Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

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LA VERA MINACCIA? GLI “AMICI” AMERICANI

di Ferdinando Imposimato

L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (North Atlantic Treaty Organization, NATO) è, formalmente, un’organizzazione internazionale per la collaborazione nella difesa dei Paesi che ne fanno parte, tra cui l’Italia. Il trattato istitutivo della NATO, il patto Atlantico, fu firmato a Washington il 4 aprile 1949 ed entrò in vigore il 24 agosto dello stesso anno. Attualmente fanno parte della NATO 28 Stati del mondo. Intanto il 14 maggio 1955, nella capitale polacca, vedeva la luce il Trattato del Patto di Varsavia, firmato dall’Unione Sovietica e dai suoi Stati satelliti allo scopo di controbilanciare la NATO.

Entrambe le organizzazioni si fronteggiarono durante tutta il periodo della Guerra Fredda. Nel 1966 Charles de Gualle decise l’uscita della Francia dal comando militare NATO per perseguire il proprio programma di difesa nucleare. Questo fatto accelerò lo spostamento del quartier generale NATO da Parigi a Bruxelles, sancito il 16 ottobre 1967. Mentre il quartier generale politico si trovava a Bruxelles, il quartier generale militare (SHAPE, ovvero Supreme Head quarters Allied Powers Europe), si trova più a sud, nella città di Mons. Con la fine, nel 1991, del Patto di Varsavia si sperò nello scioglimento della NATO e nel rafforzamento dell’ONU. Ma le cose non andarono in questa direzione. L’8 luglio 1997 i Paesi ex comunisti di Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca furono invitati ad unirsi alla NATO due anni dopo, nel 1999, in base alla decisione del 10 gennaio 1994 del vertice di Bruxelles di agevolare l’allargamento ad altri Paesi europei. Il 24 marzo 1999 la NATO vide il suo primo impiego militare durante la guerra del Kossovo, dove per 11 settimane condusse – senza l’iniziale autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e sulla base del concetto giuridico internazionale di “ingerenza umanitaria” in soccorso delle popolazioni kosovare oggetto di pulizia etnica da parte serba – una campagna di bombardamenti contro la Jugoslavia, composta ormai soltanto da Serbia e Montenegro, che terminò l’11 giugno 1999.

Il 12 settembre 2001 la NATO invocò, per la prima volta nella sua storia, l’articolo 5 che stabilisce che ogni attacco a uno Stato membro è da considerarsi un attacco all’intera alleanza. Questo avvenne in risposta alla tragedia delle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. E questo portò alla guerra all’Iraq voluta solo dagli USA.

In seguito divenne membro a tutti gli effetti dell’Alleanza Atlantica anche la Russia, cosa che rappresentò un evento storico. La NATO passò così dalla formula che si era andata consolidando dopo il crollo del muro di Berlino e del regime sovietico, ossia del 19+1 (19 membri + la Russia alla quale veniva chiesto un parere, non vincolante, sui temi trattati dall’Alleanza) a 20 membri effettivi, ciascuno dei quali ha facoltà di veto e la possibilità di riconsiderare in sede separata gli argomenti respinti dal Consiglio.

Le finalità dichiarate dal Consiglio NATO-Russia sono la pace e il disarmo. I termini del trattato prevedono la difesa su temi cruciali come la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata; la partecipazione ad operazioni di pace (come le missioni di ricerca e di salvataggio, nonché la pianificazione di operazioni volte ad affrontare situazioni di emergenza) e il controllo sulla non proliferazione delle armi di distruzione di massa.

L’articolo 5 del trattato dice esplicitamente che in caso di attacco armato ad uno o più Paesi dell’Alleanza Atlantica, tutti si impegnano, anche con le armi, a difendere il Paese o i Paesi attaccati a salvaguardia della sicurezza dell’Alleanza stessa.

Il 29 marzo 2004 entrarono a far parte della NATO Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. È il quinto e più grande allargamento nella storia dell’Alleanza.

Nel marzo del 2009 la Francia annunciò, dopo 43 anni di assenza, di voler rientrare nel Comando Militare Integrato dell’Alleanza (eliminando così le storiche rivalità gaulliste con gli americani durante la Guerra Fredda e le difficili relazioni del 2003 riguardo la guerra in Iraq).

