Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Archivio per la categoria ‘PACE’

160 Enti Locali alla Perugia-Assisi. E il Comune di Terracina che fa?

Diamo una rapida occhiata a ciò che avviene al di fuori del microcosmo terracinese, al di là delle mitiche colonne d’Ercole rappresentate da Porta Napoletana e Badino.

Il 2 ottobre è la Giornata mondiale della non violenza, istituita in tale data per commemorare la nascita del Mahatma Gandhi.

Il 9 ottobre, invece, ci sarà la Marcia per la Pace Perugia-Assisi.

Il Comune di Terracina che cosa fa?

Ha aderito?

Alla data del 19 settembre 2016 ancora no, come si può evincere consultando l’apposita pagina su Internet: http://www.perlapace.it/wp-content/uploads/2016/09/EELLaderentiMarcia19.09.16.pdf.

Certo, la Marcia per la Pace non ha mai impedito alcuna guerra, però ha un altissimo valore simbolico.

La nostra amministrazione comunale non nutre alcuna sensibilità nei confronti di un tema fondamentale come quello della pace?

Eppure un’amministrazione comunale potrebbe fare tantissimo in questo campo.

Qualche esempio?

1) Iscriversi alla Tavola della Pace

2) Istituire una Casa della Pace e promuovere iniziative a favore della pace

3) Organizzare un festival della pace

4) Sostenere la proposta della trasmissione radiofonica Caterpillar di assegnare il premio Nobel per la Pace alla bicicletta

5) Organizzare iniziative in occasione della Giornata mondiale della pace

6) Organizzare iniziative in occasione della Giornata internazionale delle forze di pace delle Nazioni Unite

7) Ospitare un’edizione del festival Euromediterranea della Fondazione Alexander Langer

8) Organizzare iniziative in occasione della Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento ambientale in guerre e conflitti armati

9) Organizzare iniziative in occasione della Giornata mondiale della scienza per la pace e lo sviluppo

10) Aderire a Mayors for Peace, la campagna mondiale dei sindaci per la pace

11) Approfondire nelle scuole i temi della pace, dell’inclusione e della cittadinanza attiva

12) Promuovere negli istituti scolastici l’introduzione di un ampio spettro di attività volte all’esplicita elaborazione dell’aggressività (sport di combattimento, anche misti, sessioni guidate di pratiche conflittuali e di gestione del conflitto, arti marziali, laboratori bioenergetici, ecc.)

13) Promuovere l’adesione degli istituti scolastici al Manifesto per la scuola smilitarizzata

14) Penalizzare le “banche armate” (cioè le banche che finanziano fabbriche di armi) nelle gare per l’affidamento del servizio di tesoreria

15) Sostenere il progetto Bike4Truce per rendere effettiva la tregua per fermare i conflitti durante il periodo delle Olimpiadi

16) Sostenere la Campagna “Un’altra difesa è possibile” che ha depositato in Parlamento la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione e il finanziamento del Dipartimento per la difesa civile, non armata e non violenta

17) Aderire all’Associazione mondiale dei Comuni per il disarmo nucleare

18) Ospitare la mostra “Senza atomica” dell’associazione Soka Gakkai (www.senzatomica.it)

19) Organizzare iniziative in occasione della Giornata internazionale contro i test nucleari

20) Organizzare iniziative in occasione della Giornata internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari

21) Organizzare iniziative in occasione della Giornata internazionale per la sensibilizzazione sulle mine e l’azione contro le mine

22) Organizzare iniziative in occasione della Settimana internazionale per il disarmo

23) Organizzare iniziative in occasione della Giornata della memoria delle vittime della guerra chimica

24) Realizzare a Borgo Hermada degli orti urbani di pace, da gestire in collaborazione con la locale comunità indiana

Invece che cosa succede nel “piccolo mondo antico” situato tra Porta Napoletana e Badino?

Accade che per vedere finalmente esposto sul Municipio lo striscione che chiede verità per Giulio Regeni, serve la richiesta e la pressione insistente di due giovani studenti universitari, Andrea Percoco e Giovanni Marchegiani.

Sveglia!

C’è un mondo fuori!

 

Missioni militari all’estero: 1,2 miliardi per il 2016

Dal sito Internet http://www.ilcambiamento.it/guerre/missioni_militari_miliardi.html

MISSIONI MILITARI ALL’ESTERO: 1,2 MILIARDI PER IL 2016

di Redazione

Certi numeri non vengono diffusi sui media mainstream, bisogna andarseli a cercare. E la Rete per il Disarmo lo fa da anni: cerca dati, li elabora, li diffonde fornendo un quadro tutt’altro che confortante delle decisioni dei governi italiani in materia di armi e di missioni militari.

Nel 2016 sono 1,2 i miliardi di euro che il governo vuole destinare alle missioni militari all’estero (in linea con lo scorso anno), a fronte di solo 90 milioni (in calo di 16) per la cooperazione civile nelle stesse aree. È la sintesi delle cifre economiche del decreto legge presentato in questi giorni al Parlamento e sul quale sono stati sentiti in audizione presso le competenti Commissioni riunite di Camera e Senato i ministri Pinotti e Gentiloni.

Rete Disarmo rinnova anche per questo provvedimento, come già fatto in passato, la critica all’impianto generale che vede inserire in un medesimo decreto legge (da votare o respingere in toto) missioni di natura e portata completamente differente. «Sarebbe invece più opportuno procedere con una suddivisione (almeno per tipologia ed area) al fine di permettere ai parlamentari di effettuare scelte ponderate e più sensate – spiega la Rete -. Da anni è stata promessa una “legge quadro” che dovrebbe superare questo problema di raggruppamento improprio, ma non è in vista una sua approvazione e non si può utilizzare questa attesa come scusa per reiterare meccanismi evidentemente negativi».

«Le missioni all’estero che questo decreto legge va a prorogare sono rimaste prive di copertura giuridica e finanziaria per oltre 4 mesi – sottolinea Laura Zeppa di Archivio Disarmo – cosa che si cerca di risolvere oggi con l’usuale e problematico ricorso ad una decretazione di urgenza. Nel testo proposto al Parlamento si esplicita solo la dotazione finanziaria dei diversi interventi, dicendo poco o nulla in merito alla situazione di ciascuna missione, agli obiettivi raggiunti e quanto ancora da espletare. Molte sono attive da più di dieci anni: vogliamo ragionare sui risultati ottenuti o solamente agire con rinnovi automatici?», conclude Laura Zeppa.

Il provvedimento in discussione oltre a prorogare la missione in Afghanistan, «che si sarebbe invece dovuta concludere nel 2014, continua a finanziare direttamente con 120 milioni di euro le forze di sicurezza di Kabul sulle quali la comunità internazionale ha espresso forti riserve. Il tutto senza un condizionamento di questi importanti aiuti militari al rispetto di diritti umani e di procedure trasparenti. Complessivamente l’intervento nel Paese asiatico ci costerà oltre 300 milioni».

«Oltre a Libano, Kosovo, intervento anti-pirateria nell’Oceano Indiano, Albania Palestina, Mali, area del Baltico per sorveglianza aerea in funzione anti-russa), Bosnia e Cipro il nostro Paese sarà anche protagonista della missione UE in Somalia, comandata da un generale italiano ed a cui contribuiamo con un cospicuo contingente, per addestrare l’esercito locale – prosegue la Rete Disarmo -. Tutto ciò nonostante l’esercito somalo arruoli ed utilizzi, secondo il segretario generale ONU, anche bambini soldato. Situazione che Rete Disarmo ha già stigmatizzato in occasione della recente approvazione dell’accordo militare con Mogadiscio. Il decreto prevede anche la fornitura di pezzi di ricambio degli aerei militari all’Egitto, nonostante la crisi diplomatica connessa all’omicidio Regeni, la forte repressione messa in atto dal regime di Al-Sisi e la partecipazione dell’Egitto alla coalizione a guida saudita impegnata nella guerra in Yemen. Rete Italiana per il Disarmo, che ha già recentemente chiesto lo stop dell’export militare verso Il Cairo e altri Paesi della stessa regione ritiene invece necessario bloccare qualsiasi aiuto militare almeno fino al ripristino delle libertà fondamentali».

«Circa 236 milioni (in crescita) sono destinati a continuare dispiegamento di mezzi aerei in Iraq, mentre per ora non sono previsti fondi (che saranno altrettanti) a favore della missione già annunciata di protezione del cantiere di una ditta italiana che dovrà ristrutturare la diga di Mosul. “Anche per quanto riguarda la Libia i fondi sono cospicui, ma poco chiari – commenta Francesco Vignarca coordinatore della Rete – perché si è quadruplicato fino a 90 milioni lo stanziamento per la forza navale già impegnata, ma senza dettagliarne i motivi ed esplicitare un’eventuale intenzione di intervento diretto. In generale va notato come il robusto finanziamento delle missioni militari all’estero configuri ancora una volta una stampella per il bilancio della Difesa, che non sarebbe in grado altrimenti di garantire il funzionamento dell’elefantiaca macchina delle forze armate”.

