Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Archivio per la categoria ‘TECNOLOGIA’

Energia ecosostenibile: i vantaggi della cogenerazione da biomassa in territorio alpino

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/news/clima/energia-ecosostenibile-i-vantaggi-della-cogenerazione-da-biomassa-in-territorio-alpino/

ENERGIA ECOSOSTENIBILE: I VANTAGGI DELLA COGENERAZIONE DA BIOMASSA IN TERRITORIO ALPINO

Il progetto “Gasification experiences in South Tyrol: energy and environmental assessment” (GAST – Esperienze di gassificazione in Alto Adige: valutazione energetica e ambientale) è stato realizzato dal 2013 al 2015 del gruppo di fisica tecnica della Freie Universität Bozen – Libera Università di Bolzano (Unibz), guidato diretto da Marco Baratieri, responsabile del laboratorio “Bioenergy & Biofuels”, che ha analizzato le prestazioni di impianti di cogenerazione da biomasse presenti in Süd Tirol/Alto Adige. Alla Unibz spiegano che «Lo studio individua negli impianti di piccole dimensioni una soluzione energetica efficiente e conveniente, sia dal punto di vista economico che ambientale. L’Alto Adige è la provincia italiana con la più alta densità di impianti di cogenerazione – produzione combinata di elettricità e calore – da biomassa. In diverse zone della provincia di Bolzano, imprese e privati cittadini hanno deciso di investire su questa tecnologia».

Il progetto GAST, finanziato dalla Provincia Autonoma di Bolzano – Alto Adige, Ripartizione Diritto alla studio, Università e ricerca scientifica – è stato svolto in collaborazione con EcoResearch, con il consorzio RECORD e con l’Area Energia dell’ex TIS innovation park – oggi IDM Alto Adige – che, attraverso la propria rete sul territorio, ha favorito la selezione degli impianti idonei alla sperimentazione.

Attualmente, nel territorio sudtirolese sono in funzione più di 30 piccoli impianti che producono energia tramite la gassificazione di materiali legnosi, appositamente prodotti a fini energetici oppure derivanti dagli scarti della lavorazione del legno, come pellet, bricchetti o cippato. L’energia termica viene sfruttata per il teleriscaldamento, mentre quella elettrica – ricavata dalla combustione dei gas ottenuti dalla biomassa – è immessa in rete e rivenduta.

Lo studio Unibz suggerisce che «I piccoli impianti di gassificazione potrebbero essere una soluzione energetica alternativa cui ricorrere in ambito locale – soprattutto montano, per la disponibilità di biomassa legnosa – quando l’obiettivo è raggiungere alta efficienza energetica e minimizzare l’impatto ambientale in termini di emissioni di gas serra». I ricercatori di Unibz hanno misurato in scala reale – con gli impianti in condizione di esercizio – le prestazioni di alcuni impianti di cogenerazione rappresentativi, distinti tra di loro per dimensioni e produzione. Dai risultati emerge che «I vantaggi che tale tecnologia presenta in impianti di piccole dimensioni consistono in un rendimento elettrico molto più alto, che raggiunge – e spesso supera – il 20%, rispetto al 10% degli impianti tradizionali a combustione».

Baratieri sottolinea che «In Alto Adige, abbiamo un’abbondante disponibilità di biomassa. La filiera, quindi, può essere corta. Il cippato, una possibile tipologia di combustibile per gli impianti di cogenerazione, non deve viaggiare per centinaia di chilometri prima di essere gassificato» Secondo lui quella degli impianti di piccole dimensioni è «la soluzione ideale per decentralizzare e rilocalizzare la produzione di energia nei centri abitati. Idealmente, sfruttando questo tipo di tecnologia, ogni comune potrebbe produrre tutta l’energia che gli serve per scaldare gli edifici e fare funzionare le attività produttive».

