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Archivio per la categoria ‘PACE’

160 Enti Locali alla Perugia-Assisi. E il Comune di Terracina che fa?

Diamo una rapida occhiata a ciò che avviene al di fuori del microcosmo terracinese, al di là delle mitiche colonne d’Ercole rappresentate da Porta Napoletana e Badino.

Il 2 ottobre è la Giornata mondiale della non violenza, istituita in tale data per commemorare la nascita del Mahatma Gandhi.

Il 9 ottobre, invece, ci sarà la Marcia per la Pace Perugia-Assisi.

Il Comune di Terracina che cosa fa?

Ha aderito?

Alla data del 19 settembre 2016 ancora no, come si può evincere consultando l’apposita pagina su Internet: http://www.perlapace.it/wp-content/uploads/2016/09/EELLaderentiMarcia19.09.16.pdf.

Certo, la Marcia per la Pace non ha mai impedito alcuna guerra, però ha un altissimo valore simbolico.

La nostra amministrazione comunale non nutre alcuna sensibilità nei confronti di un tema fondamentale come quello della pace?

Eppure un’amministrazione comunale potrebbe fare tantissimo in questo campo.

Qualche esempio?

1) Iscriversi alla Tavola della Pace

2) Istituire una Casa della Pace e promuovere iniziative a favore della pace

3) Organizzare un festival della pace

4) Sostenere la proposta della trasmissione radiofonica Caterpillar di assegnare il premio Nobel per la Pace alla bicicletta

5) Organizzare iniziative in occasione della Giornata mondiale della pace

6) Organizzare iniziative in occasione della Giornata internazionale delle forze di pace delle Nazioni Unite

7) Ospitare un’edizione del festival Euromediterranea della Fondazione Alexander Langer

8) Organizzare iniziative in occasione della Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento ambientale in guerre e conflitti armati

9) Organizzare iniziative in occasione della Giornata mondiale della scienza per la pace e lo sviluppo

10) Aderire a Mayors for Peace, la campagna mondiale dei sindaci per la pace

11) Approfondire nelle scuole i temi della pace, dell’inclusione e della cittadinanza attiva

12) Promuovere negli istituti scolastici l’introduzione di un ampio spettro di attività volte all’esplicita elaborazione dell’aggressività (sport di combattimento, anche misti, sessioni guidate di pratiche conflittuali e di gestione del conflitto, arti marziali, laboratori bioenergetici, ecc.)

13) Promuovere l’adesione degli istituti scolastici al Manifesto per la scuola smilitarizzata

14) Penalizzare le “banche armate” (cioè le banche che finanziano fabbriche di armi) nelle gare per l’affidamento del servizio di tesoreria

15) Sostenere il progetto Bike4Truce per rendere effettiva la tregua per fermare i conflitti durante il periodo delle Olimpiadi

16) Sostenere la Campagna “Un’altra difesa è possibile” che ha depositato in Parlamento la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione e il finanziamento del Dipartimento per la difesa civile, non armata e non violenta

17) Aderire all’Associazione mondiale dei Comuni per il disarmo nucleare

18) Ospitare la mostra “Senza atomica” dell’associazione Soka Gakkai (www.senzatomica.it)

19) Organizzare iniziative in occasione della Giornata internazionale contro i test nucleari

20) Organizzare iniziative in occasione della Giornata internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari

21) Organizzare iniziative in occasione della Giornata internazionale per la sensibilizzazione sulle mine e l’azione contro le mine

22) Organizzare iniziative in occasione della Settimana internazionale per il disarmo

23) Organizzare iniziative in occasione della Giornata della memoria delle vittime della guerra chimica

24) Realizzare a Borgo Hermada degli orti urbani di pace, da gestire in collaborazione con la locale comunità indiana

Invece che cosa succede nel “piccolo mondo antico” situato tra Porta Napoletana e Badino?

