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Archivio per la categoria ‘RIFIUTI’

Roghi sospetti a Terracina, esposto in Procura di Legambiente

Dal sito Internet http://www.latinacorriere.it/2016/08/11/roghi-sospetti-terracina-esposto-procura-legambiente/

ROGHI SOSPETTI A TERRACINA, ESPOSTO IN PROCURA DI LEGAMBIENTE

di Redazione

Dopo giorni di ronde auto-organizzate da cittadini impauriti, rilievi fotografici, articoli sulla stampa, sopralluoghi e segnalazioni alle autorità competenti per territorio ma anche direttamente al Circolo, Legambiente Lazio e il Circolo Legambiente Terracina “Pisco Montano”, hanno deciso di presentare un esposto alla Procura della Repubblica – sezione di Latina e a tutte le Autorità competenti per materia e per territorio e alle Forze dell’Ordine (Polizia Municipale, Polizia Provinciale, Vigili del Fuoco, Corpo Forestale, Comando e Sezione Carabinieri), ARPA Lazio, ASL e per conoscenza al Comune di Terracina) con il quale si chiede di effettuare una ricognizione delle zone interessate, tutte dettagliate e corredate di foto, anche al fine di individuare gli eventuali responsabili del reato di “combustione illecita di rifiuti”, delitto introdotto nel 2014 proprio su spinta dell’associazione del Cigno Verde, per contrastare lo smaltimento illegale dei rifiuti anche derivanti dalla lavorazione agricola, in spregio delle normative di sicurezza ambientale e sanitaria poste a tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente.

“Sui roghi nel sud pontino c’è bisogno di fare chiarezza immediata, assicurando gli eventuali responsabili alla giustizia e soprattutto interrompendo immediatamente il fenomeno – dichiara Roberto Scacchi Presidente di Legambiente Lazio – ed è per questo che abbiamo inviato l’esposto alla Procura della Repubblica, così come a tutti coloro che hanno il compito di salvaguardare il territorio e tutelare la salute pubblica. Ora c’è bisogno, da una parte di effettuare un controllo e monitoraggio costante di quanto avviene, dall’altra di attuare un ciclo virtuoso dei rifiuti che non lasci nessuno spazio a logiche eco-mafiose. Le prime indicazioni e segnalazioni ci sono arrivate settimane fa proprio dagli abitanti del posto, e ancora una volta i cittadini si dimostrano attori fondamentali per la salvaguardia ambientale, ed è per questo che torniamo a chiedere a gran voce alla Regione Lazio di rilanciare l’Osservatorio Regionale Ambiente e Legalità, fermo ormai da troppi anni, fornendo uno strumento in più alla cittadinanza attiva”.

I reati nel ciclo dei rifiuti possono essere commessi in ogni fase del ciclo, dalla produzione, trasporto allo smaltimento, anche alterando la quantità o tipologia dei rifiuti da smaltire o affidando l’operazione a imprese che lavorano sottocosto. I rifiuti che vengono illegalmente smaltiti infatti avvelenano l’aria, contaminano le falde acquifere, inquinano i fiumi e le coltivazioni agricole, minacciano la salute dei cittadini, e soprattutto contaminano con metalli pesanti, diossine e altre sostanze cancerogene i prodotti alimentari che arrivano sulle nostre tavole.

Legambiente collabora già da decenni con la Magistratura, le Forze dell’Ordine, i Comitati spontanei di cittadini e le Amministrazioni più sensibili per la prevenzione e la repressione dei reati ambientali, e tramite la sinergia di azione tra il CEAG (Centro di Azione Giuridica) di Legambiente Lazio e l’Ufficio Legale del Circolo Legambiente di Terracina, parte del CEAG, si è arrivati ad un esposto circostanziato e ricco di documentazione di supporto.

“Vogliamo ringraziare a nome del Circolo e di tutta Legambiente, le Forze dell’Ordine operanti sul territorio, già attive nel contrasto e repressione del fenomeno- dichiara Anna Giannetti, presidente del Circolo Legambiente Terracina “Pisco Montano” – ma anche l’Amministrazione e soprattutto i nostri soci e volontari e i comitati spontanei di cittadini che, da giorni, stanno contribuendo, con le loro utili ed argomentate segnalazioni, a prevenire la pericolosa cronicizzazione del fenomeno dei roghi sospetti sul territorio di Terracina”.

Marine litter: Union for the Mediterranean adotta il progetto Plastic Busters dell’Università di Siena

Dal sito Internet http://www.ecodallecitta.it/notizie/385203/marine-litter-union-for-the-mediterranean-adotta-il-progetto-plastic-busters-delluniversita-di-siena

MARINE LITTER: UNION FOR THE MEDITERRANEAN ADOTTA IL PROGETTO PLASTIC BUSTERS DELL’UNIVERSITÀ DI SIENA

Nuova vita al progetto Plastic Busters, che si occupa di studiare e sperimentare soluzioni contro la presenza di plastiche e microplastiche nel Mediterraneo: i partner che hanno aderito a livello internazionale, insieme ad istituzioni europee e a soggetti pubblici e privati coinvolti, si riuniranno all’Università di Siena, il 14 e 15 aprile, per consolidare il progetto e passare ad una nuova fase.

Plastic Busters, promosso dall’Ateneo senese e coordinato dalla professoressa Maria Cristina Fossi, ha raccolto grande interesse presso enti di ricerca ed istituzioni europee e si è strutturato in un consorzio internazionale di 15 membri. Il progetto ha inoltre suscitato l’interesse della UfM, Union for the Mediterranean, l’istituzione intergovernativa che raccoglie 43 Paesi per promuovere la cooperazione nella Regione Euro Mediterranea. La UfM, dopo un attento vaglio ha recentemente conferito il “label”, il riconoscimento che pone Plastic Busters tra i progetti strategici per lo sviluppo dell’area Mediterranea.

In seguito a questo riconoscimento, il meeting che si terrà a porte chiuse presso il Rettorato dell’Università di Siena, promosso nell’ambito del progetto dell’ONU sui temi della sostenibilità SDSN, e con il supporto dell’agenzia tedesca per la cooperazione internazionale GIZ, vuole contribuire a consolidare il progetto, stringere relazioni tra i partner e coordinare le azioni delle istituzioni che partecipano, coinvolgere i possibili finanziatori, portatori di interesse e sponsor, per lanciare una campagna di raccolta fondi e prima possibile dare inizio alle attività sistematiche di ricerca.

Obiettivo di Plastic Busters, da raggiungere in quattro anni di tempo, è quello di campionare la presenza di plastiche e microplastiche in alcune aree più a rischio del Mediterraneo, valutando gli effetti della presenza di rifiuti plastici sulla fauna marina, ma anche sperimentare azioni per prevenire, ridurre e rimuovere l’inquinamento, con progetti pilota che potranno poi essere implementati su larga scala.

I promotori del progetto vogliono coinvolgere trai 50 e i 60 esperti di inquinamento marino in tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, fornire alle istituzioni europee una mappatura e un quadro completo della situazione attuale, suggerire una serie di misure concrete e praticabili per contrastare la presenza di rifiuti nel mare, portare avanti campagne informative e di divulgazione rivolte alla popolazione. Il problema dei rifiuti plastici e delle conseguenze dell’inquinamento da plastica è d’altra parte riconosciuto ormai come prioritario da tutte le istituzioni euro mediterranee, visto che il Mare Nostrum, un bacino chiuso e densamente popolato, è uno dei mari che più al mondo risente della presenza di rifiuti e di scarti inquinanti.

Riciclo incentivante. 1 cent sullo smartphone per ogni bottiglia riciclata

Dal sito Internet http://www.lifegate.it/persone/news/riciclo-incentivante-pet-riciclo

RICICLO INCENTIVANTE. 1 CENT SULLO SMARTPHONE PER OGNI BOTTIGLIA RICICLATA

di Rudi Bressa

Succede a Monselice, in provincia di Padova, dove dallo scorso 9 aprile è partito il progetto “Monselive EverGreen”, prima iniziativa su scala nazionale che coniuga la raccolta differenziata con il cosiddetto riciclo incentivante. Qui grazie ad un compattatore di rifiuti commercializzato da Eurven, gli utenti che conferiranno bottiglie in Pet, tappi in plastica e lattine in alluminio, riceveranno 1 centesimo per ogni rifiuto differenziato.