Ma la tecnologia degli impianti di cogenerazione a biomassa presenta anche alcuni svantaggi: «Durante il processo di gassificazione si formano sostanze di scarto come i catrami (tar) e un residuo carbonioso simile alla carbonella (char) – dicono alla Unibz –. Il follow-up del progetto GAST prevede però una ricerca per ottimizzare il funzionamento degli impianti di cogenerazione. Stiamo lavorando per sfruttare il char come catalizzatore per promuovere il cracking termico del catrame che ci permetterebbe di bruciare gas più pulito, aumentando l’efficienza complessiva delle macchine e abbattendo un costo. Attualmente, infatti, sia i catrami che il char vanno smaltiti».

Smart grid, se lo scaldabagno elettrico fa da batteria

Dal sito Internet http://www.qualenergia.it/articoli/20160225-smart-grid-se-lo-scaldabagno-fa-anche-da-batteria

SMART GRID, SE LO SCALDABAGNO ELETTRICO FA DA BATTERIA

di Redazione Qualenergia.it

Parlando di sistemi di accumulo e rete intelligente, tra nuove batterie dai costi in discesa, battery inverter e altre soluzioni, a pochi viene in mente lo scaldacqua elettrico che molti hanno in bagno. Eppure questo apparecchio, se messo in grado di interagire per la rete, può fare molto per integrare le fonti rinnovabili non programmabili e rendere più efficiente il sistema elettrico.

Per dare un’idea, un singolo boiler elettrico prelevando elettricità solo nei momenti migliori può dare benefici ad utenti e rete per 200 dollari all’anno, ripagando così la spesa iniziale in soli 5 anni. La stima è di un recente studio firmato Brattle Group su questa soluzione in funzione della gestione della domanda elettrica (in allegato in basso).

Una batteria travestita

In un certo senso, infatti uno scaldacqua elettrico è una batteria travestita: accumula l’energia in eccesso sotto forma di acqua calda, anziché di carica elettrochimica. Quindi questa tecnologia una volta connessa con un sistema di gestione e resa “grid interactive” può offrire alla rete un grande contributo in termini di flessibilità, scaldando l’acqua nei momenti di eccesso di offerta, ad esempio di notte, e staccando nei picchi di domanda.

Per grid-interactive water heaters, GIWH, gli scaldacqua coordinati con la rete, non si intendono apparecchi innovativi, ma semplicemente boiler con le tecnologie attuali che possono essere gestiti in tempo reale da chi gestisce la rete o da software o terze parti che agiscono in base a segnali di prezzo. Pratiche che molte utility stanno già sperimentando, specie negli USA (vedi sotto).

I benefici economici

D’altra parte, i benefici economici che un boiler elettrico grid-interactive può dare sono rilevanti. Secondo il report “The Economics of Demand Flexibility”, del Rocky Mountain Institute (link in basso) negli Stati Uniti la gestione dei carichi, cui gli scaldacqua potrebbero partecipare con un ruolo non secondario, potrebbe far risparmiare 13 miliardi di dollari all’anno.

Secondo il RMI i quasi 50 milioni di scaldacqua elettrici presenti nelle case degli statunitensi potrebbero dare benefici alla rete per 3,6 miliardi di dollari l’anno.

Come? Circa 1,8 miliardi di risparmio si avrebbero semplicemente scaldando l’acqua quando l’elettricità costa meno; il possibile appiattimento della curva di domanda farebbe risparmiare 1,4 miliardi di dollari sulla necessità di investire in nuova potenza e 400 milioni in investimenti sulla rete; altri 36 milioni si recupererebbero usando produzione da eolico e fotovoltaico che, diversamente, andrebbe sprecata o venduta sottocosto; infine 29 milioni sono il risparmio che i boiler smart darebbero agli utenti permettendo una programmazione più efficiente.

Oltre a quanto detto, i GIWH potrebbero dare ancora di più: fornendo servizi alla rete, come la regolazione di frequenza, genererebbero, sempre nel contesto USA, benefici aggiuntivi per 400-700 milioni di dollari l’anno.

Il nuovo studio di Brattle Group sopra citato, commissionato da utility, produttori e associazioni ambientaliste, mostra come i GIWH possano dare un grande contributo al risparmio energetico, alla riduzione delle emissioni e all’integrazione nella rete di più potenza da eolico e fotovoltaico. Come detto, lo studio quantifica in 200 dollari/anno per boiler la ricaduta economica positiva.

