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Missioni militari all’estero: 1,2 miliardi per il 2016

Dal sito Internet http://www.ilcambiamento.it/guerre/missioni_militari_miliardi.html

MISSIONI MILITARI ALL’ESTERO: 1,2 MILIARDI PER IL 2016

di Redazione

Certi numeri non vengono diffusi sui media mainstream, bisogna andarseli a cercare. E la Rete per il Disarmo lo fa da anni: cerca dati, li elabora, li diffonde fornendo un quadro tutt’altro che confortante delle decisioni dei governi italiani in materia di armi e di missioni militari.

Nel 2016 sono 1,2 i miliardi di euro che il governo vuole destinare alle missioni militari all’estero (in linea con lo scorso anno), a fronte di solo 90 milioni (in calo di 16) per la cooperazione civile nelle stesse aree. È la sintesi delle cifre economiche del decreto legge presentato in questi giorni al Parlamento e sul quale sono stati sentiti in audizione presso le competenti Commissioni riunite di Camera e Senato i ministri Pinotti e Gentiloni.

Rete Disarmo rinnova anche per questo provvedimento, come già fatto in passato, la critica all’impianto generale che vede inserire in un medesimo decreto legge (da votare o respingere in toto) missioni di natura e portata completamente differente. «Sarebbe invece più opportuno procedere con una suddivisione (almeno per tipologia ed area) al fine di permettere ai parlamentari di effettuare scelte ponderate e più sensate – spiega la Rete -. Da anni è stata promessa una “legge quadro” che dovrebbe superare questo problema di raggruppamento improprio, ma non è in vista una sua approvazione e non si può utilizzare questa attesa come scusa per reiterare meccanismi evidentemente negativi».

«Le missioni all’estero che questo decreto legge va a prorogare sono rimaste prive di copertura giuridica e finanziaria per oltre 4 mesi – sottolinea Laura Zeppa di Archivio Disarmo – cosa che si cerca di risolvere oggi con l’usuale e problematico ricorso ad una decretazione di urgenza. Nel testo proposto al Parlamento si esplicita solo la dotazione finanziaria dei diversi interventi, dicendo poco o nulla in merito alla situazione di ciascuna missione, agli obiettivi raggiunti e quanto ancora da espletare. Molte sono attive da più di dieci anni: vogliamo ragionare sui risultati ottenuti o solamente agire con rinnovi automatici?», conclude Laura Zeppa.

Il provvedimento in discussione oltre a prorogare la missione in Afghanistan, «che si sarebbe invece dovuta concludere nel 2014, continua a finanziare direttamente con 120 milioni di euro le forze di sicurezza di Kabul sulle quali la comunità internazionale ha espresso forti riserve. Il tutto senza un condizionamento di questi importanti aiuti militari al rispetto di diritti umani e di procedure trasparenti. Complessivamente l’intervento nel Paese asiatico ci costerà oltre 300 milioni».

«Oltre a Libano, Kosovo, intervento anti-pirateria nell’Oceano Indiano, Albania Palestina, Mali, area del Baltico per sorveglianza aerea in funzione anti-russa), Bosnia e Cipro il nostro Paese sarà anche protagonista della missione UE in Somalia, comandata da un generale italiano ed a cui contribuiamo con un cospicuo contingente, per addestrare l’esercito locale – prosegue la Rete Disarmo -. Tutto ciò nonostante l’esercito somalo arruoli ed utilizzi, secondo il segretario generale ONU, anche bambini soldato. Situazione che Rete Disarmo ha già stigmatizzato in occasione della recente approvazione dell’accordo militare con Mogadiscio. Il decreto prevede anche la fornitura di pezzi di ricambio degli aerei militari all’Egitto, nonostante la crisi diplomatica connessa all’omicidio Regeni, la forte repressione messa in atto dal regime di Al-Sisi e la partecipazione dell’Egitto alla coalizione a guida saudita impegnata nella guerra in Yemen. Rete Italiana per il Disarmo, che ha già recentemente chiesto lo stop dell’export militare verso Il Cairo e altri Paesi della stessa regione ritiene invece necessario bloccare qualsiasi aiuto militare almeno fino al ripristino delle libertà fondamentali».

«Circa 236 milioni (in crescita) sono destinati a continuare dispiegamento di mezzi aerei in Iraq, mentre per ora non sono previsti fondi (che saranno altrettanti) a favore della missione già annunciata di protezione del cantiere di una ditta italiana che dovrà ristrutturare la diga di Mosul. “Anche per quanto riguarda la Libia i fondi sono cospicui, ma poco chiari – commenta Francesco Vignarca coordinatore della Rete – perché si è quadruplicato fino a 90 milioni lo stanziamento per la forza navale già impegnata, ma senza dettagliarne i motivi ed esplicitare un’eventuale intenzione di intervento diretto. In generale va notato come il robusto finanziamento delle missioni militari all’estero configuri ancora una volta una stampella per il bilancio della Difesa, che non sarebbe in grado altrimenti di garantire il funzionamento dell’elefantiaca macchina delle forze armate”.