Secondo la Rete Italiana per il Disarmo la logica deve essere completamente ribaltata: «Per risolvere i problemi internazionali gli interventi militari si sono rivelati inefficaci – sottolinea Maurizio Simoncelli vicepresidente di Archivio Disarmo – occorrerebbe invece ridurre le spese militari (in particolare quelle delle missioni militari) ed aumentare le risorse per la cooperazione civile e sociale. Rafforzando il ruolo delle società civili invece di quello di regimi autoritari che spesso traggono vantaggio da nostro sostegno militare diretto o indiretto». Nel decreto legge in discussione i fondi per la cooperazione nelle specifiche aree di intervento (Afghanistan, Etiopia, Repubblica Centrafricana, Iraq, Libia, Mali, Niger, Myanmar, Pakistan, Palestina, Siria, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Yemen) vengono invece diminuiti.

«Il Parlamento già da questo dibattito e con questo voto avrebbe la possibilità di porre fine alla reiterata approvazione di decreti che dispongono solo finanziamenti non trasparenti decisi dal governo, riappropriandosi di un importante aspetto della politica estera e di difesa del nostro Paese e slegandolo da interessi di alleanza o di favore verso l’industria delle armi per focalizzarsi invece sulla risoluzione dei conflitti internazionali».

QUI per approfondimento la scheda “Criticità del Decreto Missioni” predisposta dall’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo.

Uranio, “Ora la ministra riscatti le istituzioni”

Dal sito Internet http://www.metronews.it/16/05/22/uranio-ora-la-ministra-riscatti-le-istituzioni.html

URANIO, “ORA LA MINISTRA RISCATTI LE ISTITUZIONI”

di Stefania Divertito

E ora, cosa dobbiamo aspettarci? Ora che è stata emessa dalla Corte di Appello di Roma una sentenza rivoluzionaria che dichiara il Ministero della Difesa responsabile della morte di Salvatore Vacca, la prima, giovanissima, vittima dell’uranio impoverito (era il 1999 e “Tore” aveva 23 anni), ora come cambierà la storia di questa vicenda che Metro sta seguendo da 16 anni?

Domenico Leggiero, dell’Osservatorio militare, è uno dei protagonisti della battaglia.

Cosa succederà ora?

Ci aspettiamo che la Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito alla Camera cambi lo spirito con cui si sta avvicinando alla fine dei lavori. Speriamo che la sentenza sgombri il campo ai dubbi sulla pericolosità dell’uranio.

Dubbi che ha espresso la stessa ministra Pinotti.

Proprio giovedì sarà audita in Commissione. A volte il destino ci dà una mano: la sentenza, attesa da anni, arriva proprio alla vigilia di questa importante audizione. Diamole una chance per riscattare le istituzioni. Tra l’altro fu proprio lei, da onorevole, nel 2002, a presentare un’interrogazione in cui chiedeva al ministro della Difesa di fare chiarezza sulle morti dei soldati. Ecco, ora la ministra è lei.

Questa non è la prima sentenza favorevole alle vittime ottenuta dall’avvocato Angelo Fiore Tartaglia.

È un vero leone. A scendere nell’arena è lui. E lui per 47 volte ha ottenuto sentenze di colpevolezza. Ma mai prima d’ora con questo j’accuse alla Difesa.

Lo Stato però si appella sempre.

Certo, ed è indegno di un’amministrazione, richiedere lo stop all’esecuzione di una sentenza, che dovrà pagare, solo per procrastinare il termine. Sono soldi destinati a famiglie con lutti terribili, spesso impoverite da spese per lunghe malattie.

Lei sulla giacca indossa sempre la spilletta dell’Aeronautica. Crede nella sua amministrazione nonostante tutto?

Io sarei disposto a morire per le istituzioni, non per alcuni suoi rappresentanti. Ci sono mele marce che hanno lavorato per nascondere la verità. Ma i tribunali stanno ristabilendo l’ordine delle cose.

A proposito di tribunali: tante sentenze civili, ma perché non penali?

Bisognerebbe chiederlo alle Procure. Ci sono dei fascicoli aperti, come quello alla procura di Rimini con il PM Davide Ercolani, e speriamo che con questa sentenza trovino nuovi impulsi.

Lei c’era quando morì Salvatore Vacca e c’è oggi che le vittime sono diventate 333. Ci si abitua mai?

Mai. La notte spesso sogno i volti dei ragazzi che non ci sono più. Non ci si abitua mai a questo dolore.

Ha mai avuto paura?

Nel 2004 trovai un chilo e mezzo di tritolo sotto la finestra. Pensavano che si potesse fermare questo tsunami che si stava per abbattere sulla Difesa. Evidentemente non ci sono riusciti.

Moby Prince, la pista USA

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article191232.html

MOBY PRINCE, LA PISTA USA

di Manlio Dinucci

Fonte: Il Manifesto (Italia)

«Mayday, Mayday, Mayday, Moby Prince, siamo in collisione, prendiamo fuoco! Ci serve aiuto!»: questo il drammatico messaggio trasmesso 25 anni fa, alle 22:25:27 del 10 aprile 1991, dal traghetto Moby Prince, entrato in collisione, nella rada del porto di Livorno, con la petroliera AGIP Abruzzo.

Richiesta di aiuto inascoltata: muoiono in 140, dopo aver atteso per ore invano i soccorsi. Richiesta di giustizia inascoltata: da 25 anni, i familiari chiedono invano la verità. Dopo tre inchieste e due processi. Eppure essa emerge prepotentemente dai fatti.

Quella sera nella rada di Livorno c’è un intenso traffico di navi militari e militarizzate degli Stati Uniti, che riportano alla base USA di Camp Darby (limitrofa al porto) parte delle armi usate nella prima guerra del Golfo.

Ci sono anche altre misteriose navi. La Gallant II (nome in codice Theresa), nave militarizzata USA che, subito dopo l’incidente, lascia precipitosamente la rada di Livorno. La 21 Oktoobar II della società Shifco, la cui flotta, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia ufficialmente per la pesca, viene usata per trasportare armi USA e rifiuti tossici anche radioattivi in Somalia e per rifornire di armi la Croazia in guerra contro la Jugoslavia.

Per aver trovato le prove di tale traffico, la giornalista Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin vengono assassinati nel 1994 a Mogadiscio in un agguato organizzato dalla CIA con l’aiuto di Gladio e servizi segreti italiani [1].

Con tutta probabilità, la sera del 10 aprile, è in corso nella rada di Livorno il trasbordo di armi USA che, invece di rientrare a Camp Darby, vengono segretamente inviate in Somalia, Croazia e altre zone, non esclusi depositi di Gladio in Italia [2]. Quando avviene la collisione, chi dirige l’operazione – sicuramente il comando USA di Camp Darby – cerca subito di cancellare qualsiasi prova. Ciò spiega una serie di «punti oscuri»: il segnale del Moby Prince, ad appena 2 miglia dal porto, che giunge fortemente disturbato; il silenzio di Livorno Radio, il gestore pubblico delle telecomunicazioni, che non chiama il Moby Prince; il comandante del porto Sergio Albanese, «impegnato in altre comunicazioni radio», che non guida i soccorsi e viene subito dopo promosso ammiraglio per i suoi meriti; la mancanza (o meglio sparizione) di tracciati radar e immagini satellitari, in particolare sulla posizione dell’AGIP Abruzzo, appena arrivata a Livorno dall’Egitto stranamente in tempo record (4,5 giorni invece di 14); le manomissioni sul traghetto sotto sequestro, dove spariscono strumenti essenziali alle indagini. Così da far apparire quello del Moby Prince un banale incidente, anche per responsabilità del comandante.

I familiari delle vittime sono riusciti ora a ottenere l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, non solo per dare giustizia ai loro cari, ma per «chiudere un capitolo indegno della storia italiana». Capitolo che resterà aperto se la commissione limiterà come al solito l’inchiesta all’esterno di Camp Darby, la base USA al centro della strage del Moby Prince. La stessa inquisita dai giudici Casson e Mastelloni nell’inchiesta sull’organizzazione golpista «Gladio». Una delle basi USA/NATO che – scrive Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione – fornirono gli esplosivi per le stragi, da piazza Fontana a Capaci e via d’Amelio. Basi in cui «si riunivano terroristi neri, ufficiali della NATO, mafiosi, uomini politici italiani e massoni, alla vigilia di attentati».

Il Mayday del Moby Prince è il Mayday della nostra democrazia.

NOTE

[1] “La scottante verità di Ilaria”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia), Rete Voltaire, 10 giugno 2015.

[2] Vedi blog di Luigi Grimaldi sul Moby Prince.

Disinnescare il pianeta da 100 milioni di mine

Dal sito Internet http://www.metronews.it/16/04/04/disinnescare-il-pianeta-da-100-milioni-di-mine.html

DISINNESCARE IL PIANETA DA 100 MILIONI DI MINE

di Lorenzo Grassi

Le mine e gli ordigni bellici inesplosi uccidono ogni giorno nel mondo dieci persone e di queste trappole micidiali ne sono state sparse oltre 100 milioni, tanto che per bonificarle servirebbero migliaia di anni. E non è un pericolo così lontano perché anche in Italia, a 70 anni dalla fine della guerra, vengono ritrovati ogni anno 60.000 ordigni (che nell’ultimo triennio hanno causato più di 30 feriti). A ricordare questi dati è stata l’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, celebrando insieme al Ministero dell’Istruzione la Giornata mondiale ONU contro le mine e gli ordigni bellici inesplosi. Strumenti di morte che, nonostante le convenzioni, sono in aumento dal 2013 per i nuovi conflitti in Africa, Asia e Medio Oriente.