È questo il concetto che sta alla base del riciclo incentivante: premiare il comportamento virtuoso del cittadino con buoni sconto da utilizzare all’interno delle attività commerciali convenzionate nel territorio e con un vero contributo, seppur minimo, in denaro.

Ciò sarà possibile grazie alla partnership “Cash for trash” tra Eurven che ha fornito appunto il compattatore e 2Pay, startup padovana che ha messo appunto un’app gratuita per smartphone che permette di semplificare il processo di pagamento abbattendo i costi delle transazioni, evitando commissioni e di fatto dicendo addio ai contanti.

Il cittadino conferirà così il rifiuto nel compattatore già predisposto per riconoscere la tipologia di rifiuto, differenziarlo automaticamente e ridurne fino al 90% il volume iniziale. All’interno del compattatore verrà prodotta una ecoballa, pronta per essere raccolta e avviata a riciclo nei vicini centri di raccolta.

In cambio del rifiuto, il riciclatore incentivante permetterà all’utente di scegliere, grazie al sistema touch screen, quale sconto o coupon ottenere come premio, a seconda della tipologia di negozio prescelto. Oltre al buono sconto, l’utente riceverà direttamente 1 cent di euro sul borsellino elettronico del conto virtuale.

Questa iniziativa, fortemente voluta dall’amministrazione comunale della cittadina veneta, punta infatti a quella che viene definita come “differenziata spinta”: ovvero l’aumento della percentuale di rifiuti differenziati e avviati al riciclo, grazie anche a progetti di questo tipo. Il cittadino viene così spinto a non buttare, in un ciclo dove tutti ci guadagnano: ambiente, utenti e attività commerciali.

Compostaggio domestico in città: l’esempio di Genova. Intervista a Federico Valerio

Dal sito Internet http://www.ecodallecitta.it/notizie/385216/compostaggio-domestico-in-citta-lesempio-di-genova-intervista-a-federico-valerio

COMPOSTAGGIO DOMESTICO IN CITTÀ: L’ESEMPIO DI GENOVA. INTERVISTA A FEDERICO VALERIO

di Giuseppe Iasparra

“Autorizzare anche in contesti senza orto e giardino il compostaggio domestico. Puntare sulla formazione dei cittadini piuttosto che sulla distribuzione delle compostiere”. Questi sono alcuni degli ingredienti che hanno portato al successo dell’esperienza genovese di compostaggio domestico. A raccontarla ad Eco dalle Città è il protagonista, Federico Valerio, autore del manuale “Corso di compostaggio domestico in campagna e in città” edito da Italia Nostra.

Tutto ebbe inizio circa dieci anni fa. All’epoca, nel capoluogo ligure, era quasi pronto il contratto per far partire un nuovo inceneritore. Ma un movimento popolare bloccò il progetto. “In quell’occasione – racconta Federico Valerio – mi chiesi cosa potevo fare. Navigando in rete, scoprii che a San Francisco facevano il compostaggio domestico. La novità mi incuriosì e partirono le mie prime sperimentazioni. La tecnica funzionava e, viste le esperienze già maturate con Italia Nostra in tema di educazione ambientale, proposi al Museo di Storia Naturale di Genova di tenere un corso di compostaggio domestico rivolto agli adulti”. I risultati furono sorprendenti fin dall’esordio. “L’Aula Magna del museo, 120 posti a sedere, era completamente piena. Ed altrettante persone erano in attesa”. Da quel momento iniziò l’avventura.

Il progetto crebbe fino ad allargarsi a livello regionale. “Vennero formati dei ragazzi. Furono realizzate dimostrazioni presso i centri di educazione ambientale regionali. Insegnammo a migliaia di allievi le tecniche per il compostaggio domestico”, ha spiegato Valerio. L’iniziativa fu anche accompagnata da un’indagine che aggiunse elementi interessanti: alla domanda “quale spazio avete a disposizione?”, la maggior parte degli allievi rispose “balconi o terrazzi”. Da qui l’idea del compostaggio domestico a livello urbano. Anche a Genova, dove gli orti sono una rarità.

Senza anticipare troppo del caso genovese, che sarà approfondito in occasione della conferenza del 19 aprile a Torino, Federico Valerio ci tiene a sottolineare le potenzialità e i risultati già conseguiti nel capoluogo ligure: “Il percorso intrapreso ha portato al riconoscimento da parte del Comune di uno sconto sulla TARI per i cittadini che fanno compostaggio domestico (praticato anche su balcone o davanzale). Nel giro di pochi mesi siamo arrivati a 3.800 famiglie che hanno chiesto la riduzione. Ma sono certo che sono molte di più i cittadini che praticano il compostaggio senza aver richiesto lo sconto”.

Un elemento che tuttavia vale la pena sottolineare sono state le “resistenze”, poi superate. “Il riconoscimento da parte del Comune non è stato immediato – ha spiegato Valerio -. C’era il timore dei possibili odori. Prima della delibera, l’amministrazione ha infatti chiesto una verifica: una decina di famiglie da me formate sono state monitorate per sei mesi. Alla fine è stato verificato che non ci sono stati problemi di cattivi odori”. Da qui il semaforo verde per lo sconto TARI.

E per il futuro? L’amministrazione sembra intenzionata a continuare sulla strada della riduzione della tariffa. A maggior ragione, ora che la città non può più portare l’organico in discarica a Scarpino. E qui si inserisce la proposta di Federico Valerio: “Insieme alla raccolta dell’organico su tutta la città, ho lanciato l’idea di estendere in modo massiccio il compostaggio domestico a Genova. Le potenzialità sono grandi: in Italia quante sono le famiglie dedite al giardinaggio in modo non occasionale?”. Non serve per forza avere i campi, bastano una decina di piante in casa o sul balcone. “I dati parlano del 20-25% di famiglie che praticano giardinaggio in modo non occasionale. Numeri importanti per una città di 600.000 abitanti. Stimando – ha concluso Valerio – sarebbero 160.000 i genovesi che, dopo aver fatto il corso, potrebbero sottrarre una quantità importante di frazione organica dal circuito di raccolta e smaltimento”.

Come fare la raccolta differenziata in casa dei rifiuti correttamente

Dal sito Internet http://www.tuttogreen.it/come-fare-la-raccolta-differenziata-in-casa/

COME FARE LA RACCOLTA DIFFERENZIATA IN CASA DEI RIFIUTI CORRETTAMENTE

di Barbara Nazzari

Scopriamo insieme la nostra guida pratica con tutti i consigli su come fare la raccolta differenziata in casa dei rifiuti nel modo corretto

Plastica, carta, vetro, lattine, umido e indifferenziata. Eccetto pochi recidivi ormai tutti conoscono abbastanza bene la differenziazione dei rifiuti “classici” anche perché avrete già forse letto le nostre guide su come fare la raccolta differenziata “generica”.

Ma se si parla invece di raccolta differenziata per lampadine, oli esausti, polistirolo, cartucce, tetrapak… possiamo dire di essere altrettanto preparati?

Eccovi anche una piccola guida allo smaltimento dei rifiuti atipici, per orientarvi meglio in un tema complesso.

Come fare la raccolta differenziata dei rifiuti atipici?

Riciclo di lampadine a risparmio energetico. Sono un indispensabile alleato nel risparmio energetico ma non sono affatto eco-compatibili. Contengono infatti una piccola quantità di mercurio, estremamente nocivo se liberato nell’ambiente. Il consorzio Ecolamp si occupa del corretto smaltimento delle lampadine: basta portarle nella più vicino centro di raccolta, rintracciabile con questo comodo motore di ricerca (http://www.cdcraee.it/GetPage.pub_do?id=402881ae2015686d012018e07445003f).

Riciclo di pile usate. Le pile contengono metalli pesanti e altri elementi estremamente tossici per uomo e ambiente. Purtroppo, nonostante decreti, consorzi e centri di coordinamento, spesso operanti solo sulla carta, il servizio di raccolta e smaltimento rimane carente. È bene informarsi sul sito web dei singoli comuni per conoscere meglio i servizi sul territorio. Di norma le pile vanno portate dai rivenditori (negozi di piccoli elettrodomestici, fotografi) o all’isola ecologica.

Riciclo di oli esausti. Dove buttare l’olio usato per una bella frittura casalinga? Anche in questo caso si tratta di un agente altamente contaminante da gestire con grande cautela. Una volta raffreddato va messo in un contenitore ben chiuso, una bottiglia per esempio, e portato all’isola ecologica, vi consigliamo di leggere bene l’articolo su come smaltire olio di frittura e olio esausto in genere.