Secondo la Rete Italiana per il Disarmo la logica deve essere completamente ribaltata: «Per risolvere i problemi internazionali gli interventi militari si sono rivelati inefficaci – sottolinea Maurizio Simoncelli vicepresidente di Archivio Disarmo – occorrerebbe invece ridurre le spese militari (in particolare quelle delle missioni militari) ed aumentare le risorse per la cooperazione civile e sociale. Rafforzando il ruolo delle società civili invece di quello di regimi autoritari che spesso traggono vantaggio da nostro sostegno militare diretto o indiretto». Nel decreto legge in discussione i fondi per la cooperazione nelle specifiche aree di intervento (Afghanistan, Etiopia, Repubblica Centrafricana, Iraq, Libia, Mali, Niger, Myanmar, Pakistan, Palestina, Siria, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Yemen) vengono invece diminuiti.

«Il Parlamento già da questo dibattito e con questo voto avrebbe la possibilità di porre fine alla reiterata approvazione di decreti che dispongono solo finanziamenti non trasparenti decisi dal governo, riappropriandosi di un importante aspetto della politica estera e di difesa del nostro Paese e slegandolo da interessi di alleanza o di favore verso l’industria delle armi per focalizzarsi invece sulla risoluzione dei conflitti internazionali».

QUI per approfondimento la scheda “Criticità del Decreto Missioni” predisposta dall’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo.

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Moby Prince, la pista USA

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article191232.html

MOBY PRINCE, LA PISTA USA

di Manlio Dinucci

Fonte: Il Manifesto (Italia)

«Mayday, Mayday, Mayday, Moby Prince, siamo in collisione, prendiamo fuoco! Ci serve aiuto!»: questo il drammatico messaggio trasmesso 25 anni fa, alle 22:25:27 del 10 aprile 1991, dal traghetto Moby Prince, entrato in collisione, nella rada del porto di Livorno, con la petroliera AGIP Abruzzo.

Richiesta di aiuto inascoltata: muoiono in 140, dopo aver atteso per ore invano i soccorsi. Richiesta di giustizia inascoltata: da 25 anni, i familiari chiedono invano la verità. Dopo tre inchieste e due processi. Eppure essa emerge prepotentemente dai fatti.

Quella sera nella rada di Livorno c’è un intenso traffico di navi militari e militarizzate degli Stati Uniti, che riportano alla base USA di Camp Darby (limitrofa al porto) parte delle armi usate nella prima guerra del Golfo.

Ci sono anche altre misteriose navi. La Gallant II (nome in codice Theresa), nave militarizzata USA che, subito dopo l’incidente, lascia precipitosamente la rada di Livorno. La 21 Oktoobar II della società Shifco, la cui flotta, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia ufficialmente per la pesca, viene usata per trasportare armi USA e rifiuti tossici anche radioattivi in Somalia e per rifornire di armi la Croazia in guerra contro la Jugoslavia.

Per aver trovato le prove di tale traffico, la giornalista Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin vengono assassinati nel 1994 a Mogadiscio in un agguato organizzato dalla CIA con l’aiuto di Gladio e servizi segreti italiani [1].

Con tutta probabilità, la sera del 10 aprile, è in corso nella rada di Livorno il trasbordo di armi USA che, invece di rientrare a Camp Darby, vengono segretamente inviate in Somalia, Croazia e altre zone, non esclusi depositi di Gladio in Italia [2]. Quando avviene la collisione, chi dirige l’operazione – sicuramente il comando USA di Camp Darby – cerca subito di cancellare qualsiasi prova. Ciò spiega una serie di «punti oscuri»: il segnale del Moby Prince, ad appena 2 miglia dal porto, che giunge fortemente disturbato; il silenzio di Livorno Radio, il gestore pubblico delle telecomunicazioni, che non chiama il Moby Prince; il comandante del porto Sergio Albanese, «impegnato in altre comunicazioni radio», che non guida i soccorsi e viene subito dopo promosso ammiraglio per i suoi meriti; la mancanza (o meglio sparizione) di tracciati radar e immagini satellitari, in particolare sulla posizione dell’AGIP Abruzzo, appena arrivata a Livorno dall’Egitto stranamente in tempo record (4,5 giorni invece di 14); le manomissioni sul traghetto sotto sequestro, dove spariscono strumenti essenziali alle indagini. Così da far apparire quello del Moby Prince un banale incidente, anche per responsabilità del comandante.

I familiari delle vittime sono riusciti ora a ottenere l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, non solo per dare giustizia ai loro cari, ma per «chiudere un capitolo indegno della storia italiana». Capitolo che resterà aperto se la commissione limiterà come al solito l’inchiesta all’esterno di Camp Darby, la base USA al centro della strage del Moby Prince. La stessa inquisita dai giudici Casson e Mastelloni nell’inchiesta sull’organizzazione golpista «Gladio». Una delle basi USA/NATO che – scrive Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione – fornirono gli esplosivi per le stragi, da piazza Fontana a Capaci e via d’Amelio. Basi in cui «si riunivano terroristi neri, ufficiali della NATO, mafiosi, uomini politici italiani e massoni, alla vigilia di attentati».