Le sperimentazioni in atto

I grid grid-interactive water heaters non sono affatto una soluzione fantascientifica, ma in molti contesti si sta già sperimentando quello che possono effettivamente fare per la rete. In Oregon, ad esempio, Portland General Electric da anni ha coinvolto milioni di scaldacqua in un programma di gestione della domanda per ridurre i picchi di prelievo. Nuovi boiler che possono dare anche regolazione di frequenza – spiega il report di Brattel Group – negli ultimi due anni sono stati testati con successo in Minnesota e Hawaii.

Insomma, le opportunità per questa tecnologia sono interessanti anche perché c’è innovazione non solo per quello che gli scaldabagno possono fare, ma anche nei business model per gestirli: sono partiti programmi di leasing e ci sono iniziative interessanti come quella di Steele-Waseca Cooperative che abbina il boiler elettrico intelligente al fotovoltaico.

Ma gli scaldabagno elettrici sono spesso inefficienti

Parlando di scaldabagno elettrici però c’è un problema: gran parte dei modelli in uso ora sono molto meno efficienti rispetto a quelli a gas.

“Non c’è dubbio che i boiler elettrici, se integrati in un sistema di gestione della domanda, possono dare un utile contributo al bilanciamento e alla gestione della rete elettrica nazionale – commenta l’ingegner Alex Sorokin, esperto di energia cui abbiamo chiesto un parere –. Il problema è un altro: di ogni 100 kWh di combustibile bruciati nelle centrali termoelettriche, mediamente soltanto 40 kWh sono trasformati in energia elettrica. Di questi 5 kWh si perdono nella rete elettrica per cui, a casa del cittadino consumatore arrivano soltanto 35 kWh per alimentare il boiler elettrico. Per cui all fine, dei 100 kWh consumati per produrre calore nelle centrali, restano soltanto 30 kWh per riscaldare l’acqua nel boiler di casa”.

“Preferibile – continua Sorokin – bruciare il combustibile non lontano in centrale, bensì direttamente a casa o nel condominio del consumatore, in una caldaia a gas che trasforma il 90% del potere calorifico del combustibile in calore utile per riscaldare l’acqua. Ancora meglio scegliere e usare un boiler elettrico non di tipo economico, bensi a pompa di calore, che fornisce una quantità di calore 3-4 volte superiore all’energia elettrica impiegata. E se l’elettricità consumata proviene da una centrale a fonte rinnovabile, da sole o vento, allora si che il sistema diventa oltre che pulito, anche molto molto efficiente”.

Il report di Brattel Group “The Hidden Battery. Opportunities in Electric Water Heating” (pdf)

Il report del Rocky Mountain Institute “The Economics of Demand Flexibility

Accumulare energia eolica sugli alberi

Dal sito Internet http://www.ecoseven.net/energia/news-energia/accumulare-energia-eolica-sugli-alberi

ACCUMULARE ENERGIA EOLICA SUGLI ALBERI

E se le foreste oltre ad essere i nostri polmoni, diventassero anche generatrici di energia? Se gli alberi assumessero questo altro importante ruolo per la nostra quotidiana sopravvivenza? Forse non siamo tanto lontani dalla realizzazione di questi sogni, forse esiste un nuovo modo per sfruttare la fonte eolica, trasformando il movimento degli alberi in energia pulita. 

Questa tecnologia fa perno sulla piezoelettricità, ovvero sulla polarizzazione di una carica elettrica in conseguenza a una deformazione meccanica di natura elastica – come può essere appunto una vibrazione.

Secondo un nuovo rapporto pubblicato sul Journal of Sound and Vibration, il movimento degli alberi causato dal vento produce vibrazioni che potrebbero essere convertite con successo in energia.

Lo studio, gestito dagli ingegneri del Laboratory of Sound e Vibration Research dello Stato dell’Ohio, ha rivelato che è assolutamente possibile convertire una serie casuale di vibrazioni in una fonte di energia vitale e che è assolutamente possibile farlo attraverso la naturale energia vibrazionale di strutture a forma di albero. La frequenza naturale è come un muro che assorbe e immagazzina l’energia dalle frequenze più alte, proprio come una piccola increspatura dell’acqua che si accumula in un grande rigonfiamento.