Guerre attuali contro i civili

L’ANVCG ricorda che nelle guerre attuali – sono quasi 50 i conflitti in corso nel mondo – il 90% delle vittime sono civili e una su tre è sotto i 14 anni. Il Ministero dell’Istruzione ha annunciato che sarà rilanciata la sensibilizzazione degli studenti, anche con il coinvolgimento della Scuola internazionale di Comics. «Il nostro obiettivo è quello di aumentare la consapevolezza dei ragazzi – ha detto la ministra Stefania Giannini – questo rientra nella nostra strategia di aprire le scuole ad una cittadinanza viva e responsabile». Intanto Bankitalia ha dato il suo ok alla legge per vietare gli investimenti finanziari legati alle mine e sta per diventare realtà – la legge è agli ultimi passaggi in Parlamento – la Giornata nazionale delle vittime civili di guerra, da tenersi ogni anno il 1° febbraio.

Italia protagonista dello sminamento

L’Italia è protagonista delle operazioni di sminamento umanitario in molti Paesi del mondo e può vantare una grandissima esperienza. Nel corso dell’incontro promosso al MIUR, gli esperti hanno ricordato però che ogni anno nel mondo muoiono 50 sminatori e altri 300 restano feriti. È stata presentata l’esperienza innovativa dell’utilizzo pacifico dei droni – oggi purtroppo sinonimo di futuribili armi di distruzione – per la mappatura dei campi minati nei Balcani dopo le inondazioni che hanno sconvolto i territori. Si tratta di luoghi dove ora rischiano di passare i flussi di migranti in risalita da Turchia e Grecia. “Sfollati” in fuga dalla violenza bellica ai quali vuole essere accanto l’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, che ha promosso una campagna di accoglienza a Lampedusa.

Le spese militari mondiali ri-aumentano. SIPRI: sono legate al petrolio

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/news/energia/le-spese-militari-mondiali-ri-aumentano-legate-al-petrolio/

LE SPESE MILITARI MONDIALI RI-AUMENTANO. SIPRI: SONO LEGATE AL PETROLIO

Secondo il nuovo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), «le spese militari mondiali nel 2015 sono arrivate a circa 1.700 miliardi di dollari, cioè un aumento dell’1% in termini reali in rapporto al 2014».

La pubblicazione del rapporto coincide con l’apertura del Forum di Stoccolma sulla sicurezza e lo sviluppo e il SIPRI sottolinea che l’aumento dell’1% delle spese militari è il primo dal 2011. «Questo aumento riflette un aumento continuo in Asia e in Oceania, in Europa centrale in Europa dell’Est e in alcuni Stati del Medio Oriente – dicono al SIPRI –. Quanto al calo delle spese in Occidente, si è stabilizzato. Parallelamente, le spese sono diminuite in Africa, in America Latina e nei Caraibi. Così, lo stato delle spese mondiali viene mitigato». Gli USA restano di gran lunga il Paese che spende di più in armamenti, anche se nel 2015 le spese erano diminuite del 2,4%, fino a 596 miliardi di dollari. Aumenta invece del 7,4% le spese in armamenti la Cina, raggiungendo i 215 miliardi di dollari. Tra i Paesi che aumentano di più l’acquisto di armi, arrivando a 87,2 miliardi di dollari, (+5,7%), c’è l’Arabia Saudita che diventa così il terzo più grande acquirente di armi del mondo, “grazie” anche alla tragica guerra di invasione dello Yemen. Poi c’è la solita Russia con il 7,5% in più e 66,4 miliardi di dollari e qui probabilmente contribuiscono molto la guerra siriana e il conflitto ucraino.

Secondo il SIPRI Military Expenditure Database, l’Italia nel 2015 si è piazzata dodicesima in classifica al mondo per spese militari, l’1,3% del PIL nazionale e l’1,4% delle spese militari mondiali.

Il SIPRI è convinto che il crollo del prezzo del petrolio – con le evidenti eccezioni saudita e russa – porti a una riduzione delle spese militari, mentre «una combinazione di prezzi elevati del petrolio e sfruttamento di nuovi giacimenti ha provocato un aumento delle spese militari in diversi Paesi del mondo nel corso dell’ultimo decennio». Quindi gli Stati petroliferi invece che nel benessere dei loro cittadini investono in armi. Però il calo dei prezzi del petrolio dal 2014 ha cominciato ad invertire questa tendenza nei Paesi dipendenti dalle entrate petrolifere e per il SIPRI «Altre riduzioni delle spese sono attese per il 2016».

Tornando al 2015, le maggiori riduzioni di spese in armamenti nei Paesi petroliferi ci sono state in Venezuela (-64%) e Angola (-42%). Cali si sono registrati anche in Bahrein, Brunei, Ciad, Kazakistan, Oman e Sud Sudan. Ma il SIPRI evidenza che «Malgrado il calo delle entrate petrolifere diversi altri Paesi esportatori di petrolio hanno continuato ad aumentare le loro spese militari nel 2015. Diversi di questi Paesi – come l’Algeria, l’Azerbaigian, la Russia, l’Arabia Saudita e il Vietnam – sono impegnati in conflitti o si confrontano con l’intensificazione delle tensioni regionali. Tuttavia, le spese della Russia sono state più basse di quelle previste in bilancio e le spese dell’Arabia Saudita sarebbero diminuite senza i costi supplementari di 5,3 miliardi di dollari allocati al suo intervento nello Yemen». Nel 2016 russi e sauditi prevedono di diminuire le spese militari.

Invece nei Paesi occidentali il calo delle spese militari starebbe per fermarsi. Il rapporto dice che «Dal 2009, le spese militari in America del Nord, in Europa occidentale e in Europa centrale sono diminuite, in gran parte a causa della crisi economica mondiale così come per la ritirata degli USA e delle truppe alleate dall’Afghanistan e dall’Iraq. Però, nel 2015, sembrerebbe che questo calo sia arrivato alla fine. Nel 2015 le spese militari degli USA sono diminuite del 2,4%, cioè la diminuzione più lenta da qualche anno». È il risultato deli tagli di bilancio approvate del Congresso USA, ma nel 2016 le spese militari dovrebbero restare sullo stesso livello.

In totale in Europa occidentale e centrale le spese militari nel 2015 sono calate di solo lo 0,2% che se in Europa centrale c’è stato un aumento di ben il 13%, con aumenti particolarmente consistenti nei Paesi che confinano con la Russia, come Lettonia, Estonia e Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia, il fronte caldo della NATO sulla crisi Ucraina. Invece, le spese per le armi nell’Europa occidentale sono calate dell’1,3%, la diminuzione annua più bassa dal 2010. Gran Bretagna, Francia e Germania hanno però annunciato un modesto aumento delle spese militari nei prossimi anni, sia in funzione anti-russa che per la minaccia dello Stato Islamico/Daesh.

Sam Perlo-Freeman, direttore del programma spese militari del SIPRI, dice che «Nel 2015, le spese militari presentano delle tendenze contrastanti. Da una parte le tendenze di spesa riflettono l’escalation delle tensioni e dei conflitti in numerose parti del mondo; dall’altra parte, mostrano una rottura netta con il forte aumento delle spese militari alimentata dal petrolio nell’ultimo decennio. Questo contesto politico ed economico instabile genera una situazione instabile per gli anni a venire».

In Asia e Oceania le spese militari sono aumentate del 5,4% nel 2015, con un grosso contributo della Cina. E anche l’escalation delle tensioni tra Pechino e diversi Paesi asiatici ha portato a un sostanzioso aumento delle spese militari in Indonesia, Filippine e Vietnam e un’inversione della tendenza al calo in Giappone, che ha un governo sempre più neo-militarista.

Il SIPRI non pubblica le stime per il Medio Oriente perché i dati di diversi Paesi non sono disponibili. Per i Paesi per i quali ci sono dati, le spese nel 2015 sono aumentate del 4,1% con un aumento record del 536% in Iraq tra il 2006 e il 2015.

In America Latina e nei Caraibi forti casi dappertutto, trainato come si è visto dal Venezuela. Anche il Brasile spende meno in armi per tentare di tamponare la crisi economica. Invece in America Centrale le spese militari continuano ad aumentare a causa della crescente militarizzazione provocata dalla guerra contro la droga che in realtà si è trasformata in un conflitto per risorse e territorio.

In Africa finalmente le spese militari sono calate del 5,3%, dopo 11 anni di aumenti costanti. A ridurre più di tutto è il regime petrolifero dell’Angola, il Paese dell’Africa subsahariana che spende più in armi.

I predatori della Libia

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article191128.html

I PREDATORI DELLA LIBIA

di Manlio Dinucci

Fonte: Il Manifesto (Italia)

«La Libia deve tornare a essere un Paese stabile e solido», twitta da Washington il premier Renzi, assicurando il massimo sostegno al «premier Sarraj, finalmente a Tripoli».

