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COME SI CONTROLLA SE L’ACQUA DI RUBINETTO (E NON SOLO) È BUONA

di Andrea Barolini

È meglio bere l’acqua di rubinetto o quella in bottiglia? Molti di noi si sono posti questa domanda e non tutti si sono dati una risposta. Facciamo allora un passo indietro, e verifichiamo quali sono le regole che le due tipologie di acque devono soddisfare nel nostro Paese.

In Italia quella che esce dal rubinetto è una risorsa che deve essere monitorata in modo puntuale e severo. A farlo sono le aziende che gestiscono le reti idriche e la distribuzione della risorsa sul territorio, assieme alle ASL di competenza. Mentre a disciplinare le caratteristiche che l’acqua potabile deve presentare, compresi i limiti specifici per le sostanze in essa contenuta, è ovviamente la legge.

Lo stesso vale per l’acqua in bottiglia. Ma, come spiegato dall’Istituto Superiore di Sanità nel documento “L’acqua del rubinetto è buona, ma non ci fidiamo”, firmato da Massimo Labra e Maurizio Casiraghi, dell’Università Bicocca di Milano, esistono delle differenze: “Un elemento cruciale per le acque minerali naturali – spiegano – è che esse non devono subire alcun trattamento di potabilizzazione”. Fatti salvi alcuni procedimenti minimi previsti da una direttiva europea. In altre parole, devono essere imbottigliate senza alcuna modificazione.

Acqua di rubinetto e minerale: regole diverse

La ragione è semplice: alcune acque minerali possono essere curative, ed è per questo che le regole alle quali sottostanno sono diverse rispetto all’acqua di rubinetto. Alterarle potrebbe infatti compromettere talune caratteristiche, e per questo si è deciso di commercializzarle senza trattamenti. Per gli stessi motivi, anche le regole in termini di concentrazione di alcune sostanze possono variare tra le acque di rubinetto e quelle in bottiglia: “Se in alcuni casi – prosegue l’ISS – i limiti di parametro sono identici per le differenti tipologie di acqua, per composti come vanadio, zinco, alluminio, ammonio, cloruro, solfati e sodio non sono previsti per legge dei valori limite per le acque minerali”.

Ma non è tutto. Grandi differenze sussistono anche in materia di controlli: se infatti l’acqua di rubinetto è monitorata costantemente, quella minerale, secondo la legge, deve esserlo almeno una volta ogni 12 mesi, attraverso un’analisi che viene effettuata da un laboratorio autorizzato, a cura dell’azienda. “Sulla base di questo confronto – osserva l’ISS – si evince come le acque distribuite dagli acquedotti siano più controllate rispetto a quelle minerali”.

Come riconoscere un’acqua “buona”

Fin qui le regole. Ma più in generale, quand’è che un’acqua può essere considerata “buona”? I parametri ai quali occorre fare riferimento sono numerosi. Uno di questi è il residuo fisso, che esprime il quantitativo di sali disciolti in un’acqua: la loro presenza è necessaria per l’organismo umano, ma un’eccessiva quantità può risultare dannosa.

Il pH, invece, indica il grado di acidità: se eccessivo, l’acqua a contatto con le tubature metalliche potrebbe trascinare con sé alcuni elementi che possono risultare sgradevoli al gusto (come ferro o manganese) o addirittura tossici (come nel caso del piombo). La durezza, poi, indica il contenuto di calcio e magnesio: qualora esso sia troppo alto, le acque potrebbero alterare il gusto dei cibi nonché produrre incrostazioni nelle tubature, negli elettrodomestici o ancora nelle caldaie.

Attenzione ai metalli pesanti

Altri elementi da tenere sott’occhio sono il sodio, che in quantità troppo elevate non è consigliato per persone con problemi cardiocircolatori; il calcio, che se eccessivamente presente può essere utile in gravidanza o per i malati di osteoporosi; il bicarbonato, che può aiutare a stimolare la digestione.

Ancora, è bene monitorare il quantitativo di fluoro – che non deve superare determinate quantità (si rischiano problemi di calcificazione delle ossa) – e di nitrati, che possono essere indice di infiltrazioni di fertilizzanti utilizzati in agricoltura. Esiste infine una serie di elementi essenziali per l’organismo umano ma che se assunti in quantità elevate diventano tossici: è il caso di rame, selenio e cromo, ad esempio.

Altre sostanze, invece, non forniscono alcun apporto in termini nutritivi: al contrario, esse sono pericolose per la salute. Rientrano in questa categoria i metalli pesanti come piombo, arsenico, cadmio, nichel o mercurio. Si tratta di sostanze figlie spesso delle attività umane (ad esempio industriali): veri e propri veleni i cui valori non devono superare limiti molto stringenti previsti dalla legge, nell’ordine dei microgrammi (milionesimi di grammo). Ad esempio, bastano 5 microgrammi di cadmio per metro cubo d’acqua per far sì che essa non sia più considerata potabile.

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