Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Archivio per la categoria ‘POLITICA INTERNAZIONALE’

Il parametro di Washington

Sottotitolo: ubi maior, minor cessat.

Premessa.

Alle elezioni di marzo 2018 il programma più interessante l’ha presentato una piccolissima forza politica, la quale indicava tre punti assolutamente prioritari e nello stesso tempo di pari importanza, di seguito elencati:

1) sovranità monetaria;

2) sovranità nazionale;

3) rispetto del principio di autodeterminazione dei popoli.

Un programma di tutto rispetto, ciò che serve veramente al nostro Paese.

Fatta questa doverosa premessa, segnaliamo che non esistono solo i parametri di Maastricht.

Esiste anche il parametro di Washington: 2% del PIL investito in spese militari.

Non rispettando quel parametro, si potrebbe fare spesa sociale senza incorrere in procedure d’infrazione UE e senza che i mercati facciano aumentare lo spread.

Perché non si può dire di no agli statunitensi?

I nostri militari impegnati nelle missioni all’estero, è meglio che tornino a casa. Servono, come il pane, per le calamità naturali e per il contrasto alle mafie, non per dare sostegno all’imperialismo angloamericano nel mondo.

Così come non servono per inutili attività di controllo nelle grandi città per prevenire attentati di presunta matrice islamica che non si verificano in Italia dai tempi del terrorismo palestinese: stiamo parlando degli anni ’80 del secolo scorso.

Ammesso poi che quello palestinese fosse terrorismo “islamico”, dato che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina era laica e quando gli israeliani l’hanno finalmente interiorizzato hanno creato Hamas per indebolire l’OLP e dare una connotazione religiosa ad una lotta sovranista per l’indipendenza di un popolo.

Stesso discorso per i servizi segreti: devono lavorare prioritariamente IN PATRIA per contrastare le mafie e gli attacchi speculativi.

Eppure simili ragionamenti, pur nella loro semplicità e banalità, non attecchiscono.

Si continua imperterriti ad obbedire ai dettami di Washington. Per fare solo un esempio, si approva il TAP che arriverà sulle coste pugliesi per fare contento l’alleato statunitense.

Alleato?

Noi siamo convintissimi che nel 2015, dopo il referendum con il quale gli ellenici hanno rifiutato il piano di salvataggio della Troika, i soldi per la Grecia ci fossero, però provenivano dalla parte… “sbagliata”.

Da Oriente.

E Barack ha ricordato ad Alexis il golpe dei colonnelli.

Poi, sappiamo tutti com’è andata a finire.

È solo l’UE la trappola?

Si può essere sovranisti con Bruxelles e scodinzolanti con Washington?

Sul punto ci eravamo già espressi, a modo nostro, nel 2015:

 

 

Avevamo visto giusto.

Gilet gialli: l’ennesima rivoluzione colorata?

I gilet gialli sono l’ennesima rivoluzione colorata?

Bannon e Trump stanno colpendo Soros con le sue stesse armi?

Si tratta dell’ennesimo scontro tra economia reale ed economia finanziaria, tra chi vive di finanza e speculazione e chi vive di produzione?

Il solito, ferocissimo, scontro senza esclusione di colpi all’interno di quello 0,0001% che governa il mondo e che, a seconda dei momenti storici, strumentalizza i lavoratori ed i poveri utilizzandoli come arma?

Attenzione: abbiamo scritto lavoratori e poveri, non popolo.

Chi si riempie continuamente la bocca con la parola “popolo” fa confusione, nega la storia, nega i patrizi e i plebei, nega i tribuni della plebe. Storia che a scuola (chissà fino a quando…) viene insegnata.

Gli analfabeti di ritorno non servono, farebbero meglio a tacere.

Parlare di “popolo” non è un’affermazione… di classe.

Tra l’altro, del “popolo” fanno parte pure mafiosi, criminali, corrotti, evasori, inquinatori, ecc.

Chi si erge a paladino del “popolo”, si erge anche a paladino di questi loschi figuri?

È come dire «Fanno tutti schifo».

La parola “tutti” è onnicomprensiva, quindi include anche colui o coloro che pronunciano la frase «Fanno tutti schifo».

Torniamo però ai gilet gialli, per capire a fondo la potenza della sfida, da parte di chi organizza e sovvenziona, ovviamente, non certo da parte di chi scende in piazza. Determinati ambienti del mondo della produzione stanno colpendo le pedine dei Rothschild e, quindi, questi ultimi.