Accade che per vedere finalmente esposto sul Municipio lo striscione che chiede verità per Giulio Regeni, serve la richiesta e la pressione insistente di due giovani studenti universitari, Andrea Percoco e Giovanni Marchegiani.

Sveglia!

C’è un mondo fuori!

 

Missioni militari all’estero: 1,2 miliardi per il 2016

Dal sito Internet http://www.ilcambiamento.it/guerre/missioni_militari_miliardi.html

MISSIONI MILITARI ALL’ESTERO: 1,2 MILIARDI PER IL 2016

di Redazione

Certi numeri non vengono diffusi sui media mainstream, bisogna andarseli a cercare. E la Rete per il Disarmo lo fa da anni: cerca dati, li elabora, li diffonde fornendo un quadro tutt’altro che confortante delle decisioni dei governi italiani in materia di armi e di missioni militari.

Nel 2016 sono 1,2 i miliardi di euro che il governo vuole destinare alle missioni militari all’estero (in linea con lo scorso anno), a fronte di solo 90 milioni (in calo di 16) per la cooperazione civile nelle stesse aree. È la sintesi delle cifre economiche del decreto legge presentato in questi giorni al Parlamento e sul quale sono stati sentiti in audizione presso le competenti Commissioni riunite di Camera e Senato i ministri Pinotti e Gentiloni.

Rete Disarmo rinnova anche per questo provvedimento, come già fatto in passato, la critica all’impianto generale che vede inserire in un medesimo decreto legge (da votare o respingere in toto) missioni di natura e portata completamente differente. «Sarebbe invece più opportuno procedere con una suddivisione (almeno per tipologia ed area) al fine di permettere ai parlamentari di effettuare scelte ponderate e più sensate – spiega la Rete -. Da anni è stata promessa una “legge quadro” che dovrebbe superare questo problema di raggruppamento improprio, ma non è in vista una sua approvazione e non si può utilizzare questa attesa come scusa per reiterare meccanismi evidentemente negativi».

«Le missioni all’estero che questo decreto legge va a prorogare sono rimaste prive di copertura giuridica e finanziaria per oltre 4 mesi – sottolinea Laura Zeppa di Archivio Disarmo – cosa che si cerca di risolvere oggi con l’usuale e problematico ricorso ad una decretazione di urgenza. Nel testo proposto al Parlamento si esplicita solo la dotazione finanziaria dei diversi interventi, dicendo poco o nulla in merito alla situazione di ciascuna missione, agli obiettivi raggiunti e quanto ancora da espletare. Molte sono attive da più di dieci anni: vogliamo ragionare sui risultati ottenuti o solamente agire con rinnovi automatici?», conclude Laura Zeppa.

Il provvedimento in discussione oltre a prorogare la missione in Afghanistan, «che si sarebbe invece dovuta concludere nel 2014, continua a finanziare direttamente con 120 milioni di euro le forze di sicurezza di Kabul sulle quali la comunità internazionale ha espresso forti riserve. Il tutto senza un condizionamento di questi importanti aiuti militari al rispetto di diritti umani e di procedure trasparenti. Complessivamente l’intervento nel Paese asiatico ci costerà oltre 300 milioni».

«Oltre a Libano, Kosovo, intervento anti-pirateria nell’Oceano Indiano, Albania Palestina, Mali, area del Baltico per sorveglianza aerea in funzione anti-russa), Bosnia e Cipro il nostro Paese sarà anche protagonista della missione UE in Somalia, comandata da un generale italiano ed a cui contribuiamo con un cospicuo contingente, per addestrare l’esercito locale – prosegue la Rete Disarmo -. Tutto ciò nonostante l’esercito somalo arruoli ed utilizzi, secondo il segretario generale ONU, anche bambini soldato. Situazione che Rete Disarmo ha già stigmatizzato in occasione della recente approvazione dell’accordo militare con Mogadiscio. Il decreto prevede anche la fornitura di pezzi di ricambio degli aerei militari all’Egitto, nonostante la crisi diplomatica connessa all’omicidio Regeni, la forte repressione messa in atto dal regime di Al-Sisi e la partecipazione dell’Egitto alla coalizione a guida saudita impegnata nella guerra in Yemen. Rete Italiana per il Disarmo, che ha già recentemente chiesto lo stop dell’export militare verso Il Cairo e altri Paesi della stessa regione ritiene invece necessario bloccare qualsiasi aiuto militare almeno fino al ripristino delle libertà fondamentali».

