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Dal sito Internet http://www.e-gazette.it/sezione/energia/dibattito-trivelle-botta-risposta-eni-greenpeace

IL DIBATTITO SULLE TRIVELLE. BOTTA E RISPOSTA TRA ENI E GREENPEACE

Dopo le accuse di contaminazione dei mitili (“peoci”) raccolti in Alto Adriatico, accuse espresse da Greenpeace, l’ENI “conferma l’adozione dei più elevati standard e linee guida internazionali nella gestione delle attività in tutti i contesti in cui opera, primo fra tutti l’ambiente marino. In particolare, gli impianti offshore di ENI nel Mare Adriatico – afferma la compagnia – sono dedicati alla produzione di gas naturale, la più sostenibile tra le fonti fossili, ed operano da sempre nel pieno rispetto delle leggi e delle prescrizioni vigenti. Rigidi controlli ambientali vengono eseguiti da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e dalle Capitanerie di Porto, coadiuvante dalle ARPA locali”.

L’ENI, secondo le normative, fornisce al Ministero dell’Ambiente un rapporto annuale sulle caratteristiche quantitative e qualitative delle acque e delle attività effettuate sulle piattaforme. “Le analisi svolte dagli enti di controllo e i rapporti di ENI confermano che non vi sono criticità per l’ecosistema marino riconducibili alle attività di produzione di idrocarburi in nessuna delle matrici ambientali monitorate. I dati elaborati nello studio di Greenpeace sono stati estrapolati da tali rapporti di monitoraggio presentati da ENI al MATTM negli ultimi 3 anni e relativi a 34 piattaforme. Nel merito di quanto riportato nel documento pubblicato da Greenpeace è necessario precisare che i limiti presi in considerazione da Greenpeace per le sostanze oggetto di monitoraggio non rappresentano limiti di legge definiti per valutare l’eventuale inquinamento derivante da una specifica attività antropica”.

Tali valori – specifica la compagnia – sono utilizzati da ISPRA come riferimento tecnico nelle relazioni di monitoraggio dell’ecosistema marino circostante le piattaforme unicamente per valutarne le eventuali alterazioni, sulla base di un confronto con standard di qualità utilizzati per aree incontaminate. “I limiti presi a riferimento da Greenpeace, ossia gli standard di qualità ambientale definiti nel D.M. 56/2009 e D.M. 260/2010, sono utilizzati per definire una classificazione comune a livello europeo circa lo stato di salute di un ambiente incontaminato in corpi idrici superficiali e riguarda, pertanto, le acque marine costiere all’interno della linea immaginaria distante 1 miglio nautico (circa 1,8 km) dalla linea di costa, mentre tutte le 34 piattaforme, oggetto dell’analisi, sono ubicate ad una distanza dalla costa compresa tra 6 miglia (10,5 km) e 33 miglia (60 km). Circa quanto riportato da Greenpeace sull’inquinamento da idrocarburi nel Mediterraneo, è utile ricordare che studi effettuati da università e istituti scientifici evidenziano che per il 60% tale inquinamento deriva da scarichi civili e industriali e per il 40% dal traffico navale, che riversa in mare circa 150.000 ton/anno di idrocarburi. Insignificante, invece, l’apporto dell’attività petrolifera (< 0,1%)”.