Per capire pienamente la potenza della sfida in corso, guardate dal minuto 20:30 al minuto 23:05 questo video: https://www.youtube.com/watch?v=cvAM10DCKyU&t=194s.

 

Moby Prince, la pista USA

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article191232.html

MOBY PRINCE, LA PISTA USA

di Manlio Dinucci

Fonte: Il Manifesto (Italia)

«Mayday, Mayday, Mayday, Moby Prince, siamo in collisione, prendiamo fuoco! Ci serve aiuto!»: questo il drammatico messaggio trasmesso 25 anni fa, alle 22:25:27 del 10 aprile 1991, dal traghetto Moby Prince, entrato in collisione, nella rada del porto di Livorno, con la petroliera AGIP Abruzzo.

Richiesta di aiuto inascoltata: muoiono in 140, dopo aver atteso per ore invano i soccorsi. Richiesta di giustizia inascoltata: da 25 anni, i familiari chiedono invano la verità. Dopo tre inchieste e due processi. Eppure essa emerge prepotentemente dai fatti.

Quella sera nella rada di Livorno c’è un intenso traffico di navi militari e militarizzate degli Stati Uniti, che riportano alla base USA di Camp Darby (limitrofa al porto) parte delle armi usate nella prima guerra del Golfo.

Ci sono anche altre misteriose navi. La Gallant II (nome in codice Theresa), nave militarizzata USA che, subito dopo l’incidente, lascia precipitosamente la rada di Livorno. La 21 Oktoobar II della società Shifco, la cui flotta, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia ufficialmente per la pesca, viene usata per trasportare armi USA e rifiuti tossici anche radioattivi in Somalia e per rifornire di armi la Croazia in guerra contro la Jugoslavia.

Per aver trovato le prove di tale traffico, la giornalista Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin vengono assassinati nel 1994 a Mogadiscio in un agguato organizzato dalla CIA con l’aiuto di Gladio e servizi segreti italiani [1].

Con tutta probabilità, la sera del 10 aprile, è in corso nella rada di Livorno il trasbordo di armi USA che, invece di rientrare a Camp Darby, vengono segretamente inviate in Somalia, Croazia e altre zone, non esclusi depositi di Gladio in Italia [2]. Quando avviene la collisione, chi dirige l’operazione – sicuramente il comando USA di Camp Darby – cerca subito di cancellare qualsiasi prova. Ciò spiega una serie di «punti oscuri»: il segnale del Moby Prince, ad appena 2 miglia dal porto, che giunge fortemente disturbato; il silenzio di Livorno Radio, il gestore pubblico delle telecomunicazioni, che non chiama il Moby Prince; il comandante del porto Sergio Albanese, «impegnato in altre comunicazioni radio», che non guida i soccorsi e viene subito dopo promosso ammiraglio per i suoi meriti; la mancanza (o meglio sparizione) di tracciati radar e immagini satellitari, in particolare sulla posizione dell’AGIP Abruzzo, appena arrivata a Livorno dall’Egitto stranamente in tempo record (4,5 giorni invece di 14); le manomissioni sul traghetto sotto sequestro, dove spariscono strumenti essenziali alle indagini. Così da far apparire quello del Moby Prince un banale incidente, anche per responsabilità del comandante.

I familiari delle vittime sono riusciti ora a ottenere l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, non solo per dare giustizia ai loro cari, ma per «chiudere un capitolo indegno della storia italiana». Capitolo che resterà aperto se la commissione limiterà come al solito l’inchiesta all’esterno di Camp Darby, la base USA al centro della strage del Moby Prince. La stessa inquisita dai giudici Casson e Mastelloni nell’inchiesta sull’organizzazione golpista «Gladio». Una delle basi USA/NATO che – scrive Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione – fornirono gli esplosivi per le stragi, da piazza Fontana a Capaci e via d’Amelio. Basi in cui «si riunivano terroristi neri, ufficiali della NATO, mafiosi, uomini politici italiani e massoni, alla vigilia di attentati».

Il Mayday del Moby Prince è il Mayday della nostra democrazia.

NOTE

[1] “La scottante verità di Ilaria”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia), Rete Voltaire, 10 giugno 2015.