«Circa 236 milioni (in crescita) sono destinati a continuare dispiegamento di mezzi aerei in Iraq, mentre per ora non sono previsti fondi (che saranno altrettanti) a favore della missione già annunciata di protezione del cantiere di una ditta italiana che dovrà ristrutturare la diga di Mosul. “Anche per quanto riguarda la Libia i fondi sono cospicui, ma poco chiari – commenta Francesco Vignarca coordinatore della Rete – perché si è quadruplicato fino a 90 milioni lo stanziamento per la forza navale già impegnata, ma senza dettagliarne i motivi ed esplicitare un’eventuale intenzione di intervento diretto. In generale va notato come il robusto finanziamento delle missioni militari all’estero configuri ancora una volta una stampella per il bilancio della Difesa, che non sarebbe in grado altrimenti di garantire il funzionamento dell’elefantiaca macchina delle forze armate”.

Secondo la Rete Italiana per il Disarmo la logica deve essere completamente ribaltata: «Per risolvere i problemi internazionali gli interventi militari si sono rivelati inefficaci – sottolinea Maurizio Simoncelli vicepresidente di Archivio Disarmo – occorrerebbe invece ridurre le spese militari (in particolare quelle delle missioni militari) ed aumentare le risorse per la cooperazione civile e sociale. Rafforzando il ruolo delle società civili invece di quello di regimi autoritari che spesso traggono vantaggio da nostro sostegno militare diretto o indiretto». Nel decreto legge in discussione i fondi per la cooperazione nelle specifiche aree di intervento (Afghanistan, Etiopia, Repubblica Centrafricana, Iraq, Libia, Mali, Niger, Myanmar, Pakistan, Palestina, Siria, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Yemen) vengono invece diminuiti.

«Il Parlamento già da questo dibattito e con questo voto avrebbe la possibilità di porre fine alla reiterata approvazione di decreti che dispongono solo finanziamenti non trasparenti decisi dal governo, riappropriandosi di un importante aspetto della politica estera e di difesa del nostro Paese e slegandolo da interessi di alleanza o di favore verso l’industria delle armi per focalizzarsi invece sulla risoluzione dei conflitti internazionali».

QUI per approfondimento la scheda “Criticità del Decreto Missioni” predisposta dall’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo.

Uranio, “Ora la ministra riscatti le istituzioni”

Dal sito Internet http://www.metronews.it/16/05/22/uranio-ora-la-ministra-riscatti-le-istituzioni.html

URANIO, “ORA LA MINISTRA RISCATTI LE ISTITUZIONI”

di Stefania Divertito

E ora, cosa dobbiamo aspettarci? Ora che è stata emessa dalla Corte di Appello di Roma una sentenza rivoluzionaria che dichiara il Ministero della Difesa responsabile della morte di Salvatore Vacca, la prima, giovanissima, vittima dell’uranio impoverito (era il 1999 e “Tore” aveva 23 anni), ora come cambierà la storia di questa vicenda che Metro sta seguendo da 16 anni?

Domenico Leggiero, dell’Osservatorio militare, è uno dei protagonisti della battaglia.

Cosa succederà ora?

Ci aspettiamo che la Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito alla Camera cambi lo spirito con cui si sta avvicinando alla fine dei lavori. Speriamo che la sentenza sgombri il campo ai dubbi sulla pericolosità dell’uranio.

Dubbi che ha espresso la stessa ministra Pinotti.