Riciclo di rifiuti ingombranti. Stanchi di un vecchio mobiletto? Di un materasso scomodo? Di una lavatrice un po’ troppo rumorosa? I rifiuti ingombranti come mobili, elettrodomestici, etc., vengono, in quasi tutti i comuni, ritirati gratuitamente a domicilio o in prossimità dei cassonetti più vicini a casa, avendo prima l’accortezza di telefonare e prenotare giorno e orario di ritiro. Ma prima di gettare qualsiasi oggetto perché non domandarsi : a qualcun altro potrebbe servire? Un mercatino dell’usato può sempre essere un’ottima soluzione.

Riciclo di indumenti usati. Anche nel caso di indumenti da scartare, se sono in buone condizioni si possono considerare mercatini dell’usato o i classici passaggi in famiglia o perché no anche formule di riciclo creativo come descritto in questo articolo sul riciclo di una T-shirt. Altrimenti ci sono sempre i contenitori gialli per indumenti della Caritas Diocesana o le iniziative periodiche di raccolta per beneficenza, organizzate da associazioni e cooperative.

Raccolta differenziata dei farmaci e medicinali. Ne abbiamo già parlato in questo articolo sulla raccolta differenziata dei farmaci. Vi ricordiamo brevemente che per i farmaci scaduti sono presenti contenitori appositi fuori da ogni farmacia dove vanno buttati i soli blister, dopo aver buttato nella carta la confezione ed il foglietto illustrativo. Un piccolo appunto: troppo spesso ci dimentichiamo dei farmaci che già abbiamo in casa e continuiamo a ricomprarne: cerchiamo di radunarli tutti in un unico contenitore e prima di comprarne di nuovi cerchiamo se per caso sono già in casa.

Riciclo di cartucce della stampante. Siamo proprio sicuri di volerle buttare? Le cartucce della stampante si possono ricaricare, comprando un kit di ricarica o facendo ricaricare la cartuccia nei negozi che effettuano questo servizio (come ad esempio i negozi della catena Ecostore), con un notevole risparmio di denaro. Se la cartuccia è proprio da buttare i negozi Eco Store hanno un Eco Point per la raccolta degli esausti: per ogni cartuccia consegnata un buono di un euro o una salvietta pulisci monitor (vedi condizioni su http://www.ecostore.it/it/servizi/ritiroesausti/index.html).

Riciclo dei contenitori in tetrapak. Il classico contenitore del latte ad esempio è fatto in tetrapak che è un materiale altamente riciclabile in cartone per imballaggi, sacchetti ed altre materie plastiche, come vi abbiamo spiegato nella nostra guida su come riciclare il tetrapak.

Riciclo degli pneumatici usati. Si calcola che un’enorme mole di pneumatici finisca ogni anno in discarica, rilasciando, nella combustione, fumi densi tossici e irrespirabili. Esiste una società senza scopo di lucro, Ecopneus, che si occupa della raccolta e dello smaltimento di pneumatici fuori uso. Offre ad ogni gommista su territorio nazionale un servizio di ritiro solerte e gratuito. Il vostro gommista usufruisce, come prescritto dalla legge, di questo servizio? Meglio verificarlo.

Riciclo di apparecchi elettronici usati. Vecchi televisori, frigoriferi, elettrodomestici. Il riferimento è qui alla RAEE, la nuova normativa sullo smaltimento degli elettrodomestici usati in caso di acquisto del nuovo e alla guida che insegna a riciclare gli elettrodomestici in caso dobbiate solo smaltirne uno vecchio. Vi ricordiamo anche in questo articolo le nostre due guide su come riciclare i vecchi cd e dvd e sul riciclo delle vecchie TV a tubo catodico che offrono spunti molto interessanti.

Riciclo del polistirolo. È un materiale plastico altamente inquinante ma lo abbiamo già affrontato come tema in questo articolo sul riciclo del polistirolo e vaschette che vi invitiamo a rileggere.

Come fare la raccolta differenziata in casa dei rifiuti correttamente

Riciclo delle bombolette spray. Le bombolette sono di alluminio, di per sé un materiale riciclabile, ma contengono gas compressi che possono essere dannosi per l’atmosfera, alcuni poi sono responsabili dell’effetto serra. Quelle che contengono materiali tossici (es. vernici), non possono essere disperse nell’ambiente. Troverete sulla confezione la sigla RUP (Rifiuto Urbano Pericoloso) e le potete mettere in appositi contenitori o presso le isole ecologiche. Vedi il nostro post: Bombolette spray: come smaltirle.

Riciclo dei CD e DVD. Sarebbero riciclabili al 90% perché sono fatti di policarbonato ma purtroppo gli enti deputati non riescono a recepire le complesse norme europee e quindi non resta che buttarli nel “secco” o nell’indifferenziata. Potete sempre prolungarne la vita riciclandoli in altri oggetti dai-da-te. Scopri alcune idee qui.

Infine una curiosità, il riciclo della lettiera del gatto: la sabbia della lettiera del gatto, pur contenendo materiale organico, non può essere buttata nell’umido, perché potenzialmente portatrice di germi e batteri pericolosi. Va quindi buttata insieme ai rifiuti indifferenziati.

Ricordiamo inoltre che esistono numerosi punti di raccolta nei luoghi più frequentati come centri commerciali, scuole e ospedali delle macchine che applicano un sistema di raccolta incentivante, di cui abbiamo parlato qui. Si tratta di un sistema che premia i cittadini attraverso degli ecopunti trasformabili in premi e buoni sconto da usare in molti negozi, stimolando i comportamenti eco-friendly; basta buttare lattine e bottigliette in queste macchine per ricevere questi coupon cumulabili e spendibili.

Geopolitica del referendum

In Italia il nucleare è stato bocciato con un referendum per ben due volte.

Come mai?

Nucleare civile e nucleare militare vanno di pari passo. Utilizzano le stesse tecnologie, le stesse materie prime e riciclano le stesse sostanze nocive.

Per fare solo un esempio, le bombe ad uranio impoverito, un prodotto tipicamente militare, si ottengono utilizzando le scorie delle centrali nucleari, un sottoprodotto tipicamente civile.

Chi avvia la produzione civile di energia nucleare, dopo breve tempo acquisisce le conoscenze scientifiche per realizzare anche le bombe.

Ecco perché per ben due volte sono stati vinti i referendum sul nucleare nel nostro Paese.

L’Italia è un alleato scomodo.

L’8 settembre 1943 tradì, rinnegando le alleanze.

Fece la stessa cosa all’inizio della prima guerra mondiale, ripudiando la Triplice Alleanza e passando alla Triplice Intesa.

Dopo la seconda guerra mondiale la nostra politica estera, oltreoceano, è sempre stata considerata “ambigua”. Troppo amici degli arabi.

E se le nostre conoscenze scientifiche sul nucleare fossero state passate a Gheddafi o a qualcun altro simile a lui?

Ecco perché i referendum sul nucleare.

Veniamo al referendum di adesso.

Qualche giorno fa in una trasmissione televisiva era ospite in studio il giornalista (giornalista?) statunitense Alan Friedman.

Non appena è stato interpellato, Friedman ha detto che l’Italia deve sfruttare i propri giacimenti marini di idrocarburi per non comprare il gas russo.

Chiaro, no?

Alla luce di queste riflessioni, raggiungere il quorum diventa ancora più difficile, perché improvvisamente si è materializzato un potente nemico esterno.

Ma passiamo invece ad un’analisi economica, partendo proprio dalle basi, dall’abc della disciplina denominata “economia politica”.

I fattori della produzione sono tre: terra, capitale e lavoro.

Le basi dell’economia politica sono state stabilite nel 1700, per cui il termine “terra” va contestualizzato. In realtà con tale termine si intendono le risorse naturali, ma anche i patrimoni, compresi quelli finanziari.

Ai tre fattori della produzione corrispondono tre remunerazioni, rispettivamente rendita, profitto e salario (da cui il modo di dire “vivere di rendita”).

Attualmente la rendita sta schiavizzando profitto e salario.

Chi sa interpretare e leggere determinati avvenimenti non può non rilevare, infatti, che all’interno del famigerato 1% più ricco del pianeta è in atto una guerra all’ultimo sangue tra chi vive di rendita e chi vive di profitto.

Gli speculatori vivono di rendita, i petrolieri vivono di profitto.

