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Archivio per la categoria ‘AMBIENTE’

Danimarca a tutto bio: obiettivo 100% a portata di mano

Dal sito Internet http://www.greenews.info/rubriche/danimarca-a-tutto-bio-obiettivo-100-a-portata-di-mano-20160926/

DANIMARCA A TUTTO BIO: OBIETTIVO 100% A PORTATA DI MANO

di Beatrice Credi

100% dell’agricoltura in regime biologico? Non è fantascienza, ma l’obiettivo che si è data la Danimarca al 2020, il Paese europeo che già oggi detiene il record mondiale di consumo di prodotti bio da parte delle famiglie.

Un primato che non arriva dall’oggi al domani. Sono, infatti, almeno 25 anni che in questo Paese si sperimentano metodi di agricoltura “biologica”, che hanno permesso in quasi 10 anni di aumentare la produzione di cibo organic del 200%.

Numeri che sono frutto di una politica lungimirante racchiusa nel Økologiplan Danmark, il piano di “azione organica”. Un progetto ambizioso che non è, tuttavia, un esempio da imitare solo per i risultati e gli sforzi profusi per raggiungere l’obiettivo – 35 milioni di euro investiti solo nel 2015 – ma anche per aver messo in campo un piano di conversione sistematico e integrato. In cui tutte le parti coinvolte marciano verso la stessa meta. 67 punti che delineano precisamente, in primo luogo, gli incentivi per la trasformazione dei campi dove si pratica ancora l’agricoltura convenzionale in campi in cui si usano metodi biodinamici.

Tutti i terreni di proprietà pubblica verranno cioè coltivati in modo “naturale”. I privati che lo vorranno riceveranno invece sussidi. Stesso trattamento vale per l’allevamento e la pesca. Naturalmente il piano contiene anche sostegni alla ricerca e misure di semplificazione legislativa, in modo da rendere più snelle le pratiche burocratiche e amministrative legate a questo ambito.

Ma non è finita qui. Sono state previste anche strategie commerciali per incentivare la vendita di prodotti bio stimolandone la domanda e, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, programmi nelle scuole per avvicinare i giovani a un consumo più responsabile e consapevole. A subire una piccola rivoluzione saranno poi anche le mense. Da quelle scolastiche a quelle degli ospedali passando per tutte quelle legate alle attività pubbliche. 800.000 pasti al giorno che secondo il governo danese dovranno diventare sempre più bio, visto che l’obiettivo è quello di servire almeno il 60% di piatti. Non a caso i danesi sono i principali consumatori di agricoltura biologica d’Europa con il 7,6 (la Germania è al 3,7%).

Il marchio biologico nazionale del Paese festeggia, come dicevamo, 25 anni di attività, con una riconoscibilità da parte dei consumatori superiore al 90%. Un record che lo rende uno dei più antichi marchi biologici al mondo. A tutto questo si legano poi le politiche per ridurre lo spreco di cibo, calato del 25% nel corso di 5 anni.

Un’esperienza, quella danese, in un certo senso anche di “resistenza” in un’economia mondiale che sembra invece spingere da tutt’altra parte. L’acquisto di Monsanto da parte di Bayer, infatti, pone quest’ultimo colosso della chimica praticamente alla guida dell’agricoltura mondiale. Un “matrimonio da brividi”, come lo ha definito Slow Food, ma soprattutto un quasi monopolio del mercato dell’agrochimica.

L’agricoltura biologica non significa solo cibo migliore e più salute. Può anche offrire un contributo significativo nella lotta al riscaldamento globale e al raggiungimento degli obiettivi fissati alla Cop21 di Parigi. È quanto emerso durante il convegno di FederBio in collaborazione con Kyoto Club durante l’ultimo Salone Internazionale del Biologico e del Naturale.

Le relazioni tra agricoltura e cambiamenti climatici sono estremamente complesse. Da una parte l’agricoltura è una delle principali fonti di emissioni di gas serra, tra cui anidride carbonica (CO2), metano (CH4) e protossido di azoto (N2O), alla radice dei cambiamenti climatici in atto”, ha evidenziato Lorenzo Ciccarese, ricercatore ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Secondo la FAO, infatti, le emissioni agricole di produzione vegetale e animale ammontano a 5,3 miliardi di tonnellate di CO2, pari al 14,6% del totale delle emissioni legate alla combustione delle fonti fossili di energia.

Tuttavia, l’agricoltura, grazie all’attività fotosintetica delle piante presenti sulle colture, sui prati e sui pascoli, può avere un ruolo significativo nelle strategie di mitigazione dei cambiamenti climatici, se fossero implementate quelle pratiche agricole, come una migliore gestione dei suoli, delle risaie (fonti di metano), degli animali e delle loro deiezioni, dell’irrigazione (il recupero dei suoli organici) che portano a una riduzione delle emissioni di gas serra, alla produzione di bioenergia in sostituzione delle fonti fossili e di sequestro di carbonio nel suolo e nella biomassa.

In questo contesto l’agricoltura bio ha un ruolo rilevante: secondo il Rodale Institute l’agricoltura bio usa il 45% in meno di energia rispetto a quella convenzionale e fa un uso più efficiente dell’energia; i sistemi agricoli convenzionali producono il 40% in più di gas serra; i suoli bio hanno una funzione di carbon sink, che è mediamente quantificabile in 0,5 tonnellate per ettaro l’anno. In questo senso l’agricoltura biologica offre agli agricoltori opzioni significative sia nelle politiche di mitigazione sia di adattamento ai cambiamenti climatici.