Proprio giovedì sarà audita in Commissione. A volte il destino ci dà una mano: la sentenza, attesa da anni, arriva proprio alla vigilia di questa importante audizione. Diamole una chance per riscattare le istituzioni. Tra l’altro fu proprio lei, da onorevole, nel 2002, a presentare un’interrogazione in cui chiedeva al ministro della Difesa di fare chiarezza sulle morti dei soldati. Ecco, ora la ministra è lei.

Questa non è la prima sentenza favorevole alle vittime ottenuta dall’avvocato Angelo Fiore Tartaglia.

È un vero leone. A scendere nell’arena è lui. E lui per 47 volte ha ottenuto sentenze di colpevolezza. Ma mai prima d’ora con questo j’accuse alla Difesa.

Lo Stato però si appella sempre.

Certo, ed è indegno di un’amministrazione, richiedere lo stop all’esecuzione di una sentenza, che dovrà pagare, solo per procrastinare il termine. Sono soldi destinati a famiglie con lutti terribili, spesso impoverite da spese per lunghe malattie.

Lei sulla giacca indossa sempre la spilletta dell’Aeronautica. Crede nella sua amministrazione nonostante tutto?

Io sarei disposto a morire per le istituzioni, non per alcuni suoi rappresentanti. Ci sono mele marce che hanno lavorato per nascondere la verità. Ma i tribunali stanno ristabilendo l’ordine delle cose.

A proposito di tribunali: tante sentenze civili, ma perché non penali?

Bisognerebbe chiederlo alle Procure. Ci sono dei fascicoli aperti, come quello alla procura di Rimini con il PM Davide Ercolani, e speriamo che con questa sentenza trovino nuovi impulsi.

Lei c’era quando morì Salvatore Vacca e c’è oggi che le vittime sono diventate 333. Ci si abitua mai?

Mai. La notte spesso sogno i volti dei ragazzi che non ci sono più. Non ci si abitua mai a questo dolore.

Ha mai avuto paura?

Nel 2004 trovai un chilo e mezzo di tritolo sotto la finestra. Pensavano che si potesse fermare questo tsunami che si stava per abbattere sulla Difesa. Evidentemente non ci sono riusciti.

Moby Prince, la pista USA

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article191232.html

MOBY PRINCE, LA PISTA USA

di Manlio Dinucci

Fonte: Il Manifesto (Italia)

«Mayday, Mayday, Mayday, Moby Prince, siamo in collisione, prendiamo fuoco! Ci serve aiuto!»: questo il drammatico messaggio trasmesso 25 anni fa, alle 22:25:27 del 10 aprile 1991, dal traghetto Moby Prince, entrato in collisione, nella rada del porto di Livorno, con la petroliera AGIP Abruzzo.

Richiesta di aiuto inascoltata: muoiono in 140, dopo aver atteso per ore invano i soccorsi. Richiesta di giustizia inascoltata: da 25 anni, i familiari chiedono invano la verità. Dopo tre inchieste e due processi. Eppure essa emerge prepotentemente dai fatti.

Quella sera nella rada di Livorno c’è un intenso traffico di navi militari e militarizzate degli Stati Uniti, che riportano alla base USA di Camp Darby (limitrofa al porto) parte delle armi usate nella prima guerra del Golfo.

Ci sono anche altre misteriose navi. La Gallant II (nome in codice Theresa), nave militarizzata USA che, subito dopo l’incidente, lascia precipitosamente la rada di Livorno. La 21 Oktoobar II della società Shifco, la cui flotta, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia ufficialmente per la pesca, viene usata per trasportare armi USA e rifiuti tossici anche radioattivi in Somalia e per rifornire di armi la Croazia in guerra contro la Jugoslavia.

Per aver trovato le prove di tale traffico, la giornalista Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin vengono assassinati nel 1994 a Mogadiscio in un agguato organizzato dalla CIA con l’aiuto di Gladio e servizi segreti italiani [1].