Il Mayday del Moby Prince è il Mayday della nostra democrazia.

NOTE

[1] “La scottante verità di Ilaria”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia), Rete Voltaire, 10 giugno 2015.

[2] Vedi blog di Luigi Grimaldi sul Moby Prince.

Si fa presto a dire paradiso fiscale

Dal sito Internet http://comune-info.net/2016/04/poveri-paradisi-fiscali-panama/

SI FA PRESTO A DIRE PARADISO FISCALE

di Andrea Baranes

Clienti provenienti da 204 (duecentoquattro) Paesi del mondo. Secondo Wikipedia, i Paesi membri dell’ONU sono 193. Il che significa che lo studio Mossack Fonseca è più rappresentativo delle Nazioni Unite. 11,5 milioni di documenti, che vedono coinvolte 215.000 società. Confindustria, la principale organizzazione di rappresentanza delle imprese in Italia ne raggruppa poco meno di 150.000. Migliaia, se non decine di migliaia di intermediari finanziari, oltre 500 banche, 150 tra capi di Stato e leader politici.

Stiamo parlando di uno studio legale. Uno. Che sarà anche stato importante, ma a Panama quanti saranno gli avvocati? E i commercialisti? I notai, i consulenti, gli studi specializzati? Attenzione poi, Panama è solo una delle decine di giurisdizioni considerate un paradiso fiscale. La “black list” dell’Agenzia delle Entrate italiana ne segnala oltre 50, praticamente in ogni continente e a ogni latitudine. E teniamo conto che per evidenti motivi diplomatici il Delaware negli USA, la City di Londra o l’Olanda, solo per fare alcuni esempi, non sono inclusi in questa lista, anche se molti ricercatori li considerano tra i più importanti paradisi fiscali del pianeta. E sono posti in cui gli studi di avvocati e consulenti non mancano di certo.

È vero che da anni le banche centrali inondano di soldi i mercati finanziari. Una quantità sterminata di denaro che non finisce in consumi e investimenti ma rimane incastrata nei circuiti della finanza, e che naturalmente prima o poi trova rifugio nei porti sicuri e discreti di queste giurisdizioni. Vero anche che le diseguaglianze non fanno che crescere e il famoso “1%” diventa sempre più ricco, per non parlare della crema, di quel 1% dell’1% che è il vero target di ogni consulente finanziario che si rispetti. Fatte salve queste dovute considerazioni, deve comunque rimanere una concorrenza spietata per attrarre il banchiere, il mafioso e il dittatore di turno.

Anche perché non parliamo solo di grandi studi di avvocati con moquette di alpaca e poltrone in pelle umana. Basta farsi un giro su Internet per vedere che con poche centinaia di dollari chiunque può aprirsi la propria società di comodo. Un sito a caso tra le centinaia che si trovano in rete segnala che creare una società alle Isole Vergini Britanniche o ad Anguilla costa intorno ai 1.000 euro l’anno, anche meno per approdare alle Seychelles o in Belize. Panama, come Gibilterra o le Bahamas sembra poco più cara, ma è comunque una destinazione ormai alla portata di ogni bravo calciatore e criminale degno di nota.

Con poche centinaia di euro in più, oltre alla società si può anche aprire un conto corrente in una di queste giurisdizioni, o in altre, a Saint Vincent, in Lettonia o a Hong Kong. Prezzi di assoluta convenienza anche per avere per la propria società un direttore designato, ovvero un prestanome “utilizzato per garantire il massimo livello di confidenzialità. Il nome del direttore apparirà sui documenti dell’impresa, in ogni contratto professionale e nei registri commerciali della giurisdizione. Un altro vantaggio legato al servizio di direttore designato consiste nel piazzare la questione “del controllo e della gestione” al di fuori di una giurisdizione con fiscalità importante.

La concorrenza non è unicamente tra gli studi, ma anche tra le diverse giurisdizioni. Si fa presto a definirsi “paradiso fiscale”, ma per attrarre i capitali di capitani di industria e trafficanti di droga occorre offrire condizioni sempre migliori, e specializzarsi in poche attività in cui battere la concorrenza degli altri paradisi fiscali. È così che ogni territorio si concentra su poche ben definite operazioni, chi puntando su un fisco nullo, chi sul completo anonimato, chi sulla creazione di scatole cinesi. Occorre trovare la propria nicchia di mercato in cui essere all’avanguardia. Essere il più paradiso di tutti tra più Paesi di quanti ne conta l’ONU. Poi essere il più bravo tra stuoli di consulenti a completa disposizione. Superare la spietata concorrenza delle società su Internet, che offrono ogni genere di servizi a prezzi stracciati. E proprio quando pensi di avercela fatta, sul più bello una fuga di notizie da 11,5 milioni di documenti mette a rischio tutto. Altro che paradisi –fiscali o meno – lavorare in questo settore deve essere un vero inferno.

Pubblicato anche su nonconimieisoldi.org.