“Non toccate quelle polveri”, il nuovo dossier sulle polveri “invisibili” dell’Ilva di Taranto

Dal sito Internet http://www.ecodallecitta.it/notizie/386162/non-toccate-quelle-polveri-il-nuovo-dossier-sulle-polveri-invisibili-dellilva-di-taranto

“NON TOCCATE QUELLE POLVERI”, IL NUOVO DOSSIER SULLE POLVERI “INVISIBILI” DELL’ILVA DI TARANTO

di Bruno Casula

“Non toccate quelle polveri” è un dossier divulgativo redatto da Peacelink in cui si chiede una valutazione dell’impatto sanitario di tutte le polveri presenti a Taranto e derivanti dell’Ilva, anche di quelle che le centraline ARPA non riescono a “vedere” con gli strumenti di misurazione del PM10 e del PM2,5.

Peacelink spiega che la “chimica dei balconi”, ovvero la composizione delle polveri che si depositano su balconi e finestre delle case tarantine, varia a seconda della distanza dall’acciaieria. “Le polveri rosse si trovano nelle zone a ridosso all’Ilva e sono in prevalenza provenienti dal parco minerali”. Ci sono poi le “polveri nere che ricadono in grande quantità sul quartiere Tamburi ma arrivano anche sugli altri quartieri, compresi quelli più distanti”. A differenza delle polveri rosse “sono attratte dalla calamita”. Questo magnetismo dimostra che “si tratta di una frazione di polveri attribuibile al processo produttivo dell’acciaieria e ai processi di combustione” ed è quindi molto più tossica di quella rossa del parco minerali: “una polvere mortale che contiene una vasta schiera di sostanze tossiche, dalle diossine ai metalli pesanti, passando per gli IPA”.

Ebbene le polveri in questione sfuggono alle misurazioni dell’inquinamento dell’ARPA perché troppo “grossolane”. Le centraline misurano infatti solo le polveri sospese e con un diametro di 10 millesimi di millimetro, il famoso PM10. Dal PM11 in su non vengono più intercettate. Ma Peacelink spiega che “le polveri in sospensione che possiamo inalare o ingerire arrivano fino al PM76. Dopo il PM76 le polveri cadono per terra e si depositano”, sui balconi per l’appunto, “e si possono risollevare quando c’è vento”.

Ma non è finita qui. Il dossier prosegue dicendo che Taranto è ricoperta anche di polveri sottilissime, composte di nanoparticelle che sfuggono alle misurazioni esattamente come quelle più grandi. “Quando il particolato scende sotto il PM1 (ad esempio il PM0,5) diventa pericolosissimo perché supera gli alveoli polmonari e finisce nel sangue, nel fegato. In certi casi il particolato può finire persino nel cervello. E di questo particolato l’Ilva ne produce molto, in quanto viene generato in combustioni ad altissime temperature”.

L’associazione accusa e dice che il Centro Salute e Ambiente di Taranto, ente della Regione Puglia, avrebbe dovuto studiare queste problematiche facendo la cosiddetta “speciazione” delle polveri ma non lo ha fatto. “A Taranto c’è un’emergenza sanitaria costituita da migliaia di tonnellate di polveri di cui non è stata studiata la tossicità e che sono rimaste “invisibili”. Quelle polveri “vengono spazzate, lavate, raccolte, toccate senza che siano fornite indicazioni sanitarie e precauzionali esplicite sulla loro manipolazione e sulle modalità del loro smaltimento”. Chiediamo all’ARPA e alla ASL una perizia completa sulle polveri che attualmente ricadono su tutta la città in modo tale che ogni cittadino potrà utilizzarla per applicare a ragion veduta il principio “chi inquina paga – rivalendosi nelle sedi competenti – senza dover affrontare a proprie spese il compito di un accertamento tecnico sull’origine e sulla composizione fisico-chimica di quelle polveri”.

ISDE su Fertility Day: “Si parli delle condizioni ambientali che causano infertilità”

Dal sito Internet http://www.greenews.info/rubriche/top-contributors/isde-su-fertility-day-si-parli-delle-condizioni-ambientali-che-causano-infertilita-20160906/

ISDE SU FERTILITY DAY: “SI PARLI DELLE CONDIZIONI AMBIENTALI CHE CAUSANO INFERTILITÀ”

Pubblichiamo, in versione integrale, la lettera aperta indirizzata, oggi stesso, dai medici per l’ambiente di ISDE Italia al Ministro della Salute On. Beatrice Lorenzin, per ragionare sui temi del Fertility Day dal punto di vista delle cause dell’infertilità correlate a fattori ambientali.

In merito alla I Giornata Nazionale sul Fertility  Day che verrà celebrata il 22 settembre p.v., come Associazione Nazionale dei Medici per l’Ambiente (ISDE Italia) abbiamo letto con attenzione il razionale della giornata ed in particolare il programma in cui si affronteranno alcuni temi cruciali quali la possibilità di guarire dalla sterilità, il ruolo della Medicina Pubblica, la possibilità di preservare la fertilità anche in caso di malattie tumorali e del ruolo dell’età nella possibilità di concepire.

Ci sembra però di notare che sia del tutto carente una sessione sulle cause dell’infertilità, problema che affligge ormai il 15% delle coppie e, più in generale, sull’eziopatogenesi dei disturbi della sfera riproduttiva, oggi seriamente compromessa, anche per abortività spontanea, prematurità, nati sotto peso, esiti infausti della gravidanza, malformazioni, endometriosi, etc. A questo proposito ci permettiamo di segnalare che esiste ormai una corposa letteratura scientifica che correla tali problematiche con esposizioni di origine ambientale e, a nostro avviso, una giornata così importante come quella del 22 settembre dovrebbe mettere in luce ed informare anche su questi aspetti.