Ci stanno pensando a Washington, Parigi, Londra e Roma gli stessi che, dopo aver destabilizzato e frantumato con la guerra lo Stato libico, vanno a raccogliere i cocci con la «missione di assistenza internazionale alla Libia».

L’idea che hanno traspare attraverso autorevoli voci. Paolo Scaroni, che a capo dell’ENI ha manovrato in Libia tra fazioni e mercenari ed è oggi vicepresidente della Banca Rothschild, dichiara al Corriere della Sera che «occorre finirla con la finzione della Libia», «Paese inventato» dal colonialismo italiano. Si deve «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», spingendo Cirenaica e Fezzan a creare propri governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Intanto «ognuno gestirebbe le sue fonti energetiche», presenti in Tripolitania e Cirenaica. Analoga l’idea esposta su Avvenire da Ernesto Preziosi, deputato PD di area cattolica: «Formare una Unione libica di tre Stati —Cirenaica, Tripolitania e Fezzan— che hanno in comune la Comunità del petrolio e del gas», sostenuta da «una forza militare europea ad hoc».

È la vecchia politica del colonialismo ottocentesco, aggiornata in funzione neocoloniale dalla strategia USA/NATO, che ha demolito interi Stati nazionali (Jugoslavia, Libia) e frazionato altri (Iraq, Siria), per controllare i loro territori e le loro risorse.

La Libia possiede quasi il 40% del petrolio africano, prezioso per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale, dal cui sfruttamento le multinazionali statunitensi ed europee possono ricavare oggi profitti di gran lunga superiori a quelli che ottenevano prima dallo Stato libico. Per di più, eliminando lo Stato nazionale e trattando separatamente con gruppi al potere in Tripolitania e Cirenaica, possono ottenere la privatizzazione delle riserve energetiche statali e quindi il loro diretto controllo.

Oltre che dell’oro nero, le multinazionali statunitensi ed europee vogliono impadronirsi dell’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad. Quali possibilità essa offra lo aveva dimostrato lo Stato libico, costruendo acquedotti che trasportavano acqua potabile e per l’irrigazione, milioni di metri cubi al giorno estratti da 1.300 pozzi nel deserto, per 1.600 km fino alle città costiere, rendendo fertili terre desertiche.

Sbarcando in Libia con la motivazione ufficiale di assisterla e liberarla dalla presenza dell’ISIS, gli USA e le maggiori potenze europee possono anche riaprire le loro basi militari, chiuse da Gheddafi nel 1970, in una importante posizione geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente.

Infine, con la «missione di assistenza alla Libia», gli USA e le maggiori potenze europee si spartiscono il bottino della più grande rapina del secolo: 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati nel 2011, che potrebbero quadruplicarsi se l’export energetico libico tornasse ai livelli precedenti. I fondi sovrani, all’epoca di Gheddafi investiti per creare una moneta e organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana (ragione per cui fu deciso di abbattere Gheddafi, come risulta dalle mail della Clinton), saranno usati per smantellare ciò che rimane dello Stato libico. Stato «mai esistito» perché in Libia c’era solo una «moltitudine di tribù», dichiara Giorgio Napolitano, convinto di essere al Senato del Regno d’Italia.

È iniziata una guerra mondiale: rompi il silenzio

Dal sito Internet http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16381

È INIZIATA UNA GUERRA MONDIALE: ROMPI IL SILENZIO

di John Pilger

Fonte: www.counterpunch.org/

Link: http://www.counterpunch.org/2016/03/23/a-world-war-has-begun-break-the-silence/

Tradotto per www.comedonchisciotte.org da Gianni Ellena

Ho filmato nelle Isole Marshall, a nord dell’Australia, nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. Ogni volta che dico alla gente dove sono stato, mi chiedono: “Dove si trovano?” Se come indizio faccio riferimento a Bikini, dicono, “Vuoi dire il costume da bagno”.

Pochi si rendono conto del fatto che il costume da bagno bikini è stato chiamato così per celebrare le esplosioni nucleari che hanno distrutto l’isola di Bikini. Sessantasei dispositivi nucleari furono fatti brillare dagli Stati Uniti nelle Isole Marshall tra il 1946 e il 1958 – l’equivalente di 1,6 bombe [della potenza di quella che colpì] Hiroshima – ogni giorno, per 12 anni.

Oggi Bikini tace, trasformata e contaminata. Le palme crescono in una strana disposizione a griglia. Nulla si muove. Non ci sono uccelli. Le lapidi nel vecchio cimitero sono tuttora radioattive. Le mie scarpe registrano un “pericoloso” sul contatore Geiger.

Sulla spiaggia, ho visto il verde smeraldo del Pacifico sprofondare in un grande buco nero. È il cratere causato dalla bomba all’idrogeno che chiamavano “Bravo”. L’esplosione avvelenò la gente e l’ecosistema per centinaia di chilometri, forse per sempre.

Al mio ritorno, fermandomi all’aeroporto di Honolulu notai una rivista americana chiamata Women’s Health. Sulla copertina c’era una donna sorridente in bikini, e il titolo: “Anche voi, potete avere un corpo da bikini.” Pochi giorni prima, nelle Isole Marshall, avevo intervistato donne che hanno avuto “corpi da bikini” molto diversi; ognuna di loro soffriva di cancro alla tiroide e di altri tumori mortali. A differenza della donna sorridente sulla rivista, tutte erano povere: vittime e cavie umane di una superpotenza rapace che oggi è più pericolosa che mai.

Racconto questa mia esperienza come avvertimento e per interrompere una confusione che ha stremato tanti di noi. Il fondatore della propaganda moderna, Edward Bernays, descrisse questo fenomeno come “la manipolazione consapevole e intelligente di abitudini e opinioni” delle società democratiche. Lo chiamò un “governo invisibile”.

Quante sono le persone consapevoli del fatto che una guerra mondiale è cominciata? Per il momento si tratta di una guerra di propaganda, di menzogne, di distrazione, ma tutto ciò può cambiare istantaneamente con il primo ordine sbagliato, con il primo missile.

Nel 2009, il presidente Obama si trovava davanti ad una folla adorante nel centro di Praga, nel cuore dell’Europa. Lì si impegnò a rendere “il mondo libero da armi nucleari”. La gente lo applaudì e alcuni piansero. Un torrente di banalità fluì da parte dei media. Successivamente, ad Obama fu assegnato il premio Nobel per la Pace.

Era tutto falso. Stava mentendo.

L’amministrazione Obama ha costruito più armi nucleari, più testate nucleari, più sistemi di distribuzione nucleari, più fabbriche nucleari. La sola spesa per le testate nucleari crebbe di più sotto Obama che sotto ogni altro presidente americano. Spalmato su trent’anni, il costo supera il trilione di dollari.

Si sta pianificando la fabbricazione di una mini bomba nucleare. È conosciuta come la B61 Modello 12. Non c’è mai stato nulla di simile. Il generale James Cartwright, un ex vicepresidente del Joint Chiefs of Staff, ha detto, “Facendolo più piccolo [rende l’utilizzo di questo ordigno nucleare] un’arma più plausibile”.

Negli ultimi 18 mesi, il più grande accumulo di forze militari dalla seconda guerra mondiale – pianificato dagli Stati Uniti – si sta attuando lungo la frontiera occidentale della Russia. È dai tempi dell’invasione di Hitler all’Unione Sovietica che la Russia non subisce una minaccia tanto evidente da parte di truppe straniere.

L’Ucraina – un tempo parte dell’Unione Sovietica – è diventata un parco a tema della CIA. Dopo aver orchestrato un colpo di Stato a Kiev, Washington controlla effettivamente un regime che è vicino e ostile alla Russia: un regime letteralmente infestato da nazisti. Parlamentari ucraini di spicco sono i diretti discendenti politici dei famigerati fascisti dell’OUN e dell’UPA. Inneggiano apertamente ad Hitler e chiedono l’oppressione e l’espulsione della minoranza di lingua russa. Raramente questo fa notizia in Occidente, o la si inverte per sopprimere la verità.

In Lettonia, Lituania ed Estonia – alle porte della Russia – l’esercito americano sta schierando truppe da combattimento, carri armati, armi pesanti. Di questa estrema provocazione alla seconda potenza nucleare del mondo non si parla in Occidente.

Quello che rende la prospettiva di una guerra nucleare ancora più pericolosa è una campagna parallela contro la Cina.

Sono rari i giorni in cui la Cina non raggiunge il rango di “minaccia”. Secondo l’ammiraglio Harry Harris, comandante della flotta statunitense nel Pacifico, la Cina sta “costruendo un grande muro di sabbia nel Mar Cinese Meridionale”.

Ciò a cui fa riferimento è che la Cina sta approntando piste di atterraggio nelle Isole Spratly, che sono oggetto di un contenzioso con le Filippine – una controversia senza priorità fino a quando Washington non fece pressioni corrompendo il governo di Manila, mentre il Pentagono ha lanciato una campagna di propaganda chiamata “libertà di navigazione”.