Con tutta probabilità, la sera del 10 aprile, è in corso nella rada di Livorno il trasbordo di armi USA che, invece di rientrare a Camp Darby, vengono segretamente inviate in Somalia, Croazia e altre zone, non esclusi depositi di Gladio in Italia [2]. Quando avviene la collisione, chi dirige l’operazione – sicuramente il comando USA di Camp Darby – cerca subito di cancellare qualsiasi prova. Ciò spiega una serie di «punti oscuri»: il segnale del Moby Prince, ad appena 2 miglia dal porto, che giunge fortemente disturbato; il silenzio di Livorno Radio, il gestore pubblico delle telecomunicazioni, che non chiama il Moby Prince; il comandante del porto Sergio Albanese, «impegnato in altre comunicazioni radio», che non guida i soccorsi e viene subito dopo promosso ammiraglio per i suoi meriti; la mancanza (o meglio sparizione) di tracciati radar e immagini satellitari, in particolare sulla posizione dell’AGIP Abruzzo, appena arrivata a Livorno dall’Egitto stranamente in tempo record (4,5 giorni invece di 14); le manomissioni sul traghetto sotto sequestro, dove spariscono strumenti essenziali alle indagini. Così da far apparire quello del Moby Prince un banale incidente, anche per responsabilità del comandante.

I familiari delle vittime sono riusciti ora a ottenere l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, non solo per dare giustizia ai loro cari, ma per «chiudere un capitolo indegno della storia italiana». Capitolo che resterà aperto se la commissione limiterà come al solito l’inchiesta all’esterno di Camp Darby, la base USA al centro della strage del Moby Prince. La stessa inquisita dai giudici Casson e Mastelloni nell’inchiesta sull’organizzazione golpista «Gladio». Una delle basi USA/NATO che – scrive Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione – fornirono gli esplosivi per le stragi, da piazza Fontana a Capaci e via d’Amelio. Basi in cui «si riunivano terroristi neri, ufficiali della NATO, mafiosi, uomini politici italiani e massoni, alla vigilia di attentati».

Il Mayday del Moby Prince è il Mayday della nostra democrazia.

NOTE

[1] “La scottante verità di Ilaria”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia), Rete Voltaire, 10 giugno 2015.

[2] Vedi blog di Luigi Grimaldi sul Moby Prince.

Disinnescare il pianeta da 100 milioni di mine

Dal sito Internet http://www.metronews.it/16/04/04/disinnescare-il-pianeta-da-100-milioni-di-mine.html

DISINNESCARE IL PIANETA DA 100 MILIONI DI MINE

di Lorenzo Grassi

Le mine e gli ordigni bellici inesplosi uccidono ogni giorno nel mondo dieci persone e di queste trappole micidiali ne sono state sparse oltre 100 milioni, tanto che per bonificarle servirebbero migliaia di anni. E non è un pericolo così lontano perché anche in Italia, a 70 anni dalla fine della guerra, vengono ritrovati ogni anno 60.000 ordigni (che nell’ultimo triennio hanno causato più di 30 feriti). A ricordare questi dati è stata l’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, celebrando insieme al Ministero dell’Istruzione la Giornata mondiale ONU contro le mine e gli ordigni bellici inesplosi. Strumenti di morte che, nonostante le convenzioni, sono in aumento dal 2013 per i nuovi conflitti in Africa, Asia e Medio Oriente.

Guerre attuali contro i civili

L’ANVCG ricorda che nelle guerre attuali – sono quasi 50 i conflitti in corso nel mondo – il 90% delle vittime sono civili e una su tre è sotto i 14 anni. Il Ministero dell’Istruzione ha annunciato che sarà rilanciata la sensibilizzazione degli studenti, anche con il coinvolgimento della Scuola internazionale di Comics. «Il nostro obiettivo è quello di aumentare la consapevolezza dei ragazzi – ha detto la ministra Stefania Giannini – questo rientra nella nostra strategia di aprire le scuole ad una cittadinanza viva e responsabile». Intanto Bankitalia ha dato il suo ok alla legge per vietare gli investimenti finanziari legati alle mine e sta per diventare realtà – la legge è agli ultimi passaggi in Parlamento – la Giornata nazionale delle vittime civili di guerra, da tenersi ogni anno il 1° febbraio.

