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Archivio per la categoria ‘EDITORIALI’

Lo sanno anche i bambini…

Ieri abbiamo compiuto la nostra buona azione quotidiana.

Uno dei nostri attivisti, infatti, si trovava alla stazione delle autolinee di Latina ed ha visto una persona, sui 60-65 anni, che piangeva seduta su una delle panchine.

Si è avvicinato ed ha riconosciuto un politico locale.

Ha chiesto il motivo di quella disperazione, ed il politico ha risposto: «Non riesco ad andare a Roma».

«Come non riesce ad andare a Roma? Ci sono tanti bus Cotral che vanno a Roma».

«No, no», era la risposta sconsolata.

Il nostro attivista ha tirato fuori dallo zainetto una cartina del Lazio e l’ha aperta, il politico l’ha guardata ed ha chiesto: «Che cos’è?».

«È la carta geografica. Guardi, per andare da Latina a Roma si possono percorrere la Pontina e l’Appia. Riguardo a quest’ultima, attraversa varie cittadine, ma si possono evitare deviando per la strada provinciale Cisterna-Campoleone e rientrando poi sull’Appia a Frattocchie. Si percorre un km in più, ma si evita tantissimo traffico».

«No, no», ripeteva il politico.

«In alternativa c’è il treno…».

Alla parola «treno», il politico ha reagito in maniera ancora più isterica: «Basta! Sono stufo di giocare con il trenino elettrico», e con un movimento della mano ha indicato alcune scatole di giochi Lego ed un trenino Lima che aveva abbandonato a pochi metri da lui, «voglio giocare con la pista Polistil! Voglio l’autostrada per Roma!».

A quel punto il nostro attivista ha capito ed ha detto: «Autostrada? E perché non un aeroporto?».

Il politico ha smesso immediatamente di piangere ed ha spalancato gli occhi, nei quali si è intravisto una sorta di lampo luciferino.

Il nostro attivista ha proseguito: «Un bell’aeroporto con centinaia, ma no, che dico, migliaia di posti di lavoro. E poi gli svincoli, il movimento terra, un’apposita strada di collegamento realizzata su terrapieno nel quale andare ad interrare di tutto di più».

Al politico, oltre che la bava alla bocca, stava quasi per venire un infarto per la troppa gioia, quando si sono materializzati tre bambini di 10 anni.

Il primo ha chiesto: «Di chi sono quei giocattoli laggiù?».

Il politico ha subito risposto «Li ho buttati io», ed il bambino ha replicato: «Non si gettano i rifiuti per terra. Non l’ha visto il cestino a pochi metri di distanza? E poi i rifiuti vanno prima differenziati».

Lo sanno anche i bambini…

Il secondo bambino ha detto: «Prima ho sentito di che cosa stavate parlando. Mio padre si alza prestissimo la mattina, per evitare il traffico sulla Pontina all’altezza del Raccordo Anulare. Ma io, a papà, lo dico sempre: “Se tutti continuano ad andare da soli in auto a Roma, per forza che ci saranno tutti quegli ingorghi. Sono le auto con un solo passeggero, il conducente, che provocano il traffico”».

Lo sanno anche i bambini…

Il terzo bambino ha detto, rivolgendosi al politico: «Perché non aumentate gli autobus per Latina? Non è necessario realizzare un’autostrada».

Lo sanno anche i bambini…

Il fallimento della Lega è proprio sul fenomeno migratorio

PRIMA PREMESSA

Qualche giorno fa abbiamo incontrato un politico locale di centrosinistra. Gli abbiamo chiesto che cosa propone per il futuro. Ci ha risposto: «L’antifascismo».

Noi abbiamo prontamente replicato «E poi?» e la risposta è stata «I migranti».

Dopodiché abbiamo capito perché molte persone dicono che ai giovani è stato rubato il futuro.

SECONDA PREMESSA

Noi consideriamo il salmone un cibo squisito e prelibato, inoltre le rondini ci allietano le giornate durante le belle stagioni, però, nonostante questo, siamo contrari al fenomeno migratorio.

Perché?

Perché a nostro avviso i giovani italiani non devono andare all’estero per lavorare.

Da ciò deriva il titolo di questo editoriale: il fallimento della Lega è proprio sul fenomeno migratorio.

La Lega, è evidentissimo, è totalmente appiattita sulle posizioni di Donald Trump e Steve Bannon.