In particolare, aggiunge l’ENI, “con riferimento ai mitili che crescono spontaneamente sulle gambe delle piattaforme, in particolare sugli impianti ubicati nelle aree marine antistanti la costa romagnola, esiste da molti anni un accordo tra ENI ed i pescatori ravennati per la raccolta. La Cooperativa Pescatori di Ravenna è autorizzata alla raccolta e commercializzazione delle cozze per uso alimentare da parte della Regione Emilia Romagna e i molluschi sono soggetti a continui controlli da parte della ASL sulla componente biologica, metalli e idrocarburi, prima dell’autorizzazione all’immissione sul mercato. La normativa sanitaria prevede analisi molto specifiche: sulle biotossine (PSP, ASP, Acido okadaico, Yessotossine, Azasparacidi); batteriologiche (Escherichiacoli, Salmonelle) e chimiche (Pb – piombo, Hg – mercurio, Cd – cadmio). A partire dal 1991 vengono realizzate ogni anno circa 900 analisi per tutti gli impianti di allevamento mitili e piattaforme offshore presenti sul territorio regionale. Come indicato nello studio di Greenpeace, anche ISPRA effettua un monitoraggio che è finalizzato a valutare gli eventuali effetti dell’attività delle piattaforme sugli organismi filtratori (i mitili). Per fare questo ISPRA confronta i risultati delle analisi sui mitili prelevati dalle piattaforme con le analisi effettuate su mitili cresciuti in aree incontaminate (es. Portonovo). Alla luce di tale confronto, sebbene i mitili che nascono sui piloni delle piattaforme presentino in alcuni casi concentrazioni di alcuni parametri superiori a quelli prelevati in aree incontaminate, ISPRA conclude sulla base di anni di analisi che l’effetto sugli ecosistemi marini prossimi alle piattaforme non è significativo: “le concentrazioni medie dei metalli nei tessuti dei mitili non differiscono dai valori tipici medi stagionali misurati in organismi di ambienti non perturbati e/o rientrano nel normale range di variabilità, misurato su base annuale, in una popolazione di mitili di riferimento presi nel sito costiero di Portonovo” e che “i valori di IPA risultano in linea rispetto alle concentrazioni rilevate in popolazioni naturali di mitili raccolti in Adriatico nella stessa stagione”. Alla luce delle analisi e dei controlli svolti, si può escludere che i mitili provenienti dalle piattaforme e commercializzati comportino alcun tipo di rischio per la salute delle persone”, conclude la compagnia.

La replica di Greenpeace

Greenpeace accoglie con soddisfazione la nota con cui l’ENI ammette la legittimità dei riferimenti menzionati dall’organizzazione ambientalista. “I riferimenti utilizzati per la stesura di questo report sono infatti gli stessi normalmente utilizzati non solo da ISPRA, ma soprattutto dal Ministero dell’Ambiente che, tra l’altro, utilizza correntemente questi parametri nelle prescrizioni relative all’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) per le emissioni in mare degli impianti di estrazione e trasporto di idrocarburi. I livelli di concentrazione limite a cui si fa riferimento ENI sono gli standard di qualità ambientale (Sqa), definiti dalle normative vigenti come i valori limite da non superare per definire il “buono stato” chimico dell’ambiente”.

Greenpeace aggiunge che, laddove non esistono dei limiti di riferimento, come ad esempio per i metalli, l’ENI afferma che solo in “alcuni casi” il confronto tra le concentrazioni di queste sostanze misurate in mitili (le comuni cozze) raccolti presso le piattaforme mostra valori più alti rispetto a quelli registrati in campioni di mitili cresciuti in aree incontaminate (Portonovo).

“Il confronto effettuato da Greenpeace purtroppo evidenzia l’esatto contrario. Infatti, solo per citare alcuni esempi, l’82% dei campioni di mitili per quel che riguarda il cadmio, il 77% per il selenio, il 63% per lo zinco mostra valori più alti rispetto a quelli registrati nei campioni di Portonovo. Si tratta di alcuni metalli che costituiscono i cosiddetti “anodi di sacrificio”, ovvero strutture volte a proteggere dalla corrosione le strutture metalliche delle piattaforme. Nella sua nota, ENI continua a parlare di rigidi controlli sui mitili che crescono sulle piattaforme e destinati alla commercializzazione ma Greenpeace, che da una settimana ha chiesto questi dati all’Agenzia Regionale per l’Ambiente della Regione Emilia Romagna e all’Agenzia USL Romagna, non ha sinora ricevuto alcuna risposta. Se ci sono, queste analisi restano segrete: che aspettano ENI, Cooperative della Pesca e organismi competenti a mostrarle in pubblico? Non serve molto per tranquillizzarci rispetto alla salubrità degli ingenti quantitativi di cozze, dell’ordine di diecimila quintali l’anno, secondo quanto leggiamo sui media, immesse sul mercato da decenni”.

Nel frattempo, a parere dell’associazione, restano in sospeso almeno due interrogativi. “Se il Ministero ha evidenze che dimostrano il superamento dei limiti di riferimento fissati per le piattaforme che sversano in mare le acque di produzione, perché non fa nulla? E, seconda domanda, dove sono – se ci sono – i dati del monitoraggio delle restanti piattaforme, un centinaio circa, di cui il Ministero non ci ha fornito dati?”.

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