Gli ingegneri hanno testato questa tecnologia in minuscole foreste artificiali utilizzando piccole travi a L in acciaio a forma alberi, avvolte con polivinilidenfluoruro (PVDF) – un materiale piezoelettrico – e sono stati in grado di produrre circa 2 volt di energia.

La piezoelettricità può essere generata da una varietà di materiali e potrebbe essere un enorme passo in avanti per le energie rinnovabili. Staremo a vedere.

Energy storage: il microchip impara ad accumulare energia

Dal sito Internet http://www.rinnovabili.it/innovazione/energy-storage-microchip-supercondensatore-666/

ENERGY STORAGE: IL MICROCHIP IMPARA AD ACCUMULARE ENERGIA

Dopo più di mezzo decennio di speculazioni, modelli sperimentali e test, un team internazionale di ricercatori è riuscito a mettere a punto un nuovo processo di fabbricazione che consentirà ai microchip e alle fonti energetiche che li alimentano di divenire un tutt’uno. Il lavoro, condotto da Yury Gogotsi della Drexel University e Patrice Simon, della Paul Sabatier University di Tolosa, si è concentrato sui processi di sintesi dei dispositivi di energy storage, e più precisamente sui film di carbonio e i micro-supercapacitors. La scoperta, segnalata nell’edizione del 12 febbraio della rivista Science, è il culmine di anni di ricerca in collaborazione con il team che ha creato nel 2010 la prima pellicola di carbonio per supercapacitors.

L’obiettivo era quello di riuscire a dimostrare di poter accoppiare fisicamente il circuito integrato di un dispositivo elettronico con la sua fonte d’alimentazione. “Questo ci ha portato via un po’ di tempo, ma avevamo fissato un importante obiettivo: non solo produrre un dispositivo di accumulo dell’energia piccolo come un microchip, ma anche di farne in grado di far parte dell’architettura stessa del microchip e facilmente integrabile nei tradizionali processi di fabbricazione dei circuiti integrati in silicio”, spiega Simon.

Il cuore dello studio era dunque riuscire a far sposare la tecnologia dei supercondensatori di nuova generazione con la produzione attuale dei microchip. Sul primo fronte la ricerca ha fatto passi da gigante creando vere e proprie pellicole di supercapacitors costituite da un sottilissimo “sandwich” di un elettrolita tra due elettrodi in carbonio. Questi elementi sono in grado di memorizzare una grande quantità di energia rispetto alle loro dimensioni ridotte, possono essere caricati e scaricati in maniera estremamente rapida e la loro durata di vita è (teoricamente) quasi illimitata.

Riuscire a integrarli nel campo della microelettronica presenterebbe dunque più di un vantaggio.

Come parte della ricerca, il gruppo ha mostrato come depositare film di carbonio su wafer di silicio in una varietà di forme e configurazioni per creare decine di supercondensatori su un unico lingotto. Per raggiungere il loro obiettivo gli scienziati hanno depositato sulla superficie di una pellicola rivestita di ossido di silicio, uno strato relativamente spesso di carburo di titanio (TiC) un materiale refrattario ceramico. Dopo un passaggio detto clorazione, il TiC è trasformato in un film poroso di carbonio che può a sua volta essere convertito in un condensatore elettrochimico, altamente flessibile. Il metodo dei ricercatori per il deposito di carbonio su un wafer di silicio è in linea con le procedure di fabbricazione di microchip attualmente in uso, facilitando così le sfide di integrazione di dispositivi di energy storage nell’architettura dei dispositivi elettronici.

Il CNR inventa un drone per risparmiare su acqua e pesticidi

Dal sito Internet http://www.e-gazette.it/sezione/tecnologia/cnr-inventa-drone-risparmiare-acqua-pesticidi

IL CNR INVENTA UN DRONE PER RISPARMIARE SU ACQUA E PESTICIDI

L’Area di ricerca di Pisa del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) ha creato Efesto, un prototipo di drone che sarà utilizzato nei settori dell’agricoltura di precisione, che mira a ridurre al minimo gli impatti ambientali dei sistemi produttivi. Presentato nei giorni scorsi alla Fiera Agricola di Verona, sarà impiegato nell’agricoltura di precisione e in viticoltura.