Nel mese di aprile del 2009 anche Albania e Croazia hanno completato il processo di adesione: è il sesto allargamento nei sessant’anni di storia dell’Alleanza Atlantica.

La convinzione generale era che la NATO fosse uno strumento di difesa di Stati che da soli apparivano vulnerabili ad attacchi del terrorismo o della criminalità oppure di altro genere. Ma con il passare degli anni mi resi conto che le cose non stavano esattamente così. La NATO interferiva anche nella politica interna dei paesi che ne fanno parte.

NATO, tutti i rapporti border line

La percezione che la NATO venisse usata anche come strumento di interferenza nella politica interna dei Paesi che ne facevano parte tra cui l’Italia venne dalla scoperta che molte basi NATO avevano ospitato spesso riunioni di terroristi e massoni. La potenza della massoneria americana in Italia era tale che riuscì a impiantare, agli inizi del 1961, ben cinque logge in altrettante basi NATO. Artefice della penetrazione massonica americana in Italia fu Frank Gigliotti, uomo dell’OSS e fondatore della CIA, con James Angleton. Insignito del grado di gran Maestro onorario a vita, membro emerito del Supremo consiglio italiano del Rito Scozzese e rappresentante per l’Italia alla Conferenza di Washington, Gigliotti ottenne il riconoscimento da parte dei fratelli italiani delle logge NATO, presenti nelle basi militari americane di stanza in Italia: la B. Franklin di Livorno, la Aviano in Friuli, la H.S.Truman presso il comando di Bagnoli, a Napoli, la Colosseum di Roma, frequentata dal corpo diplomatico e militare dell’ambasciata americana, la J.L. McClellan a San Vito dei Normanni in Puglia, le due logge della Ftase, comando operativo della NATO per il sud Europa, cioè la “Verona American Lodge” nella città di Giulietta e la “G. Washington” a Vicenza, dove aveva sede la V Ataf. (G. Rossi e F. Lombrassa, “In nome della Loggia” edizioni Napoleone, Roma, 1981, pagina 20).

La Commissione presieduta da Tina Anselmi scrisse che nel 1960 i fratelli americani erano intervenuti, attraverso Gigliotti, nell’operazione di unificazione del Supremo Consiglio della Serenissima Gran Loggia degli ALAM del Principe siciliano Giovanni Alliata di Montereale, finito nella P2, con il Grande Oriente d’Italia. “Sembra – scrisse la Commissione sulla P2 – che l’unificazione del Grande Oriente con la Massoneria di Alliata, di forte accentuazione conservatrice, era stata la condizione posta da Gigliotti, mosso da un anticomunismo viscerale, in cambio dell’intervento americano nelle trattative con il governo italiano concernenti Palazzo Giustianiani”. “Non solo: si deve rilevare, secondo quanto emerge da queste vicende, che il progetto di unificazione della massoneria italiana sembra corrispondere a interessi non esclusivamente autoctoni, ma risalta alla nostra attenzione la comparsa di Licio Gelli sulla scena quando Gigliotti scompare, secondo una successione di tempi ed una identità di funzioni che non può non colpire significativamente” (Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia Massonica P2, documento XXIII, numero 2, pagina 11).

Era un fatto concreto l’ingerenza dei servizi segreti degli Stati Uniti e del governo di Washington nella politica italiana tramite la NATO, la massoneria o sue componenti, anche in collusione con organizzazioni criminali come la mafia (Aldo M. Mola, “La Storia della massoneria Italiana”, edizione Bompiani, Milano 1994)

Partito Gigliotti, fu Gelli ad assumere un ruolo cruciale nella lotta al comunismo in Italia. Reclutò molti ufficiali dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica. I terroristi di Ordine Nuovo furono manovrati da CIA servizi segreti italiani, affari riservati, Stay Behind-Gladio e logge massoniche. L’esplosivo per Piazza Fontana fu fornito dai servizi americani, come riconobbero il generale Gianadelio Maletti e Francesco Cossiga nelle sue memorie. In alcune logge si riunirono esponenti di Ordine Nuovo, politici, militari NATO e mafiosi come Michele Sindona, come confessò il terrorista nero Roberto Cavallaro, processato e assolto ingiustamente (lui stesso protestò per la sua assoluzione).