Ecco quindi che, allargando di pochino la visuale, si scoprono potenziali nemici (gli statunitensi) e potenziali alleati (gli speculatori).

E i potenziali alleati, pessimi ma potenti, non vanno assolutamente sottovalutati.

“Così denunciai i veleni e ne pago le conseguenze”

Dal sito Internet http://www.metronews.it/16/04/05/cos%C3%AC-denunciai-i-veleni-e-ne-pago-le-conseguenze.html

“COSÌ DENUNCIAI I VELENI E NE PAGO LE CONSEGUENZE”

di Stefania Divertito

Non chiamatelo Cassandra. «No, avevo solo le conoscenze, i mezzi e la sensibilità. Ho agito, ne ho pagato le conseguenze, e non me ne sono pentito mai». Giuseppe Di Bello, tenente, un tempo operativo come ufficiale di polizia della provincia di Potenza, oggi lavora in un museo. «Parcheggiato», dice lui. La sua colpa? Aver svolto il suo lavoro e detto la verità. È stato lui il primo a denunciare che dai pozzi petroliferi uscivano anche veleni, e finivano nelle acque di falda e nei terreni. E nei laghi, come il Petrusillo. E aveva raccontato che i rifiuti pericolosi venivano “declassificati” e trattati come non pericolosi dai colossi del petrolio, compreso l’impianto ENI di Viggiano, al centro di uno dei filoni di indagine di Potenza (l’azienda non è indagata e respinge ogni addebito): «Ho subito processi, prima per procurato allarme, poi divulgazione di segreto d’ufficio, ora devo affrontare l’appello, la prossima udienza è venerdì».

Cosa ha fatto di grave?

Nel 2010 ho controllato le acque del lago Petrusillo e ho reso pubblici i dati delle matrici ambientali. C’erano metalli pesanti, idrocarburi, cancerogeni.

Prima denuncia: procurato allarme.

Già, dall’assessore regionale lucano.

Poi però i pesci cominciarono a morire…

E l’accusa si modificò: rivelazione di atti d’ufficio. Ma io quei campionamenti li avevo fatti a mie spese, senza un’inchiesta dei magistrati, facendo esaminare le matrici ambientali da laboratori indipendenti fuori regione. Quali segreti?

Cosa prova nel vedere confermato ciò che denunciava?

Rabbia. A distanza di anni la mia terra è una terra di veleni e morte, soprattutto a causa dei pozzi di reiniezione: quelli vuoti vengono riempiti di ogni tipo di veleno che finisce nella pancia della Terra fino a 4.000 metri di profondità. Ma i rivestimenti sono lesionati e ho trovato cancerogeni nelle terre e nelle acque dei contadini.

Altra denuncia.

Vicino al Tecnoparco di Val Basento a Pisticci, nei pozzi c’erano sostanze cancerogene anche mille volte sopra i limiti. Lei non l’avrebbe denunciato? Per il Tecnoparco, partecipato al 40% dalla Regione, sono io il problema. Pochi mesi dopo la mia scoperta l’ASL ha vietato l’utilizzo dell’acqua. Una cosa è un incidente, un altro è modificare i codici dei rifiuti. Questo è il petrolio in Basilicata.

Ritorna “Let’s Clean Up Europe!”, la campagna per pulire la natura dai rifiuti

Dal sito Internet http://www.greenews.info/rubriche/ritorna-let%E2%80%99s-clean-up-europe-la-campagna-per-pulire-la-natura-dai-rifiuti-20160404/

RITORNA “LET’S CLEAN UP EUROPE!”, LA CAMPAGNA PER PULIRE LA NATURA DAI RIFIUTI

di Beatrice Credi

Con la primavera arriva anche l’annuale appuntamento con l’evento “Let’s Clean Up Europe!”, la campagna europea contro l’abbandono dei rifiuti nella natura.

Quest’anno, le azioni si concentreranno dal 6 all’8 maggio, con la possibilità di organizzare attività per tutto il periodo dal 1 al 15 per garantire la massima partecipazione possibile. A Let’s Clean Up Europe possono aderire istituzioni ed enti locali, associazioni di volontariato, scuole, gruppi di cittadini, imprese e ogni altra tipologia di enti. Anche se è la Commissione Europea a promuovere l’iniziativa, le azioni sono, infatti, indipendenti, localizzate e gestite dai cittadini e in molti casi organizzate o coordinate con la partecipazione di enti locali, ONG, imprese e scuole.

Tutti coloro che vogliono proporre ed organizzare, sull’intero territorio nazionale, azioni di raccolta e pulizia straordinaria dei rifiuti su un’area verde, un parco, una piazza, una spiaggia o in generale un’area che sta a cuore, possono partecipare registrando, esclusivamente online, la propria azione fino a venerdì 15 aprile. Una volta validata l’azione di pulizia, sarà cura di AICA (Associazione Internazionale per la Comunicazione Ambientale), coordinatore a livello europeo dell’iniziativa, inviare, oltre al materiale comunicativo (logo, banner per siti web e file per poster da stampare), una bandiera con il logo della manifestazione. A questo punto non rimarrà altro che darsi da fare e pubblicizzare la propria iniziativa. Come? inviando immagini e video dei volontari al lavoro attraverso i social network classici – Twitter e Facebook, hashtag #cleanupeurope – oppure via posta elettronica all’indirizzo: serr@envi.info. Una volta conclusa l’azione, ci sarà poi un questionario di valutazione da compilare. Nel documento verrà richiesta la quantità di rifiuti raccolti (in kg), suddivisi anche per categoria – per esempio vetro o plastica – e il numero dei partecipanti.

Ogni anno, milioni di tonnellate di rifiuti abbandonati finiscono negli oceani, sulle spiagge, nelle foreste. La causa principale di tutto ciò sono i modelli insostenibili di produzione e di consumo delle nostre società, cattive politiche di gestione dei rifiuti e mancanza di sensibilità nella popolazione. Quelli che possono sembrare solo distratti gesti d’inciviltà, contribuiscono in qualche modo all’inquinamento di acqua, terra e aria.

Durante gli ultimi anni, si sono svolte in tutta Europa moltissime campagne di pulizia (clean-up) per affrontare il problema dell’abbandono dei rifiuti. Lo European Clean-Up Day, con la campagna Let’s Clean Up Europe!, intende racchiudere tutte queste iniziative assieme per avere un evento di clean-up a livello europeo che si svolge in solo week end (o nei giorni immediatamente a ridosso) in tutta Europa, coinvolgendo quanti più cittadini possibile. Prendendo parte a Let’s Clean Up Europe! e aiutando a tenere pulito l’ambiente, i partecipanti possono, infatti, rendersi conto di quanti rifiuti sono abbandonati vicino a loro. Questo evento è un’opportunità unica per sensibilizzare i cittadini sui problemi dell’abbandono e per aiutare a cambiare i loro comportamenti quotidiani. Non solo quindi un’opera di “pulizia”, ma anche di prevenzione e informazione.

L’anno scorso nel nostro Paese sono state 356 le azioni regolarmente iscritte e approvate dal Comitato Promotore italiano (composto da Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Federambiente, ANCI, Città Metropolitana di Torino, Città Metropolitana di Roma Capitale, Legambiente, AICA, ERICA ed Eco dalle Città). Un dato di grande rilevanza, visto che nella prima edizione svoltasi nel 2014 le azioni italiane erano state 137.

Nel 2015 a proporre il maggior numero di azioni sono stati gli enti locali, con il 43%, seguiti dalle associazioni (37%) e dai cittadini (8%). A livello nazionale, le regioni più virtuose, ovvero quelle che hanno proposto il maggior numero di azioni, sono state Piemonte, Lazio, Calabria e Sicilia.

Coppetta mestruale: tutto quello che c’è da sapere

Dal sito Internet http://www.greenme.it/vivere/salute-e-benessere/19826-coppetta-mestruale

COPPETTA MESTRUALE: TUTTO QUELLO CHE C’È DA SAPERE

di Marta Albè

La coppetta mestruale è una piccola grande rivoluzione tutta al femminile. Chi usa già la coppetta mestruale conosce bene la grande libertà che può donare ad ogni donna. La coppetta mestruale è igienica, pratica, comoda, ecologica e davvero facile da utilizzare dopo aver preso confidenza con questa novità.

La coppetta mestruale ha una lunga storia alle spalle. Negli ultimi anni si è finalmente fatta strada anche in Italia e sta aiutando molte donne a vivere il periodo del ciclo in modo decisamente più sereno.

