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Tortura, guerra e media

Dal sito Internet http://comune-info.net/2016/02/tortura-guerra-legittimazioni-mediatiche/

TORTURA, GUERRA E MEDIA

di Fulvio Vassallo Paleologo*

Le affermazioni di Sergio Romano sul Corriere della Sera gettano una luce inquietante su un periodo terribile segnato dalla sparizione di Giulio Regeni al Cairo e poi dal ritrovamento del suo cadavere, con una ridda di contraddizioni che le autorità egiziane hanno rilanciato giorno dopo giorno, in modo da rendere evidente la volontà di coprire gli autori e i mandanti, e di perseverare nell’utilizzo della tortura come metodo di contrasto delle minacce terroristiche che si concentrano sull’Egitto. Si tratta di posizioni che fanno passare in secondo piano le polemiche derivanti dalla pubblicazione dell’articolo (o degli articoli) di Giulio, una polemica che rischia di spostare l’attenzione, che va già affievolendosi, dall’utilizzo sistematico della tortura da parte del governo egiziano e dalle responsabilità politiche del generale Al Sisi al rapporto tra Giulio e gli organi di informazione.

Secondo Sergio Romano, “sappiamo che non vi è purtroppo un forte sistema di sicurezza, in un Paese minacciato dal terrorismo islamista, se il governo non lascia ai suoi servizi di polizia un certo margine di libertà. Possiamo indubbiamente deplorare i mezzi con cui il maresciallo Al Sisi ha conquistato il potere e la brutalità con cui impedisce alla stampa di fare il suo lavoro. Ma dubito che un governo straniero possa persuaderlo, in questo momento, a modificare i suoi metodi”.

L’evidenza della tortura nelle carceri egiziane e delle sparizioni forzate emerge in tutti i rapporti internazionali (leggi il sito di Human rights watch), ma evidentemente per qualcuno questo rappresenta un “male minore” da accettare ed assecondare.

Romano aggiunge che anche nei Paesi occidentali, di fronte alla minaccia terroristica, si è fatto ricorso alla tortura, come ad esempio ha fatto la Gran Bretagna nei confronti dei separatisti irlandesi, per cui “scandalizzarsi per Al Sisi non sembra giusto e corretto”. Questa posizione costituisce sicuramente eco di una risalente giurisprudenza della Corte Europea e prima della Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo che erano state particolarmente indulgenti nei confronti della Gran Bretagna quando il conflitto armato nell’Irlanda del Nord aveva raggiunto il suo livello più elevato. La Corte di Strasburgo in quel periodo aveva respinto alcuni ricorsi presentati da vittime di torture praticate da agenti dell’esercito inglese (casi Brannigan e MacBride). D’altra parte la stessa Corte Europea in numerose successive sentenze – che non possono essere ignorate – ha stabilito che se lo Stato può avvalersi della clausola di eccezione o di temporanea sospensione della CEDU, per giustificare una deroga all’art. 5 (ad esempio in caso di eccesso di carcerazione preventiva), mai siffatta deroga poteva essere invocata per giustificare una sospensione del divieto di tortura sancito dall’art. 3, di cui si ribadisce l’assoluta inderogabilità. Giurisprudenza che non dovrebbe essere ignota a chi si sforza di giustificare oggi il comportamento del governo egiziano nei confronti delle persone sottoposte ad arresto o a detenzione carceraria.

Oggi in nome dello stato di eccezione si sta accettando anche in territorio europeo un attacco assai insidioso alla natura assoluta del divieto di tortura, e a tal fine si attribuisce una importanza sempre maggiore alle “assicurazioni diplomatiche” che gli Stati terzi forniscono circa la garanzia che i propri cittadini, una volta rimpatriati dagli Stati europei dopo l’esecuzione di misure di espulsione, non saranno sottoposti a trattamenti in violazione del divieto di tortura e degli altri principi garantisti affermati dalla Convenzione Europea a salvaguardia dei Diritti dell’Uomo. Queste circostanze rendono assai più difficile imporre ai Paesi terzi il rispetto di quelle regole che appaiono ormai a rischio anche nel territorio della “civile” Europa.