[2] Vedi blog di Luigi Grimaldi sul Moby Prince.

Si fa presto a dire paradiso fiscale

Dal sito Internet http://comune-info.net/2016/04/poveri-paradisi-fiscali-panama/

SI FA PRESTO A DIRE PARADISO FISCALE

di Andrea Baranes

Clienti provenienti da 204 (duecentoquattro) Paesi del mondo. Secondo Wikipedia, i Paesi membri dell’ONU sono 193. Il che significa che lo studio Mossack Fonseca è più rappresentativo delle Nazioni Unite. 11,5 milioni di documenti, che vedono coinvolte 215.000 società. Confindustria, la principale organizzazione di rappresentanza delle imprese in Italia ne raggruppa poco meno di 150.000. Migliaia, se non decine di migliaia di intermediari finanziari, oltre 500 banche, 150 tra capi di Stato e leader politici.

Stiamo parlando di uno studio legale. Uno. Che sarà anche stato importante, ma a Panama quanti saranno gli avvocati? E i commercialisti? I notai, i consulenti, gli studi specializzati? Attenzione poi, Panama è solo una delle decine di giurisdizioni considerate un paradiso fiscale. La “black list” dell’Agenzia delle Entrate italiana ne segnala oltre 50, praticamente in ogni continente e a ogni latitudine. E teniamo conto che per evidenti motivi diplomatici il Delaware negli USA, la City di Londra o l’Olanda, solo per fare alcuni esempi, non sono inclusi in questa lista, anche se molti ricercatori li considerano tra i più importanti paradisi fiscali del pianeta. E sono posti in cui gli studi di avvocati e consulenti non mancano di certo.

È vero che da anni le banche centrali inondano di soldi i mercati finanziari. Una quantità sterminata di denaro che non finisce in consumi e investimenti ma rimane incastrata nei circuiti della finanza, e che naturalmente prima o poi trova rifugio nei porti sicuri e discreti di queste giurisdizioni. Vero anche che le diseguaglianze non fanno che crescere e il famoso “1%” diventa sempre più ricco, per non parlare della crema, di quel 1% dell’1% che è il vero target di ogni consulente finanziario che si rispetti. Fatte salve queste dovute considerazioni, deve comunque rimanere una concorrenza spietata per attrarre il banchiere, il mafioso e il dittatore di turno.

Anche perché non parliamo solo di grandi studi di avvocati con moquette di alpaca e poltrone in pelle umana. Basta farsi un giro su Internet per vedere che con poche centinaia di dollari chiunque può aprirsi la propria società di comodo. Un sito a caso tra le centinaia che si trovano in rete segnala che creare una società alle Isole Vergini Britanniche o ad Anguilla costa intorno ai 1.000 euro l’anno, anche meno per approdare alle Seychelles o in Belize. Panama, come Gibilterra o le Bahamas sembra poco più cara, ma è comunque una destinazione ormai alla portata di ogni bravo calciatore e criminale degno di nota.

Con poche centinaia di euro in più, oltre alla società si può anche aprire un conto corrente in una di queste giurisdizioni, o in altre, a Saint Vincent, in Lettonia o a Hong Kong. Prezzi di assoluta convenienza anche per avere per la propria società un direttore designato, ovvero un prestanome “utilizzato per garantire il massimo livello di confidenzialità. Il nome del direttore apparirà sui documenti dell’impresa, in ogni contratto professionale e nei registri commerciali della giurisdizione. Un altro vantaggio legato al servizio di direttore designato consiste nel piazzare la questione “del controllo e della gestione” al di fuori di una giurisdizione con fiscalità importante.

La concorrenza non è unicamente tra gli studi, ma anche tra le diverse giurisdizioni. Si fa presto a definirsi “paradiso fiscale”, ma per attrarre i capitali di capitani di industria e trafficanti di droga occorre offrire condizioni sempre migliori, e specializzarsi in poche attività in cui battere la concorrenza degli altri paradisi fiscali. È così che ogni territorio si concentra su poche ben definite operazioni, chi puntando su un fisco nullo, chi sul completo anonimato, chi sulla creazione di scatole cinesi. Occorre trovare la propria nicchia di mercato in cui essere all’avanguardia. Essere il più paradiso di tutti tra più Paesi di quanti ne conta l’ONU. Poi essere il più bravo tra stuoli di consulenti a completa disposizione. Superare la spietata concorrenza delle società su Internet, che offrono ogni genere di servizi a prezzi stracciati. E proprio quando pensi di avercela fatta, sul più bello una fuga di notizie da 11,5 milioni di documenti mette a rischio tutto. Altro che paradisi –fiscali o meno – lavorare in questo settore deve essere un vero inferno.