“Notte in piedi”, inizio di un movimento dormiente

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article191254.html

“NOTTE IN PIEDI”, INIZIO DI UN MOVIMENTO DORMIENTE

di Thierry Meyssan

Traduzione: Alessandro Lattanzio (Sito Aurora)

La stampa parigina è svenevole con il neonato movimento politico “Notte in piedi”. Centinaia di persone che si riuniscono sulle principali piazze delle grandi città francesi per discutere e rifare il mondo.

Questo movimento “spontaneo” s’è organizzato in qualche giorno. Ora ha due siti web, radio e web tv. A Parigi, a Place de la Republique, 21 commissioni sono state formate alla rinfusa: intrattenimento artistico, clima, mensa, creazione di manifesti, disegno in piedi, giardino del sapere, manifestazioni, campeggio, democrazia, scienza in piedi, sciopero generale, istruzione, economia, femminismo, LGTBI e oltre, tv in piedi, astensione, trasparenza, francesi in Africa, infermeria, comunicazione. È un pettegolezzo su cui si gioca il futuro del Paese.

“Notte in piedi” sarebbe sorto dalla proiezione di un film militante, “Grazie boss”, di François Ruffin, il 23 febbraio. Il pubblico avrebbe creato il collettivo “convergenza di lotte” con l’idea di rappresentare le preoccupazioni di salariati, immigrati, ecc. [1].

Tuttavia, la lettura dell’appello scritto da “convergenza di lotte” non mancherà di sorprendere. Dice: “Questo movimento non è nato e non muore a Parigi. Dalla primavera araba al movimento del 15M, da piazza Tahrir a Gezi Park, a piazza della Repubblica e molti altri luoghi in Francia, occupati stasera, illustrano stessa rabbia, stesse speranze e stessa convinzione: la necessità di una nuova società, dove democrazia, dignità e libertà non siano vacue affermazioni” [2].

Se questo movimento non è nato a Parigi, come sostengono i suoi sostenitori, chi ne ha avuto l’idea?

I riferimenti a “primavera araba”, “movimento del 15M”, “piazza Tahrir” e “Gezi Park” indicano solo movimenti chiaramente supportati, se non avviati, dalla CIA. La “primavera araba”, un piano del Dipartimento di Stato degli USA per rovesciare i regimi laici arabi e sostituirli con i Fratelli Musulmani. Il “movimento del 15M” in Spagna che sfida le politiche economiche dei principali partiti affermando comunque fedeltà alle istituzioni europee. “Piazza Tahrir” in Egitto è di solito considerato uno dei luoghi della primavera araba, distinguendone l’occupazione da parte dei Fratelli Musulmani di Muhamad Mursi. Gezi Park era l’unico movimento secolare dei quattro, ma orchestrato dalla CIA per avvertire Recep Tayyip Erdogan, che non vi ha badato.

Dietro tali quattro riferimenti, e molti altri, si trova lo stesso organizzatore: la squadra di Gene Sharp, precedentemente nota come Albert Einstein Institute [3], oggi Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies (Canvas), finanziata esclusivamente dagli Stati Uniti [4]. Persone ben organizzate e direttamente collegate alla NATO, dal sacro orrore per la spontaneità di Rosa Luxemburg.

Il non intervento delle questure, il supporto discreto dell’Unione Europea a Radio Debout e la presenza tra gli organizzatori di ex figure di Action Direct [5] non sembrano un problema per i partecipanti.

Naturalmente, il lettore si chiederebbe se non forzi le cose vedendovi la mano di Washington. Ma la presenza della squadra di Gene Sharp in 20 Paesi è ampiamente documentata e studiata dagli storici. E non sono io, ma gli organizzatori di “Notte in piedi” che si riferiscono alle sue azioni.

La squadra di Gene Sharp segue sempre le stesse ricette. A seconda dei casi, manifestazioni vengono manipolate per cambiare il regime o, al contrario, sterilizzare l’opposizione, come in questo caso. Dal 2000, questa squadra utilizza un logo preso in prestito dai comunisti per combatterli meglio: Il pugno alzato. È ovviamente il simbolo scelto da “convergenza di lotte.”

Lo slogan di “Notte in piedi”, “non si va a casa”, è nuovo nella lunga successione delle operazioni di Gene Sharp, ma è abbastanza tipico del loro modo d’intervenire: lo slogan non ha alcuna pretesa positiva e non offre nulla. Serve solo ad occupare le piazze e a distrarre i media mentre le cose serie accadono altrove.

Lo stesso principio di “Notte in piedi” esclude qualsiasi partecipazione. Si dev’essere dei nottambuli che passano le notti a chiacchierare. “I salariati e i precari” che si suppone difendono al mattino, non possono permettersi notti in bianco.

Non saranno le commissioni di “Notti in piedi”, dove ci s’interessa a qualsiasi cosa, salvo alle devastazioni dello sfruttamento e dell’imperialismo, a porre fine al dominio in Francia della cricca dei ricchi che l’hanno venduta agli anglosassoni e permettono al Pentagono d’installarvi basi militari. Immaginare altrimenti sarebbe credere ad assurdità.