Però negli USA Trump sta cercando di far tornare nella madrepatria le aziende statunitensi che avevano delocalizzato all’estero, per far crescere l’occupazione INTERNA, mentre nel nostro Paese tutto ciò non avviene, nonostante le tante belle promesse sovraniste del partito di via Bellerio.

Per averne una conferma, basta andare in una delle tante aziende agricole della Pianura Pontina: la manodopera è tutt’altro che italiana.

Nemmeno si può dire che tutti quegli indiani stiano dalle nostre parti per turismo, perché non li vediamo andare avanti e indietro sulla pista ciclabile del lungomare, piuttosto è facile incontrarli in gran numero in bicicletta, in determinati orari, lungo la SS 148 o lungo le strade Migliare che collegano la Pontina con l’Appia.

In Parlamento c’è un deputato terracinese leghista, sia pur eletto nel collegio di Frosinone. Bene, lo preghiamo di invitare il ministro dell’Interno, in uno dei suoi tanti spostamenti in giro per l’Italia nella sua perenne campagna elettorale, a visitare anche le aziende agricole dell’Agro Pontino.

Gli indiani aiutiamoli a casa loro.

Prima gli italiani?

O prima gli imprenditori?

Perché gli indiani lavorano così numerosi presso le aziende agricole locali, le quali, così facendo, non favoriscono l’occupazione di manodopera italiana? Quali sono i motivi di una così massiccia presenza?

Perché un motivo ci sarà.

Vengono pagati poco, se non addirittura sfruttati o schiavizzati?

C’è evasione fiscale?

C’è evasione contributiva?

C’è evasione fiscale da parte di chi affitta loro le abitazioni in cui dimorano?

C’è caporalato?

Non vengono rispettati i diritti umani?

Tra l’altro, uno zoccolo duro di sostenitori leghisti, a Terracina, sono gli operatori balneari.

Eppure sono proprio loro i primi ad essere pesantemente danneggiati dalla massiccia presenza, nella nostra zona, dell’agricoltura industriale, della quale la manodopera straniera è solo il rovescio della medaglia.

Gli operatori balneari (e gli operatori turistici) sono danneggiati in due modi:

1) la diffusione di pesticidi e fertilizzanti nelle acque interne, che poi confluiscono in mare, non migliora certamente la qualità dell’acqua marina (anche se, a dire la verità, nessuno, a cominciare da Goletta Verde di Legambiente, cerca di rilevare, con le analisi, la presenza di pesticidi nelle acque);

2) la sovrappopolazione di indiani in determinati quartieri dormitorio privi di servizi pubblici e lasciati nel degrado, allontana i turisti e riduce il valore degli immobili posseduti da questi ultimi.

Senza considerare l’eccessiva impermeabilizzazione dei suoli, che provoca allagamenti, smottamenti e voragini su strade statali. Già, perché che cosa sono le serre, se non degli enormi impermeabili stesi su vaste porzioni di territorio?

Saremmo molto curiosi di conoscere il punto di vista del ministro dell’Interno su questi temi.

Ma non solo del ministro dell’Interno.

Prima abbiamo parlato di evasione contributiva, materia di competenza del ministro del Lavoro.

Ecco, perché quest’ultimo, in compagnia del fido Dibba e di qualche altra persona, non va a farsi un giro nelle piccole cittadine di provincia, entrando in bar, ristoranti e negozi?

Attorno a loro si creerebbe immediatamente una folla di curiosi, mentre gestori e dipendenti dei locali impazzirebbero, chiedendo loro di firmare autografi e di posare per i selfie.

Bene, una volta creato quel clima di allegria, il ministro del Lavoro, dato che è una sua competenza, potrebbe chiedere ai commessi e ai camerieri se sono in possesso di un regolare contratto di lavoro, e di esibirlo possibilmente agli altri accompagnatori, che in realtà sono ispettori del lavoro.

Già, perché un giovane che lavora in nero, quando arriverà a quota 100 per andare in pensione?

Caro ministro dell’Interno, venga in visita nell’Agro Pontino.

Caro ministro del Lavoro, faccia un giro per le varie province italiane.

Chi sono, per noi, le élite

Continuiamo l’analisi dell’articolo di Alessandro Baricco, iniziata qui (https://terracinasocialforum.wordpress.com/2019/01/24/cosi-parlo-alessandro-baricco) e proseguita qui (https://terracinasocialforum.wordpress.com/2019/02/08/lo-scontro-allinterno-delle-elite).