Italia protagonista dello sminamento

L’Italia è protagonista delle operazioni di sminamento umanitario in molti Paesi del mondo e può vantare una grandissima esperienza. Nel corso dell’incontro promosso al MIUR, gli esperti hanno ricordato però che ogni anno nel mondo muoiono 50 sminatori e altri 300 restano feriti. È stata presentata l’esperienza innovativa dell’utilizzo pacifico dei droni – oggi purtroppo sinonimo di futuribili armi di distruzione – per la mappatura dei campi minati nei Balcani dopo le inondazioni che hanno sconvolto i territori. Si tratta di luoghi dove ora rischiano di passare i flussi di migranti in risalita da Turchia e Grecia. “Sfollati” in fuga dalla violenza bellica ai quali vuole essere accanto l’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, che ha promosso una campagna di accoglienza a Lampedusa.

Le spese militari mondiali ri-aumentano. SIPRI: sono legate al petrolio

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/news/energia/le-spese-militari-mondiali-ri-aumentano-legate-al-petrolio/

LE SPESE MILITARI MONDIALI RI-AUMENTANO. SIPRI: SONO LEGATE AL PETROLIO

Secondo il nuovo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), «le spese militari mondiali nel 2015 sono arrivate a circa 1.700 miliardi di dollari, cioè un aumento dell’1% in termini reali in rapporto al 2014».

La pubblicazione del rapporto coincide con l’apertura del Forum di Stoccolma sulla sicurezza e lo sviluppo e il SIPRI sottolinea che l’aumento dell’1% delle spese militari è il primo dal 2011. «Questo aumento riflette un aumento continuo in Asia e in Oceania, in Europa centrale in Europa dell’Est e in alcuni Stati del Medio Oriente – dicono al SIPRI –. Quanto al calo delle spese in Occidente, si è stabilizzato. Parallelamente, le spese sono diminuite in Africa, in America Latina e nei Caraibi. Così, lo stato delle spese mondiali viene mitigato». Gli USA restano di gran lunga il Paese che spende di più in armamenti, anche se nel 2015 le spese erano diminuite del 2,4%, fino a 596 miliardi di dollari. Aumenta invece del 7,4% le spese in armamenti la Cina, raggiungendo i 215 miliardi di dollari. Tra i Paesi che aumentano di più l’acquisto di armi, arrivando a 87,2 miliardi di dollari, (+5,7%), c’è l’Arabia Saudita che diventa così il terzo più grande acquirente di armi del mondo, “grazie” anche alla tragica guerra di invasione dello Yemen. Poi c’è la solita Russia con il 7,5% in più e 66,4 miliardi di dollari e qui probabilmente contribuiscono molto la guerra siriana e il conflitto ucraino.

Secondo il SIPRI Military Expenditure Database, l’Italia nel 2015 si è piazzata dodicesima in classifica al mondo per spese militari, l’1,3% del PIL nazionale e l’1,4% delle spese militari mondiali.

Il SIPRI è convinto che il crollo del prezzo del petrolio – con le evidenti eccezioni saudita e russa – porti a una riduzione delle spese militari, mentre «una combinazione di prezzi elevati del petrolio e sfruttamento di nuovi giacimenti ha provocato un aumento delle spese militari in diversi Paesi del mondo nel corso dell’ultimo decennio». Quindi gli Stati petroliferi invece che nel benessere dei loro cittadini investono in armi. Però il calo dei prezzi del petrolio dal 2014 ha cominciato ad invertire questa tendenza nei Paesi dipendenti dalle entrate petrolifere e per il SIPRI «Altre riduzioni delle spese sono attese per il 2016».