Ad esempio l’esposizione a pesticidi (in particolare di tipo professionale) può alterare gravemente la funzione gonadica maschile con peggioramento della qualità del seme per riduzione della densità, motilità, numero degli spermatozoi, aumento delle anomalie al DNA e alterazioni della loro morfologia, ma anche per inibizione della spermatogenesi per riduzione del volume e peso di testicoli, epididimo, vescicole seminali e prostata. Così pure per l’endometriosi – patologia complessa diventata ormai una vera piaga sociale e causa di sterilità femminile – i fattori ambientali rappresentano un importante fattore di rischio. Studi caso-controllo hanno dimostrato che per le donne con più elevati livelli nel sangue di β-esaclorocicloesano (HCH), mirex, clordano, fungicidi, esaclorobenzene il rischio di endometriosi è nettamente più alto.

Più in generale ricordiamo che tutte le sostanze che agiscono come interferenti endocrini (ed ormai presenti nei nostri ambienti di vita) quali ftalati, ritardanti di fiamma, parabeni, bisfenolo A, diossine, PCB etc. sono tutte in grado di alterare i complessi equilibri ormonali alla base delle funzioni riproduttive ed è stato valutato che i soli costi economici per danni alla salute riproduttiva femminile da interferenti endocrini ammontino ogni anno ad 1,5 miliardi di euro. Per non parlare di gravissimi casi di inquinamento da sostanze che interferiscono con le funzioni ormonali quale quello da perfluoroctani (PFOA, PFAS) presenti in Veneto ed oggetto di specifiche ricerche da parte dell’ISS.

Vorremmo infine ricordare come per la cattiva qualità dell’aria, non si registrino solo problemi ischemici, circolatori, respiratori, tumorali e danni al cervello in via di sviluppo, ma anche deleteri effetti sulla salute riproduttiva. Ad esempio una meta-analisi del 2012 ha valutato che per ogni incremento di 10 µg/mc di PM2.5 vi era un aumento del 15% del rischio di nascite pretermine ed un aumento del 9% del rischio di basso peso alla nascita , con costi assistenziali e sociali assolutamente non trascurabili.

Ma anche l’abortività spontanea è correlata all’inquinamento atmosferico: uno studio condotto nel Sud Italia ha dimostrato un incremento di abortività spontanea del 19,7% e del 33,6% per ogni incremento di 10 µg/mc rispettivamente di PM10 e di ozono, anche se tali concentrazioni rientravano nei limiti di legge.

In conclusione ribadiamo la nostra profonda convinzione che infertilità e disordini della vita riproduttiva siano fra le funzioni più fragili, delicate ed importanti della salute umana, anche per le ripercussioni che comportano sugli aspetti più intimi della persona quali quelli della vita relazionale, della vita affettiva e della sessualità, ma sono anche fra quelle che maggiormente risentono degli effetti negativi dell’inquinamento.

ISDE crede fermamente che la salute umana sia intimamente connessa con la salubrità dell’ambiente di vita e di lavoro ed auspica che il 22 settembre 2016 non si perda un’ottima occasione per divulgare informazioni ai cittadini anche su questi versanti. Essere consapevoli dei rischi ambientali connessi all’infertilità e ai disturbi della vita riproduttiva non può che favorire comportamenti più responsabili da parte dei cittadini e – ci auguriamo – provvedimenti più consoni a tutelare anche queste funzioni della salute umana, sia da parte del Legislatore che delle Istituzioni preposte a tutelare la salute pubblica.

La ringraziamo per l’attenzione e fiduciosi in un positivo riscontro voglia gradire i nostri saluti.

Dr. Roberto Romizi*, Dr.ssa Patrizia Gentilini**

*Presidente ISDE Italia

**Membro Giunta Esecutiva e Comitato Scientifico ISDE Italia

Scoperte nel cervello umano nanoparticelle tossiche. Sono una delle cause dell’Alzheimer?

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/news/inquinamenti/scoperte-nel-cervello-umano-nanoparticelle-tossiche-delle-cause-dellalzheimer-video/

SCOPERTE NEL CERVELLO UMANO NANOPARTICELLE TOSSICHE. SONO UNA DELLE CAUSE DELL’ALZHEIMER?

Un team di ricercatori delle Università britanniche di Lancaster, Oxford, Glasgow, Manchester e dell’Universidad Nacional Autonoma de Mexico, ha scoperto un’abbondante presenza di nanoparticelle di magnetite nel tessuto cerebrale di 37 soggetti di età compresa tra 3 e 92 anni di età che hanno vissuto a Città del Messico e a Manchester.

All’Università di Lancaster spiegano che «Questo minerale fortemente magnetico è tossico ed è implicato nella produzione di specie reattive dell’ossigeno (radicali liberi) nel cervello umano, che sono associate a malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer».

I ricercatori hanno utilizzato l’analisi spettroscopica per identificare le particelle di magnetite e spiegano che «A differenza delle particelle di magnetite angolari che si ritiene si formino naturalmente all’interno del cervello, la maggior parte delle particelle osservate erano sferiche con diametro fino a 150 nm, alcune con superfici fuse, tutte caratteristiche di una formazione di alta temperatura: come da veicoli (in particolare a gasolio) motori o caminetti. Le particelle sferiche sono spesso accompagnate da nanoparticelle contenenti altri metalli, come il platino, nichel e cobalto».