NOTE

[1] «Nuit debout : genèse d’un mouvement pas si spontané» (Notte in piedi: genesi di un movimento non così spontaneo), Eugénie Bastié, Le Figaro, 7 aprile 2016.

[2] «Appel de la Nuit Debout» (Appello di Notte in piedi), Piazza della Repubblica, 8 aprile 2016, Parigi.

[3] “L’Albert Einstein Institution: la versione CIA della nonviolenza”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 4 giugno 2007.

[4] La presenza della squadra di Gene Sharp è certificata almeno nella: caduta di Ceausescu (1989), piazza Tiananmen (1989), Lituania (1991), Kosovo (1995), “rivoluzione dei bulldozer” in Serbia (2000), Iraq (2002), “rivoluzione delle rose” in Georgia (2003), “insurrezione di Maafushi” nelle Maldive (2003), “rivoluzione arancione” in Ucraina (2004 ), “rivoluzione dei cedri” in Libano (2005), “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan (2005), “marcia del dissenso” in Russia (2006-7), “manifestazioni per la libertà di espressione” in Venezuela (2007), “rivoluzione verde” in Iran (2009), “Putin deve andarsene” (2010), “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia (2010), “giorno della collera” in Egitto (2011), “Occupy Wall Street” negli Stati Uniti (2011), “movimento del 15M” in Spagna (2011), “sit-in” in Messico (2012), “inizio” di nuovo in Venezuela (2014), “Maidan” di nuovo in Ucraina (2013-14), ecc.

[5] Action directe fu un gruppo di estrema sinistra che organizzò 80 attentati e omicidi negli anni ’80, in definitiva manipolato da Gladio, cioè dai servizi segreti della NATO.

Geopolitica del referendum

In Italia il nucleare è stato bocciato con un referendum per ben due volte.

Come mai?

Nucleare civile e nucleare militare vanno di pari passo. Utilizzano le stesse tecnologie, le stesse materie prime e riciclano le stesse sostanze nocive.

Per fare solo un esempio, le bombe ad uranio impoverito, un prodotto tipicamente militare, si ottengono utilizzando le scorie delle centrali nucleari, un sottoprodotto tipicamente civile.

Chi avvia la produzione civile di energia nucleare, dopo breve tempo acquisisce le conoscenze scientifiche per realizzare anche le bombe.

Ecco perché per ben due volte sono stati vinti i referendum sul nucleare nel nostro Paese.

L’Italia è un alleato scomodo.

L’8 settembre 1943 tradì, rinnegando le alleanze.

Fece la stessa cosa all’inizio della prima guerra mondiale, ripudiando la Triplice Alleanza e passando alla Triplice Intesa.

Dopo la seconda guerra mondiale la nostra politica estera, oltreoceano, è sempre stata considerata “ambigua”. Troppo amici degli arabi.

E se le nostre conoscenze scientifiche sul nucleare fossero state passate a Gheddafi o a qualcun altro simile a lui?

Ecco perché i referendum sul nucleare.

Veniamo al referendum di adesso.

Qualche giorno fa in una trasmissione televisiva era ospite in studio il giornalista (giornalista?) statunitense Alan Friedman.

Non appena è stato interpellato, Friedman ha detto che l’Italia deve sfruttare i propri giacimenti marini di idrocarburi per non comprare il gas russo.

Chiaro, no?

Alla luce di queste riflessioni, raggiungere il quorum diventa ancora più difficile, perché improvvisamente si è materializzato un potente nemico esterno.

Ma passiamo invece ad un’analisi economica, partendo proprio dalle basi, dall’abc della disciplina denominata “economia politica”.

I fattori della produzione sono tre: terra, capitale e lavoro.

Le basi dell’economia politica sono state stabilite nel 1700, per cui il termine “terra” va contestualizzato. In realtà con tale termine si intendono le risorse naturali, ma anche i patrimoni, compresi quelli finanziari.

Ai tre fattori della produzione corrispondono tre remunerazioni, rispettivamente rendita, profitto e salario (da cui il modo di dire “vivere di rendita”).

Attualmente la rendita sta schiavizzando profitto e salario.

Chi sa interpretare e leggere determinati avvenimenti non può non rilevare, infatti, che all’interno del famigerato 1% più ricco del pianeta è in atto una guerra all’ultimo sangue tra chi vive di rendita e chi vive di profitto.

Gli speculatori vivono di rendita, i petrolieri vivono di profitto.

Ecco quindi che, allargando di pochino la visuale, si scoprono potenziali nemici (gli statunitensi) e potenziali alleati (gli speculatori).

E i potenziali alleati, pessimi ma potenti, non vanno assolutamente sottovalutati.

