Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Dal settimanale gratuito Il Caffè n. 373 (dall’8 al 14 settembre 2016)

GOMME BUCATE PER DIFENDERE GLI INDIANI

di Bianca Francavilla

«Due gomme dell’auto squarciate. Sarà stato un animale senza dubbio». Vittima della chiara intimidazione avvenuta nei giorni scorsi è Marco Omizzolo, conosciuto da tutti perché al fianco degli indiani sikh nella loro lotta alla conquista dei diritti. L’ironia della sorte ha voluto che i cattivi che solitamente se la prendono con la comunità stanziata a Latina abbiano scelto lui. Non è la prima volta: Omizzolo ha già ricevuto altre minacce velate ed esplicite. Tutte denunciate alle forze dell’ordine.

È conosciuto da tutti come l’eroe degli indiani sikh. Cosa l’ha spinta a prendere a cuore la loro categoria?

«In primis, non sono un eroe. Questo è un aspetto fondamentale. Sono un sociologo originario della provincia di Latina che sulla comunità indiana pontina ha condotto la sua ricerca di dottorato. Sono entrato in un “mondo” complesso in cui a volte sfruttato e sfruttatore si confondono, in cui la stessa consapevolezza delle persone di essere sfruttate viene meno o è poco considerata. Basti pensare che almeno fino a tre anni fa il termine e concetto di caporale non era presente nel vocabolario e cultura indiana. Mi impegno su questo tema insieme alla cooperativa In Migrazione, di cui sono presidente, perché considero sbagliato un sistema di produzione e di potere fondato sulla prevaricazione, sull’illegalità, sullo sfruttamento. Per questa ragione ho deciso di unire alla mia attività di ricercatore quella del giornalista di inchiesta e propriamente lavorativa della cooperativa. Lo scopo è combattere lo sfruttamento e il caporalato per rendere la provincia di Latina e il modello agricolo e poi sociale di riferimento migliore, ossia pienamente legale, includente e civile per tutti, italiani inclusi».

La provincia pontina conta una popolazione di circa 30.000 indiani sikh impiegati nell’agricoltura. Eppure, prima dell’interesse suo e del sindacato FLAI CGIL sembravano invisibili. Perché?

«Perché vivevano ai margini sociali, da intendere non solo come abitanti degli spazi rurali ma anche ai margini della nostra riflessione, attenzione e rete sociale di riferimento. Erano sfruttati ed esclusi dai processi di partecipazione sociale e civile del paese. Questo generava un corto circuito che li esponeva ancora di più alle mire di sfruttatori, trafficanti e caporali, che tengo a sottolineare, sono sia italiani che indiani che appartenenti ad altre nazionalità. Non esiste un discorso etnico o nazionalistico in questo caso. Esistono sistemi di potere e di interessi costituitisi che producono sfruttamento e illegalità. La loro marginalità ed emarginazione era ed è una delle ragioni del loro sfruttamento».

Nel luglio 2015 è terminato il corso di italiano che, per loro, significava molto più che alcune nozioni di grammatica. È stato bruscamente interrotto e dalla Regione non sono più arrivati fondi. È così poco importante permettere ai 30.000 indiani di integrarsi?

«Quel progetto, denominato Bella Farnia, è diventato best practice per il CNR, riconosciuto di livello internazionale per come era stato progettato, organizzato e per la metodologia applicata tanto da aver attirato l’attenzione della stampa tedesca e danese, oltre a quella nazionale. Abbiamo costruito un legame profondo e intenso con molti lavoratori e lavoratrici, sino a portare alle prime denunce contro caporali e datori di lavoro, peraltro di aziende di rilevanti dimensioni e di livello internazionale. Per questo progetto la relazione con la Regione Lazio è stata fondamentale e va ripresa quanto prima. È chiaro che non basta un progetto di sei mesi per affrontare il tema e dare un contributo forte al suo superamento. Servono progetti professionali e di lungo periodo. Non è rilevante che li faccia In Migrazione, esistono diverse realtà qualificate. L’importano è che vengano adeguatamente finanziati, realizzati con professionalità elevate e abbiano un respiro lungo. Il rischio altrimenti è di deludere le aspettative di chi ha avuto il coraggio di denunciare e di fidarsi di noi».