Verso la fine del suo articolo, Baricco scrive queste parole:

Staccare la spina alle vecchie élites novecentesche”.

Abbiamo già spiegato nel primo articolo che le vere élite sono famiglie che si sono imposte svariati secoli prima.

Baricco, inoltre, scrive questa frase:

la gente concede alle élites dei privilegi e perfino una sorta di sfumata impunità, e le élites si prendono la responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere”.

Già, ma che cosa significa la parola “gente” utilizzata dallo scrittore?

Dal sito Internet https://www.etimo.it/?term=gente:

Presso i Romani si distinguevano i cittadini in genti e famiglie; la gente comprendeva più famiglie ed era come il complesso delle persone che discendevano da uno stesso progenitore: donde che la gente atteneva al nome, la famiglia al cognome. Per esempio, i Corneli dicevano di appartenere tutti alla medesima gente Cornelia, ma distinguevansi in diverse familie, cioè dei Cinna, dei Dolabella, dei Lentuli, degli Scipioni, dei Silla, ecc. Nella Repubblica si ebbero due sorta di genti, dei patrizi e dei plebei. Però in origine i soli patrizi si distinsero in genti, in quanto essi soli potevano veramente dirsi ingenui, ossia nati in paese, di padre certo, mentre i plebei o erano servi, o figli di servi. In seguito sotto Tarquinio Prisco cominciarono ad avere una gente anche quei plebei che poterono dimostrare di esser nati da padre libero; ma i patrizi della istituzione romulea si dissero «familiae majorum gentium», cioè di prim’ordine, e quelli aggregati da Tarquinio Prisco «minorum gentium», ossia appartenenti alle genti di ordine minore.

Sorprende che una persona che vive di parole, e del significato da dare alle parole stesse, utilizzi, nella frase evidenziata prima, un termine come “gente”.

Non solo è inadatto il vocabolo “gente”, ma a nostro avviso è errato anche il concetto espresso nella frase.

Gli errori sono addirittura due:

1) non è la gente che concede alle élite dei privilegi, sono le élite che se li prendono o, meglio, li arraffano;

2) le élite non si assumono alcuna responsabilità, perché per noi sono, e sono sempre state, irresponsabili («Nella veste di operatore di mercato non mi si richiede di preoccuparmi delle conseguenze delle mie operazioni finanziarie» – scoprirete nel seguito dell’articolo chi ha pronunciato questa frase).

Noi le élite le vediamo come dei bambini viziati.

Avidi (a loro il denaro non basta mai, poverini…) e, soprattutto, assetati di potere. Di conseguenza, estremamente pericolosi.

Il loro gioco preferito è farsi guerra, poi finita una guerra iniziarne un’altra cambiando alleanze, senza porsi freni e, soprattutto, senza farsi condizionare da presunte o eventuali “responsabilità”.

Un esempio di come le élite possano essere pericolosissime per la collettività è stato egregiamente descritto da Valentina Furlanetto nel libro “L’industria della carità” (Chiarelettere editore).

Copiamo di seguito il passaggio cruciale.

C’è poi il caso in cui le iniziative benefiche promosse da singoli filantropi o da multinazionali, se si segue con attenzione il loro tracciato, alla fine vanno semplicemente a vantaggio di chi le ha sponsorizzate.

Prendiamo George Soros, presentato al Festival dell’Economia di Trento nel 2012 come un filantropo. Nessuno può dubitare che lo sia, visto che finanzia cause umanitarie e movimenti dissidenti in diverse parti del mondo per lo più attraverso l’Open Society Institute (OSI) e la Soros Foundation. Grazie alle due fondazioni ha dato il suo appoggio economico al movimento sindacale polacco Solidarnosc, all’organizzazione cecoslovacca Carta 77, alla Rivoluzione delle Rose in Georgia e alla popolazione civile durante l’assedio di Sarajevo. L’OSI afferma che Soros abbia speso dagli anni ’70, ogni anno, circa 400 milioni di dollari in cause umanitarie.