Accanto a questi compiti di difesa dal comunismo sovietico, si accertò che l’opposizione interna all’Italia della NATO e della CIA riguardava qualunque formazione progressista, come attestano gli attentati programmati o attuati tra il 1969 e il 1973 al democristiano Mariano Rumor, l’ultimo dei quali ad opera del gladiatore Gianfranco Bertoli. La sua colpa era quella di avere aperto il governo ai socialisti nenniani ed ai morotei nemici mortali dei neocon USA.

Con l’andare del tempo si scoprì che depositi di esplosivo della NATO in Italia erano serviti a terroristi e mafiosi per compiere stragi, a partire da quella di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, come testimoniò il generale Gianadelio Maletti parlando con me in Sudafrica e alla Commissione Stragi presieduta da Giovanni Pellegrino.

SOS Mediterraneo, e un’Italia da sempre nel mirino

È giustificata la diffidenza dei pacifisti verso la NATO per operazioni che non appaiono solo difensive ma preludio di attacchi a Paesi del nord Africa e del Medio Oriente, a sostegno di interessi USA o di altri Paesi dell’occidente, come è avvenuto contro Gheddafi e contro Saddam Hussein, attacchi che hanno sconvolto gli assetti mediorientali senza portare la pace ma pericoli di guerra e incremento del terrorismo internazionale come testimonia l’escalation dell’ISIS.

L’area del Mediterraneo ha visto in azione, dai primi di ottobre del 2015, almeno 25.000 soldati della NATO, impegnati, sotto la guida dell’ammiraglio USA Mark Ferguson, nell’operazione denominata “Trident Juncture“. L’esercitazione è guidata dal Joint Forces Command (JFC) di Napoli. Questa operazione espone la Sicilia, la Campania e l’intero Paese al pericolo di una rappresaglia, che riguarda anzitutto il comando NATO, con quartier generale a Lago Patria, nei pressi di Napoli, ma anche la Sicilia, ove sono concentrate ingenti forze militari della NATO.

Il fine principale dell’operazione NATO sarebbe quello di saggiare la capacità di reazione delle forze occidentali, in particolare un contingente di “pronto intervento” in grado di essere perfettamente operativo in 48 ore nel sud dell’Europa. Le aree interessate sono anche Spagna, per le forze terrestri, e Portogallo; la Sicilia è stata al centro di tutte le operazioni aeree; nella base del 37° stormo di Trapani Birgi, sono attesi più di 70 veicoli e oltre 5.000 militari da tutti i Paesi NATO. In una nota di qualche giorno fa, il Comando dell’Aeronautica italiana, Reparto Sperimentale e di Standardizzazione al Tiro Aereo di Decimo, ha spostato le operazioni aeree dall’aeroporto di Decimomannu in Sardegna a quello di Trapani, per “l’insussistenza delle condizioni per operare con la necessaria serenità”. Questa operazione segue altre simili svolte di recente: la “Noble Jump” ad aprile scorso in Polonia, e una seconda esercitazione navale in Scozia, chiamata “Joint Warrior”.

Ci sovviene la battaglia contro la militarizzazione della Sicilia, al centro della strategia di una possibile guerra nel Mediterraneo, condotta dall’onorevole Pio La Torre, deputato comunista ucciso nell’aprile 1982 da Cosa Nostra e non solo. La Torre, poco prima di essere ammazzato, disse alla giornalista di Panorama, Chiara Valentini: “Come Paese ci ribelliamo all’idea di essere trasformati in un avamposto di guerra. Non ci si può battere per la rinascita economica, né per la lotta alla mafia o alla disoccupazione, se prima non si fanno i conti con la base di Comiso e con i missili. (…) Perché l’America di Ronald Reagan decide di installare la più grande base missilistica europea proprio a Comiso, e non a Pordenone? Perché Comiso è il lembo più meridionale non solo dell’Italia ma dell’Europa” (Panorama, 30 novembre 1981).