Pubblicato anche su nonconimieisoldi.org.

“Notte in piedi”, inizio di un movimento dormiente

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article191254.html

“NOTTE IN PIEDI”, INIZIO DI UN MOVIMENTO DORMIENTE

di Thierry Meyssan

Traduzione: Alessandro Lattanzio (Sito Aurora)

La stampa parigina è svenevole con il neonato movimento politico “Notte in piedi”. Centinaia di persone che si riuniscono sulle principali piazze delle grandi città francesi per discutere e rifare il mondo.

Questo movimento “spontaneo” s’è organizzato in qualche giorno. Ora ha due siti web, radio e web tv. A Parigi, a Place de la Republique, 21 commissioni sono state formate alla rinfusa: intrattenimento artistico, clima, mensa, creazione di manifesti, disegno in piedi, giardino del sapere, manifestazioni, campeggio, democrazia, scienza in piedi, sciopero generale, istruzione, economia, femminismo, LGTBI e oltre, tv in piedi, astensione, trasparenza, francesi in Africa, infermeria, comunicazione. È un pettegolezzo su cui si gioca il futuro del Paese.

“Notte in piedi” sarebbe sorto dalla proiezione di un film militante, “Grazie boss”, di François Ruffin, il 23 febbraio. Il pubblico avrebbe creato il collettivo “convergenza di lotte” con l’idea di rappresentare le preoccupazioni di salariati, immigrati, ecc. [1].

Tuttavia, la lettura dell’appello scritto da “convergenza di lotte” non mancherà di sorprendere. Dice: “Questo movimento non è nato e non muore a Parigi. Dalla primavera araba al movimento del 15M, da piazza Tahrir a Gezi Park, a piazza della Repubblica e molti altri luoghi in Francia, occupati stasera, illustrano stessa rabbia, stesse speranze e stessa convinzione: la necessità di una nuova società, dove democrazia, dignità e libertà non siano vacue affermazioni” [2].

Se questo movimento non è nato a Parigi, come sostengono i suoi sostenitori, chi ne ha avuto l’idea?

I riferimenti a “primavera araba”, “movimento del 15M”, “piazza Tahrir” e “Gezi Park” indicano solo movimenti chiaramente supportati, se non avviati, dalla CIA. La “primavera araba”, un piano del Dipartimento di Stato degli USA per rovesciare i regimi laici arabi e sostituirli con i Fratelli Musulmani. Il “movimento del 15M” in Spagna che sfida le politiche economiche dei principali partiti affermando comunque fedeltà alle istituzioni europee. “Piazza Tahrir” in Egitto è di solito considerato uno dei luoghi della primavera araba, distinguendone l’occupazione da parte dei Fratelli Musulmani di Muhamad Mursi. Gezi Park era l’unico movimento secolare dei quattro, ma orchestrato dalla CIA per avvertire Recep Tayyip Erdogan, che non vi ha badato.

Dietro tali quattro riferimenti, e molti altri, si trova lo stesso organizzatore: la squadra di Gene Sharp, precedentemente nota come Albert Einstein Institute [3], oggi Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies (Canvas), finanziata esclusivamente dagli Stati Uniti [4]. Persone ben organizzate e direttamente collegate alla NATO, dal sacro orrore per la spontaneità di Rosa Luxemburg.

Il non intervento delle questure, il supporto discreto dell’Unione Europea a Radio Debout e la presenza tra gli organizzatori di ex figure di Action Direct [5] non sembrano un problema per i partecipanti.

Naturalmente, il lettore si chiederebbe se non forzi le cose vedendovi la mano di Washington. Ma la presenza della squadra di Gene Sharp in 20 Paesi è ampiamente documentata e studiata dagli storici. E non sono io, ma gli organizzatori di “Notte in piedi” che si riferiscono alle sue azioni.

La squadra di Gene Sharp segue sempre le stesse ricette. A seconda dei casi, manifestazioni vengono manipolate per cambiare il regime o, al contrario, sterilizzare l’opposizione, come in questo caso. Dal 2000, questa squadra utilizza un logo preso in prestito dai comunisti per combatterli meglio: Il pugno alzato. È ovviamente il simbolo scelto da “convergenza di lotte.”