Consideriamo la coppetta mestruale una delle migliori alternative agli assorbenti usa-e-getta, ai salvaslip e ai tamponi sia dal punto di vista ecologico che per quanto riguarda la salute e il risparmio. Sempre più donne stanno optando per la coppetta mestruale perché i suoi benefici sono sempre più noti e per il desiderio di un maggior rispetto dell’ambiente nella vita quotidiana oltre che per risparmiare sull’acquisto degli assorbenti.

Impariamo a conoscere meglio la coppetta mestruale, scopriamo quali sono i maggiori vantaggi e benefici, come scegliere quella più adatta a noi, senza dimenticare cosa ne pensano i ginecologi.

La storia della coppetta mestruale

Quando è nata la prima coppetta mestruale? Conoscete la storia della coppetta mestruale? La prima coppetta mestruale moderna, simile a quella che usiamo oggi, è stata inventata negli Stati Uniti nel 1937 da Leona Chalmers. Brevettò una coppetta mestruale in lattice. Durante la seconda guerra mondiale l’azienda produttrice della prima coppetta mestruale non aveva a disposizione lattice a sufficienza per continuare a realizzarla. La produzione si fermò momentaneamente ma negli anni ‘50 Leona Chalmers migliorò il progetto e brevettò un nuovo modello di coppetta mestruale.

La prima coppetta mestruale si chiamava Tassette. Fu prodotta negli Stati Uniti fino al 1963 ma non ebbe una grande fortuna. Negli anni ‘70 in Finlandia e negli USA iniziò una piccola produzione di coppette mestruali usa-e-getta. Negli anni ‘80 ecco la creazione della coppetta mestruale The Keeper, realizzata in lattice e ancora in vendita oggi. All’inizio del XXI secolo ecco una svolta importante per la coppetta mestruale: l’introduzione di un nuovo materiale, il silicone ad uso medico.

Così anche le donne allergiche al lattice potevano iniziare ad utilizzare la coppetta mestruale. Oggi sia negli Stati Uniti che in Italia e in Europa vengono prodotte coppette mestruali di diverse marche, modelli, colori, dimensioni e materiali, per andare incontro alle esigenze di tutte le donne.

Luoghi comuni sulla coppetta mestruale

Quali sono le scuse più diffuse per non iniziare ad utilizzare la coppetta mestruale? Quali sono i luoghi comuni sulla coppetta? “Non è igienica”, “Sono sempre fuori casa”, “Non so come rimuoverla”, “Costa troppo”: ecco alcune delle scuse più comuni che bloccano chi non ha mai provato ad utilizzare la coppetta mestruale e teme il cambiamento.

Innanzitutto bisogna specificare che ci si può avvicinare all’utilizzo della coppetta mestruale con calma e gradualità. Alcune persone passano in modo molto rapido dagli assorbenti usa-e-getta alla coppetta perché non incontrano nessun problema, altre donne invece hanno qualche titubanza. L’importante è prendersi il tempo che serve, se lo si desidera, e imparare a prendere più confidenza sia con il proprio corpo che con la coppetta stessa.

Ad esempio, chi ha dei dubbi per quanto riguarda l’igiene della coppetta mestruale, dovrebbe tenere conto che la nostra amata coppetta va sterilizzata sia al primo utilizzo, cioè all’inizio del ciclo, sia all’ultimo utilizzo, prima di riporla in attesa del mese successivo. La si può anche sterilizzare tra un cambio e l’altro e si possono tenere a disposizione una o due coppette di scorta già sterilizzate per garantire la massima pulizia. Inoltre, soprattutto rispetto agli assorbenti esterni, con la coppetta mestruale la sensazione personale di maggiore freschezza e pulizia è immediata. Basta provare per rendersene conto.

E per quanto riguarda il costo della coppetta mestruale? In vendita troviamo coppette di prezzi diversi. Ognuna di voi potrà orientarsi nella scelta della prima coppetta anche in base al costo. In ogni caso, qualsiasi sia il costo della coppetta, il suo prezzo sarà sempre inferiore a quanto spenderemmo in un anno circa per acquistare tamponi e assorbenti esterni. Una coppetta mestruale, con la corretta manutenzione, può durare anche 10 anni per via della sua resistenza e flessibilità. Anche chi preferisce alternare la coppetta mestruale a assorbenti, tamponi e salvaslip, in base alle proprie esigenze, vedrà comunque un risparmio, dato che potrà ridurre l’acquisto di prodotti usa-e-getta.

Chi passa molto tempo fuori casa e chi fa sport potrà incontrare dei vantaggi nell’utilizzo della coppetta mestruale. Si tratta soprattutto di una maggiore comodità e di una riduzione delle preoccupazioni rispetto alle classiche problematiche legate al ciclo. Forse servirà qualche tentativo per abituarsi a svuotare e indossare di nuovo la coppetta in un bagno diverso da quello di casa propria, ma in questo caso avere a disposizione delle salviettine umidificate, una bottiglietta d’acqua e un gel igienizzante per le mani può essere un aiuto davvero prezioso per rendere più facile e sicura l’operazione ‘cambio della coppetta’ anche fuori casa.

Benefici e vantaggi della coppetta mestruale

Quali sono i maggiori vantaggi e benefici della coppetta mestruale? I benefici della coppetta sono davvero numerosi. Ogni donna che utilizza la coppetta mestruale da qualche tempo potrebbe raccontare come questo semplice oggetto ha cambiato la sua vita durante i giorni delle mestruazioni.

La coppetta mestruale è prima di tutto una garanzia di grande libertà. Ci si sente più libere quando si è fuori casa, quando si pratica sport, durante i viaggi e in generale in qualsiasi movimento. La presenza della coppetta mestruale non si nota dall’esterno e non è per nulla fastidiosa per chi la indossa.

Da questo punto di vista a volte è necessario fare un po’ di pratica per il corretto inserimento della coppetta mestruale, trovare la giusta angolazione, regolare – se occorre – la lunghezza del gambo e imparare a capire quando la coppetta è posizionata in modo corretto. Si tratta comunque di accorgimenti molto semplici che consentono di vivere al meglio e senza problemi i giorni delle mestruazioni proprio grazie alla coppetta mestruale.

Con la coppetta si evitano gli arrossamenti e le irritazioni che si possono presentare a causa del contatto delle parti intime con gli assorbenti esterni. L’igiene personale grazie alla coppetta diventa molto più semplice. La pelle non rimane a contatto con l’umidità o con sostanze indesiderate. Ad esempio gli assorbenti esterni possono contenere profumazioni sintetiche e altre sostanze in grado di causare irritazioni, mentre gli assorbenti interni possono contenere tracce di cloro o di altre sostanze indesiderate (è recente il caso delle tracce di glifosato nei salvaslip ‘ecologici’). Da questo punto di vista la coppetta mestruale garantisce una sicurezza maggiore per via dell’utilizzo di materiali approvati a livello medico.

Non possiamo tralasciare i vantaggi ecologici della coppetta mestruale. La coppetta mestruale è amica dell’ambiente perché aiuta le donne a ridurre i rifiuti prodotti con l’utilizzo di salvaslip, tamponi e assorbenti usa-e-getta. Chi inizia ad utilizzare la coppetta mestruale smette di utilizzare gli assorbenti o comunque ne usa molti di meno e solo quando serve in base alle proprie esigenze personali. In questo modo i rifiuti non riciclabili che inquinano il nostro pianeta iniziano a ridursi, un po’ come avviene per il mondo dei neonati, quando i genitori iniziano ad affiancare ai classici pannolini usa-e-getta i pannolini lavabili. Gli assorbenti usa-e-getta sono certamente tra i prodotti a cui possiamo provare a rinunciare per ridurre i rifiuti.

Abbiamo già accennato al risparmio che l’acquisto di una coppetta mestruale può garantire rispetto agli assorbenti usa-e-getta e i conti sono presto fatti: basta calcolare quando spenderemmo per gli assorbenti in un anno e moltiplicare la cifra ottenuta per 5 o 10 anni o comunque in base al tempo di utilizzo che prevediamo per la nostra coppetta. Grazie alla coppetta mestruale le donne possono dare un forte contributo personale per arginare la cultura dell’usa-e-getta e possono risparmiare da 40 a 80 euro all’anno sull’acquisto degli assorbenti e di altri prodotti pensati per il ciclo mestruale.

Infine, a differenza dei tamponi interni, la coppetta mestruale, fino a oggi, non ha provocato nessun caso riconosciuto di Sindrome da Shock Tossico (TSS).