Per questa battaglia in difesa della pace probabilmente fu ucciso La Torre. Il leader comunista Emanuele Macaluso sostenne che La Torre “aveva capito cose che noi comprenderemo solo più tardi”. Macaluso fece riferimento all’interrogazione parlamentare presentata da Pio La Torre il 24 novembre 1981 alla Camera dei Deputati sull’esercitazione militare Trinacria 2. Era indirizzata ai ministri delle Difesa e dell’Interno. “Per conoscere le reali finalità e il concreto svolgimento dell’esercitazione congiunta di Marina, Aeronautica, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia, coordinata con le Prefetture di Palermo, Trapani, Siracusa e Ragusa e denominata Trinacria 2, svoltasi in Sicilia dal 2 al 12 novembre 1981: le circostanze di dette esercitazioni, del ferimento di un sottufficiale della Folgore nella zona di Ragusa. (…) le ragioni per le quali è stata scelta la Sicilia quale luogo in cui simulare, attraverso l’esercitazione, la difesa da un bombardamento atomico su Palermo e su Catania e da un più diffuso bombardamento chimico sulla Sicilia. Se non ritengano che una simile scelta contribuisca ad aggravare sempre più forti preoccupazioni dell’opinione pubblica sul significato e sulla portata della decisione di installare a Comiso una base di missili Cruise e sui pericoli di sconvolgere attraverso la militarizzazione le condizioni e le prospettive della vita economica e civile della Sicilia. (…) quali finalità siano state attribuite ai comitati civili e militari costituiti nell’ambito delle Prefetture di Palermo, Trapani, Siracusa e Ragusa. (…) per garantire la popolazione civile dai pericoli derivanti da operazioni e movimenti militari della NATO, anche in considerazione del fatto che non è stato ancora fugato il sospetto che l’aereo Bologna Palermo sia stato colpito da un missile”.

Macaluso osservò che i Comitati civili e militari appaiono ambiti di un’organizzazione segreta che assomiglia precisamente alla Gladio, strutturata nientemeno per reagire a un bombardamento chimico e nucleare.

Macaluso concluse dicendo: “secondo me la Gladio c’entra con l’omicidio La Torre ma parlo della Gladio siciliana, dove è la mafia a fare da bastione agli interessi statunitensi” (Mondani e Sorrentino, “Chi ha ucciso La Torre”, editore Castelvecchi).

Manovre ed “esercitazioni” a stelle e strisce

Ancora una volta i siciliani e tutta l’Italia si ritrovano al centro delle manovre strategiche Nord-Atlantiche, dirette al non troppo celato intento di contrastare il nuovo vecchio quasi-nemico dell’est: la Russia di Putin. Sono infatti diventati ormai prassi i continui sconfinamenti dell’aviazione russa in Ucraina, mentre i rapporti tra Mosca e Kiev sono sempre più tesi sul nodo Crimea. E si ripropone l’idea di una nuova collocazione di missili balistici a medio raggio in Sicilia nella base americana di Sigonella, come non ha escluso all’ultimo summit di Stoccarda il portavoce del Pentagono, il tenente colonnello Joe Sowers, in risposta alle presunte violazioni da parte russa del trattato INF (trattato per il controllo sui missili a testata nucleare a medio raggio, tra 500 e 5.500 km) firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbaciov.

Alla vigilia dell’esercitazione NATO nel Mediterraneo, il generale Leonardo Tricarico, già comandante dell’Aeronautica e presidente dell’ICSA, il più autorevole istituto di analisi militare italiano, condanna l’operazione. “Uno spreco di risorse in uno scenario da guerra fredda frutto della sudditanza verso gli Stati Uniti”.

Mentre in Libia, Iraq e Siria proseguono i massacri di civili, in tutto il Mediterraneo la NATO dà vita a un gigantesco gioco di guerra: per quasi un mese 36.000 militari, 140 aerei e 60 navi di 30 Paesi si danno virtualmente battaglia. Una colossale esercitazione con ogni genere d’armamento di alta tecnologia che allarma pacifisti e ambientalisti, ma anche cittadini comuni preoccupati della sicurezza e del pericolo di guerra preventiva, come quella all’Iraq.