Lo slogan di “Notte in piedi”, “non si va a casa”, è nuovo nella lunga successione delle operazioni di Gene Sharp, ma è abbastanza tipico del loro modo d’intervenire: lo slogan non ha alcuna pretesa positiva e non offre nulla. Serve solo ad occupare le piazze e a distrarre i media mentre le cose serie accadono altrove.

Lo stesso principio di “Notte in piedi” esclude qualsiasi partecipazione. Si dev’essere dei nottambuli che passano le notti a chiacchierare. “I salariati e i precari” che si suppone difendono al mattino, non possono permettersi notti in bianco.

Non saranno le commissioni di “Notti in piedi”, dove ci s’interessa a qualsiasi cosa, salvo alle devastazioni dello sfruttamento e dell’imperialismo, a porre fine al dominio in Francia della cricca dei ricchi che l’hanno venduta agli anglosassoni e permettono al Pentagono d’installarvi basi militari. Immaginare altrimenti sarebbe credere ad assurdità.

NOTE

[1] «Nuit debout : genèse d’un mouvement pas si spontané» (Notte in piedi: genesi di un movimento non così spontaneo), Eugénie Bastié, Le Figaro, 7 aprile 2016.

[2] «Appel de la Nuit Debout» (Appello di Notte in piedi), Piazza della Repubblica, 8 aprile 2016, Parigi.

[3] “L’Albert Einstein Institution: la versione CIA della nonviolenza”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 4 giugno 2007.

[4] La presenza della squadra di Gene Sharp è certificata almeno nella: caduta di Ceausescu (1989), piazza Tiananmen (1989), Lituania (1991), Kosovo (1995), “rivoluzione dei bulldozer” in Serbia (2000), Iraq (2002), “rivoluzione delle rose” in Georgia (2003), “insurrezione di Maafushi” nelle Maldive (2003), “rivoluzione arancione” in Ucraina (2004 ), “rivoluzione dei cedri” in Libano (2005), “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan (2005), “marcia del dissenso” in Russia (2006-7), “manifestazioni per la libertà di espressione” in Venezuela (2007), “rivoluzione verde” in Iran (2009), “Putin deve andarsene” (2010), “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia (2010), “giorno della collera” in Egitto (2011), “Occupy Wall Street” negli Stati Uniti (2011), “movimento del 15M” in Spagna (2011), “sit-in” in Messico (2012), “inizio” di nuovo in Venezuela (2014), “Maidan” di nuovo in Ucraina (2013-14), ecc.

[5] Action directe fu un gruppo di estrema sinistra che organizzò 80 attentati e omicidi negli anni ’80, in definitiva manipolato da Gladio, cioè dai servizi segreti della NATO.

Geopolitica del referendum

In Italia il nucleare è stato bocciato con un referendum per ben due volte.

Come mai?

Nucleare civile e nucleare militare vanno di pari passo. Utilizzano le stesse tecnologie, le stesse materie prime e riciclano le stesse sostanze nocive.

Per fare solo un esempio, le bombe ad uranio impoverito, un prodotto tipicamente militare, si ottengono utilizzando le scorie delle centrali nucleari, un sottoprodotto tipicamente civile.

Chi avvia la produzione civile di energia nucleare, dopo breve tempo acquisisce le conoscenze scientifiche per realizzare anche le bombe.

Ecco perché per ben due volte sono stati vinti i referendum sul nucleare nel nostro Paese.

L’Italia è un alleato scomodo.

L’8 settembre 1943 tradì, rinnegando le alleanze.

Fece la stessa cosa all’inizio della prima guerra mondiale, ripudiando la Triplice Alleanza e passando alla Triplice Intesa.

Dopo la seconda guerra mondiale la nostra politica estera, oltreoceano, è sempre stata considerata “ambigua”. Troppo amici degli arabi.

E se le nostre conoscenze scientifiche sul nucleare fossero state passate a Gheddafi o a qualcun altro simile a lui?

Ecco perché i referendum sul nucleare.

Veniamo al referendum di adesso.

Qualche giorno fa in una trasmissione televisiva era ospite in studio il giornalista (giornalista?) statunitense Alan Friedman.