Barbara Maher del Lancaster environment centre, la principale autrice dello studio “Magnetite pollution nanoparticles in the human brain”, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Science, sottolinea che «Le particelle che abbiamo trovato sono sorprendentemente simili alle nanosfere di magnetite che sono abbondanti nell’inquinamento atmosferico che si trovano in ambienti urbani, in particolare vicino a strade trafficate, e che sono formate dalla combustione o dal riscaldamento per attrito dai motori o dai freni dei veicoli».

Altre fonti di nanoparticelle di magnetite sono caminetti e stufe malfunzionanti all’interno delle abitazioni. Le particelle inferiori a 200 nm sono abbastanza piccole da penetrare direttamente nel cervello attraverso il nervo olfattivo, dopo aver respirato aria inquinata attraverso il naso.

La Maher aggiunge: «I nostri risultati indicano che le nanoparticelle di magnetite in atmosfera possono entrare nel cervello umano, dove potrebbero rappresentare un rischio per la salute umana, ivi comprese per condizioni come il morbo di Alzheimer».

David Allsop, uno tra i maggiori esperti di Alzheimer del mondo, della Facoltà di Scienze della salute e medicina dell’Università di Lancaster, conclude: «Questa scoperta apre una nuova strada per la ricerca di un possibile fattore di rischio ambientale per una serie di diverse malattie del cervello».

Generali indagati per l’amianto negli aeroporti militari

Dal sito Internet http://www.ecoblog.it/post/165137/generali-indagati-per-lamianto-negli-aeroporti-militari

GENERALI INDAGATI PER L’AMIANTO NEGLI AEROPORTI MILITARI

di Davide Mazzocco

Via Messaggero Veneto

L’Italia ha proibito l’amianto nel 1992, ma in questi 23 anni la sua nocività è stata ignorata dall’Aeronautica Militare che ha continuato a utilizzarlo tanto negli ambienti, quanto sui velivoli.

La Procura di Padova che da anni indaga sull’utilizzo dell’amianto in ambito militare ha incaricato tre esperti (i medici Arthur Alexanian, Fulvio D’Orsi e Bruno Murer) di redigere una consulenza tecnica sulla questione e ne è risultato che “l’Aeronautica è rimasta a lungo un mondo separato nel quale il rischio amianto era del tutto ignorato, mentre nel Paese rappresentava una situazione di allarme”.

Mentre in Italia “si moltiplicava la produzione di atti normativi sull’amianto” e “si attuavano piani per la bonifica di edifici e impianti industriali”, “nell’Aeronautica Militare non veniva fornita ai lavoratori esposti nemmeno una mascherina antipolvere”.

L’inchiesta della Procura padovana evidenzia, negli anni compresi fra il 1988 e il 2004, un quadro di negligenze e omissioni a carico dei vertici militari della Seconda Regione Aerea comprendente Lombardia, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Veneto.

L’amianto era ovunque: nelle parti meccaniche dei velivoli, nei freni dei mezzi di trasporto, nei carrelli di servizio e negli hangar. Gli indagati della Procura di Padova sono trenta, persone che hanno avuto ruoli di responsabilità in quei 16 anni: capi di Stato Maggiore, direttori dell’Ispettorato logistico sempre dell’Aeronautica e dirigenti del Difesan (Dipartimento di Salute e Igiene delle Forze Armate). Tra di loro vi sono quattro generali: Mario Arpino (capo di Stato maggiore tra il ’95 e il ’99) e Andrea Fornasiero, Adelchi Pillinini e Franci Pisano, già deceduti. I reati contestati sono omicidio colposo pluriaggravato e lesioni colpose gravissime. Le parti offese sono venticinque: 23 ex militari già morti per mesotelioma e tumori polmonari, altri due sono stati dall’asbestosi connessa all’esposizione alle fibre di amianto.

Detersivi per la casa aumentano rischio danni ai polmoni

Dal sito Internet http://www.greenstyle.it/detersivi-per-la-casa-aumentano-rischio-danni-ai-polmoni-203080.html

DETERSIVI PER LA CASA AUMENTANO RISCHIO DANNI AI POLMONI

di Claudio Schirru

L’utilizzo di prodotti chimici per la pulizia della casa può aumentare il rischio di danni ai polmoni. A sostenerlo uno studio norvegese, condotto dai ricercatori dell’Università di Bergen e realizzato analizzando i dati forniti dallo European Community Respiratory Health Survey (ECRHS).

L’analisi dei ricercatori norvegesi ha riguardato l’impiego di prodotti chimici per la pulizia della casa da parte di 5.000 donne, i cui profili clinici sono stati valutati nell’arco di 20 anni. Netto il divario di rischio tra coloro che dedicavano alle pulizie domestiche la maggior parte del tempo, eventualmente anche per lavoro, e le restanti: le più esposte mostravano una maggiore riduzione delle funzionalità polmonari, nella misura di circa il 17%.

Coloro che limitano la propria esposizione agli agenti chimici a quella generata dalla pulizia delle proprie superfici domestiche evidenzierebbero una riduzione delle funzionalità polmonari fino al 14%. Gli effetti dell’esposizione agli agenti chimici comporterebbero inoltre, spiegano gli esperti, una maggiore propensione a sviluppare patologie polmonari ostruttive croniche (COPD) tra cui la cronicizzazione di bronchiti ed enfisemi.

Secondo quanto ha sottolineato il Prof. Oistein Svanes, autore principale dello studio e ricercatore presso l’Università di Bergen, molta attenzione dovrebbe essere posta riguardo l’esatto contenuto dei detersivi che si vaporizzano durante le pulizie domestiche: “Dobbiamo cominciare a essere molto più consapevoli degli agenti chimici che rilasciamo nell’aria che respiriamo quando utilizziamo cose come i detersivi spray”.