Malgrado la crudeltà delle notizie frammentarie che si diffondono sulla morte di Giulio, e malgrado l’estensione della tortura e delle uccisioni in Egitto, si sta costruendo a livello mediatico la legittimazione del ricorso all’uso della tortura. Per Edward Luttwak il governo egiziano “non si può picconare”, non bisogna dire niente. “Il regime egiziano ci sta proteggendo”. Neppure i ministri italiani dovrebbero parlare. Basta lasciare funzionare la macchina del fango. Un tentativo da respingere immediatamente al mittente.

Si può ricordare la sistematica impunità, conclamata fino ad oggi, dei poliziotti egiziani colpevoli di abusi ed assassini come quello della giovane attivista Shaimaa El-Sabbagh. La Corte di Cassazione egiziana ha annullato nei giorni scorsi la condanna a quindici anni di reclusione, inflitta a un agente di polizia riconosciuto colpevole della morte di Shaimaa, e anche in questo caso l’accertamento della verità sembra sempre più lontano. Il sistema giudiziario egiziano non appare indipendente dal governo militare e si continua a garantire l’impunità ai torturatori di centinaia di persone scomparse in carcere e poi ritrovate cadaveri con il corpo orrendamente dilaniato dagli stessi segni di tortura che si riscontrerebbero oggi sul corpo di Giulio.

Sono infatti centinaia le persone che in questi ultimi anni sono morte nelle carceri egiziane, per mancanza di cure, per soffocamento, per tortura, in qualche caso anche per suicidio. Fatti incontestabili, riportati da tempo da tutte le agenzie umanitarie, e dall’opposizione democratica egiziana che ancora resiste, ma sui quali si preferisce sorvolare per non intaccare rapporti economici, brillanti operazioni di polizia in materia di contrasto dell’immigrazione, e soprattutto intese militari a lungo termine con chi appare l’ultimo bastione contro l’avanzata del fondamentalismo islamico in Africa e quindi verso l’Europa. Dobbiamo restare vicini alle forze di opposizione democratica ancora presenti in Egitto, persone che, esponendo anche le proprie famiglie, hanno trovato il coraggio di andare a protestate sui luoghi del rapimento di Giulio, mentre in Italia troppi restavano a casa ad elaborare tesi e polemiche. Quale solidarietà sta arrivando ai sindacati dei lavoratori egiziani che erano al centro della ricerca di Giulio Regeni? Chi si sta preoccupando dei medici in piazza per difendere la libertà della loro professione dalle rappresaglie del regime e dei tanti giornalisti sepolti nelle carceri di Al Sisi?

Le autorità europee sembrano così restare indifferenti alle continue violazioni dei diritti umani che si riscontrano in Egitto, e un parlamentare europeo, al Cairo con una delegazione del Parlamento, proprio lo stesso giorno nel quale si ritrovava il cadavere di Giulio, affermava, prima ancora di conoscere l’esatta dinamica dei fatti, che questa vicenda non avrebbe alterato i rapporti di cooperazione economica e militare tra l’Unione Europea e l’Egitto. In un’interrogazione parlamentare presentata da Barbara Spinelli, nella quale si chiede una indagine indipendente, si apprende di una dichiarazione di particolare gravità. “Non è stato un semplice incidente come ne capitano ovunque, senza conseguenze per la stabilità in Egitto”, come affermato da un influente membro del Parlamento Europeo nel corso di una visita ufficiale in quel Paese. Chiediamo un’indagine internazionale indipendente, dalla ridda di ipotesi contraddittorie, affermate e poi smentite, sembra le autorità egiziane non vogliano arrivare ad una verità attendibile su colpevoli e mandanti del sequestro e del barbaro omicidio di Giulio.