Disinnescare il pianeta da 100 milioni di mine

Dal sito Internet http://www.metronews.it/16/04/04/disinnescare-il-pianeta-da-100-milioni-di-mine.html

DISINNESCARE IL PIANETA DA 100 MILIONI DI MINE

di Lorenzo Grassi

Le mine e gli ordigni bellici inesplosi uccidono ogni giorno nel mondo dieci persone e di queste trappole micidiali ne sono state sparse oltre 100 milioni, tanto che per bonificarle servirebbero migliaia di anni. E non è un pericolo così lontano perché anche in Italia, a 70 anni dalla fine della guerra, vengono ritrovati ogni anno 60.000 ordigni (che nell’ultimo triennio hanno causato più di 30 feriti). A ricordare questi dati è stata l’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, celebrando insieme al Ministero dell’Istruzione la Giornata mondiale ONU contro le mine e gli ordigni bellici inesplosi. Strumenti di morte che, nonostante le convenzioni, sono in aumento dal 2013 per i nuovi conflitti in Africa, Asia e Medio Oriente.

Guerre attuali contro i civili

L’ANVCG ricorda che nelle guerre attuali – sono quasi 50 i conflitti in corso nel mondo – il 90% delle vittime sono civili e una su tre è sotto i 14 anni. Il Ministero dell’Istruzione ha annunciato che sarà rilanciata la sensibilizzazione degli studenti, anche con il coinvolgimento della Scuola internazionale di Comics. «Il nostro obiettivo è quello di aumentare la consapevolezza dei ragazzi – ha detto la ministra Stefania Giannini – questo rientra nella nostra strategia di aprire le scuole ad una cittadinanza viva e responsabile». Intanto Bankitalia ha dato il suo ok alla legge per vietare gli investimenti finanziari legati alle mine e sta per diventare realtà – la legge è agli ultimi passaggi in Parlamento – la Giornata nazionale delle vittime civili di guerra, da tenersi ogni anno il 1° febbraio.

Italia protagonista dello sminamento

L’Italia è protagonista delle operazioni di sminamento umanitario in molti Paesi del mondo e può vantare una grandissima esperienza. Nel corso dell’incontro promosso al MIUR, gli esperti hanno ricordato però che ogni anno nel mondo muoiono 50 sminatori e altri 300 restano feriti. È stata presentata l’esperienza innovativa dell’utilizzo pacifico dei droni – oggi purtroppo sinonimo di futuribili armi di distruzione – per la mappatura dei campi minati nei Balcani dopo le inondazioni che hanno sconvolto i territori. Si tratta di luoghi dove ora rischiano di passare i flussi di migranti in risalita da Turchia e Grecia. “Sfollati” in fuga dalla violenza bellica ai quali vuole essere accanto l’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, che ha promosso una campagna di accoglienza a Lampedusa.

Chi sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti?

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article191097.html

CHI SARÀ IL NUOVO PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI?

di Thierry Meyssan

Traduzione: Marco Emilio Piano

Le primarie statunitensi offrono un spettacolo deprimente, durante il quale i principali candidati sembrano non essere consapevoli che le loro opinioni senza mezzi termini e le loro dichiarazioni demagogiche avranno conseguenze, interne ed esterne, se saranno eletti alla presidenza.

Nonostante le apparenze, la carica presidenziale dispone solamente di poteri limitati. Infatti era evidente a tutti che il presidente George W. Bush non aveva la capacità di governare e che altri lo facevano per lui. Allo stesso modo, oggi, è chiaro che il presidente Obama non riesce a farsi rispettare da tutti i componenti della sua amministrazione. Vediamo per esempio sul terreno ucraino e siriano uomini del Pentagono combattere una guerra feroce contro quelli della CIA. In realtà il principale potere della Casa Bianca non è quello di comandare eserciti ma di nominare o confermare 14.000 alti funzionari, di cui 6.000 in occasione dell’insediamento del presidente. Al di là delle apparenze, la presidenza è garante del mantenimento al potere della classe dominante, perché è quest’ultima e non il popolo che decide le elezioni.

Ricordiamo che secondo la Costituzione (art. 2, comma 1) il presidente degli Stati Uniti non è eletto a suffragio universale come alla lettera interpretano i media ignoranti, ma unicamente da 538 grandi elettori (designati nei rispettivi Stati col compito di eleggere il presidente, ndt) rappresentanti dei governatori. La Costituzione non obbliga i governatori a nominare gli elettori corrispondenti alla volontà dei loro amministrati espressa dallo scrutinio consultivo di cui sopra, tant’è che nel 2000 la Corte Suprema rifiutò di invalidare gli elettori nominati dal governatore della Florida (Jeb Bush, fratello del presidente, ndt) anche se c’era un dubbio sull’effettiva volontà espressa dagli elettori di quello Stato.

Ricordiamo inoltre che le “primarie” non sono organizzate dai partiti politici come in Europa ma dagli Stati, sotto la responsabilità dei governatori, ciascuno secondo il proprio sistema. Le primarie sono pensate in modo che, in definitiva, i maggiori partiti presentino un candidato alla carica presidenziale che sia compatibile con gli interessi dei governatori. Sono dunque organizzate sul modello del “centralismo democratico” sovietico per favorire una personalità “consenziente”, al fine di escludere qualsiasi individuo con un pensiero originale o semplicemente capace di mettere in discussione il sistema. Nei casi in cui i cittadini partecipanti non riuscissero a nominare un candidato, o addirittura arrivassero a nominarne uno incompatibile con il sistema, la successiva convention del partito si pronuncerà invertendo se necessario il voto dei cittadini.

