Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Dal sito Internet http://comune-info.net/2016/02/353560/

SÌ, IL TEMPO DEL PETROLIO DEVE SCADERE

di Monica Pepe

I cittadini e le cittadine italiani saranno presto chiamati a votare su una questione molto importante, l’abolizione delle trivelle all’interno delle 12 miglia dalla costa di tutti i mari italiani: Adriatico, Jonio, Tirreno.

Al referendum del 17 aprile si voterà Sì per impedire che le compagnie petrolifere possano sfruttare i giacimenti di cui dispongono senza limiti di tempo, questione che peraltro attiene al semplice buonsenso prima di incorrere nelle trappole della concorrenza e nelle direttive europee.

Questa battaglia è nata grazie ai Comitati No Triv (www.notriv.com), una bella pagina del nostro Paese, di quelle che ti fanno ricordare che a fronte di tanti scempi e rassegnazione, i beni comuni in Italia sono una cosa seria non solo perché abbiamo un paese di rara bellezza ma perché abbiamo un movimento ambientalista fatto di persone competenti e appassionate.

Per la prima volta nella storia del nostro Paese 10 Regioni raccolgono la voce dei territori che rappresentano e la spinta dei movimenti che li abitano. Questo ne fa un referendum particolare, un inedito esercizio diretto della democrazia che potrà avvalersi di una pluralità di modi di agire la politica – di solito contrapposti – combattere una leale competizione per raggiungere lo stesso obiettivo.

Non è stata altrettanto democratica la prova del governo.

Renzi avrebbe potuto accorpare la consultazione alle elezioni amministrative di giugno con una semplice norma. Anticipare il referendum alla prima domenica utile per scongiurare che si raggiunga il quorum, costerà 360 milioni di euro di denaro pubblico, per ironia della sorte tanto quanto lo Stato incassa dalle royalties delle trivellazioni in un anno, tra le più basse al mondo.

Tanto ci costa la paura di Renzi di perdere questo referendum. Il premier sa che sarà solo l’inizio di una serie di consultazioni che giudicheranno il suo operato nel merito delle cose (Costituzione, scuola, lavoro, legge elettorale) e non le performance televisive che siamo obbligati a tracannare ogni giorno.

Allora prendiamo in prestito le parole di Renzi alla Conferenza del Clima di Parigi: “Agire ora” e mettiamole accanto ai dati del Coordinamento Free (Fonti Rinnovabili ed Efficienza energetica). Il 2015 è stato un anno in cui i posti di lavoro nel settore sono diminuiti da 37.000 unità del 2012 a 26.000.

L’Italia, secondo un’analisi di Oil change presentata in concomitanza con la Cop21, spende in finanziamenti pubblici agli inquinatori 42 volte il denaro che destina alle politiche climatiche. Ma allora cosa ci vengono a raccontare?

Perché Renzi non dice concretamente quale futuro vuole dare all’Italia e ai suoi impegni contro il cambiamento climatico? Perché invece di parlare di referendum della “disoccupazione” non dice qual è il suo piano nazionale sulle rinnovabili, dal momento che da 16 mesi l’eccesso di produzione petrolifera al mondo viene calcolato in 9-12 milioni di barili al giorno?

Questo referendum sarà il primo passo per garantire al nostro Paese una strategia energetica nazionale basata su energie rinnovabili ed efficienza energetica, e ha la possibilità di renderci protagonisti di una svolta epocale nella produzione di energia pulita.

L’eventuale esito positivo non farà perdere neanche un posto di lavoro, verranno solo riportate a scadenza contrattuale precedente le concessioni già rilasciate, mentre oggi le compagnie possono estrarre senza limiti di tempo.

Turismo, pesca, agricoltura sono invece settori che perderebbero migliaia di posti di lavoro, come ogni altra economia locale.

La sfida è portare 26 milioni di italiani a essere protagonisti di una grande battaglia democratica che intende pensare alle generazioni future, a partire dal recupero del dominio dell’uomo sulla conoscenza della natura e non dell’esaurimento delle sue risorse.

Questione affatto separata da un modello di convivenza civile che non può prescindere dal rispetto della casa comune, il cui valore intrinseco si traduce in produzione materiale e sociale se non viene indicato come sovrapponibile o intercambiabile al 100% con interessi economici o di natura predatoria.

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