Come scegliere la coppetta mestruale

La scelta della coppetta mestruale è una questione molto personale. Per scegliere al meglio la vostra coppetta mestruale dovreste tenere conto della vostra età, del fatto di avere già partorito oppure no (in particolare con un parto naturale), della tonicità del vostro pavimento pelvico, dell’intensità del vostro flusso mestruale, delle dimensioni della coppetta stessa ma anche della sua capienza e flessibilità.

È possibile che per andare incontro a tutte le vostre esigenze abbiate bisogno di acquistare più di una coppetta o di procedere per tentativi. Ecco alcuni consigli utili per scegliere la coppetta mestruale che fa per voi.

Il materiale della coppetta mestruale

Le coppette mestruali più diffuse vengono prodotte utilizzando silicone di qualità medica, un materiale sicuro, igienico, flessibile ed anallergico. Un altro materiale utilizzato per realizzare le coppette mestruali è il TPE (elastomero termoplastico).

Sia il TPE che il silicone medicale sono ipo-allergenici, privi di lattice, senza BPA, senza ftalati e non sbiancati. Grazie a queste caratteristiche entrambi i materiali sono sicuri e non provocano allergie, come invece poteva accadere con le prime coppette mestruali che venivano fabbricate in lattice. Silicone medicale e TPE resistono alle alte temperature e sono flessibili e morbidi in modo che indossare la coppetta mestruale risulti davvero confortevole.

Quale taglia scegliere

Esistono diverse taglie per le coppette mestruali a seconda dei modelli disponibili e delle case produttrici. In genere per ogni modello di coppetta mestruale esistono almeno due taglie: una taglia S o taglia 1, più piccola e meno capiente, e una taglia L o taglia 2, di dimensioni più grandi e più capiente. Esistono anche coppette mestruali di dimensioni medie (taglia M).

Le coppette mestruali più piccole sono consigliate solitamente durante i giorni di flusso leggero del ciclo mestruale e alle donne più giovani, al di sotto dei 30 anni e che non hanno ancora partorito.

Le coppette mestruali più grandi invece di solito vanno bene per chi ha un flusso mestruale abbondante, per i giorni più intensi del ciclo, durante la notte e per le donne di età superiore ai 30 anni e che hanno già partorito.

Non si tratta però di regole fisse dato che l’anatomia di ogni donna è diversa così come l’intensità del flusso mestruale. Il consiglio per chi sperimenta la prima volta la coppetta mestruale è di sceglierne una di dimensioni medie o piccole per prendere confidenza con questa novità.

Qual è la coppetta mestruale giusta per te

La scelta della coppetta mestruale non si basa soltanto sulle sue dimensioni, sull’età della donna o sul fatto che abbia partorito oppure no. Infatti le coppette mestruale si differenziano tra loro anche per un altro elemento: la flessibilità.

Ci sono coppette mestruali più morbide e flessibili ed altre coppette che invece risultano più rigide. Chi utilizza per la prima volta una coppetta mestruale probabilmente si troverà meglio a fare pratica con un modello morbido e flessibile.

Un’altra variabile riguarda invece le condizioni fisiche della donna e la tonicità del pavimento pelvico. Chi pratica sport o non ha ancora partorito potrebbe avere un pavimento pelvico tonico e trovarsi meglio con una coppetta mestruale meno flessibile piuttosto che con una coppetta mestruale molto morbida. Si tratta comunque di aspetti soggettivi che ogni donna saprà valutare quando proverà per la prima volta la coppetta mestruale.

Una coppetta mestruale adatta a tutte dovrebbe essere di dimensione e di flessibilità media. La scelta del modello può dipendere anche dalla posizione della cervice uterina: in questo caso fate attenzione anche alla lunghezza della coppetta mestruale stessa e del suo gambo. Chi ha la cervice posizionata verso il basso potrebbe trovarsi meglio con una coppetta più corta o forse preferirà accorciare il gambo.

Come si usa la coppetta mestruale

Una comune coppetta mestruale contiene 30 ml di sangue (la capienza può variare in base alle dimensioni delle diverse coppette), cioè circa un terzo di quanto si perde in un ciclo “medio”. A partire da questo dato potrete comprendere meglio quando sarà necessario svuotare e reinserire la coppetta mestruale.

Per usare al meglio la coppetta mestruale basta seguire 3 semplici regole:

1) Sterilizzare la coppetta mestruale per 5 minuti in un pentolino con acqua bollente prima di iniziare ad utilizzarla con il nuovo ciclo e poi sterilizzarla di nuovo alla fine del ciclo.

2) Risciacquare bene la coppetta mestruale ogni volta che la si estrae, prima di inserirla di nuovo. Lavatevi le mani prima di questa operazione. La vagina non è un ambiente sterile. È sufficiente risciacquare bene la coppetta mestruale semplicemente con dell’acqua prima di reinserirla.

3) Imparare a inserire e a rimuovere la coppetta mestruale nel modo che risulta più comodo per voi e così da posizionarla in maniera corretta per evitare perdite. Meglio tenere le unghie corte per evitare di farsi male durante l’inserimento e la rimozione della coppetta mestruale.

Come inserire la coppetta mestruale

1) Tenete presente che la coppetta mestruale si inserisce nel canale vaginale, ma va posizionata più in basso rispetto ad un assorbente interno.

2) La coppetta mestruale va piegata prima dell’inserimento. La piega più semplice per inserire la coppetta mestruale è quella a “C” in cui sostanzialmente la si piega a metà.

3) Afferrate saldamente la coppetta mestruale tenendola dal gambo e avvicinatela alla vagina con il bordo rivolto verso l’alto.

4) Per inserire bene la coppetta mestruale meglio provare ad accovacciarsi oppure a sedersi sul bidet. Questi consigli sono molto utili per fare pratica. La coppetta mestruale si può inserire sia da sedute, che da accovacciate o in piedi. Ogni donna troverà la posizione e la tecnica che preferisce.

5) La coppette mestruale si apre durante l’inserimento in vagina. Perché funzioni e si posizioni al meglio la coppetta deve aprirsi del tutto. Il trucco per posizionarla al meglio è di farla ruotare leggermente tenendola alla base dopo averla inserita.

Come piegare la coppetta mestruale

Esistono diversi modi per piegare la coppetta mestruale. Le piegature più classiche sono quelle a “C” e a “S”. Online si trovano diversi tutorial che mostrano come piegare la coppetta mestruale. Vi suggeriamo di guardare questo video per imparare a piegare la coppetta mestruale in vari modi e scegliere la piegatura più adatta a voi.

Come rimuovere la coppetta mestruale

1) La coppetta mestruale va svuotata in media da 2 a 4 volte al giorno e può essere utilizzata senza problemi durante la notte.

2) Per rimuovere la coppetta mestruale meglio lavare bene le mani per poi accovacciarsi e afferrarla delicatamente alla base inserendo le dita all’interno della vagina.

3) In questa fase è necessario mettersi in una posizione comoda e rilassare bene i muscoli. Premere la coppetta mestruale alla base serve per permettere il rilascio dell’aria in modo che i bordi della coppetta non risultino più aderenti alle pareti vaginali.

4) A questo punto potrete muovere delicatamente la coppetta da un lato all’altro tirandola verso il basso fino ad estrarla completamente.

5) Ora non resta che svuotare la coppetta rovesciandone il contenuto, risciacquarla e reinserirla.

Come disinfettare la coppetta mestruale

1) Lavate bene la coppetta mestruale dopo l’ultimo utilizzo.

2) Se nei forellini della coppetta mestruale dovessero essere rimasti dei residui, completate la pulizia della coppetta con l’aiuto di uno spazzolino morbido.

3) Portate ad ebollizione dell’acqua in un pentolino.

4) Immergete la coppetta mestruale per 5 minuti in acqua bollente.

5) Asciugate con cura la vostra coppetta mestruale e riponetela in un sacchetto di cotone fino al prossimo utilizzo.

Esistono anche dei contenitori appositi per sterilizzare la coppetta mestruale in microonde e dei prodotti ecologici per la pulizia della coppetta mestruale, utili soprattutto quando ci si trova fuori casa.

Se la vostra coppetta mestruale si è ingiallita, immergetela in acqua calda con un cucchiaino di percarbonato di sodio, un agente sbiancante ecologico che potrete acquistare online o nei negozi di prodotti naturali e che è anche molto utile per sostituire la candeggina durante il bucato.