Le primarie USA non sono un “momento democratico”, al contrario sono un processo che da un lato permette ai cittadini di esprimersi e dall’altro impone loro di rinunciare ai propri interessi e alle proprie idee per schierarsi con un candidato conforme al sistema.

Nel 2002, Robert A. Dahl, docente di diritto costituzionale all’Università di Yale, pubblicò uno studio su come la Costituzione, nel 1787, fosse stata scritta per garantire che gli Stati Uniti non avessero una vera democrazia [1].

Più di recente, nel 2014, due professori di scienze politiche, Martin Gilens a Princeton e Benjamin I. Page a Northwestern, hanno dimostrato che il sistema si è evoluto in modo tale che oggi tutte le leggi sono votate su richiesta e sotto il controllo di una élite economica senza mai tenere in considerazione le opinioni dei cittadini [2]..

Nel 2008 la presidenza Obama è stata segnata dalla crisi finanziaria, poi economica, la cui principale conseguenza è la fine del contratto sociale. Fino ad allora, ciò che univa gli americani era il sogno americano, l’idea che tutti potessero uscire dalla povertà e diventare ricchi col frutto del proprio lavoro. Si potevano tollerare ingiustizie di ogni tipo purché ci fosse la speranza di “farcela”. Ora, con l’eccezione dei super-ricchi che non smettono di arricchirsi, il meglio che si possa sperare è di non perdere la propria posizione.

La fine del “sogno americano” ha anzitutto provocato la nascita di movimenti di rabbia, a destra il Tea Party nel 2009 e a sinistra Occupy Wall Street nel 2011. L’idea generale era che quel sistema iniquo non fosse più accettabile, non perché si fosse ampliato ma perché era diventato fisso e permanente. I sostenitori del Tea Party affermavano che per migliorare il sistema bisognava abbassare le imposte e cavarsela da soli piuttosto che aspettare una protezione sociale, mentre quelli di Occupy Wall Street erano dell’idea che si sarebbero dovuti tassare i super-ricchi e ridistribuire ciò che gli si fosse preso. Tuttavia questa fase è stata superata nel 2015 con Donald Trump, un miliardario che non contesta il sistema ma sostiene di aver beneficiato del sogno americano e di essere in grado di farlo rinascere. Perciò in ogni caso i cittadini hanno capito il suo slogan America great again (“L’America di nuovo grande”). I suoi sostenitori non hanno intenzione di tirare ulteriormente la cinghia per finanziare la lobby militare-industriale e rilanciare l’imperialismo, ma sperano che Trump gli consentirà, a loro volta, di arricchirsi come hanno fatto molte generazioni di americani prima di loro.

Mentre Tea Party e Occupy Wall Street hanno legittimato rispettivamente le candidature di Ted Cruz fra i repubblicani e Bernie Sanders fra i democratici, la candidatura di Trump minaccia le posizioni acquisite da coloro che durante la crisi finanziaria del 2008 si sono protetti bloccando il sistema. Trump non appare pertanto in contrasto con i politici-super ricchi ma con gli alti funzionari e con i professionisti della politica, si pone contro tutti i “ricchi imboscati” che hanno un reddito elevato senza mai assumersi rischi personali. Se si dovesse paragonare Trump a personalità europee, non sarebbe accostabile né a Jean-Marie Le Pen né a Jörg Haider ma piuttosto a Bernard Tapie e Silvio Berlusconi.

Come reagiranno i governatori? Chi faranno eleggere presidente?

Finora l’«aristocrazia» USA − secondo l’espressione di uno dei padri fondatori, Alexander Hamilton − era composta esclusivamente da WASP, gli anglosassoni bianchi protestanti [White Anglo-Saxon Protestant: inizialmente la P stava per “puritani”, ma col tempo il concetto è stato esteso a tutti i “protestanti”]. Tuttavia una prima eccezione si verificò nel 1961 con il cattolico irlandese John Kennedy, che permise di risolvere pacificamente il problema della segregazione razziale. E una seconda nel 2008 con il keniano nero Barack Obama, che ha permesso di dare l’illusione dell’integrazione razziale. Comunque sia, in nessuno di questi due casi l’eletto ha usato il suo potere per cambiare la casta dominante. Tantomeno, nonostante la promessa del disarmo generale per il primo e del disarmo nucleare per il secondo, nessuno dei due ha potuto fare alcunché contro il complesso militare-industriale. È vero che in entrambi i casi era stato loro imposto un suo rappresentante come vicepresidente, Lyndon Johnson e Joe Biden; una misura sostitutiva che fu attivata nel caso di Kennedy.