Un parere condiviso anche dal Prof. Jørgen Vestbo, presidente dell’ERS (European Respiratory Society) e docente di Medicina Respiratoria presso la University of Manchester, che sottolinea le possibili ripercussioni per i lavoratori: “I detersivi per la pulizia della casa possono mettere la salute delle persone a rischio, quindi le persone dovrebbero essere consapevoli dei rischi e compiere dei passi per mitigarne gli effetti.

Se le persone fossero sinceramente preoccupate si assicurerebbero di discutere di ogni sintomo e possibile connessione con il proprio luogo di lavoro con il proprio medico”.

I risultati ottenuti dallo studio norvegese rientrano in una più ampia campagna promossa proprio dalla European Respiratory Society, insieme con la European Lung Foundation, la “Healthy Lungs for Life”. I risultati completi dello studio verranno presentati durante lo European Respiratory Society’s International Congress in programma sabato 3 settembre 2016.

Roghi sospetti a Terracina, esposto in Procura di Legambiente

Dal sito Internet http://www.latinacorriere.it/2016/08/11/roghi-sospetti-terracina-esposto-procura-legambiente/

ROGHI SOSPETTI A TERRACINA, ESPOSTO IN PROCURA DI LEGAMBIENTE

di Redazione

Dopo giorni di ronde auto-organizzate da cittadini impauriti, rilievi fotografici, articoli sulla stampa, sopralluoghi e segnalazioni alle autorità competenti per territorio ma anche direttamente al Circolo, Legambiente Lazio e il Circolo Legambiente Terracina “Pisco Montano”, hanno deciso di presentare un esposto alla Procura della Repubblica – sezione di Latina e a tutte le Autorità competenti per materia e per territorio e alle Forze dell’Ordine (Polizia Municipale, Polizia Provinciale, Vigili del Fuoco, Corpo Forestale, Comando e Sezione Carabinieri), ARPA Lazio, ASL e per conoscenza al Comune di Terracina) con il quale si chiede di effettuare una ricognizione delle zone interessate, tutte dettagliate e corredate di foto, anche al fine di individuare gli eventuali responsabili del reato di “combustione illecita di rifiuti”, delitto introdotto nel 2014 proprio su spinta dell’associazione del Cigno Verde, per contrastare lo smaltimento illegale dei rifiuti anche derivanti dalla lavorazione agricola, in spregio delle normative di sicurezza ambientale e sanitaria poste a tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente.

“Sui roghi nel sud pontino c’è bisogno di fare chiarezza immediata, assicurando gli eventuali responsabili alla giustizia e soprattutto interrompendo immediatamente il fenomeno – dichiara Roberto Scacchi Presidente di Legambiente Lazio – ed è per questo che abbiamo inviato l’esposto alla Procura della Repubblica, così come a tutti coloro che hanno il compito di salvaguardare il territorio e tutelare la salute pubblica. Ora c’è bisogno, da una parte di effettuare un controllo e monitoraggio costante di quanto avviene, dall’altra di attuare un ciclo virtuoso dei rifiuti che non lasci nessuno spazio a logiche eco-mafiose. Le prime indicazioni e segnalazioni ci sono arrivate settimane fa proprio dagli abitanti del posto, e ancora una volta i cittadini si dimostrano attori fondamentali per la salvaguardia ambientale, ed è per questo che torniamo a chiedere a gran voce alla Regione Lazio di rilanciare l’Osservatorio Regionale Ambiente e Legalità, fermo ormai da troppi anni, fornendo uno strumento in più alla cittadinanza attiva”.

I reati nel ciclo dei rifiuti possono essere commessi in ogni fase del ciclo, dalla produzione, trasporto allo smaltimento, anche alterando la quantità o tipologia dei rifiuti da smaltire o affidando l’operazione a imprese che lavorano sottocosto. I rifiuti che vengono illegalmente smaltiti infatti avvelenano l’aria, contaminano le falde acquifere, inquinano i fiumi e le coltivazioni agricole, minacciano la salute dei cittadini, e soprattutto contaminano con metalli pesanti, diossine e altre sostanze cancerogene i prodotti alimentari che arrivano sulle nostre tavole.

Legambiente collabora già da decenni con la Magistratura, le Forze dell’Ordine, i Comitati spontanei di cittadini e le Amministrazioni più sensibili per la prevenzione e la repressione dei reati ambientali, e tramite la sinergia di azione tra il CEAG (Centro di Azione Giuridica) di Legambiente Lazio e l’Ufficio Legale del Circolo Legambiente di Terracina, parte del CEAG, si è arrivati ad un esposto circostanziato e ricco di documentazione di supporto.

“Vogliamo ringraziare a nome del Circolo e di tutta Legambiente, le Forze dell’Ordine operanti sul territorio, già attive nel contrasto e repressione del fenomeno- dichiara Anna Giannetti, presidente del Circolo Legambiente Terracina “Pisco Montano” – ma anche l’Amministrazione e soprattutto i nostri soci e volontari e i comitati spontanei di cittadini che, da giorni, stanno contribuendo, con le loro utili ed argomentate segnalazioni, a prevenire la pericolosa cronicizzazione del fenomeno dei roghi sospetti sul territorio di Terracina”.