Cosa significa tutto ciò in realtà? Significa che le navi da guerra americane hanno la libertà di pattugliare e dominare le acque costiere della Cina. Provate ad immaginare la reazione americana se navi da guerra cinesi facessero la stessa cosa al largo della costa della California.

Ho girato un film intitolato “La Guerra che non vedete”, in cui ho intervistato illustri giornalisti in America e in Gran Bretagna: reporter del calibro di Dan Rather della CBS, Rageh Omaar della BBC, David Rose dell’Observer.

Tutti hanno detto che se i giornalisti e le emittenti mediatiche avessero fatto il loro dovere e messo in discussione la propaganda che asseriva che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa; che se le bugie di George W. Bush e Tony Blair non fossero state amplificate e riportate dai giornalisti, l’invasione dell’Iraq nel 2003 non sarebbe avvenuta, e centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sarebbero ancora vivi oggi.

In linea di principio la propaganda che sta preparando il terreno per una guerra contro la Russia e/o la Cina non è diversa. Per quanto ne so io, nessun giornalista occidentale tra i più quotati – uno come Dan Rather, per dire – chiede perché la Cina sta costruendo piste di atterraggio nel Mar Cinese Meridionale.

La risposta dovrebbe essere palesamente ovvia. Gli Stati Uniti stanno circondando la Cina con una rete di basi con missili balistici, gruppi d’assalto, bombardieri armati di testate nucleari.

Questo arco letale si estende dall’Australia alle isole del Pacifico, le Marianne e le Marshall e Guam, nelle Filippine, Thailandia, Okinawa, in Corea e in tutta l’Eurasia in Afghanistan e in India. L’America ha appeso un cappio intorno al collo della Cina. Ma questo non fa notizia. Il silenzio dei media è guerra tramite i media.

In tutta segretezza, nel 2015, gli Stati Uniti e l’Australia hanno inscenato la più grande esercitazione militare “aria-mare” della storia recente, chiamata Talisman Sabre. Lo scopo era quello di collaudare un piano di battaglia “aria-mare”, bloccando arterie marittime, come lo Stretto di Malacca e lo Stretto di Lombok, che tagliano l’accesso della Cina al petrolio, gas e altre materie prime vitali che arrivano dal Medio Oriente e dall’Africa.

Nel circo noto come la campagna presidenziale americana, Donald Trump è stato presentato come un pazzo, un fascista. Certamente odioso lo è; ma è anche una figura di odio mediatico. Questo da solo dovrebbe suscitare il nostro scetticismo.

Il punto di vista di Trump sulla migrazione è grottesco, ma non più grottesco di quello di David Cameron. Non è Trump il Grande “Deportatore” dagli Stati Uniti, ma il vincitore del premio Nobel per la Pace, Barack Obama.

Secondo un geniale commentatore liberale, Trump sta “scatenando le forze oscure della violenza” negli Stati Uniti. Sta scatenando?

Questo è il Paese dove i poco più che lattanti sparano alle loro madri e dove la polizia ha dichiarato una guerra assassina contro i neri americani. Questo è il Paese che ha attaccato e cercato di rovesciare più di 50 governi, molti dei quali democrazie, e bombardato dall’Asia al Medio Oriente, causando morte e privazioni a milioni di persone.

Nessun Paese può uguagliare questo sistematico record di violenza. La maggior parte delle guerre americane (quasi tutte contro Paesi indifesi) sono stati lanciate non da presidenti repubblicani, ma da democratici liberali: Truman, Kennedy, Johnson, Carter, Clinton, Obama.

Una serie di direttive del Consiglio di Sicurezza Nazionale, nel 1947, determinava che l’obiettivo primario della politica estera americana fosse “un mondo sostanzialmente fatto a propria [dell’America] immagine”. L’ideologia era l’americanismo messianico. Eravamo tutti americani. Altrimenti… Gli eretici sarebbero stati convertiti, sovvertiti, corrotti, macchiati o schiacciati.

Donald Trump è un sintomo di tutto ciò, ma è anche un anticonformista. Dice che è stato un crimine invadere l’Iraq; lui non vuole andare in guerra contro la Russia e la Cina. Il pericolo per il resto di noi non è Trump, ma Hillary Clinton. Lei non è anticonformista. Lei incarna la resilienza e la violenza di un sistema il cui decantato “eccezionalismo” è totalitario, con un occasionale volto liberale.

Mentre il giorno delle elezioni presidenziali si avvicina, la Clinton sarà salutata come il primo presidente donna, a prescindere dai suoi crimini e menzogne – proprio come Barack Obama è stato osannato come il primo presidente nero e i liberali si bevvero le sue sciocchezze sulla “speranza”. E lo sbavare continua.

Descritto dal giornalista del Guardian Owen Jones come “divertente, affascinante, con un’impassibilità che sfugge praticamente ad ogni altro politico”, l’altro giorno Obama ha inviato droni a macellare 150 persone in Somalia. Di solito lui uccide la gente il martedì, secondo quanto scrive il New York Times, quando gli viene consegnato un elenco di candidati per la morte da drone. Molto cool.

Nella campagna presidenziale del 2008, Hillary Clinton minacciò di “annientare totalmente” l’Iran con armi nucleari. Come segretario di Stato sotto Obama, ha partecipato al rovesciamento del governo democratico dell’Honduras. Il suo contributo alla distruzione della Libia nel 2011 è stato quasi allegro. Quando il leader libico, il colonnello Gheddafi, fu pubblicamente sodomizzato con un coltello – un omicidio reso possibile dalla logistica americana – la Clinton gongolava per la sua morte: “Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto”.

Uno dei più stretti alleati della Clinton è Madeleine Albright, l’ex segretario di Stato, che ha attaccato le giovani donne per non sostenere “Hillary”. Questa è la stessa Madeleine Albright, tristemente ricordata per aver detto in tv che la morte di mezzo milione di bambini iracheni era “valsa la pena”.

Tra i più grandi sostenitori della Clinton troviamo la lobby israeliana e le società di armi che alimentano la violenza in Medio Oriente. Lei e suo marito hanno ricevuto una fortuna da Wall Street, e lei sta per essere nominata come candidato delle donne, per sbarazzarsi del malvagio Trump, il demone ufficiale. I suoi sostenitori includono femministe illustri: gente del calibro di Gloria Steinem negli Stati Uniti e Anne Summers in Australia.

Una generazione fa, un culto post-moderno ora conosciuto come “politica dell’identità” ha fatto sì che molte persone intelligenti e dalla mentalità liberale smettessero di esaminare le cause e gli individui che sostenevano – come le falsità di Obama e della Clinton, o come i fasulli movimenti progressisti tipo Syriza in Grecia, che hanno tradito il popolo di quel paese e si sono alleati con i loro nemici.

L’essere assorbiti da se stessi, una sorta di “me-ismo”, è diventato il nuovo spirito del tempo nelle società occidentali privilegiate ed ha siglato la fine dei grandi movimenti collettivi contro la guerra, l’ingiustizia sociale, la disuguaglianza, il razzismo e il sessismo.

Oggi, il lungo sonno potrebbe essere terminato. I giovani si stanno scuotendo di nuovo, gradualmente. Le migliaia in Gran Bretagna che hanno sostenuto Jeremy Corbyn come leader laburista fanno parte di questo risveglio – come lo sono quelli che si sono radunati per sostenere il senatore Bernie Sanders.

La settimana scorsa in Gran Bretagna, il più stretto alleato di Jeremy Corbyn, John McDonnell, ha impegnato un prossimo governo laburista a pagare i debiti delle banche piratesche, cioè a continuare di conseguenza, la cosiddetta austerità.

Negli Stati Uniti, Bernie Sanders ha promesso di sostenere la Clinton se e quando sarà nominata come candidato presidenziale. Anche lui ha votato perché l’America usi la violenza contro altri Paesi quando pensa che sia “giusto”. Dice che Obama ha fatto “un ottimo lavoro”.

In Australia, c’è una sorta di politica mortuaria, in cui i noiosi giochi parlamentari vengono riproposti nei media, mentre i rifugiati e gli indigeni sono perseguitati e la disuguaglianza cresce, insieme al pericolo di guerra. Il governo di Malcolm Turnbull ha appena annunciato un cosiddetto bilancio per la difesa di 195 miliardi di dollari che avvicina alla guerra. Non c’è stato alcun dibattito. Silenzio.

Dov’è andata a finire la grande tradizione di azione diretta popolare, slegata dai partiti? Dove sono il coraggio, la fantasia e l’impegno necessari per iniziare il lungo viaggio verso un migliore, giusto e pacifico mondo? Dove sono i dissidenti dell’arte, del cinema, del teatro, della letteratura?

Dove sono quelli che romperanno il silenzio? O aspettiamo che venga sparato il primo missile nucleare?

Questo è il riassunto di una lezione di John Pilger all’Università di Sydney, dal titolo “Una guerra mondiale è cominciata”.

Chi ci minaccia veramente?