Il modello ha sistemi multisensoriali messi a punto e sviluppati dall’Istituto di Scienze e Tecnologie dell’Informazione (ISTI-CNR), dall’Istituto di Biometeorologia di Firenze (Ibimet-CNR) e dal gruppo Refly del CNR pisano. Prodotto da Sigma Ingegneria, attiva nel settore da oltre dieci anni, Efesto impiega sensori termici multispettrali e iperspettrali. La risoluzione a terra è dell’ordine dei 3 cm/pixel, il che rappresenta un grande passo in avanti rispetto ai 5-25 m/pixel ottenuti con una rilevazione satellitare.

“Grazie a Efesto abbiamo la possibilità di acquisire dati provenienti da più sensori contemporaneamente e ad altissima risoluzione, in modo da poterli elaborare assieme. Dalla fusione di questi dati saranno ottenute indicazioni che mirano a ridurre al minimo gli impatti ambientali dei sistemi produttivi”, dice Alessandro Matese dell’Ibimet-CNR. “L’agricoltura di precisione troverà una forte implementazione, in quanto si potranno, per esempio, aggiustare i parametri della semina, la modulazione delle dosi di fertilizzante, l’applicazione sito-specifica dell’acqua, dei pesticidi, degli erbicidi. Utilizzando le mappe prodotte da drone, si applica una strategia di deficit irriguo che può portare ad un risparmio di acqua del 25%”.

Le prime applicazioni dell’agricoltura di precisione si basavano principalmente sull’elaborazione di immagini da satellite, sui sistemi GPS, sui sistemi informativi geografici. “Il drone dà la possibilità di voli ripetuti, acquisizione di immagini visibili termiche e multispettrali georiferite e l’elaborazione post volo dei dati per la mosaicatura”, aggiunge Ovidio Salvetti dell’ISTI-CNR, “dati ed immagini che possono essere integrati in una rete e fornire così informazioni in tempo reale grazie anche ai recenti progressi nelle tecnologie di trasmissione radio e la possibilità che queste hanno di interfacciarsi con Internet”.

Le strade produrranno energia pulita in Francia: 1.000 km di pannelli fotovoltaici in 5 anni

Dal sito Internet http://www.greenme.it/informarsi/energie-rinnovabili/19125-solar-road-wattway-strade-solari-francia

LE STRADE PRODURRANNO ENERGIA PULITA IN FRANCIA: 1.000 KM DI PANNELLI FOTOVOLTAICI IN 5 ANNI

di Francesca Mancuso

Un solo chilometro basterà a soddisfare il fabbisogno di energia elettrica di 5.000 persone. In Francia si punta alle strade solari. Il governo francese prevede di inaugurare 1.000 chilometri di strade ricoperte da pannelli fotovoltaici entro i prossimi cinque anni, fornendo energia pulita a milioni di persone. È il progetto WattWay di Colas.

Il risultato di cinque anni di ricerca tra la società francese di costruzione di strade e l’Istituto nazionale francese per l’energia solare (INES) potrebbe presto vedere i primi frutti. Le strade dei cugini francesi potrebbero dunque sovrapporre alla copertura in asfalto già esistente uno speciale sistema di pannelli fotovoltaici, in grado di produrre energia elettrica e di metterla immediatamente a disposizione delle famiglie.

Grazie alla combinazione di tecniche di costruzione di strade e di sistemi fotovoltaici, Wattway fornisce energia pulita e rinnovabile adatta a tutti i tipi di traffico. E tutto senza rubare spazio a terreni agricoli e paesaggi naturali, contribuendo ad aumentare la quota di elettricità prodotta dalle rinnovabili.

Secondo la società, 20 mq di pannelli Wattway forniscono elettricità sufficiente ad alimentare una casa singola.