La pratica della tortura di Stato rischia di costituire un cancro che si estende anche oltre i confini di un singolo Paese. Occorre costruire argini. Che cosa farà adesso il governo italiano? Si potrebbe almeno introdurre da subito in Italia il reato di tortura, accantonato troppo presto, alle prime proteste dei sindacati di polizia (petizione sul delitto di tortura). E magari non limitarsi a qualche colpo di tosse nei confronti del governo egiziano. L’Italia sarà in grado di rivalutare le condizioni di collaborazione con i Paesi che ha coinvolto nel Processo di Khartoum, promosso proprio dal nostro governo nel semestre di presidenza europea lo scorso anno, un processo nel quale la collaborazione con l’Egitto e con altri regimi africani, come quello sudanese, risultava centrale?

Se manca la collaborazione nell’accertamento dell’indagine o se dovessero essere confermate responsabilità governative non si potrebbe continuare a mantenere normali relazioni commerciali e militari. Ma, visti i precedenti, si può dubitare che si dimostri questa coerenza. Che cosa ci possiamo attendere? Protestare per qualche settimana per l’accertamento della verità su Giulio e poi proseguire nella politica di stretta cooperazione politica e militare con le autorità egiziane, per garantire gli accordi commerciali, e per avere coperture anche in vista del possibile intervento militare in Libia. Dove le autorità egiziane, tramite il loro fantoccio, il generale Haftar, hanno messo una pesante ipoteca sull’accordo di pace siglato sotto la spinta delle Nazioni Unite. Tutto ovviamente sempre in nome della lotta al terrorismo, un richiamo sempre più frequente sulla bocca di quei personaggi che poi si muovono oggettivamente per agevolarne la diffusione.

Si può dunque temere che possano continuare anche le “ordinary renditions”, che l’Italia esegue periodicamente verso l’Egitto, respingendo sommariamente “migranti economici”, in violazione del divieto di respingimenti collettivi e senza consentire l’accesso alle procedure di asilo, malgrado le condanne riportate anche di recente, come nel caso Khlaifia/Italia deciso lo scorso anno.

Come stanno continuando le espulsioni, disposte con misure adottate direttamente dal Ministero dell’Interno, nei confronti di sospetti di appartenenza a organizzazioni terroristiche, neppure sottoposti a processo in Italia, ma ricondotti in Egitto. L’Italia sembra avere dimenticato le numerose condanne subite dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a partire dal caso Saadi/Italia deciso il 28 febbraio del 2008. Il divieto di tortura o di trattamenti inumani e degradanti ha portata assoluta e non può essere bilanciato con la tutela di altri interessi, seppure di rilevanza pubblica.

E sul caso Trabelsi, il 13 aprile del 2010, ancora una condanna dell’Italia per violazione dell’art. 3 della CEDU.

In Egitto appare certo che le persone espulse dall’Italia con riferimento a fatti o a sospetti di appartenenza a organizzazioni terroristiche, o anche semplicemente per avere simpatizzato nei confronti di queste organizzazioni, saranno sottoposti a tortura, con una evidente violazione del divieto di tortura e di altri trattamenti inumani o degradanti, sancito dall’art. 3 della Convenzione Europea a salvaguardia dei Diritti dell’Uomo sottoscritta anche dal nostro Paese. Di fatto l’Italia, con queste espulsioni di persone, sospettate e non condannate per fatti o apologia di terrorismo, consente che vengano poi torturate all’arrivo nei Paesi di origine. Ma di questo non scrive nessuno.

Qualcuno forse ha dimenticato troppo in fretta il sequestro e la “rendition” di Abu Omar, con la complicità dei servizi segreti statunitensi, e le centinaia di migranti egiziani respinti immediatamente dopo lo sbarco in Italia, senza che nessuno potesse presentare una richiesta di asilo. Due facce della stessa medaglia.