Inquinamento e cosmetici: possibili danni neurologici ai bambini

Dal sito Internet http://www.greenstyle.it/inquinamento-e-cosmetici-possibili-danni-neurologici-ai-bambini-198722.html

INQUINAMENTO E COSMETICI: POSSIBILI DANNI NEUROLOGICI AI BAMBINI

di Rossana Andreato

Negli Stati Uniti è stato condotto uno studio per verificare quale fosse il grado di intossicazione di un campione di donne gravide e quali fossero gli effetti sui neonati, in particolare in relazione a specifiche sostanze inquinanti. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Environmental Health Perspectives.

Si è visto che nel 90% delle donne sottoposte alle analisi si registrava la presenza nel sangue di 62 sostanze chimiche di vario tipo, responsabili di interferenze con l’attività ormonale e di danni durante lo sviluppo del cervello del feto.

Si tratta principalmente di mercurio, ftalati, piombo, polibromodifenileteri (PBDE), pesticidi organofosfati, policlorobifenili (PCB) e idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Sostanze che agirebbero in maniera diversa, sempre però a livello di sviluppo cerebrale e cognitivo.

I ritardanti di fiamma, come i PBDE, e i fumi di scarico dei veicoli e del legno bruciato influenzerebbero lo sviluppo del cervello, sia in fase di feto che durante l’infanzia. Degli ftalati si è detto più volte come siano dei potenti interferenti endocrini che oltre a disturbare lo sviluppo degli organi sessuali maschili recano danni anche al fegato, ai reni e ai polmoni.

Oltre ad essere onnipresenti quando si parla di plastica, si trovano anche in molti prodotti cosmetici che vengono usati per la cura del corpo. Insieme ai PBDE interrompono le funzioni degli ormoni tiroidei, che secondo la professoressa Susan Schantz, dell’University of Illinois: “Sono coinvolti in quasi tutti gli aspetti dello sviluppo del cervello, dalla formazione dei neuroni alla divisione cellulare.

Regolano molti dei geni coinvolti nello sviluppo del sistema nervoso”.

Esistono inoltre studi precedenti che hanno associato l’assimilazione di ftalati con disturbi nei bambini quali deficit di attenzione, basso quoziente intellettivo e disturbi comportamentali.

Altra minaccia sono i PCB. Una volta utilizzati come refrigeranti e lubrificanti in alcune apparecchiature elettriche, sono vietati dal 1977 negli Stati Uniti e dal 1983 in Italia, ma persistono ancora nell’ambiente e fanno sentire i loro effetti. Si accumulano nei tessuti adiposi e da qui si diffondono nel fegato, nei tessuti nervosi e in tutti gli organi e tessuti con un’alta componente lipidica. La professoressa Schantz spiega: “Queste sostanze chimiche sono pervasive, non solo nell’aria e nell’acqua, ma anche in prodotti di uso quotidiano che usiamo sui nostri corpi e nelle nostre case.

Si può ridurre l’esposizione a queste sostanze chimiche tossiche ed è urgentemente necessario per proteggere i bambini di oggi e di domani”.

La fase più critica per i bambini sarebbe proprio quella della gestazione, nella quale i neuroni si formano e il cervello sta maturando. Se si interrompe questa fase i danni possono essere irreversibili.

Una delle critiche che gli scienziati rivolgono al sistema è, alla luce dei risultati raccolti, la mancanza di informazione: molte di queste sostanze sono presenti in prodotti di uso comune. Troppo spesso non si sospetta della loro presenza e i loro effetti negativi sulla salute non sono spiegati a sufficienza e in modo diffuso.

Nel 2015 uccisi 185 ambientalisti

Dal sito Internet http://www.ecoblog.it/post/164306/nel-2015-uccisi-185-ambientalisti

NEL 2015 UCCISI 185 AMBIENTALISTI

di Davide Mazzocco

Via Le Monde Global Witness

Sono 185 gli ambientalisti uccisi nel 2015. Un anno nero per i difensori dell’ambiente, tanto più se si pensa all’assunzione di responsabilità – quantomeno di facciata – delle nazioni che hanno siglato l’accordo della Cop21 di Parigi e all’enciclica papale Laudato Si’.

Proprio nell’anno in cui si è più parlato di ambiente e di cambiamenti climatici, il numero degli ambientalisti uccisi dalle ecomafie e dai poteri forti è aumentato a dismisura rispetto al passato recente: 185 morti.

L’escalation è evidente: nel 2013 le vittime furono 92 e nel 2014 116. In appena due anni la cifra è raddoppiata.

Per gli ambientalisti e per le popolazioni indigene che lottano per la salvaguardia del proprio territorio, delle foreste e dei corsi d’acqua il 2015 è stato un anno da incubo.

Le cifre sono quelle del rapporto “On Dangerous Ground” stilato dall’ONG Global Witness, specializzata nelle denunce di conflitti, corruzioni e violazioni dei diritti dell’uomo associati allo sfruttamento di risorse naturali.

Gli assassinii sono stati compiuti in 16 Paesi. A fare la parte del leone in questa poco onorevole classifica è il Brasile con 50 omicidi compiuti nel 2015. A seguire ci sono le Filippine (33 morti), la Colombia (26), il Perù e il Nicaragua (12), la Repubblica Democratica del Congo (11), il Guatemala (10) e l’Honduras (8), Paese in cui è stata assassinata, all’interno della propria abitazione, nello scorso mese di marzo, l’attivista Berta Caceres.

I numeri sono da brivido: un omicidio ogni due giorni.

Naturalmente i membri di Global Witness sottolineano come si tratti di cifre su casi documentati e verificati, ma il numero potrebbe essere molto più elevato.