Soros però è anche il miliardario fondatore del Quantum Fund. Come tutti gli hedge fund, Quantum Fund guadagna con ardite operazioni finanziarie, scatenando ribassi dei mercati tramite le vendite allo scoperto e sfruttando a suo vantaggio derivati sempre più complessi. Come se non bastasse, al pari di altri fondi speculativi, Quantum Fund ha sede in un paradiso fiscale, nello specifico le Antille Olandesi. Grazie a questo fondo, Soros ha accumulato, in circa quarant’anni, una fortuna personale di circa 25 miliardi di dollari. «Nella veste di operatore di mercato non mi si richiede di preoccuparmi delle conseguenze delle mie operazioni finanziarie», ha dichiarato Soros, che è stato protagonista del mercoledì nero del 16 settembre 1992, quando divenne improvvisamente famoso perché vendette allo scoperto più di 10 miliardi di dollari in sterline e anticipò (ma altri, sicuramente più malevoli, dicono causò) il crollo della Banca d’Inghilterra e l’uscita della sterlina dallo SME. Con quell’operazione Soros guadagnò una cifra stimata in 1,1 miliardi di dollari. Da allora fu conosciuto come «l’uomo che distrusse la Banca d’Inghilterra».

Ma il nome del magnate degli investimenti ricorre anche nei racconti di chi visse, sempre nel 1992, la svalutazione della lira. Altri malevoli, s’intende. In ogni caso, la Banca d’Italia, per difendere la moneta, bruciò 48 miliardi di dollari, la lira si svalutò del 30% e uscì dallo SME. Subito dopo, il governo Amato fu costretto a varare una legge finanziaria da 100.000 miliardi che prevedeva l’aumento dell’età pensionabile, l’aumento dell’anzianità contributiva, il blocco dei pensionamenti, la minimum tax, una patrimoniale sulle imprese, un prelievo sui conti correnti bancari, l’introduzione dei ticket sanitari, la tassa sul medico di famiglia, l’imposta comunale sugli immobili (ICI), il blocco di stipendi e assunzioni nel pubblico impiego e diverse privatizzazioni. Lacrime e sangue per le famiglie italiane.

Tra l’altro, online si scopre che Soros è stato condannato, in contumacia, all’ergastolo in Indonesia e alla pena di morte in Malesia per speculazione sulle monete locali.

Però quando pubblica un nuovo libro oppure rilascia un’intervista, ottiene paginate e paginate su quotidiani come Il Corriere Sionista o La Gazzetta d’Israele.

Inoltre, da Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/George_Soros#Biografia) si evince che Soros è nato in Ungheria da una famiglia ebrea, vi è rimasto finché sono stati al potere i nazisti ed è scappato all’estero quando sono arrivati i sovietici.

Di conseguenza, il dubbio sorge automatico: Soros si professa ebreo e di sinistra, ma probabilmente non è né l’uno, né l’altro.

Infine, Daniel Estulin alla presentazione del suo libro sul Club Bilderberg a Roma a novembre 2009, affermò che Soros si finanzia con l’eroina afgana. Su questa specifica questione (e sul ruolo di un’altra espressione delle élite, le case farmaceutiche), rinviamo a questo efficacissimo video del giornalista Franco Fracassi:

https://www.youtube.com/watch?v=3tYqgVDXqpc

Lo scontro all’interno delle élite

Dopo la prima parte scritta qui (https://terracinasocialforum.wordpress.com/2019/01/24/cosi-parlo-alessandro-baricco), proseguiamo la nostra analisi sulle élite.

Come inizia il suo articolo Alessandro Baricco?

“Dunque, riassumendo: è andato in pezzi un certo patto tra le élites e la gente, e adesso la gente ha deciso di fare da sola. Non è proprio un’insurrezione, non ancora”.

Sarà vero?

Noi riteniamo di no.

Prima di tutto, torniamo alle parole di Daniel Estulin, da noi citate nel nostro articolo.

Il suo riferimento al nome Frescobaldi.

Sicuramente molti di voi saranno stati in vacanza a Firenze, a Siena, a Venezia ed avranno ammirato estasiati gli innumerevoli monumenti ed opere d’arte presenti in quelle splendide città.

Chi ha fatto sì che quelle città diventassero dei gioielli?

Antiche famiglie nobili che si sono arricchite con le banche (invenzione italiana) e con i commerci (le famose Repubbliche Marinare).

Sono ancora quelle famiglie che comandano.

Per capire il concetto, tornate con la memoria al 2011. L’Italia è sotto attacco speculativo, lo spread aumenta, il governo Berlusconi è costretto ad approvare ben due manovre finanziarie durante l’estate.