Dal sito Internet https://www.change.org/p/la-pace-ha-bisogno-di-te-sostieni-la-campagna-per-l-uscita-dell-italia-dalla-nato-per-un-italia-neutrale/u/15931964?tk=x_r8yVPvWyisEzR7Ao-hEGiFy4Lv8831sVtch03sfjo&utm_source=petition_update&utm_medium=email

CHI CI MINACCIA VERAMENTE?

di Manlio Dinucci

Come si fa a giustificare la guerra se non c’è un nemico che ci minaccia? Semplice, basta inventarlo o fabbricarlo. Ce lo insegna il generale Philip Breedlove, il capo del Comando europeo degli Stati Uniti che sta per passare a un altro generale USA il bastone di comandante supremo alleato in Europa.

Nella sua ultima audizione al Pentagono, avverte che «ad Est l’Europa ha di fronte una Russia risorgente e aggressiva, la quale pone una minaccia esistenziale a lungo termine».

Capovolge in tal modo la realtà: la nuova guerra fredda in Europa, contraria agli interessi della Russia, è stata provocata col putsch di piazza Maidan dalla strategia USA/NATO, che continua ad alimentare le tensioni per giustificare il crescente spiegamento di forze nell’Europa orientale.

In Ucraina, è stato costituito un Comando congiunto multinazionale per l’addestramento «fino al 2020» delle forze armate e dei battaglioni neonazisti della Guardia nazionale, di cui si occupano centinaia di istruttori della 173a Divisione USA trasferiti da Vicenza, affiancati da britannici e canadesi.

Il Comando europeo degli Stati uniti, sottolinea Breedlove, lavora con gli alleati per «contrastare la Russia e prepararsi al conflitto se necessario».

A Sud, avverte il comandante supremo alleato in Europa, «l’Europa ha di fronte la sfida della migrazione di massa provocata dal crollo e dalla instabilità di interi Stati, e dell’ISIS che si diffonde come un cancro minacciando le nazioni europee». Sostiene quindi che «l’intervento della Russia in Siria ha complicato il problema, poiché ha fatto poco per contrastare l’ISIS e molto per sostenere il regime di Assad».

Capovolge di nuovo la realtà: sono stati USA e NATO a provocare con la guerra il crollo dello Stato libico e l’instabilità di quello siriano, e la conseguente migrazione di massa, favorendo la formazione dell’ISIS funzionale alla loro strategia, che hanno finto di combattere, mentre l’intervento russo in Siria a sostegno delle forze governative ha duramente colpito l’ISIS facendolo arretrare.

Ora che la Russia, conseguito il primo obiettivo, ridimensiona il suo impegno in Siria, la NATO sotto comando USA estende la sua presenza militare in Medio Oriente.

Il 29 febbraio, il segretario generale della NATO Stoltenberg ha firmato col Kuwait un accordo che permette di creare il primo scalo aeroportuale della Alleanza atlantica nel Golfo, sia per la guerra in Afghanistan, sia per «la cooperazione della NATO col Kuwait e altri partner», soprattutto l’Arabia Saudita sostenuta dal Pentagono nella guerra che fa strage di civili nello Yemen.

Il 2 marzo, ad Abu Dhabi, Stolternberg ha rafforzato la «cooperazione con gli Emirati Arabi Uniti per affrontare le comuni sfide alla sicurezza».

Il 17 marzo, ha ricevuto a Bruxelles re Abdullah II, per rafforzare la «partnership» della NATO con la Giordania».

Il 18 marzo, ha ricevuto Al Zayani, segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar), per «approfondire la cooperazione tra le due organizzazioni».

In Africa – mentre si prepara l’operazione che, con la motivazione di liberarle dall’ISIS, mira a occupare le zone della Libia economicamente e strategicamente più importanti – è in corso dal Senegal al Golfo di Guinea l’esercitazione Obangame/Saharan Express, cui partecipano in funzione «antiterrorismo e antipirateria», forze navali di USA, Europa, Africa e anche Brasile.

Diretta dal quartier generale di Napoli delle US Naval Forces Europe-Africa, la cui missione è «promuovere gli interessi nazionali USA, la sicurezza e stabilità in Europa e Africa».

Il suicidio europeo di fronte alla Turchia

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article190868.html

IL SUICIDIO EUROPEO DI FRONTE ALLA TURCHIA

di Thierry Meyssan

Traduzione: Matzu Yagi

Fonte: Megachip-Globalist (Italia)

«La democrazia è un tram, ci saliamo per andare dove si vuole andare per poi scenderne» Recep Tayyip Erdoğan (1996).

Il Consiglio europeo del 17 e 18 marzo 2016 ha adottato un piano per risolvere il problema sollevato dal massiccio afflusso di migranti provenienti dalla Turchia [1]. I 28 capi di Stato e di governo si sono assoggettati a tutte le richieste di Ankara.

Abbiamo già analizzato il modo in cui gli Stati Uniti intendevano utilizzare gli eventi del Vicino Oriente per indebolire l’Unione Europea [2]. All’inizio dell’attuale crisi dei “rifugiati”, siamo stati i primi ad osservare tanto il fatto che questo evento era stato deliberatamente provocato quanto i problemi insolubili che stava per porre [3]. Purtroppo, tutte le nostre analisi si sono verificate e le nostre posizioni sono state, in seguito, ampiamente adottate dai nostri detrattori di allora.

Andando oltre tutto questo, vogliamo studiare il modo in cui la Turchia ha preso in mano il gioco e la cecità dell’Unione Europea che continua a stare sempre un passo indietro rispetto agli avvenimenti.

Il gioco di Recep Tayyip Erdoğan

Il presidente Erdoğan non è un uomo politico come gli altri. E nemmeno sembra che gli europei, né i popoli né i loro capi, ne abbiano preso consapevolezza.

In primo luogo, è stato originato dalla Millî Görüş, un movimento islamico panturchista legato ai Fratelli Musulmani dell’Egitto e favorevole alla restaurazione del Califfato [4]. Secondo lui – come d’altronde i suoi alleati del Milliyetçi Hareket Partisi (MHP) – i turchi sono i discendenti degli unni di Attila, anche loro figli del lupo delle steppe dell’Asia centrale, di cui condividevano la resistenza e l’insensibilità. Formano una razza superiore destinata a governare il mondo. La loro anima è l’Islam.

Il presidente Erdoğan è l’unico capo di Stato in tutto il mondo a rivendicare un’ideologia della supremazia etnica, perfettamente paragonabile all’ideologia nazista della razza ariana. È anche l’unico capo di Stato al mondo a negare i crimini della sua storia, tra cui l’uccisione dei non-musulmani da parte del sultano Abdulhamid II (i massacri hamidiani del 1894-1895: almeno 80.000 cristiani uccisi e 100.000 cristiani incorporati con la forza negli harem), poi dai Giovani Turchi (genocidio degli armeni, degli assiri, dei caldei, dei siriaci, dei greci del Ponto e degli yazidi dal 1915 al 1923: almeno 1.200.000 di morti): un genocidio che venne eseguito con l’ausilio di ufficiali tedeschi, tra cui Rudolf Höss, futuro direttore del campo di Auschwitz [5].

Nel celebrare il 70° anniversario della liberazione dall’incubo nazista, il presidente Vladimir Putin ha osservato che «le idee di supremazia razziale e di esclusività hanno provocato la guerra più sanguinosa della storia» [6]. Poi, nel corso di una marcia – e senza nominare Turchia – ha invitato tutti i russi a essere pronti a rinnovare il sacrificio dei loro nonni, se necessario, per salvare il principio stesso di uguaglianza tra gli esseri umani.

In secondo luogo, Erdoğan, che è sostenuto appena da un terzo della sua popolazione, governa da solo il suo Paese con la forza. È impossibile sapere cosa pensi esattamente il popolo turco, dal momento che la pubblicazione di qualsiasi informazione che metta in discussione la legittimità del presidente Erdoğan è ormai considerata come una violazione della sicurezza dello Stato e porta subito in galera. Tuttavia, se ci si riferisce ai più recenti studi pubblicati nel mese di ottobre 2015, meno di un terzo dell’elettorato lo sostiene. È una quota assai inferiore rispetto ai nazisti nel 1933, che disponevano allora del 43% dei voti. Ragion per cui, Erdoğan non ha potuto vincere le elezioni parlamentari se non truccandole grossolanamente. Tra le altre cose:

– I media dell’opposizione sono stati imbavagliati: i maggiori quotidiani Hürriyet e Sabah così come la televisione ATV sono stati attaccati dagli squadristi del partito al potere; le indagini hanno preso di mira i giornalisti e gli organi di informazione accusati di sostenere il “terrorismo” o di aver fatto osservazioni diffamatorie contro il presidente Erdoğan; diversi siti web sono stati bloccati; i fornitori di servizi digitali hanno rimosso dalle loro piattaforme i canali televisivi di opposizione; tre dei cinque canali televisivi nazionali, compresa l’emittente pubblica, sono stati, nei loro programmi, chiaramente favorevoli al partito al potere; altri canali televisivi nazionali, Bugün TV e Kanaltürk, sono stati chiusi dalla polizia.

– Uno Stato straniero, l’Arabia Saudita, ha versato 7 miliardi di lire in “doni” volti a “convincere” gli elettori a sostenere il presidente Erdoğan (pari a circa 2 miliardi di euro).