Come conciliare la fragilità delle celle fotovoltaiche alla struttura robusta di una strada? Wattway è stato pensato proprio per superare questo limite, grazie a celle inserite in strati sovrapposti che assicurano la tenuta e l’aderenza degli pneumatici. Il materiale è spesso appena pochi millimetri, favorendo anche l’adattamento alla dilatazione termica della pavimentazione.

Secondo Colas, è rivoluzionario anche per un’altra ragione, la facilità di installazione: “Non c’è bisogno di rimuovere la struttura esistente, Wattway può essere applicato direttamente sulla pavimentazione senza necessità di opere di ingegneria civile”.

“L’effetto massimo del programma, in caso di successo, potrebbe essere quello di soddisfare il fabbisogno elettrico di 5 milioni di persone, pari a circa l’8% della popolazione francese”, ha detto il ministro dell’ecologia, dello sviluppo sostenibile e dell’energia Ségolène Royal.

E in Italia?

Internet of Things, una rete di vantaggi calerà su Milano

Dal sito Internet http://www.tekneco.it/ambiente/internet-of-things-una-rete-di-vantaggi-calera-su-milano/

INTERNET OF THINGS, UNA RETE DI VANTAGGI CALERÀ SU MILANO

di Andrea Ballocchi

«Siamo in missione per costruire una rete Internet of Things aperta, condivisa e globale». È il motto che campeggia nel sito web di The Things Network (http://thethingsnetwork.org) dell’iniziativa che si sta diffondendo in tutto il mondo e di cui fanno parte gruppi di lavoro in 31 città sparse in tutti i continenti. Da poco ne fa parte anche Milano, prima città in Italia, grazie al lavoro portato avanti da un team di persone e di aziende coordinato da Giovanni Besozzi, Channel & Business development manager di iNebula. È con lui che approfondiamo caratteristiche e opportunità prospettate dall’applicazione dell’“internet delle cose” per rendere più smart le città.

Secondo stime di Gartner, nel 2020 ci saranno 26 miliardi di oggetti connessi nel mondo. Secondo ABI Research saranno più di 30 miliardi, mentre altri istituti si sbilanciano prospettandone circa 100 miliardi. Ma, dati a parte, quali sono i riflessi pratici per i cittadini dell’Internet of Things nella vita quotidiana?

Partiamo da una premessa: la tecnologia è giunta a un avanzamento tale che oggi si riesce a miniaturizzare le funzionalità principali di un computer. Da qui si arriva alla possibilità di dotare qualsiasi oggetto di capacità sensoristica e trasmissiva. In pratica qualsiasi prodotto non intelligente e non interconnesso può essere dotato di una “intelligenza elettronica”, inserendo un banale sensore in grado di fornire indicazioni varie, che possono spaziare dal posizionamento dell’oggetto stesso al momento della sua attivazione nel corso della giornata all’invio di dati sul suo funzionamento. Una volta inseriti i sensori si possono ottenere dati utili per gestire la termoregolazione degli ambienti, per rendere “intelligente” il traffico cittadino, l’illuminazione pubblica o il sistema parcheggi fino alla possibilità di monitorare la qualità dell’aria o dell’acqua.

Come entra in gioco questa capacità di interconnessione in termini di efficienza energetica, specie in edilizia?

Esistono soluzioni – che stanno incontrando un lusinghiero riscontro commerciale – riguardanti l’energy management, in ambito residenziale e industriale, permettendo di tenere sotto controllo i consumi energetici. Solo in ambito domestico, avere la percezione dei propri consumi consente di adottare un comportamento più attento, tenendo in considerazione che già solo 1° C in meno in un determinato locale consente risparmi dell’8-10% con benefici economici e ambientali.

Cosa si prefigge The Things Network? Come si caratterizza, in particolare, il gruppo di lavoro milanese?