Valenti esperti più volte chiedono al premier di introdurre una tassa patrimoniale, ma Berlusconi, da fedele Cavaliere quale è, non lo fa: avrebbe creato seri danni economici proprio a quelle antiche famiglie nobili che ancora comandano.

Di Berlusconi gli ambienti angloamericani si libereranno qualche mese dopo con un altro attacco speculativo, questa volta mirato direttamente contro le sue aziende.

La colpa del Cavaliere?

Aver dato ragione a Putin riguardo alla guerra in Georgia del 2008.

Ma l’aspetto che a noi preme sottolineare è la mancata approvazione di una tassa patrimoniale per risanare i conti pubblici.

Per capire chi sono le élite, bisogna tornare alle fondamenta, all’abc dell’economia politica, poste nel 1700.

Bisogna analizzare chi sono i fattori della produzione.

All’epoca (lo ribadiamo, nel 1700), i fattori della produzione sono dati (e lo sono tuttora) da:

a) terra;

b) capitale;

c) lavoro.

Ai fattori della produzione corrispondono, rispettivamente, tre remunerazioni:

– per la terra, la rendita;

– per il capitale, il profitto;

– per il lavoro, il salario.

Bisogna intendersi sul concetto di “terra” e contestualizzare. Nel 1700 non era ancora esplosa in tutta la sua devastante potenza la rivoluzione industriale, per cui agricoltura, allevamento e pesca erano i settori trainanti.

Per coltivare un terreno, ci si doveva rivolgere ad un proprietario terriero, il quale, affittando parte delle sue proprietà, intascava un affitto, la “rendita”.

In seguito, ai terreni si sono aggiunti i capannoni e gli immobili per le industrie e, successivamente ancora, i patrimoni finanziari prestati per realizzare investimenti produttivi.

C’è quindi un fattore produttivo che si limita a mettere a disposizione i propri “asset”, i propri patrimoni, in cambio di una tariffa di noleggio.

Quel fattore produttivo può permettersi di vivere di rendita.

E, quindi, non lavora, o, meglio, non produce.

Di qui il famoso scontro tra economia finanziaria ed economia reale o, in termini più facilmente intuibili, tra chi vive di finanza (quindi di rendita) e chi vive di produzione.

C’è quindi uno scontro tra popolo ed élite?

La gente si ribella al cosiddetto “establishment”?

Secondo noi, no.

Lo scontro, ferocissimo, all’ultimo sangue, è all’interno delle élite, tra chi vive di finanza e chi vive di produzione.

Il popolo o, più “scientificamente”, il fattore lavoro non conta nulla.

O, meglio ancora, viene manipolato dai contendenti.

Copiamo di seguito ciò che ha scritto un letterato di ben altro spessore, George Orwell, nel suo libro “1984”.

Fin dall’inizio del tempo che si possa ridurre alla memoria, e probabilmente fin dalla conclusione dell’età Neolitica, ci sono state, nel mondo, tre specie di persone, le Alte, le Medie e le Basse.

Esse sono state suddivise in vari modi, hanno avuto nomi diversi, in numero infinito, e la loro proporzione relativa, cosi come l’atteggiamento dell’una verso l’altra, sono stati diversi a seconda delle età: l’essenziale struttura della società non si è però, alterata. Anche dopo enormi rivoluzioni ed apparenti irrevocabili mutamenti, si è sempre ristabilito il solito schema, così come un giroscopio ritornerà sempre in equilibrio per quanto venga spinto lontano sia in una direzione, sia in quella opposta.

Gli scopi di questi tre gruppi sono del tutto inconciliabili fra loro. Lo scopo del gruppo che chiameremo delle persone Alte è quello di restare dove esse sono. Lo scopo delle persone Medie è quello di sostituirsi alle Alte. Lo scopo delle persone Basse, quando esse hanno uno scopo (perché è una peculiare caratteristica delle Basse d’esser troppo schiacciate dal peso del lavoro, durissimo e servile, che prestano per essere, se non di tanto in tanto, coscienti di qualche cosa che non siano le preoccupazioni della vita quotidiana) è quello di abolire ogni distinzione e creare quindi una società in cui tutti gli uomini siano uguali. Così la storia registra, attraverso tutte le età, una lotta, che è sempre la stessa nelle sue linee essenziali e che non fa che ripetersi, con incessante regolarità. Per lunghi periodi, gli Alti sembra che tengano sicuramente il Potere, ma prima o poi viene sempre un momento in cui perdono la fiducia in se stessi o la capacità di governare stabilmente, ovvero le perdono entrambe.