C’è un giro di droga taciuto dietro lo sfruttamento degli indiani nei campi?

«Esiste il problema dell’utilizzo di sostanze stupefacenti e soprattutto bulbi di papaveri dietro lo sfruttamento lavorativo che vede un’alleanza perversa tra alcuni indiani e alcuni italiani. Questo tema è stato denunciato con il dossier di In Migrazione “Doparsi per lavorare come schiavi”. Le storie raccontate sono drammatiche e continuiamo a raccoglierne durante i nostri incontri e assemblee coi lavoratori. Le azioni delle forze dell’ordine sono state fondamentali. Ci sono stati importanti arresti. Ma è necessario costruire una serena e collaborativa alleanza tra le istituzioni, le realtà associative più impegnate sul tema, i sindacati e le categorie datoriali per sconfiggere una piaga che rischia di trasformarsi presto in una nuova forma di criminalità organizzata con implicazioni gravi sul piano del lavoro, dei diritti e più in generale della legalità».

Lei insegna agli indiani a non abbassare la testa di fronte a chi li comanda. Ma la settimana scorsa è stato lei a trovare le gomme dell’auto bucate. E non è la prima volta che riceve minacce.

«È vero e continuiamo a non abbassare la testa. Quell’episodio è stato subito denunciato in Questura. Non è la prima volta che capita. In passato ci sono stati episodi analoghi, compresa una “macchina del fango” che mirava a denigrare la mia persona e i sindacati. Ogni episodio è stato denunciato, ogni minaccia diretta o via social è stata denunciata anch’essa e continueremo a farlo. Devo a questo riguardo ringraziare quanto hanno manifestato solidarietà e vicinanza alla mia persona. È stata la dimostrazione che stiamo lavorando nella direzione giusta e che il muro di indifferenza che circondava questo tema fino a qualche anno fa è gravemente lesionato. Per abbatterlo completamente è ora necessario accelerare nel contrasto sociale e poi giudiziario allo sfruttamento lavorativo e ad ogni crimine ad esso connesso».

Due euro l’ora e oppio per non faticare

Gli indiani sikh stanziali nella provincia pontina sono circa 30.000. Risiedono soprattutto nel quartiere Bella Farnia di Latina e raggiungono le aziende agricole dove lavorano rigorosamente a bordo di una bicicletta. Il loro guadagno medio è di due euro l’ora e spesso, per sopportare le fatiche fisiche, fanno uso di sostanze stupefacenti di tipo oppiaceo. Negli ultimi anni, grazie all’interesse di Marco Omizzolo, di In Migrazione e del sindacato FLAI CGIL hanno iniziato ad alzare la testa e protestare contro i caporali che si approfittano di loro.

Cosa potrebbe fare la politica?

«Decidere in primis – spiega Omizzolo – di impegnarsi su questo fronte, anche a costo di perdere in una prima fase qualche decina di voti. In Regione Lazio riposa una legge contro il caporalato da anni. Crediamo sia arrivato il tempo di rivederla, migliorarla se possibile, e approvarla. Si devono rivedere i servizi sociali, migliorare la collaborazione tra tutte le realtà istituzionali, migliorare le performance dell’Ispettorato del Lavoro, collaborare attivamente con le categorie datoriali. Ricordo che esistono due studi di grande importanza internazionale a tale proposito, come quello “Agromafie caporalato” della FLAI CGIL e “Agromafie” dell’Eurispes e Col diretti che ogni anno accendono un riflettore sul pontino. È tempo di unire gli sforzi per migliorare una condizione diventata insopportabile e sempre più tesa. Il ruolo della politica è dunque fondamentale, a partire dalla Regione e dai Comuni interessati dal fenomeno».

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