen (1989), Lituania (1991), Kosovo (1995), “rivoluzione dei bulldozer” in Serbia (2000), Iraq (2002), “rivoluzione delle rose” in Georgia (2003), “insurrezione di Maafushi” nelle Maldive (2003), “rivoluzione arancione” in Ucraina (2004 ), “rivoluzione dei cedri” in Libano (2005), “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan (2005), “marcia del dissenso” in Russia (2006-7), “manifestazioni per la libertà di espressione” in Venezuela (2007), “rivoluzione verde” in Iran (2009), “Putin deve andarsene” (2010), “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia (2010), “giorno della collera” in Egitto (2011), “Occupy Wall Street” negli Stati Uniti (2011), “movimento del 15M” in Spagna (2011), “sit-in” in Messico (2012), “inizio” di nuovo in Venezuela (2014), “Maidan” di nuovo in Ucraina (2013-14), ecc.

[5] Action directe fu un gruppo di estrema sinistra che organizzò 80 attentati e omicidi negli anni ’80, in definitiva manipolato da Gladio, cioè dai servizi segreti della NATO.