Essi vengono rovesciati, allora, dalle persone Medie, che reclutano al loro fianco le Basse, dando loro a intendere che combattono per la libertà e per la giustizia. Una volta raggiunto il loro obiettivo, le Medie respingono le Basse nella loro previa posizione servile, e divengono esse stesse Alte.

Subito senza dar tempo al tempo, un nuovo gruppo di persone Medie sbuca fuori da uno degli altri due gruppi, ovvero da tutti e due, e la lotta riprende immutata. Dei tre gruppi, soltanto quello delle persone Basse non è mai, nemmeno per breve tempo, capace di riuscire nei suoi scopi. Sarebbe una esagerazione affermare che, attraverso la storia, non ci sia stato alcun progresso di specie materiale. Anche oggigiorno, in un periodo che pure è di decadenza, l’uomo medio è fisicamente, più progredito di quanto non lo fosse pochi secoli innanzi.

Ma nessun accrescimento della ricchezza, nessun addolcimento dei sistemi di governo, né alcuna riforma o rivoluzione, sono riusciti mai a porre innanzi d’un millimetro il sogno dell’uguaglianza fra gli uomini. Dal punto di vista delle persone che abbiamo convenuto di chiamare Basse, nessun mutamento storico ha mai significato qualcosa di più che un cambiamento dei nomi dei padroni.

Oppure, volendo fare una citazione cinematografica:

https://www.youtube.com/watch?v=0fGYgYd_oik

Così parlò Alessandro Baricco

Su Repubblica dell’11 gennaio 2019 è stato pubblicato un lungo articolo di Alessandro Baricco, dal titolo “E ora le élite si mettano in gioco” (lo trovate qui: https://www.eticapa.it/eticapa/wp-content/uploads/2019/01/THE-GAME.pdf).

La cosa più interessante, in realtà un’unica frase, Baricco la scrive verso la fine dell’articolo: “Smetterla di sventolare lo spettro del fascismo”.

Per il resto, l’articolo è noiosissimo e parte da presupposti sbagliati, evidenti fin dall’inizio dell’editoriale.

Quando Baricco descrive chi sono le élite, infatti, si esprime in questo modo:

“Capiamoci su chi sono queste famose élite. Il medico, l’insegnante universitario, l’imprenditore, i dirigenti dell’azienda in cui lavoriamo, il Sindaco della vostra città, gli avvocati, i broker, molti giornalisti, molti artisti di successo, molti preti, molti politici, quelli che stanno nei consigli d’amministrazione, una buona parte di quelli che allo stadio vanno in tribuna, tutti quelli che hanno in casa più di 500 libri: potrei andare avanti per pagine, ma ci siamo capiti”.

No, non ci siamo capiti.

Assolutamente.

E viene il dubbio che Baricco voglia depistare.

Domenica 29 novembre 2009 Daniel Estulin ha presentato a Roma il suo libro “Il Club Bilderberg”.

Durante l’evento, ad un certo punto Estulin ha inscenato una sorta di gioco. Purtroppo non funzionava il videoproiettore, per cui ha fatto vedere delle fotografie.

Ritraevano persone importanti ed il pubblico in sala doveva dire il loro nome e quale attività svolgessero.

Ha fatto vedere la foto di David Rockfeller ed il pubblico ha subito detto il suo nome seguito dalla parola “petroliere”.

Ha fatto vedere la foto di Jacob Rothschild, il pubblico ha detto il suo nome seguito dalla parola “banchiere”.

Poi ha pronunciato un nome, Frescobaldi, ed il pubblico è rimasto silente.

A quel punto Estulin ha detto più o meno queste parole:

«La ricchezza degli individui è misurata dai redditi e dai patrimoni. I Rothschild e i Rockfeller, intesi come famiglie, sono dei parvenu che stanno sulla cresta dell’onda da un paio di secoli, una bazzecola in termini di tempo.

Chi comanda veramente, voi non sapete né che faccia ha, né che lavoro fa».

Ecco chi sono le élite.

Il parametro di Washington

Sottotitolo: ubi maior, minor cessat.

Premessa.