Tricarico ha avuto la regia della campagna aerea NATO sul Kosovo nel 1999. Un’esperienza superata dagli insuccessi di 14 anni di 
lotta contro le insurrezioni islamiste. “Un’esercitazione per essere definita tale deve operare su uno scenario realistico, quanto più simile a quello in cui ci si può trovare a combattere. Altrimenti si tratta solo di uno spreco di risorse ed energie”, sostiene il generale Tricarico. “Il piano di Trident Juncture conta 203 pagine ma non c’è nessun contatto con le situazioni concrete con cui ci si è confrontati. Si ipotizza un conflitto simmetrico che non esiste”. “L’esercitazione è uno scenario da guerra fredda, che mostra sudditanza verso gli interessi statunitensi, a cui aderiscono totalmente i nuovi membri della NATO, come Polonia e Paesi baltici, e a cui anche l’Italia continua ad accodarsi”.

E invece la NATO non è riuscita a dare risposta alle guerre asimmetriche, combattute dall’ISIS in Iraq e in Siria, dai talebani in Afghanistan. Dove – e lo riconosce Tricarico, ex comandante d’aviazione – lo strumento aereo si è dimostrato inefficace. Anche i bombardamenti russi a sostegno
di Assad hanno fallito il loro obiettivo, non bastano i bombardieri per conquistare il controllo del territorio. Servono strategie e tattiche nuove, che nessuno sta sperimentando e provando sul campo. Occorre respingere la strategia della guerra permanente elaborata dal Pentagono.

Tra gli errori della NATO c’è stata l’operazione libica del 2011, dove i jet della NATO hanno spazzato via il regime di Gheddafi senza costruire un’alternativa di governo e questo a causa delle decisioni autonome prese in quell’occasione da Francia e Gran Bretagna. E contro la volontà delle Nazioni Unite. Oggi in Libia c’è il pericolo di azioni isolate e non concordate da parte di singole nazioni, che inseguono interessi propri e sostengono la necessità delle guerre preventive, che sono preludio di una guerra mondiale atomica. Mettendo a repentaglio la vita di milioni di persone ovunque si trovino. È una missione praticamente impossibile.

Seguendo questa strategia sbagliata è in atto da tempo una campagna per favorire l’intervento militare dell’Italia in Libia. Non sono pochi a spingere in questa direzione. Ai primi di febbraio 2015 il ministro degli Esteri e il ministro della Difesa disegnavano un’Italia “pronta a combattere”, che aveva indicato le forze militari disponibili. Essi sollecitavano una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che autorizzasse l’uso della forza per fermare le minacce dell’ISIS (Corriere della Sera, 20 febbraio 2015). Gli italiani dovevano guidare la missione di guerra, che si cela sotto il paravento della missione di pace. Si volevano indurre le Nazioni Unite a fornire 50.000 uomini per occupare la Libia con mezzi pesanti per accertare se volesse stipulare un accordo di pace (peace keeping) o imporre con la forza un accordo di pace (peace enforcing). Il piano venne bocciato, ma ogni tanto riemerge con grandi pericoli per la pace.

Tutte le aree bollenti

La minaccia di una nuova guerra mondiale viene da varie parti del mondo: Iraq, Afghanistan, Siria, Israele, Libia, Eritrea, Turchia, Ucraina, Africa. Il Mediterraneo è solcato da carcasse stracolme di disperati, che nessuno può fermare, poiché sono conseguenza di gravi diseguaglianze sociali di livello planetario, di secoli di sfruttamento da parte dell’Europa e degli USA, dei territori del nord Africa e del Medio Oriente. Ma il mondo non fa nulla per superare le gravi ingiustizie sociali che minacciano la vita di milioni di persone, tra cui donne e bambini. L’America e la Russia continuano a ritenersi titolari esclusivi del diritto alla guerra preventiva. E si servono della disinformazione per far credere che è necessaria. Ma è un’illusione che può portare alla guerra mondiale atomica che ucciderà milioni di persone in tutto il mondo.