Non appena è stato interpellato, Friedman ha detto che l’Italia deve sfruttare i propri giacimenti marini di idrocarburi per non comprare il gas russo.

Chiaro, no?

Alla luce di queste riflessioni, raggiungere il quorum diventa ancora più difficile, perché improvvisamente si è materializzato un potente nemico esterno.

Ma passiamo invece ad un’analisi economica, partendo proprio dalle basi, dall’abc della disciplina denominata “economia politica”.

I fattori della produzione sono tre: terra, capitale e lavoro.

Le basi dell’economia politica sono state stabilite nel 1700, per cui il termine “terra” va contestualizzato. In realtà con tale termine si intendono le risorse naturali, ma anche i patrimoni, compresi quelli finanziari.

Ai tre fattori della produzione corrispondono tre remunerazioni, rispettivamente rendita, profitto e salario (da cui il modo di dire “vivere di rendita”).

Attualmente la rendita sta schiavizzando profitto e salario.

Chi sa interpretare e leggere determinati avvenimenti non può non rilevare, infatti, che all’interno del famigerato 1% più ricco del pianeta è in atto una guerra all’ultimo sangue tra chi vive di rendita e chi vive di profitto.

Gli speculatori vivono di rendita, i petrolieri vivono di profitto.

Ecco quindi che, allargando di pochino la visuale, si scoprono potenziali nemici (gli statunitensi) e potenziali alleati (gli speculatori).

E i potenziali alleati, pessimi ma potenti, non vanno assolutamente sottovalutati.

Disinnescare il pianeta da 100 milioni di mine

Dal sito Internet http://www.metronews.it/16/04/04/disinnescare-il-pianeta-da-100-milioni-di-mine.html

DISINNESCARE IL PIANETA DA 100 MILIONI DI MINE

di Lorenzo Grassi

Le mine e gli ordigni bellici inesplosi uccidono ogni giorno nel mondo dieci persone e di queste trappole micidiali ne sono state sparse oltre 100 milioni, tanto che per bonificarle servirebbero migliaia di anni. E non è un pericolo così lontano perché anche in Italia, a 70 anni dalla fine della guerra, vengono ritrovati ogni anno 60.000 ordigni (che nell’ultimo triennio hanno causato più di 30 feriti). A ricordare questi dati è stata l’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, celebrando insieme al Ministero dell’Istruzione la Giornata mondiale ONU contro le mine e gli ordigni bellici inesplosi. Strumenti di morte che, nonostante le convenzioni, sono in aumento dal 2013 per i nuovi conflitti in Africa, Asia e Medio Oriente.

Guerre attuali contro i civili

L’ANVCG ricorda che nelle guerre attuali – sono quasi 50 i conflitti in corso nel mondo – il 90% delle vittime sono civili e una su tre è sotto i 14 anni. Il Ministero dell’Istruzione ha annunciato che sarà rilanciata la sensibilizzazione degli studenti, anche con il coinvolgimento della Scuola internazionale di Comics. «Il nostro obiettivo è quello di aumentare la consapevolezza dei ragazzi – ha detto la ministra Stefania Giannini – questo rientra nella nostra strategia di aprire le scuole ad una cittadinanza viva e responsabile». Intanto Bankitalia ha dato il suo ok alla legge per vietare gli investimenti finanziari legati alle mine e sta per diventare realtà – la legge è agli ultimi passaggi in Parlamento – la Giornata nazionale delle vittime civili di guerra, da tenersi ogni anno il 1° febbraio.

Italia protagonista dello sminamento

L’Italia è protagonista delle operazioni di sminamento umanitario in molti Paesi del mondo e può vantare una grandissima esperienza. Nel corso dell’incontro promosso al MIUR, gli esperti hanno ricordato però che ogni anno nel mondo muoiono 50 sminatori e altri 300 restano feriti. È stata presentata l’esperienza innovativa dell’utilizzo pacifico dei droni – oggi purtroppo sinonimo di futuribili armi di distruzione – per la mappatura dei campi minati nei Balcani dopo le inondazioni che hanno sconvolto i territori. Si tratta di luoghi dove ora rischiano di passare i flussi di migranti in risalita da Turchia e Grecia. “Sfollati” in fuga dalla violenza bellica ai quali vuole essere accanto l’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, che ha promosso una campagna di accoglienza a Lampedusa.