– 128 sezioni politiche del Partito della Sinistra (HDP) sono state attaccate da squadristi del partito del presidente Erdoğan. Molti candidati e i loro staff sono stati bastonati selvaggiamente. Più di 300 negozi curdi sono stati saccheggiati. Decine di candidati dell’HDP sono stati arrestati e detenuti in custodia cautelare durante la campagna.

– Oltre 2.000 oppositori sono stati uccisi durante la campagna elettorale, o tramite attentati o a causa della repressione del governo che ha preso di mira il PKK. Diversi villaggi del sud-est del Paese sono stati parzialmente distrutti dai carri armati dell’esercito.

Dal momento della sua “elezione”, una cappa di silenzio incombe sul Paese. È diventato impossibile informarsi sulla situazione della Turchia attraverso la sua stampa nazionale. Il principale quotidiano di opposizione, Zaman, è stato posto sotto tutela e si limita ormai a incensare la grandezza del “sultano” Erdoğan. La guerra civile, che già imperversa nella parte orientale del Paese, si estende con attentati da Ankara a Istanbul, nella totale indifferenza degli europei [7].

Erdoğan governa quasi da solo, circondato da un piccolo gruppo, tra cui il primo ministro Ahmet Davutoğlu. Ha dichiarato pubblicamente durante la campagna elettorale che non applicava più la Costituzione e che tutti i poteri gli erano ormai ricondotti.

Il 14 marzo 2016, il presidente Erdoğan ha dichiarato che di fronte ai curdi «La democrazia, la libertà e lo Stato di diritto non hanno più alcun valore». Ha annunciato la sua intenzione di ampliare la definizione legale di «terroristi» per includere tutti coloro che sono «nemici dei turchi» ovverosia, i turchi e i non-turchi che si oppongano alla loro supremazia.

Per mezzo miliardo di euro, Recep Tayyip Erdoğan si è fatto costruire il più grande palazzo mai occupato da un capo di Stato nella storia del mondo: Il “palazzo bianco”, con riferimento al colore del suo partito, l’AKP. Si estende su 200.000 metri quadrati e comprende ogni sorta di servizi, tra cui alcuni bunker con dispositivi di sicurezza ultra-moderni collegati a sistemi satellitari.

In terzo luogo, il presidente Erdoğan ha usato i poteri che si è attribuito in modo incostituzionale per trasformare lo Stato turco nello sponsor del jihadismo internazionale. Nel dicembre 2015, la polizia e la giustizia turca erano stati in grado di ricostruire i legami personali di Erdoğan e di suo figlio Bilal con Yasin al-Qadi, il banchiere globale di Al Qaeda. Ha quindi rimosso gli ufficiali e i magistrati che hanno osato «ledere gli interessi della Turchia» (sic), mentre Yasin al-Qadi e lo Stato intentava un processo a carico del quotidiano di sinistra BirGün per aver ripreso il mio editoriale intitolato “Al-Qa’ida, eterno complemento della NATO“.

Lo scorso febbraio, la Federazione russa ha presentato un rapporto di intelligence al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che attesta il sostegno dello Stato turco in favore del jihadismo internazionale, in violazione di numerose risoluzioni [8]. Ho pubblicato uno studio dettagliato su queste accuse, immediatamente censurato in Turchia [9].

La risposta dell’Unione Europea

L’Unione Europea aveva inviato una delegazione per monitorare le elezioni parlamentari del novembre 2015. Ha ritardato a lungo la pubblicazione della sua relazione, e ha deciso di pubblicarne una breve versione edulcorata.

In preda al panico per via delle reazioni delle proprie popolazioni che reagiscono duramente al massiccio afflusso di migranti – e, per i tedeschi, all’abolizione del salario minimo che ne è risultata – i 28 capi di Stato e di governo dell’Unione hanno messo a punto con la Turchia una procedura affinché essa risolva i loro problemi. L’alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha subito notato che la soluzione scelta viola il diritto internazionale, ma – posto che le cose possano essere migliorate – non sta in questo il problema principale.

L’Unione si è impegnata a:

– versare 3 miliardi di euro all’anno alla Turchia per aiutarla a rispettare i suoi obblighi, ma senza meccanismi di verifica sull’uso di tali fondi;

– mettere fine all’obbligo di visto per i turchi che entrano nell’Unione [10]: cosa che risulta solo una questione di pochi mesi o addirittura di settimane;

– accelerare i negoziati di adesione della Turchia all’Unione: cosa che, per contro, risulterà assai più lunga e aleatoria.

In altre parole, accecati dalla recente sconfitta elettorale di Angela Merkel [11], i dirigenti europei si sono accontentati di trovare una soluzione provvisoria per rallentare il flusso di migranti, senza cercare di risolvere il problema e senza tener conto dell’infiltrazione di jihadisti in mezzo a questo flusso.

Il precedente di Monaco

Negli anni ’30, le élite europee e statunitensi consideravano che l’URSS, per via del suo modello, minacciasse i loro interessi di classe. Così hanno sostenuto collettivamente il progetto nazista mirante alla colonizzazione dell’Europa orientale e alla distruzione dei popoli slavi. Nonostante i ripetuti appelli di Mosca affinché si creasse un’ampia alleanza contro il nazismo, i leader europei accettarono tutte le rivendicazioni del cancelliere Hitler, compresa l’annessione di aree popolate dei Sudeti. Furono gli accordi di Monaco di Baviera (1938), che portarono l’URSS al “si salvi chi può” e a concludere da parte sua il patto germano-sovietico (il cosiddetto patto Ribbentrop-Molotov del 1939). Fu solo quand’era troppo tardi, che alcuni leader europei, e poi statunitensi, si accorsero del loro errore e decisero di allearsi con Mosca contro i nazisti.

Sotto i nostri occhi, gli stessi errori si ripetono. Le élites europee considerano la Repubblica Siriana come un avversario, sia difendendo il punto di vista coloniale di Israele, sia sperando di ri-colonizzare essi stessi il Levante e di impadronirsi delle sue enormi riserve di gas ancora non sfruttate. Esse hanno dunque sostenuto l’operazione segreta statunitense volta al “cambio di regime” e hanno fatto finta di credere alla favola della “primavera araba”. Dopo cinque anni di guerra per procura, poiché hanno constatato che il presidente Bashar al-Assad è ancora lì benché si siano annunciate mille volte le sue dimissioni, gli europei hanno deciso di finanziare fino a 3 miliardi di euro all’anno il sostegno turco ai jihadisti. Tutto questo, secondo la loro logica, dovrebbe consentire loro la vittoria e quindi mettere fine alle migrazioni. Non tarderanno ad accorgersi [12], ma comunque troppo tardi, che con l’abrogazione dei visti per gli espatriati turchi, hanno autorizzato la libera circolazione tra i campi di Al Qaeda in Turchia e Bruxelles [13].

Il confronto con la fine degli anni ’30 è particolarmente appropriato perché in occasione degli accordi di Monaco il Reich nazista aveva già annesso l’Austria senza provocare reazioni notevoli degli altri Stati europei. Ebbene, oggi la Turchia occupa già il nord-est di uno Stato membro dell’Unione Europea, Cipro, e una striscia di pochi chilometri di profondità in Siria è amministrata da un wali (prefetto) nominato allo scopo. Non solo l’Unione Europea si accomoda, ma – per via del suo atteggiamento – incoraggia Ankara a continuare le sue annessioni in violazione del diritto internazionale. La logica comune del cancelliere Hitler e del presidente Erdoğan si basa sulla unificazione della “razza” e l’epurazione della popolazione. Il primo intendeva unire le popolazioni di “razza tedesca” ed epurarle degli elementi “stranieri” (gli ebrei e i rom), il secondo vuole unire le popolazioni di “razza turca” ed epurarle degli elementi “stranieri” (i curdi e i cristiani).

Nel 1938, le élites europee credevano nell’amicizia del cancelliere Hitler, oggi in quella del presidente Erdoğan.

NOTE

[1] “Next operational steps in EU-Turkey cooperation in the field of migration”, Voltaire Network, 16 March 2016.

[2] “La cecità dell’UnioneEuropea di fronte alla strategia militare degli Stati Uniti”, di Thierry Meyssan, Traduzione Luisa Martini, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 27 aprile 2015.

[3] “La falsa “crisi dei rifugiati””, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 7 settembre 2015.

[4] “Verso la fine del sistema Erdoğan”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 15 giugno 2015.

[5] «La Turquie d’aujourd’hui poursuit le génocide arménien», par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 26 avril 2015.

[6] «Выступление Президента России на параде, посвящённом 70-летию Победы в Великой Отечественной войне», Владимир В. Путин, Сеть Вольтер, 9 мая 2015.

[7] «L’Union européenne a abandonné ceux qui se battent pour défendre les libertés en Turquie», par Can Dündar, Le Monde (France) , Réseau Voltaire, 18 mars 2016.

[8] «Отчет России о текущей помощи Турции для Исламского Эмирата, основанный на оперативных данных», Сеть Вольтер, 18 февраля 2016.

[9] “Ecco come la Turchia sostiene i jihadisti”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 22 febbraio 2016.

[10] “Roadmap towards a visa-free regime with Turkey”, Voltaire Network, 16 March 2016.