Non si può stroncare il terrorismo, di cui manca una nozione unanime da parte delle Nazioni Unite anche dopo l’11 settembre, con la forza o la guerra. L’unica strada per risolvere i conflitti è politica, economica e sociale. Occorre eliminare o ridurre le gravi diseguaglianze sociali provocate dallo sfruttamento selvaggio di quelle terre da parte dell’Europa e degli USA, diseguaglianze che portano alle grandi migrazioni intercontinentali. Che non possono essere fermate né dalla NATO né da bombardamenti a tappeto, qualunque sia l’apporto degli Stati occidentali o mediorientali.

La sola strada da percorrere per aiutare i migranti nella loro terra di origine è quella di attuare i programmi di aiuti sociali ed economici previsti dallo Statuto dell’ONU verso i Paesi poveri di tutto il mondo.

Nel frattempo a noi spetta esaminare la situazione della sicurezza e del pericolo di un conflitto dal punto di vista dell’Italia che è la più vicina alle varie zone di guerra. La manovra NATO in corso nel Mediterraneo è militarmente inutile e pericolosa per la pace. Dobbiamo riconoscere che gli interessi geopolitici italiani e americani sono divergenti come mai dalla fine della seconda guerra mondiale. Ma sono discordanti anche gli interessi dell’Europa rispetto a quelli degli USA. L’accordo fra Teheran e Washington sul nucleare e sulla riabilitazione politica della Repubblica Islamica, noto come accordo di Vienna del settembre 2015 fra Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania e il regime di Teheran sul programma nucleare persiano, deve essere condiviso da quelli che credono che la pace si fondi sul dialogo e non sulla guerra. L’accordo è stato stipulato, grazie al coraggio di Barak Obama, presso la sede delle Nazioni Unite di Vienna, l’AIEA, che conferisce serietà e credibilità al trattato. Non credo che il prossimo presidente degli USA avrà lo stesso coraggio e la stessa lungimiranza di Obama.

L’Italia – secondo le dichiarazioni del generale James Jones rilasciate al New York Times – sarebbe immediatamente coinvolta nel possibile conflitto nucleare più degli altri Paesi. Il nostro Paese, pur non disponendo di armi atomiche, ospita ad Aviano e a Ghedi, per conto della NATO, 90 armi atomiche di cui 50 in dotazione di aerei statunitensi e 40 di aerei italiani. Ciò in base ad un accordo segreto siglato dal governo italiano ma mai ratificato dal Parlamento. E quindi in violazione dell’articolo 11 e dell’articolo 78 della Costituzione, secondo cui l’Italia ripudia la guerra come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali e le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al governo i necessari poteri. Anche gli atti preliminari a una guerra atomica devono essere decisi dal Parlamento. L’Italia rappresenta dunque un obiettivo nucleare primario dei nemici dell’America.

Tragici scenari nucleari dietro l’angolo

La guerra all’Iraq da parte degli Stati Uniti fu solo il primo atto di un’operazione iniziata molto prima dell’11 settembre 2001 per creare le condizioni di un conflitto globale. Il pretesto fu il presunto acquisto da parte di Saddam Hussein dal Niger di 500 tonnellate di uranio, circostanza riconosciuta falsa da Bush e da Blair, ma solo molti anni dopo la guerra, che portò una grave crisi e milioni di morti. L’ultima messinscena fu di far credere alla pubblica opinione mondiale che l’America era vittima di un piano di aggressione da parte dell’Iran. Ma il progetto fallì. Mohammed El Baradei, direttore generale dell’AIEA e premio Nobel per la pace, il 1° gennaio 2006 ammonì dalle Nazione Unite a Vienna che dal Nigergate – il falso piano di acquisto dal Niger dell’uranio da parte di Saddam Hussein – era venuta “una lezione importante”. E cioè che “c’è informazione e disinformazione”, che “dobbiamo stare attenti a valutare i dati forniti dai servizi segreti”. E che “il verdetto sull’Iran non è ancora scritto”. El Baradei smentì l’esistenza di prove che Teheran stesse producendo armi nucleari. E da Vienna mise in guardia sul fatto che si cercava “un’escalation” della tensione contro l’Iran “con un rapporto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU”, mentre il “problema si risolverà solo con il dialogo”. Anche perché “sia gli europei sia gli iraniani vogliono riprendere il negoziato”.