Nella maggior parte dei casi gli omicidi avvengono in conflitti associati all’estrazione mineraria, al bracconaggio, alle attività agro-industriali, forestali e idroelettrica.

Gli autori di questi omicidi sono perlopiù miliziani di gruppi paramilitari (16 casi documentati), membri dell’esercito (13), della polizia (11) o di servizi di sicurezza privati (11).

Da una parte i difensori dei beni comuni, dall’altra quelli degli interessi privati. Le popolazioni indigene sono le più vulnerabili: il 40% delle vittime del 2015 apparteneva a comunità indigene.

Nell’Amazzonia brasiliana si stanno raggiungendo livelli di violenza senza precedenti. L’80% della legna proveniente dal Brasile è sfruttata illegalmente e alimenta un quarto dei tagli illegali fatti in tutto il mondo. Molte delle vittime brasiliane appartengono proprio a quelle comunità che si battono contro questo tipo di sfruttamento.

Tracce di diserbante chimico nei campioni di urina degli americani

Dal sito Internet http://www.ecoseven.net/ambiente/inquinamento/tracce-dil-diserbante-chimico-nei-campioni-di-urina-degli-americani

TRACCE DI DISERBANTE CHIMICO NEI CAMPIONI DI URINA DEGLI AMERICANI

Poco più di un mese fa, il Parlamento Europeo ha votato per il rinnovamento dell’autorizzazione all’uso del glifosato per altri 7 anni in agricoltura, ma questo non ha fermato il dibattito che imperversa da tempo riguardo all’uso di questo diserbante, che non si ferma, infatti, ai soli confini europei.

Negli Stati Uniti, il glifosato è ampiamente utilizzato nelle colture geneticamente modificate, che lo richiedono per liberare i campi dalle erbacce, e non solo non tiene conto delle piante e degli animali che non sono progettati per resistergli, ma non tiene conto nemmeno dei rischi connessi con gli esseri umani.

A quanto dicono i test indipendenti condotti dalla University of California di San Francisco, questo prodotto chimico sarebbe presente nel 93% dei campioni di urina analizzati dei cittadini americani. Questi test sono stati organizzati e sostenuti da The Detox Project e commissionati dall’Organic Consumers Association, ma le informazioni che hanno rivelato non riescono a risolvere il dibattito. Il glifosato è cancerogeno oppure no? Il fatto che entri nel nostro corpo e venga trovato nelle nostre urine in che modo può nuocerci?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità l’anno scorso lo aveva definito «probabile cancerogeno», le associazioni ambientaliste avevano iniziato – e continuano – a combatterlo indefessamente, ma il Parlamento Europeo ha prolungato le autorizzazioni e molte altre autorità negano queste accuse – perfino una recente revisione di sicurezza dell’OMS e della FAO (Food and Agricolture Organisation) ha indicato una dose giornaliera accettabile di un massimo di 1 milligrammo per ogni kg corporeo.

Insomma, quello che ci chiediamo è: cosa dobbiamo fare? Il glifosato è un pericolo per la nostra salute o un rischio valutato?

In attesa di risposte meno contraddittorie, seguire una dieta biologica e informarci sulla provenienza di quello che consumiamo è sempre la migliore cosa che possiamo fare.

Animalìe. Surprais, scoperta nel Golfo di Napoli un’ostrica gigante

Dal sito Internet http://www.e-gazette.it/sezione/ecologia/animalie-surprais-scoperta-golfo-napoli-ostrica-gigante

ANIMALÌE. SURPRAIS, SCOPERTA NEL GOLFO DI NAPOLI UN’OSTRICA GIGANTE

Una conchiglia gigante, lunga una ventina di centimetri, della famiglia delle ostriche appartenente a una specie che si riteneva scomparsa dai mari italiani, vive nel Golfo di Napoli, dove esiste una insospettata oasi di biodiversità.

Lo hanno scoperto i ricercatori della Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli, del CNR, dellENEA e dell’Università Politecnica delle Marche, impegnati in queste ore nel completamento della campagna oceanografica a bordo della nave Minerva1 per il programma nazionale di ricerca marina Ritmare.

All’interno del canyon Dohrn nel Golfo di Napoli, mentre erano alla ricerca di spazzatura e di fonti di inquinamento nel Tirreno e nello Ionio, i ricercatori hanno scoperto zone di biodiversità mai osservate in precedenza a grandi profondità.

Tra gli organismi fotografati e filmati – alcuni dei quali ora mantenuti in acquari per ulteriori studi – c’erano molluschi giganti che si ritenevano non più esistenti nei nostri mari e numerose specie di coralli bianchi profondi.

In particolare sono stati osservati un’ostrica Neopiknodonte e un mollusco bivalve della specie Acesta, entrambi di una ventina di centimetri. “Questo è un ottimo segno che testimonia la ricchezza e la salute degli ecosistemi profondi del Golfo di Napoli”, afferma Roberto Danovaro, presidente della Stazione Zoologica partenopea. I ricercatori impegnati nelle ricerche sbarcheranno domani a Messina, mentre la stazione Dohrn – ricorda il direttore Vincenzo Saggiomo – “si sta già preparando per la prossima campagna oceanografica negli abissi del Golfo di Napoli”.