Tornando al 2015, le maggiori riduzioni di spese in armamenti nei Paesi petroliferi ci sono state in Venezuela (-64%) e Angola (-42%). Cali si sono registrati anche in Bahrein, Brunei, Ciad, Kazakistan, Oman e Sud Sudan. Ma il SIPRI evidenza che «Malgrado il calo delle entrate petrolifere diversi altri Paesi esportatori di petrolio hanno continuato ad aumentare le loro spese militari nel 2015. Diversi di questi Paesi – come l’Algeria, l’Azerbaigian, la Russia, l’Arabia Saudita e il Vietnam – sono impegnati in conflitti o si confrontano con l’intensificazione delle tensioni regionali. Tuttavia, le spese della Russia sono state più basse di quelle previste in bilancio e le spese dell’Arabia Saudita sarebbero diminuite senza i costi supplementari di 5,3 miliardi di dollari allocati al suo intervento nello Yemen». Nel 2016 russi e sauditi prevedono di diminuire le spese militari.

Invece nei Paesi occidentali il calo delle spese militari starebbe per fermarsi. Il rapporto dice che «Dal 2009, le spese militari in America del Nord, in Europa occidentale e in Europa centrale sono diminuite, in gran parte a causa della crisi economica mondiale così come per la ritirata degli USA e delle truppe alleate dall’Afghanistan e dall’Iraq. Però, nel 2015, sembrerebbe che questo calo sia arrivato alla fine. Nel 2015 le spese militari degli USA sono diminuite del 2,4%, cioè la diminuzione più lenta da qualche anno». È il risultato deli tagli di bilancio approvate del Congresso USA, ma nel 2016 le spese militari dovrebbero restare sullo stesso livello.

In totale in Europa occidentale e centrale le spese militari nel 2015 sono calate di solo lo 0,2% che se in Europa centrale c’è stato un aumento di ben il 13%, con aumenti particolarmente consistenti nei Paesi che confinano con la Russia, come Lettonia, Estonia e Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia, il fronte caldo della NATO sulla crisi Ucraina. Invece, le spese per le armi nell’Europa occidentale sono calate dell’1,3%, la diminuzione annua più bassa dal 2010. Gran Bretagna, Francia e Germania hanno però annunciato un modesto aumento delle spese militari nei prossimi anni, sia in funzione anti-russa che per la minaccia dello Stato Islamico/Daesh.

Sam Perlo-Freeman, direttore del programma spese militari del SIPRI, dice che «Nel 2015, le spese militari presentano delle tendenze contrastanti. Da una parte le tendenze di spesa riflettono l’escalation delle tensioni e dei conflitti in numerose parti del mondo; dall’altra parte, mostrano una rottura netta con il forte aumento delle spese militari alimentata dal petrolio nell’ultimo decennio. Questo contesto politico ed economico instabile genera una situazione instabile per gli anni a venire».

In Asia e Oceania le spese militari sono aumentate del 5,4% nel 2015, con un grosso contributo della Cina. E anche l’escalation delle tensioni tra Pechino e diversi Paesi asiatici ha portato a un sostanzioso aumento delle spese militari in Indonesia, Filippine e Vietnam e un’inversione della tendenza al calo in Giappone, che ha un governo sempre più neo-militarista.

Il SIPRI non pubblica le stime per il Medio Oriente perché i dati di diversi Paesi non sono disponibili. Per i Paesi per i quali ci sono dati, le spese nel 2015 sono aumentate del 4,1% con un aumento record del 536% in Iraq tra il 2006 e il 2015.

In America Latina e nei Caraibi forti casi dappertutto, trainato come si è visto dal Venezuela. Anche il Brasile spende meno in armi per tentare di tamponare la crisi economica. Invece in America Centrale le spese militari continuano ad aumentare a causa della crescente militarizzazione provocata dalla guerra contro la droga che in realtà si è trasformata in un conflitto per risorse e territorio.