Oggi l’accordo Stati Uniti Iran viene respinto dai neocon americani e dal premier israeliano Netanyahu, che spinge verso un attacco all’Iran. Per capire come stanno realmente le cose, bisogna partire dalla strategia della guerra permanente elaborata dal Pentagono mentre gli americani non sanno ciò che sta per accadere, una nuova guerra che potrebbe avere gravi ripercussioni su Europa e sugli Stati Uniti. Sembra avverarsi la profezia di Einstein del 1945. “Può darsi che la gente non sia consapevole che in un’altra guerra le bombe atomiche saranno disponibili in grandi quantità e relativamente economiche. A meno che tra i leader politici e militari americani e fra il popolo la determinazione a non adoperarle non si faccia di gran lunga più convinta di quanto si possa notare oggi, sarà difficile evitare una guerra atomica. Solo se gli americani sapranno riconoscere di non essere più forti del mondo perché in possesso della bomba, ma più deboli a causa della loro vulnerabilità di fronte ad eventuali attacchi atomici, avranno la possibilità di evitare il disastro” (A. Einstein, 1945).

Al centro degli attacchi c’è il presidente Obama, considerato un debole e sconfessato da molti americani. In realtà egli è uomo prudente, molto diverso da George W. Bush, mero strumento nelle mani del governo mondiale invisibile che agisce da decenni. Fu Bush il primo, raccogliendo gli input del suo vice Dick Cheney, a decidere la guerra all’Iraq. Che ha prodotto migliaia di morti, destabilizzazione, fame e terrorismo. Per Netanyahu a minacciare la pace sarebbero gli iraniani. Ma le cose non stanno così. E sembra interessante “la decisione – di cui parla Limes nel numero di settembre 2015 – di allestire un gruppo di contatto sulla Siria che veda allo stesso tavolo quasi tutti gli avversari esterni e interni all’arena mediorientale: Stati Uniti, Russia, Iran Arabia Saudita, Turchia ed Egitto e altri”.

Tucidide insegna che la natura dell’uomo non cambia nel tempo. E ciò che è stato, abitualmente si ripete, perché la natura aggressiva dell’uomo non cambia: “quelli che vorranno investigare la realtà degli avvenimenti passati e di quelli futuri i quali, secondo il carattere dell’uomo, saranno uguali o simili a questi, considereranno utile la mia opera” (Tucidide, Sansone Le storie I. 22). La guerra preventiva sarebbe un disastro per tutti, compresa l’America, ma in primo luogo per Italia ed Europa. Non resta che il dialogo e la rinunzia all’uso della forza mediante una guerra preventiva. Dice ancora Tucidide nelle Storie: “Grazie alla nostra disciplina spirituale noi (ateniesi) siamo valorosi ed assennati: valorosi perché il sentimento dell’onore è affine alla saggezza, e il coraggio è affine alla vergogna che si prova davanti al disonore; assennati perché educati in modo tale da non disprezzare con belle parole la preparazione del nemico e mostrarci all’azione diversi da quel che appare dai nostri discorsi, bensì, se mai, da considerare i piani dei nemici come equivalenti ai nostri e la sorte che capita come non determinabile dal ragionamento. Sempre ci prepariamo nell’azione come se andassimo contro nemici assennati, e non facciamo dipendere le nostre speranze dai suoi eventuali errori, ma dalla nostra sicura preveggenza” (Tucidide, Libro I 84).

In questi giorni ricordiamo le intuizioni scientifiche di Albert Einstein sulle onde magnetiche. Bisogna anche rammentare un altro monito del grande scienziato che scoprì la bomba atomica: “La produzione dell’energia atomica non ha creato un problema nuovo. Ha semplicemente reso più urgente la necessità di risolverne uno già esistente. Finché ci saranno nazioni sovrane dotate di grande potenza, la guerra sarà inevitabile. Con ciò non si vuole tentare di dire quando scoppierà ma solo che è sicuro che scoppierà. Questo era già vero prima che si arrivasse alla bomba atomica. Il cambiamento riguarda la distruttività della guerra” (Einstein, 1947, Newton Compton, Pensieri, pagina 159). Lo scenario previsto da Einstein si sta realizzando drammaticamente.

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