[11] “Alternative für Deutschland nimmt kein Blatt vor den Mund”, von Ian Blohm, Übersetzung Horst Frohlich, Strategic Culture Foundation (Russland) , Voltaire Netzwerk, 12. März 2016.

[12] «Lettre ouverte aux Européens coincés derrière le rideau de fer israélo-US», par Hassan Hamadé, Réseau Voltaire, 21 mai 2014.

[13] “Israeli general says al Qaeda’s Syria fighters set up in Turkey”, Dan Williams, Reuters, January 29, 2014.

La Russia e la Vittoria

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article190786.html

LA RUSSIA E LA VITTORIA

di Thierry Meyssan

Traduzione: Matzu Yagi

Fonte: Al-Watan (Siria)

L’annuncio da parte del presidente russo del «ritiro del raggruppamento principale del suo contingente» [1] ha provocato una nuova campagna di disinformazione. Secondo la stampa occidentale e del Golfo, Putin sarebbe “irritato” dall’intransigenza del presidente Bashar al-Assad e avrebbe deciso di lasciare la Siria per metterlo di fronte alle proprie responsabilità. Gli stessi commentatori aggiungono che, non avendo alleati, quest’ultimo dovrà fare concessioni a Ginevra e accettare di abbandonare il suo paese. Mosca avrebbe fatto un bel regalo a Washington per i cinque anni di guerra «civile».

Ora, tutto questo è assurdo.

1) L’intervento militare russo è stato negoziato nel 2012 dal generale Hasan Turkmani. Si è avverato solo tre anni più tardi, poiché Mosca puntava innanzitutto a completare lo sviluppo delle sue nuove armi, prima di disporsi sul campo. Le truppe russe hanno cominciato a installarsi a luglio 2015 e siamo stati i primi ad annunciarlo, un’informazione poi immediatamente ripresa dalla stampa israeliana e infine dai media internazionali [2]. Si era convenuto che la campagna di bombardamenti sarebbe iniziata dopo la riunione del Consiglio di Sicurezza che doveva tenersi a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU e sarebbe durata fino al Natale ortodosso, il 6 gennaio 2016.

Era pure previsto che, una volta che la pace fosse tornata, una forza della CSTO sarebbe stata schierata per mantenerla; cosa che per ora non è stata ancora possibile.

2) Tuttavia, viste le difficoltà della Casa Bianca a controllare i suoi alleati, la campagna di bombardamenti è stata estesa fino alla ripresa dei negoziati a Ginevra, finalmente fissata per il 15 marzo. È ovvio che la Russia non abbia mai preso questa data come l’anniversario di una pseudo-rivoluzione. Tutto è cominciato il 12 dicembre 2003 con la promulgazione da parte di George W. Bush della dichiarazione di guerra (Syria Accountability Act) e ha continuato di anno in anno (vertice della Lega Araba a Tunisi nel 2004 sulla «democratizzazione» forzata del Libano e della Siria, assassinio di Rafik Hariri nel 2005 e accuse contro i presidenti Lahoud e Assad di esserne stati i mandanti, invasione del Libano nel 2006 per provocare l’intervento della Siria, creazione del Fronte di salute nazionale da parte dei Fratelli Musulmani nel 2007, distruzione dei mezzi di comunicazione e di approvvigionamento di Hezbollah nel 2008, ecc.), passando per l’arrivo delle ostilità sul territorio siriano nel 2011, fino ad oggi.

3) La Russia apparentemente ha cominciato a ritirare il proprio contingente. Piani di volo sono stati regolarmente depositati con quattro giorni di anticipo per tutti gli aerei cargo che hanno il compito di ripiegare uomini e mezzi. La data di per sé non è stata una sorpresa. Così il capo di Stato Maggiore giordano, il generale Mishal Al Zaben, era stato informato nel merito da Mosca già a gennaio, a opera del ministro russo della Difesa Sergei Shoigu e del suo omologo siriano, il generale Fahd Jassem al-Freij [3]. È pertanto ridicolo collegare questa decisione a presunti disaccordi intervenuti negli ultimi giorni.

I disaccordi politici sono stati risolti.

Il primo è stato sulla proposta russa di un sistema federale – respinta sia da Damasco che da Riad – che rinvia all’esperienza sovietica. Ma le minoranze del Vicino Oriente, a differenza di quelle dell’ex URSS, sono intrecciate e parlano la stessa lingua.

Il secondo riguardava le elezioni parlamentari del 13 aprile, che i russi volevano respingere per includerle nei negoziati di Ginevra laddove Damasco rifiutava di violare la Costituzione.

4) Sul piano militare, l’esercito russo si ritira dal campo di battaglia, ma non dal Quartier Generale. Non è più necessario ammassare gli aerei, perché non vi sono quasi più bersagli da colpire: le fortificazioni costruite dai jihadisti e i loro mezzi per il trasporto del petrolio rubato sono stati distrutti. Per contro, il dispositivo antiaereo – costituito dai missili S-400 e Pantsir-S2 – non si muove di lì. La consegna di armi e munizioni, nonché l’accesso alle informazioni satellitari russe, continuano. La Russia ha rinnovato i materiali e ha addestrato i soldati dell’Esercito arabo siriano, che si trovava sotto embargo da dieci anni [4]. Ormai, questo non solo è in grado di difendere la popolazione civile di fronte ai jihadisti, ma di liberare il territorio occupato, cosa che ha cominciato a fare. L’aiuto russo è pertanto un sostegno aereo – e non più un semplice bombardamento – in favore delle truppe di terra, come si è visto ieri a Palmira.

Dopo aver investito centinaia di miliardi di rubli in Siria, la Russia non si ritira certo dal Vicino Oriente in un momento in cui la Turchia, l’Arabia Saudita e il Libano sono sull’orlo della guerra civile. Lascia ai siriani la gloria della loro Vittoria.

Documenti allegati

Al-Watan 2358

NOTE

[1] «России выход из Сирии», Сеть Вольтер, 14 марта 2016.

[2] «“Les Russes arrivent (en Syrie) !” : analyse d’une incertitude», De Defensa, 3 septembre 2015.

[3] “Jordan Says It Knew of Russian Drawdown Plan in Syria”, Awad Mustafa, Defense News, March 15, 2016.

[4] “Il ritorno dell’Esercito Arabo Siriano”, di Valentin Vasilescu, Traduzione Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 4 marzo 2016.

Mine e ordigni inesplosi. Per bonificare la Siria ci vorranno trent’anni

Dal sito Internet http://www.lifegate.it/persone/news/siria-mine-bonifica-handicap-international

MINE E ORDIGNI INESPLOSI. PER BONIFICARE LA SIRIA CI VORRANNO TRENT’ANNI

di Andrea Barolini

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Cinque anni di guerra hanno reso il territorio della Siria un tappeto di mine, bombe e armi inesplose. Talmente tante che per bonificare interamente il Paese ci vorranno almeno decine di anni di lavoro. A denunciare l’ennesima, nefasta conseguenza a lungo termine del conflitto è l’associazione francese Handicap International, che in un rapporto pubblicato il 15 marzo a Parigi traccia anche un bilancio complessivo delle sue conseguenze: 250.000 morti, un milione di feriti, 12,5 milioni di persone che dipendono ormai unicamente da aiuti umanitari e 4,6 milioni di rifugiati. Finora.

Le bombe inesplose colpiscono chiunque, alla cieca

“La popolazione siriana – spiega la ONG – è quotidianamente colpita da bombardamenti, tiri di mortaio, razzi, missili, ordigni improvvisati, bombe sganciate da elicotteri. Questi congegni provocano ustioni, amputazioni, fratture complesse. Feriscono e uccidono alla cieca”.

Nessuno, infatti, è al riparo in Siria. Né le donne che si avventurano per cercare cibo, né i bambini che giocano tra le macerie, né gli anziani che si spostano per cercare riparo. Handicap International spiega di aver già fornito protesi a 6.000 cittadini siriani dall’inizio del conflitto: “Ma sono decine di migliaia coloro che hanno bisogno di arti artificiali e rieducazione”.

A Kobane, dieci munizioni per metro quadrato

Basti pensare che uno studio realizzato nell’aprile 2015 dalla stessa associazione, nella città settentrionale di Kobane, ha rivelato la presenza in media di dieci munizioni per metro quadrato nel centro urbano. A ciò si aggiunge un’ulteriore minaccia per la popolazione – ha spiegato Emmanuel Sauvage, coordinatore regionale dell’associazione, nel corso di una conferenza stampa – ovvero il fatto che le cariche esplosive dei numerosi ordigni artigianali utilizzati dalle fazioni in campo “sono considerevolmente più potenti rispetto alle normali mine anti-uomo”.

“Tutti questi ordigni – ha aggiunto l’attivista – vengono chiamati ‘residui esplosivi di guerra’. Possono deflagrare in ogni momento, e la loro raccolta ad oggi non può essere neppure avviata, per ragioni di sicurezza. Occorrerà una mobilitazione senza precedenti da parte della comunità internazionale per sminare la Siria. E per arrivare ad azzerare i rischi, ci vorranno almeno trent’anni”. A patto che le ostilità vengano arrestate immediatamente.