I lupi della Majella in piazza San Pietro

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/lupi-della-majella-piazza-san-pietro/

I LUPI DELLA MAJELLA IN PIAZZA SAN PIETRO

Nella Roma del Giubileo e che si prepara al ballottaggio per il Sindaco, nella notte sono comparsi tre lupi a Piazza San Pietro, un lupo solitario in pieno giorno su via della Conciliazione e uno che si nasconde nel Colonnato del Bernini. «Perché i lupi scendono dai boschi e assediano il Vaticano? È impazzita la natura? O forse sono lì per chiedere protezione a Papa Francesco, il Pontefice da sempre più attento ai temi dell’ambiente e della tutela del Creato?», si chiedono al Parco Nazionale della Majella, ma poi spiegano che «Ovviamente sono solo fotomontaggi un po’ provocatori», ma aggiungono che «Le motivazioni che hanno spinto il Parco della Majella a lanciare la web campaign #Salviamofratellolupo sono molto reali e urgenti. Obiettivo della campagna, infatti, è sfatare le tante dicerie che aleggiano intorno a questi animali e fare finalmente corretta opera di informazione e sensibilizzazione». La campagna #salviamofratellolupo viaggerà su Internet, sul sito e sui profili social (Facebook e Twitter) del Parco Nazionale della Majella, dove sarà possibile conoscere non solo tutte le dicerie, ma anche i rischi che corre il lupo appenninico».

Il lupo, da sempre, è oggetto di persecuzione e, nella mitologia popolare, incarnazione vivente di perfidia e cattiveria. A causa di questa sua fama – e perché ritenuto principale responsabile della predazione a danno delle greggi – il lupo è stato cacciato in modo indiscriminato fino a portare la specie alla soglia dell’estinzione. Dagli anni ‘70 in poi, grazie alle politiche portate avanti dai Parchi, alla grande capacità di adattamento e resistenza di questa specie, all’aumento delle prede, allo spopolamento di molte aree pedemontane, i lupi sono tornati a popolare i nostri boschi e la popolazione italiana sta uscendo dalla soglia di crisi.

Purtroppo, nonostante l’innegabile fascino di questo animale, proprio a causa del ritorno della specie il lupo continua ad essere braccato e ucciso così come continua una campagna di disinformazione ai suoi danni.

Scopo della campagna #salviamofratellolupo sarà, dunque, fare corretta informazione sul lupo diffondendo sul web un vero proprio vademecum divulgativo sui lupi e con foto e vignette far conoscere meglio questo meraviglioso carnivoro e anche tutte le falsità che persistono. Tra le dicerie più diffuse ma anche più dannose, per esempio, c’è quella che i lupi siano stati reintrodotti artificialmente in Italia, o quella che i lupi attaccano l’uomo o ancora che, se non cacciati, i lupi invaderanno il Paese. Affermazioni del tutto sbagliate, che però hanno contribuito a determinare fenomeni odiosi come il bracconaggio, l’avvelenamento e l’uccisione con i lacci di numerosi esemplari ogni anno.

Franco Iezzi, presidente del Parco della Majella, spiega che «Con questa campagna siamo voluti uscire dagli schemi della comunicazione convenzionale e puntare al paradossale. È intollerabile che ancora oggi, dopo tanto lavoro svolto dalla comunità scientifica e dai parchi per recuperare questa specie a rischio estinzione, in alcune culture molto radicate nel nostro Paese i lupi siano considerati incarnazione vivente di perfidia e cattiveria e come tali animali da sterminare. Questa cultura sbagliata e retrograda, inoltre, è molto spesso condita da dicerie del tutto false. Con la campagna che lanciamo oggi #salviamofratellolupo, abbiamo voluto recuperare l’idea francescana del lupo come parte integrante e indispensabile dell’ecosistema, che per avere giustizia non vede altra strada se non quella di rivolgersi proprio a Papa Francesco per porre fine alla persecuzione ai danni della sua specie. Inoltre, è di questi ultimi tempi, una nuova minaccia: nel “Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia” all’esame della Conferenza Stato-Regioni, c’è l’ipotesi di un abbattimento selettivo di lupi nelle zone dove il conflitto con l’uomo è più problematico. Un’ipotesi fortemente contestata da gran parte degli esperti».

La Majella, Montagna Madre, è nota non solo per la sua affascinante natura, ma anche per la sua autentica ricchezza culturale, e per la testimonianza di pastori, santi ed eremiti, si pone oggi, a livello internazionale, come luogo unico per la ricerca e per la proposta di modelli di gestione del lupo.

Pochi sanno, infatti, che in questi 75.000 ettari di natura protetta, ricca ancora delle attività dell’uomo, di borghi, attività agricole, zootecniche e turistiche, si nasconde uno dei casi di conservazione del lupo più interessanti al mondo.

Il Parco della Majella può vantare un numero di lupi che, in proporzione al territorio, è ben superiore, per esempio a quello del famoso Parco di Yellowstone e può soprattutto offrire un modello di gestione della presenza del lupo compatibile con le attività dell’uomo: i danni recati dal carnivoro al bestiame domestico sono tra i più bassi mai registrati, le misure di prevenzione e mitigazione tra le più innovative nel contesto europeo e grazie al Progetto Life Wolfnet, anche gli studi condotti sui branchi di lupo della Majella risultano essere tra i più dettagliati ed approfonditi nel contesto internazionale.

Basti pensare che nei primi anni ’70, sulla Majella venivano studiati gli ultimi lupi rimasti in Appennino, e proprio da qui si avviarono le prime, per allora quasi fantascientifiche, ricerche sulla specie in Italia: 40 anni fa, proprio nella Majella, fu sperimentato il primo radiocollare ad un lupo.

Ancora oggi, con le ricerche innovative condotte dallo staff del Parco e con l’attuale stato di salute di questa specie, si possa ancora, dalla Majella, scrivere il futuro di questa specie e della sua sempre complessa convivenza con l’uomo.