Controindicazioni e svantaggi della coppetta mestruale

Esistono davvero delle controindicazioni o degli svantaggi nell’utilizzo della coppetta mestruale? In realtà la coppetta mestruale è completamente igienica e sicura per le donne e lo è ancora di più se si rispettano alcune regole di buon senso. La più semplice è quella di lavarsi bene le mani prima di utilizzare la coppetta e di risciacquarla con acqua (e eventualmente con un pochino di detergente intimo) tra lo svuotamento e il reinserimento.

All’inizio imparare ad utilizzare bene la coppetta mestruale può richiedere un pochino di tempo e di pazienza. Imparare ad usare la coppetta può essere una buona occasione proprio per dedicare più tempo a se stesse e alla propria salute.

Una delle problematiche più comuni che chi inizia ad utilizzare la coppetta mestruale può incontrare riguarda le piccole perdite dopo l’inserimento. Se ci sono delle perdite significa che la coppetta non è stata inserita in modo corretto e che bisogna rimuoverla e riprovare. Infatti la coppetta ben posizionata crea un sigillo che impedisce le perdite.

Nei primi tempi inoltre bisognerà fare attenzione a capire quale sarà il momento giusto per svuotare la coppetta mestruale e per reinserirla soprattutto in base al giorno del ciclo e all’abbondanza del flusso. Si tratta comunque di una questione di abitudine e almeno all’inizio ci si può regolare tenendo presenti le tempistiche che si seguivano per il cambio dell’assorbente, per comprendere quale sia la vera quantità del flusso raccolto dalla coppetta.

È utile avere a disposizione due coppette di dimensioni diverse: una coppetta più grande per i giorni di flusso più abbondante e per la notte e una coppetta più piccola da usare negli ultimi giorni delle mestruazioni, quando il flusso è più leggero.

Può darsi che alcune donne non possano usare la coppetta mestruale a causa di particolari condizioni di salute o perché hanno subito un’operazione chirurgica. In caso di qualsiasi dubbio o perplessità sul tema coppetta e salute e sull’utilizzo più corretto della coppetta mestruale vi invitiamo a consultare il vostro ginecologo di fiducia.

Le opinioni dei ginecologi sulla coppetta mestruale

Sempre più ginecologi conoscono la coppetta mestruale e sono favorevoli al suo utilizzo soprattutto dal punto igienico e per via della grande libertà che questo cambiamento può donare alle donne.

La dottoressa Marcella Saponaro, ginecologa di Roma, ad esempio spiega come in base alle ultime indagini cliniche la coppetta mestruale possa ovviare a molti dei disagi descritti dalle donne per quanto riguarda le mestruazioni e l’uso di assorbenti interni grazie alla sua alta tollerabilità ed ecogenicità. In particolare la dottoressa sottolinea che: “Per le pazienti che possiedono minore confidenza col proprio corpo a volte l’impatto risulta più indaginoso, ma dopo pochi giorni il facile utilizzo le rassicura e acquistano padronanza della coppetta, organizzandosi sempre meglio. Io consiglio di svuotarla di frequente per evitare ristagni prolungati, ma devo ammettere che finora nessuna paziente ha riportato disagi flogistici né tanto meno allergici, anzi hanno potuto prevenire agevolmente quelli presenti. Alcune pazienti sono anche più motivate in quanto sensibili al tema dei rifiuti ambientali o del risparmio economico che col tempo si acquista”.

In questo video la dottoressa Francesca Canegallo, ginecologa presso AIED Genova, spiega perché e come utilizzare la coppetta mestruale, sottolineando la sua igienicità: il flusso mestruale infatti non rimane a contatto con le pareti vaginali e evita la proliferazione batterica. La dottoressa spiega, in particolare, che chi ha un flusso medio-leggero proprio grazie alla coppetta mestruale può godere di un’autonomia fuori casa pari a 8-12 ore.

Guardate il video per scoprire i consigli della ginecologa sull’utilizzo corretto della coppetta mestruale.

Dove acquistare la coppetta mestruale

Negli ultimi anni la coppetta mestruale è sempre più diffusa. Vi consigliamo di cercarla in farmacia, in erboristeria, nei negozi di prodotti biologici e alle fiere del naturale. A volte le coppette mestruali si trovano in vendita anche al supermercato.

Il modo più semplice per trovare la coppetta mestruale che cercate è fare una ricerca sul web e sui siti delle diverse marche. Sono ormai infatti numerosi gli shop online che mettono in vendita coppette mestruali di diverse marche e modelli, accompagnate da immagini e dettagli utili per comprendere meglio le caratteristiche dei diversi prodotti.

Pellicola per alimenti fatta con bucce d’arancia e di gamberetti

Dal sito Internet http://www.tuttogreen.it/pellicola-alimenti-fatta-bucce-darancia-gamberetti/

PELLICOLA PER ALIMENTI FATTA CON BUCCE D’ARANCIA E DI GAMBERETTI

di Luca Scialò

Presentato al Food BioEnergy di Cremona un progetto molto innovativo nell’ambito della conservazione dei prodotti. Ossia le pellicole che utilizziamo per conservare gli alimenti fatta di bucce d’arancia e gusci dei gamberetti. In che modo? Grazie alle rispettive sostanze che essi contengono: la pectina e il chitosano.

A spiegarci come è possibile realizzare ciò è Salvatore Raccuia, ricercatore e responsabile dei progetti di ricerca nel settore agroalimentare del CNR di Catania. In pratica, tramite un tipo particolare di lavorazione che può essere processato solo mediante impianti molto particolari a ciclo completo. Che potrebbero essere definiti bioraffinerie. Dalla buccia dell’arancia si possono estrarre gli oli essenziali e la pectina. Quest’ultima è una molecola da cui è possibile ricavare prodotti quali particolari tipi di carta e film edibili – ossia mangiabili – e utilizzabili quindi per il rivestimento e alla conservazione appunto degli alimenti.

Ancora, prosegue Raccuia, il suo centro in quel di Catania sta lavorando sulla realizzazione di un altro tipo innovativo di prodotto, ottenuto rivestendo il cuore dei carciofi destinati alla IV gamma, ossia il fresco già pronto per essere consumato. Il tutto per garantire la conservazione fino a quasi un mese sui 4° C di temperatura. Si sta lavorando molto anche sulla buccia della mela. La pectina si ottiene quasi completamente dalla buccia delle arance. In Sicilia esiste un impianto a Barcellona Pozzo di Gotto (in provincia di Messina) che da solo produce il 5% del totale a livello mondiale.

Le pellicole per conservare gli alimenti in frigo possano essere ricavate anche dal chitosano, sostanza che si ottiene dalla lavorazione del guscio dei gamberetti prodotti in allevamento. Come per la pectina, anche qui parliamo di scoperte recentissime, che risalgono ad inizio 2000. Ma destinate a rivoluzionare questo campo. Certo, bisogna anche aggiungere che i costi più elevati per realizzarli rispetto alla classica pellicola in uso da molti anni e ottenuta da fonti fossili, fanno sì che l’uso di questi tipi particolari di pellicole sia ad oggi relegato solo per le produzioni biologiche. Dato che in questo settore il consumatore finale è disposto a spendere qualcosa in più.

Ma quanto costa produrre queste sostanze? Basti pensare che ad oggi un chilogrammo di chitosano ottenuto dal guscio dei gamberetti costa in media tra gli 800-900 euro. Mentre per il chitosano ottenuto dai funghi, e dunque più facilmente reperibile rispetto ai crostacei, siamo ben al di sotto, sui 170-190 euro al chilo. Quanto alla pectina, estraibile solo dalla buccia di arancia, parliamo invece di 800-900 euro a tonnellata.

Ma come è nata l’idea di sfruttare il chitosano? Proviene dai Paesi Baschi, dove i ricercatori, sotto la guida di Itsaso Leceta, hanno scoperto che si può creare con esso una versione biodegradabile della pellicola che usiamo tradizionalmente. Questa sostanza, come detto, si ottiene dal guscio dei gamberetti, gamberoni e altri crostacei. Contiene un polimero di zucchero derivante appunto dall’esoscheletro. Questo tipo di pellicola, oltre ad essere biodegradabile e dunque a rispettare l’ambiente, riesce altresì a ritardare il deterioramento microbico dei cibi in essa contenuti e a mantenerne inalterato il colore e la consistenza.