Donald Trump, da parte sua, con un modo di esprimersi senza peli sulla lingua, incarna un populismo completamente diverso dai modi convenzionali del politicamente corretto caro agli WASP. Chiaramente l’intesa precaria tra il presidente della National Governors Association (Associazione nazionale dei governatori), il governatore dello Utah Gary Herbert e Trump dimostra che un accordo tra quest’ultimo e la casta dominante sarà molto difficile da trovare.

Rimangono altre due alternative: Hillary Clinton e Ted Cruz. Quest’ultimo è un ispanico diventato intellettualmente WASP dopo la sua conversione al protestantesimo evangelico. La sua nomina permetterebbe di realizzare un’operazione paragonabile a quella dell’elezione di Obama, questa volta mostrando la volontà di integrare i latinos dopo aver coccolato i black. Purtroppo, anche se è stato lanciato da una società che lavora sia per la CIA sia per il Pentagono, è un personaggio completamente artificiale che avrebbe difficoltà ad assumere quel ruolo. Rimane l’avvocata femminista Hillary Clinton, la cui elezione consentirebbe di manifestare una volontà d’integrazione delle donne. Nondimeno, il suo comportamento irrazionale e i suoi accessi di furore isterico non possono che preoccupare. Peraltro l’importante inchiesta giudiziaria che si trova ad affrontare la pone in una condizione di ricattabilità e quindi la rende controllabile.

In nessun punto di questa analisi ho menzionato i programmi dei candidati. Perché in realtà, nella filosofia politica locale, questo non conta. Dal «Commonwealth» di Oliver Cromwell, il pensiero politico anglosassone considera la nozione di interesse generale come un inganno per mascherare intenzioni dittatoriali. I candidati non hanno dunque programmi per il loro Paese, ma “posizioni” su argomenti specifici che consentono loro di ottenere il sostegno. Gli eletti − il presidente, i parlamentari, i governatori, i pubblici ministeri, gli sceriffi eccetera − non dichiarano di voler servire il bene comune ma di soddisfare la più ampia maggioranza possibile dei loro elettori. In un comizio elettorale, un candidato non presenterà mai la sua visione del mondo ma fornirà l’elenco dei sostenitori che ha già per invitare altre “comunità” a fidarsi di lui per difenderle. Ecco perché il tradimento politico negli Stati Uniti non è cambiare partito ma piuttosto agire contro i presunti interessi della sua comunità.

L’originalità di questa concezione è che i politici non devono avere una coerenza nei loro discorsi, ma solo tra gli interessi che essi difendono. Per esempio, si può sostenere che i feti sono esseri umani e condannare l’aborto in nome della tutela della vita umana, poi nella frase successiva esaltare l’esemplarità della pena di morte.

Non ci sarebbe grande differenza tra la politica che potrebbe seguire l’evangelista Ted Cruz, la femminista Hillary Clinton o il “marxista” Bernie Sanders. Tutti e tre sarebbero tenuti a camminare nei passi già tracciati da George W. Bush e Barack Obama. Cruz cita la Bibbia – di fatto i valori ebraici del Vecchio Testamento − e parla a un elettorato religioso del ritorno ai valori fondamentali dei padri fondatori. Lo sblocco del sistema sarebbe dunque una questione di morale personale, ritenendo il denaro «un dono di Dio a coloro che lo temono». Da parte sua, la Clinton sta conducendo una campagna rivolta alle donne e dà per scontato il voto di coloro che si sono arricchiti sotto la presidenza di suo marito. Per loro lo sblocco del sistema sarebbe così un affare di famiglia. Mentre Sanders denuncia l’accaparramento delle ricchezze da parte dell’1% della popolazione e chiede la loro redistribuzione, i suoi sostenitori sognano una rivoluzione di cui beneficerebbero senza doverla fare.

Solo l’elezione di Trump potrebbe segnare un cambiamento nel sistema. Contrariamente alle sue dichiarazioni, è l’unico candidato razionale perché non è un politico ma un uomo d’affari, un dealmaker. Lui ignora tutto degli argomenti che dovrebbe affrontare e non ne ha nessuno a priori. Si limiterebbe a prendere decisioni di volta in volta, in funzione delle alleanze che stringe. Nel bene e nel male.

Stranamente, gli Stati in cui Sanders ha vinto sono più o meno gli stessi di Cruz, mentre quelli di Trump comprendono quasi tutti quelli della Clinton. È che, inconsciamente, i cittadini affrontano il loro futuro sia attraverso la morale che permette la redenzione quindi l’arricchimento (Sanders e Cruz) sia attraverso il lavoro e il successo materiale che il primo dovrebbe procurare (Trump e Clinton).

A questo punto è impossibile prevedere quale sarà il prossimo presidente e se questo avrà o no importanza, ma per ineluttabili ragioni demografiche questo sistema crollerà da solo, nei prossimi anni, quando gli anglosassoni saranno diventati minoranza.

NOTE

[1] How Democratic is the American Constitution?, Robert A. Dahl, Yale University Press, 2002.

[2] «Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens», Martin Gilens and Benjamin I. Page, Perspectives on Politics, Volume 12, Issue 03, September 2014, pp. 564-581.