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Dal sito Internet http://www.greenews.info/rubriche/and-the-winner-is-il-primato-delle-infrazioni-europee-dellitalia-va-allambiente-20160229/

AND THE WINNER IS… IL PRIMATO DELLE INFRAZIONI EUROPEE DELL’ITALIA VA ALL’AMBIENTE

di Beatrice Credi

Qual è il tema è il tema più ricorrente tra le 91 procedure di infrazione intraprese dall’Unione Europea nei confronti dell’Italia negli ultimi anni? Esatto, il premio Oscar per le normative più ignorate va a quelle ambientali. Dal 2003 ad oggi, infatti, 19 dossier – di cui 17 casi di violazione del diritto dell’Unione e 2 di mancato recepimento delle direttive europee – hanno come protagonista principale una tematica “green”. Venendo invece agli ultimi 12 mesi, il Belpaese è stato messo in mora ben 5 volte per inadempienze legate all’applicazione del diritto UE.

Per dare un senso a questi numeri è forse bene ricordare come funziona il sistema di sanzioni conseguente a una violazione degli obblighi derivanti dal diritto comunitario. Una procedura che si sviluppa in tre tappe. La prima fase è detta pre-contenziosa ed è di competenza della Commissione Europea. In via preliminare, quindi, la Commissione, qualora rilevi l’effettiva violazione di una norma di diritto dell’Unione Europea, concede allo Stato membro sottoposto alla procedura un termine di due mesi per presentare le proprie osservazioni tramite l’invio di una lettera di messa in mora. Qualora lo Stato interessato non risponda entro i termini o non fornisca chiarimenti soddisfacenti, la Commissione emette un parere motivato. Se lo Stato in causa, ancora, non si conforma al parere nel termine fissato dalla Commissione, si dà inizio alla seconda fase, quella giurisdizionale, attraverso un ricorso per inadempimento alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Che, se accerta la mancanza obbliga lo Stato a porre immediatamente rimedio alla violazione accertata. Se infine la Commissione ritiene che questo non abbia preso i provvedimenti che l’esecuzione della sentenza emessa dalla Corte comporta, allora può dar corso ad una ulteriore procedura di infrazione, terza fase, e ad un nuovo giudizio innanzi alla stessa Corte per l’esecuzione della sentenza, chiedendo il pagamento di una sanzione pecuniaria.

Non si tratta dunque solo di un avviso, ma di richieste ripetutamente ignorate da parte del nostro Paese. Il caso più recente, riguarda la direttiva 2008/98/CE, che impone alle Regioni di istituire dei piani di gestione dei rifiuti e agli Stati membri di approvarli e di aggiornarli ogni 6 anni. La Commissione Europea ha rilevato diverse inadempienze della maggior parte delle Regioni e Provincie Autonome italiane. Ma il tema dei rifiuti è piuttosto ricorrente rispetto alle 19 violazioni registrate dal 2003. Basti pensare che lo scorso anno l’Italia – alla faccia della spending review – ha pagato un ammontare complessivo di 150 milioni di euro solo per contenziosi inerenti a questo ambito.

Gli altri due episodi rilevati nel 2015 si riferiscono, invece, al mancato recepimento di direttive europee. Nel primo caso si tratta dell’adozione e comunicazione a Bruxelles delle misure europee sulla qualità della benzina e del diesel direttiva 2014/77/UE. La Commissione UE ha inviato un parere motivato, la seconda tappa delle procedure d’infrazione, per sollecitare l’applicazione della direttiva che ha l’obiettivo di aggiornare i riferimenti alle norme tecniche dei carburanti venduti all’interno dell’Europa. Questa doveva essere attuata entro lo scorso giugno, ma nonostante la lettera di messa in mora inviata all’Italia e ad altri 8 Paesi a luglio, l’Italia è il solo Stato membro a non aver ancora provveduto. Ora Roma ha due mesi di tempo per rispondere alle richieste di Bruxelles, altrimenti rischia di finire davanti alla Corte di Giustizia.

Nel secondo caso, l’Italia si deve adeguare alle norme europee che cercano di ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente delle pile scariche. La direttiva su pile elettriche e accumulatori stabilisce norme sulla commercializzazione e l’etichettatura delle pile contenenti sostanze pericolose, e prescrive agli Stati membri di fissare obiettivi quantitativi di raccolta e riciclaggio. Queste dovevano essere recepite entro l’inizio dello scorso luglio, ma l’Italia non aveva fornito alcuna informazione a Bruxelles, che le aveva inviato a settembre una lettera di messa in mora. L’Italia aveva successivamente comunicato alla Commissione le disposizioni legislative di cui era prevista l’adozione, ma non è poi mai giunta conferma dell’adozione ufficiale. La Commissione ha quindi deciso ora di inviare un parere motivato e, se Roma non si attiverà entro due mesi, potrà finire, anche in questo caso, davanti alla Corte di Giustizia UE.

L’Italia deve poi adottare tutte le misure necessarie previste dalle norme UE anti-rumore ambientale. La Commissione UE ha, infatti, inviato a Roma una lettera di messa in mora complementare, altrimenti si aggraverà la procedura d’infrazione. La direttiva stabilisce un approccio comune per evitare, prevenire o ridurre gli effetti nocivi dell’esposizione al rumore ambientale, basato sulla sua mappatura, sulla comunicazione al pubblico e sull’adozione di piani d’azione a livello locale. Ad oggi risulta che l’Italia abbia omesso di adottare queste tre misure per un numero considerevole di agglomerati, oltre che per i principali assi stradali e ferroviari. Anche per risolvere queste mancanze, dovute in parte all’inerzia di alcune autorità locali e regionali, lo scorso dicembre la Presidenza del Consiglio ha inviato un atto di diffida ai presidenti delle Regioni Campania, Sicilia e Lazio, con cui stabilisce una scadenza per la trasmissione delle mappe acustiche strategiche e dei piani di azione. In caso di mancato rispetto dei tempi, il governo avvierà la procedura di esercizio dei poteri sostitutivi, anche attraverso la nomina di commissari straordinari.

Imputata all’Italia anche l’infrazione della cosiddetta direttiva “Habitat” (92/43/CEE) riguardante la conservazione degli habitat naturali e semi-naturali e della flora e della fauna selvatiche. Si tratta della mancata designazione delle Zone Speciali di Conservazione (ZSC) e mancata adozione delle misure di conservazione. Anche in questo caso, come per la questione dei piani di gestione dei rifiuti, si è trattato di assenza di coordinamento tra Stato e Regioni, un classico della politica italiana.

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