In base all’art. 2 della Convenzione contro la tortura adottata a New York il 10 dicembre 1984 e ratificata in Italia solo nel 1998, “nessuna circostanza eccezionale, quale che essa sia, che si tratti di stato di guerra o di minaccia di guerra, di instabilità politica interna o di qualsiasi altro stato di emergenza pubblica, può essere invocata per giustificare la tortura”. Oggi questa norma sembra quasi un residuato storico anche nel nostro Paese, dopo i gravissimi fatti della Diaz e a Bolzaneto nel corso del G8 di Genova nel 2001. Per non parlare di quello che è successo nel corso di arresti come nei casi Cucchi ed Uva. Anche in Italia non sembra che la giustizia abbia il suo corso regolare quando si tratta di processare appartenenti alle forze dell’ordine. Ed il silenzio cancella anche i processi in corso. Un generale arretramento dello Stato di diritto si registra dunque anche in Italia. Che non allontana la minaccia terroristica né riduce il numero di migranti ancora costretti a partire dalla Libia e poi soccorsi in acque internazionali.

In nome della lotta al terrorismo e del contrasto del traffico di esseri umani, le autorità statali italiane hanno ritenuto possibile eludere regole fondamentali dello Stato di diritto, sancite oltre che nella nostra Costituzione, nella Convenzione Europea a salvaguardia dei Diritti dell’Uomo. Ed anche oggi, con le ultime misure adottate dal Ministero dell’Interno in materia di espulsioni per motivi di pubblica sicurezza o con le pratiche di respingimento collettivo immediato, il governo italiano sembra rimanere sulla stessa posizione.

La presunzione di non colpevolezza, il carattere individuale della responsabilità penale o i più elementari diritti di difesa sembrano soltanto orpelli ingombranti che ostacolano le politiche della sicurezza che tutti sembrano volere garantire, sotto la spinta di un’opinione pubblica sempre più spaventata dai politici imprenditori della paura, che ad ogni attentato speculano sulla domanda di sicurezza che ne segue. Per arrivare alla costruzione del “nemico interno” ed all’abbattimento delle regole democratiche sancite nei testi costituzionali e nelle convenzioni internazionali in nome dello stato di emergenza permanente, come si dà per scontato di essere già all’interno di una guerra globale permanente, che legittimerebbe la sospensione di tutte le garanzie dei diritti fondamentali della persona. Come si è verificato in Francia, dopo gli attentati di novembre, con la sospensione unilaterale della Convenzione Europea a salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e la sottrazione di tutti gli atti commessi dalle autorità francesi alla giurisdizione della Corte di Strasburgo. Un precedente gravissimo che potrebbe essere presto replicato in altri Paesi europei se si dovessero verificare, come purtroppo appare assai probabile, altri attentati di matrice terroristica.

Si spiega così il richiamo beffardo di un esponente del governo egiziano che ricorda all’Italia le violazioni e gli abusi che subiscono i cittadini egiziani in Italia, ed appare probabile che, malgrado la generosità di singoli funzionari italiani che sono intervenuti con la massima tempestività, senza peraltro destare una immediata azione di protesta del governo Renzi, la linea di confronto con l’Egitto possa abbassarsi fino al punto di rientrare nella tradizionale collaborazione economica e commerciale e nelle pratiche di cooperazione operativa di polizia fin qui seguite.