Alle elezioni di marzo 2018 il programma più interessante l’ha presentato una piccolissima forza politica, la quale indicava tre punti assolutamente prioritari e nello stesso tempo di pari importanza, di seguito elencati:

1) sovranità monetaria;

2) sovranità nazionale;

3) rispetto del principio di autodeterminazione dei popoli.

Un programma di tutto rispetto, ciò che serve veramente al nostro Paese.

Fatta questa doverosa premessa, segnaliamo che non esistono solo i parametri di Maastricht.

Esiste anche il parametro di Washington: 2% del PIL investito in spese militari.

Non rispettando quel parametro, si potrebbe fare spesa sociale senza incorrere in procedure d’infrazione UE e senza che i mercati facciano aumentare lo spread.

Perché non si può dire di no agli statunitensi?

I nostri militari impegnati nelle missioni all’estero, è meglio che tornino a casa. Servono, come il pane, per le calamità naturali e per il contrasto alle mafie, non per dare sostegno all’imperialismo angloamericano nel mondo.

Così come non servono per inutili attività di controllo nelle grandi città per prevenire attentati di presunta matrice islamica che non si verificano in Italia dai tempi del terrorismo palestinese: stiamo parlando degli anni ’80 del secolo scorso.

Ammesso poi che quello palestinese fosse terrorismo “islamico”, dato che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina era laica e quando gli israeliani l’hanno finalmente interiorizzato hanno creato Hamas per indebolire l’OLP e dare una connotazione religiosa ad una lotta sovranista per l’indipendenza di un popolo.

Stesso discorso per i servizi segreti: devono lavorare prioritariamente IN PATRIA per contrastare le mafie e gli attacchi speculativi.

Eppure simili ragionamenti, pur nella loro semplicità e banalità, non attecchiscono.

Si continua imperterriti ad obbedire ai dettami di Washington. Per fare solo un esempio, si approva il TAP che arriverà sulle coste pugliesi per fare contento l’alleato statunitense.

Alleato?

Noi siamo convintissimi che nel 2015, dopo il referendum con il quale gli ellenici hanno rifiutato il piano di salvataggio della Troika, i soldi per la Grecia ci fossero, però provenivano dalla parte… “sbagliata”.

Da Oriente.

E Barack ha ricordato ad Alexis il golpe dei colonnelli.

Poi, sappiamo tutti com’è andata a finire.

È solo l’UE la trappola?

Si può essere sovranisti con Bruxelles e scodinzolanti con Washington?

Sul punto ci eravamo già espressi, a modo nostro, nel 2015:

 

 

Avevamo visto giusto.

Gilet gialli: l’ennesima rivoluzione colorata?

I gilet gialli sono l’ennesima rivoluzione colorata?

Bannon e Trump stanno colpendo Soros con le sue stesse armi?

Si tratta dell’ennesimo scontro tra economia reale ed economia finanziaria, tra chi vive di finanza e speculazione e chi vive di produzione?

Il solito, ferocissimo, scontro senza esclusione di colpi all’interno di quello 0,0001% che governa il mondo e che, a seconda dei momenti storici, strumentalizza i lavoratori ed i poveri utilizzandoli come arma?

Attenzione: abbiamo scritto lavoratori e poveri, non popolo.

Chi si riempie continuamente la bocca con la parola “popolo” fa confusione, nega la storia, nega i patrizi e i plebei, nega i tribuni della plebe. Storia che a scuola (chissà fino a quando…) viene insegnata.

Gli analfabeti di ritorno non servono, farebbero meglio a tacere.

Parlare di “popolo” non è un’affermazione… di classe.

Tra l’altro, del “popolo” fanno parte pure mafiosi, criminali, corrotti, evasori, inquinatori, ecc.

Chi si erge a paladino del “popolo”, si erge anche a paladino di questi loschi figuri?

È come dire «Fanno tutti schifo».

La parola “tutti” è onnicomprensiva, quindi include anche colui o coloro che pronunciano la frase «Fanno tutti schifo».

Torniamo però ai gilet gialli, per capire a fondo la potenza della sfida, da parte di chi organizza e sovvenziona, ovviamente, non certo da parte di chi scende in piazza. Determinati ambienti del mondo della produzione stanno colpendo le pedine dei Rothschild e, quindi, questi ultimi.

Per capire pienamente la potenza della sfida in corso, guardate dal minuto 20:30 al minuto 23:05 questo video: https://www.youtube.com/watch?v=cvAM10DCKyU&t=194s.