TTN è un’iniziativa partita ad agosto 2015 ad Amsterdam da un team che nel giro di sei settimane ha “coperto” l’intera area urbana cittadina con meno di 10 punti di accesso wireless. Ha una tipologia di approccio che punta a creare una rete globale obbedendo al concetto di crowdsourced, cioè “dal basso” – con la partecipazione sia di singole aziende del territorio sia di cittadini interessati – aperta a tutti e decentralizzata. La proposta ha preso piede in altre città e personalmente mi sono attivato a cavallo di agosto e settembre, riuscendo a mettermi in contatto successivamente con il network di Amsterdam e ho cominciato a ragionare con una serie di persone e di aziende (tra queste iNebula, per cui lavoro, e GFMnet) per capire se potessero essere interessate a sviluppare un’esperienza analoga su Milano. Non si tratta di una startup, ma di una community free in evoluzione costante che ha portato all’inizio dell’anno all’avvio di un gruppo di lavoro vero e proprio.

La rete IoT milanese sarà realizzata utilizzando il sistema Lo.Ra. WAN (Long Range WAN), quale tecnologia radio di accesso. Le ragioni di questa scelta?

È una tecnologia trasmissiva di accesso in modalità wireless dedicata all’Internet of Things particolarmente indicata per trasportare dati provenienti da moltissimi oggetti che trasmettono poche cose durante l’arco temporale di una giornata. È stata scelta anche perché richiede punti di accesso realizzati con costi hardware molto bassi in grado di coprire un territorio molto ampio. Quindi con investimenti decisamente limitati, ma con tecnologie di ultima generazione: con meno di dieci gateway abbiamo la ragionevole certezza di coprire l’intera città di Milano. C’è poi da dire che sugli standard tecnologici si assiste a dispute continue su quale sarà o saranno quelli prevalenti nel prossimo futuro. È una situazione in costante evoluzione.

Che costi comporta creare una copertura IoT per una città come Milano?

Presto detto: l’azienda per cui lavoro ha previsto che per attivare un gateway sul tetto del proprio stabile dovrà stanziare un investimento di circa 1.800 euro con cui è possibile coprire qualche chilometro. Per creare la rete di accesso cittadina ne potrebbero servire dieci o anche meno. Avvieremo comunque indagini sul territorio per verificare, ma l’infrastruttura completa è abbastanza semplice: consta di una rete, sensori, una centrale di raccolta dati e su questa piattaforma una soluzione perché tali dati siano resi disponibili su web, su mobile, eccetera.

Quali le applicazioni pratiche?

Come in parte detto, fra i possibili utilizzi si va dal controllo della qualità dell’aria, ai sensori per favorire una mobilità intelligente, dal monitoraggio di aree soggette ad allagamenti (soluzioni di resilienza) al controllo energetico degli stabili comunali (smart building), fino alla gestione intelligente della pubblica illuminazione (smart lighting). L’aspetto interessante di questo tipo di tecnologia è che rende possibile, con costi sempre più limitati, la possibilità di rendere intellegibili dati utili a vari scopi e ambiti.

Quali sono le prossime fasi del gruppo di lavoro meneghino?

Questo mese cercheremo dei contatti con la pubblica amministrazione cittadina e regionale perché mi piacerebbe che questi due enti potessero portare avanti una sponsorship su questo genere di iniziativa tecnologica. A livello operativo, contiamo di avere qualche gateway operativo già a marzo-aprile ed entro l’inizio estate contare su qualche servizio già fruibile e una copertura ragionevole della città. In tutto questo sarà importante capire quale risposta si avrà dagli enti pubblici perché loro potrebbero svolgere un ruolo trainante.

Il cittadino come potrà venire a conoscenza e fruire di questa struttura?

A livello concettuale avverrà un po’ come con il wi-fi free che si trova in albergo, in una piazza o in un locale, o con l’ADSL: si potrà usufruire di un servizio a disposizione, ottenendone dati e benefici. Ad Amsterdam il primo servizio erogato, supportato dall’amministrazione locale, è stato quello di utilizzare un sistema di sensoristica per segnalare la presenza di acqua nelle barche, un servizio certamente utile in una città costruita su una rete di canali artificiali (lunga più di cento chilometri – nda). Ora che nel network vi sono una trentina di città aderenti, si assisterà a un’espansione di iniziative simili di utilità pubblica e potenzialmente replicabili.

In Italia, oltre Milano c’è già qualche altra città aderente?

Potenzialmente sì, ma ufficialmente in questo momento non c’è. Tuttavia non escludo che ci sia già qualcuno che ci stia pensando.