Quali proteste ha elevato del resto l’Italia rispetto alle gravissime violazioni dei diritti umani commesse in Turchia? Nei confronti di Erdogan si sono sprecate manifestazioni di solidarietà fino al concorso nella generosa elargizione economica stabilita dall’Unione Europea (3 miliardi di euro) in cambio di un maggiore impegno nel blocco delle partenze verso l’Europa dei profughi siriani. Un blocco che si sta dimostrando come un blocco mortale. Ma su tutto prevale la questione del terrorismo per il governo turco coincide con la questione curda. Questioni relegate ad affari interni di un Paese alleato nella lotta al terrorismo globale ed all’immigrazione irregolare. E ancora, non è l’Unione Europea che, in nome del contrasto dell’immigrazione, stipula accordi economici con il governo turco di Erdogan che a Cizre sta massacrando la popolazione kurda, e che sta dando campo libero alle bande di ISIS perseguendo l’unico intento di liquidare con ogni mezzo l’opposizione curda? Qualcuno a Bruxelles si renderà conto prima o poi che la Turchia ha mantenuto aperti canali di rifornimento per quelle stesse componenti terroristiche che i Paesi alleati, e la NATO in testa (di cui fa ancora parte la Turchia) volevano annientare?

La collaborazione con chi pratica lo stato di guerra permanente anche contro la sua stessa popolazione, e non persegue torturatori e mandanti, o con chi scende a compromessi con regimi che violano sistematicamente i diritti umani, costituisce uno steccato invalicabile per il mantenimento di uno Stato democratico e per il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali della persona umana. Accettare le pratiche della tortura e delle sparizioni forzate come un “male necessario”, esattamente come accettare lo stato di emergenza derivante dalla presenza del cosiddetto “nemico interno”, rappresenta un’enorme vittoria culturale, prima che militare, di quelle forze che oggi agitano lo spettro della guerra di religione per realizzare operazioni politiche (ed economiche) precise, in una nuova spartizione del mondo e delle risorse. Una nuova spartizione nella quale le componenti più deboli, i lavoratori soprattutto, sembrano destinati ad essere ridotti a una condizione di sostanziale inferiorizzazione, anche dal punto di vista del riconoscimento dei diritti umani. In questa direzione perseguita da governi di segno diverso, accomunati da sistemi elettorali militarizzati, le forze di opposizione vengono ridotte al silenzio con gli stessi mezzi adottati contro le organizzazioni terroristiche.

La prospettiva della tortura di Stato, affidata magari a corpi paramilitari, o a spezzoni dei servizi segreti, appare simmetrica rispetto a quella della “guerra giusta”, rivestita della denominazione di intervento umanitario, che già ha prodotto disastri incalcolabili, a partire dai primi interventi in Iraq fino all’intervento in Libia dopo la cosiddetta primavera araba. In modi diversi, a seconda dei contesti territoriali, la diffusione della tortura si accompagna proprio alla diffusione dello stato di guerra permanente che ha tra i suoi obiettivi principali le popolazioni civili e le opposizioni democratiche. Non si tratta di processi che possiamo accettare come irreversibili.

Va costruita una nuova solidarietà internazionale, a partire dalla solidarietà tra le componenti più deboli della popolazione, dunque dai lavoratori, una prospettiva sulla quale stava lavorando da anni Giulio Regeni e che troppi hanno trascurato, in nome di una legittimazione del mercato regolatore e delle liberalizzazioni del mercato globale, che nei Paesi più poveri hanno prodotto dittature, corruzione diffusa e regimi che hanno cancellato ogni spiraglio di democrazia. Liberalizzazioni che non hanno accresciuto il benessere collettivo, ma hanno soltanto arricchito una parte assai limitata della popolazione mondiale, condannando a un impoverimento irreversibile, in molti casi al di sotto della soglia di sopravvivenza, la maggior parte delle persone. Solo in questa ottica si può dare una spiegazione alla mobilità forzata dei migranti, e sarà forse tracciare possibili linee di intervento a livello nazionale, che non passino per i muri ed i respingimenti collettivi, ma che siano orientate alla costruzione di nuovi modelli di convivenza e di solidarietà. È un percorso arduo, tutto in salita, ma non abbiamo altra strada da percorrere per salvare le nostre democrazie in una prospettiva di superamento dello stato di guerra permanente e dello Stato di polizia che ne potrebbe presto derivare anche in Europa.

* Clinica legale per i diritti umani dell’Università di Palermo

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