Gli studi stanno comunque procedendo per affinare questo tipo di pellicola. Occorre anche dire che i gusci di gambero potrebbero essere utilizzati per creare tutti i tipi di imballaggio, oggi ottenuti da plastiche e microplastiche. Che ad oggi inquinano per il 90% i nostri mari.

Ora i rifiuti elettrici ed elettronici si riciclano in carcere

Dal sito Internet http://www.lifegate.it/imprese/news/rifiuti-elettronici-riciclano-carcere

ORA I RIFIUTI ELETTRICI ED ELETTRONICI SI RICICLANO IN CARCERE

di Rudi Bressa

Si chiama “Raee in carcere” ed è un progetto pensato per favorire l’inclusione sociale e lavorativa di persone in esecuzione penale o che hanno concluso il periodo di detenzione, attraverso il riciclo e il recupero di rifiuti elettrici ed elettronici.

Reso possibile grazie alla collaborazione tra il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, le direzioni degli Istituti di pena dei territori di Bologna, Forlì-Cesena e Ferrara e di partner come Erp Italia, il progetto continua fin dal 2009 e ha permesso di raggiungere ottimi risultati.

Solo nel 2015 il sistema collettivo che si occupa di gestione a norma dei Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) – Erp Italia appunto – ha fornito alla cooperativa Il Germoglio più di 120 tonnellate di elettrodomestici appartenenti ai grandi bianchi, come le lavatrici. Di questi oltre il 96% è stato recuperato, mentre solo il 3% del materiale è finito in discarica.

Si tratta di un progetto dal duplice valore, ambientale e sociale. Perché da una parte favorisce il reinserimento di persone che hanno trascorso o stanno passando un periodo in carcere, dall’altro permette di recuperare materiali preziosi provenienti dal recupero degli elettrodomestici. Fino ad oggi più di 60 persone in esecuzione penale sono state coinvolte nei tre laboratori. Di queste, 22 sono state assunte dalle cooperative sociali che gestiscono i 3 laboratori: It2 a Bologna, Gulliver a Forlì e Il Germoglio a Ferrara.

“È importante individuare soluzioni e percorsi efficaci per promuovere e incrementare l’inclusione sociale e lavorativa delle persone detenute ed in misura alternativa – spiega Pietro Buffa, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria – oltre al fatto che una detenzione caratterizzata da un impegno lavorativo ha conseguenze meno destrutturanti ed effettivamente più responsabilizzanti per le persone che le vivono”.

Nel 2014 l’iniziativa è stata premiata come “Miglior progetto italiano”, dal comitato italiano promotore della Settimana europea per la riduzione dei rifiuti “per la sua capacità di coniugare finalità sociali e attenzione all’ambiente”. “Dal 2014 a oggi abbiamo rinnovato il nostro supporto a Raee in carcere per supportare il percorso di inclusione sociale e lavorativa attraverso l’acquisizione di nuove competenze nel settore ambientale”, ha dichiarato invece Alberto Canni Ferrari, direttore di Erp Italia.

Roma brucia e non lo sa

Dal sito Internet http://comune-info.net/2016/04/roma-brucia-e-non-lo-sa/

ROMA BRUCIA E NON LO SA

di Valentina Vivona

I primi roghi tossici li abbiamo visti da un divano. Sarebbe stato più probabile avvistarli dall’A24, l’autostrada Roma-L’Aquila che s’inoltra nella periferia est della capitale fino a costeggiare Tivoli. Ma ne stavamo parlando seduti a casa del nostro “anello di fumo”, il nome che avremo poi dato all’inchiesta che nel 2014 ha vinto il Premio Roberto Morrone. Questa premessa vuole descrivere una condizione: capisci cosa significa e perché parlare di “Terra dei Fuochi romana” solo quando avverti il suo odore acre di plastica bruciata.

Come succede a Tor Sapienza dalla terrazza di Roberto Torre, del comitato di quartiere, che ha collezionato innumerevoli immagini di enormi fumi neri provenienti dall’adiacente campo rom (prima autorizzato, ora abusivo) di Salviati. “Sono venuto a vivere qui perché era una periferia residenziale, una zona per bene. Ora siamo una discarica!”, dice. Parliamo con lui pochi mesi prima che Tor Sapienza diventi un nome noto, nelle parole di alcuni abitanti già si intuiva il furore che rasentava il razzismo. Una rabbia simile a quella che spinge le manifestazioni a Case Rosse, a ridosso del villaggio attrezzato (autorizzato) di Salone.

Sono i rom che bruciano i rifiuti, sono loro i colpevoli: è facile fare questa deduzione alzandosi dal divano e affacciandosi alla finestra. L’Italia, Roma in particolare, rappresentano una anomalia europea per la gestione della comunità rom e sinti essendo l’unico Paese in cui esistono “villaggi” istituzionali. L’amministrazione capitolina, come dimostrato dalle ricerche dell’Associazione 21 Luglio, spende in media 20 milioni di euro per la cosiddetta “emergenza” rom. Perché spendere tanti soldi segregando una comunità? Castel Romano, uno degli otto campi autorizzati, è stato costruito nel 2012 lungo la Pontina, strada ad intensa percorrenza che collega Roma al mare. La fermata dell’autobus Cotral che avvicinava gli abitanti del campo alla città è stata abolita perché i passeggeri si lamentavano della loro puzza. Rom di etnie rivali sono costretti a vivere a contatto e al contempo privati della possibilità di integrarsi con gli autoctoni: la criminalità si nutre dell’isolamento. Specialmente se la maggior parte degli investimenti pubblici era destinata, fino allo scoppio di Mafia Capitale, alla vigilanza dei campi.

La cooperativa 29 Giugno, anch’essa balzata agli onori delle cronache in poco tempo, sorvegliava Castel Romano mentre Risorse per Roma S.p.A., meno nota ma anch’essa licenziata, aveva in mano il villaggio attrezzato de La Barbuta a Ciampino dove ci conduce Eros D’Ignazio, sinto italiano. In questo appezzamento appartenuto alla Banda della Magliana, Eros ci è arrivato con l’ex sindaco Francesco Rutelli durante la prima “emergenza” rom. “Sto qui da quasi venti anni, quando hanno costruito il nuovo campo nel 2012 sono diventato abusivo. Ma io non mi muovo: so che raggiunti i venti anni posso reclamare la proprietà di questo terreno”, diceva. Nonostante la roulotte dove viveva fosse circondata da pile di rifiuti: frigoriferi sezionati, quintali di scarti edilizi e resti di lavori stradali. “Si bruciano i rifiuti per cercare il rame e i materiali ferrosi, ma non siamo solo noi a portare queste cose”, spiega. Eros ha iniziato a fare il raccoglitore di ferro dopo aver smesso come giostraio.

Con la crisi, è diminuita l’attività industriale e le aziende hanno iniziato a chiedere ad Eros ed i suoi colleghi di portare via, insieme ai metalli, altri rifiuti che costava troppo smaltire regolarmente: rifiuti speciali, plastiche, pneumatici, amianto. Così, Eros si è ammalato di un doppio tumore che l’ha ucciso nel luglio del 2015. Ripeteva che i versamenti illeciti non erano fatti solo dai rom. “Danno 20 euro e lasciano scaricare qualsiasi cosa”, confermava un suo vicino indicando il container della vigilanza. Le responsabilità esterne risultano ancora più evidenti vicino Tivoli, dove solo la forte volontà dei cittadini ha fermato, dopo anni, i fumi tossici che arrivavano fino all’A24. Tuttora sono visibili dall’autostrada i resti di un cimitero di frigoriferi, cubi di amianto impacchettati sparsi tra le rovine dell’ex polverificio Stacchini. “Una tale quantità di rifiuti non può essere stata portata dai rom che vivono qui dentro”, affermava il presidente locale di Legambiente Gianni Innocenti. Non appena la lista civica uscita vincitrice dalle elezioni del 2014 ha messo le telecamere all’ingresso, i rifiuti hanno infatti smesso di entrare.

Bisogna uscire di casa per comprendere la dimensione di questi illeciti e gli interessi che li celano. I giri vorticosi di questa inchiesta sono ora racchiusi nel libro “A ferro e fuoco”, edito da Kogoi Edizioni. L’obiettivo resta tagliare la cortina di fumo che circonda il governo e lo sfruttamento dei campi rom (la prossima presentazione è il 9 aprile alla libreria “Infinite Parentesi” di Castelverde).

Per maggiori informazioni: controluce.collective@gmail.com.