In Africa finalmente le spese militari sono calate del 5,3%, dopo 11 anni di aumenti costanti. A ridurre più di tutto è il regime petrolifero dell’Angola, il Paese dell’Africa subsahariana che spende più in armi.

I predatori della Libia

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article191128.html

I PREDATORI DELLA LIBIA

di Manlio Dinucci

Fonte: Il Manifesto (Italia)

«La Libia deve tornare a essere un Paese stabile e solido», twitta da Washington il premier Renzi, assicurando il massimo sostegno al «premier Sarraj, finalmente a Tripoli».

Ci stanno pensando a Washington, Parigi, Londra e Roma gli stessi che, dopo aver destabilizzato e frantumato con la guerra lo Stato libico, vanno a raccogliere i cocci con la «missione di assistenza internazionale alla Libia».

L’idea che hanno traspare attraverso autorevoli voci. Paolo Scaroni, che a capo dell’ENI ha manovrato in Libia tra fazioni e mercenari ed è oggi vicepresidente della Banca Rothschild, dichiara al Corriere della Sera che «occorre finirla con la finzione della Libia», «Paese inventato» dal colonialismo italiano. Si deve «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», spingendo Cirenaica e Fezzan a creare propri governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Intanto «ognuno gestirebbe le sue fonti energetiche», presenti in Tripolitania e Cirenaica. Analoga l’idea esposta su Avvenire da Ernesto Preziosi, deputato PD di area cattolica: «Formare una Unione libica di tre Stati —Cirenaica, Tripolitania e Fezzan— che hanno in comune la Comunità del petrolio e del gas», sostenuta da «una forza militare europea ad hoc».

È la vecchia politica del colonialismo ottocentesco, aggiornata in funzione neocoloniale dalla strategia USA/NATO, che ha demolito interi Stati nazionali (Jugoslavia, Libia) e frazionato altri (Iraq, Siria), per controllare i loro territori e le loro risorse.

La Libia possiede quasi il 40% del petrolio africano, prezioso per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale, dal cui sfruttamento le multinazionali statunitensi ed europee possono ricavare oggi profitti di gran lunga superiori a quelli che ottenevano prima dallo Stato libico. Per di più, eliminando lo Stato nazionale e trattando separatamente con gruppi al potere in Tripolitania e Cirenaica, possono ottenere la privatizzazione delle riserve energetiche statali e quindi il loro diretto controllo.

Oltre che dell’oro nero, le multinazionali statunitensi ed europee vogliono impadronirsi dell’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad. Quali possibilità essa offra lo aveva dimostrato lo Stato libico, costruendo acquedotti che trasportavano acqua potabile e per l’irrigazione, milioni di metri cubi al giorno estratti da 1.300 pozzi nel deserto, per 1.600 km fino alle città costiere, rendendo fertili terre desertiche.

Sbarcando in Libia con la motivazione ufficiale di assisterla e liberarla dalla presenza dell’ISIS, gli USA e le maggiori potenze europee possono anche riaprire le loro basi militari, chiuse da Gheddafi nel 1970, in una importante posizione geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente.

Infine, con la «missione di assistenza alla Libia», gli USA e le maggiori potenze europee si spartiscono il bottino della più grande rapina del secolo: 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati nel 2011, che potrebbero quadruplicarsi se l’export energetico libico tornasse ai livelli precedenti. I fondi sovrani, all’epoca di Gheddafi investiti per creare una moneta e organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana (ragione per cui fu deciso di abbattere Gheddafi, come risulta dalle mail della Clinton), saranno usati per smantellare ciò che rimane dello Stato libico. Stato «mai esistito» perché in Libia c’era solo una «moltitudine di tribù», dichiara Giorgio Napolitano, convinto di essere al Senato del Regno d’Italia.