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DA ROMA A GAZA. L’ACQUA, IL SOLE E IL JAZZ

di Patrizia Cecconi

Nella terribile estate del 2014, quella che verrà ricordata per il più grande massacro compiuto da Israele ai danni del popolo palestinese, non vennero risparmiati né ospedali, né scuole, né orfanotrofi.

Gli ospedali rimasti in piedi, o parzialmente in piedi, non riuscivano a curare tutti i feriti perché Israele tagliava l’energia elettrica e i gruppi elettrogeni non sempre avevano il carburante per essere alimentati. A Shujjaya l’accanimento fu particolarmente massiccio e solo per miracolo, o forse per la sua dimensione poco notevole, l’ospedale Jenin, subì pochi danni e poche vittime ed essendo parzialmente alimentato ad energia solare subì limitatamente la rappresaglia israeliana sull’energia elettrica.

Sono andata a visitarlo, perché l’impianto fotovoltaico che ha permesso all’ospedale Jenin di salvare tante vite ora è completo grazie alla realizzazione del progetto di Sunshine4Palestine che in Gaza ha il suo pilastro insostituibile in Haitham Ghanem, l’ingegnere responsabile del progetto e della sua realizzazione. L’impianto venne completato grazie al ricavato di uno splendido concerto del maestro Bollani al Teatro Argentina a Roma e tra due giorni un altro concerto, sempre all’Argentina, stavolta dell’artista francese Richard Galliano, permetterà di iniziare la realizzazione di un nuovo progetto, non per l’ospedale, ma per dar luce notturna a un chilometro di strada e per alimentare gli orti che chiedono acqua per vivere – e per far vivere – senza dipendere da Israele, ma semplicemente dal sole, circa 700 famiglie.

Shujjaia, quartiere a est di Gaza City, forse in Italia già non si ricorda più, ma fu una delle aree più martoriate dalle tonnellate e tonnellate di bombe israeliane che in soli 51 giorni fecero strage di uomini donne e bambini, tanti, centinaia di bambini.

Quando Haitham mi porta sul tetto a vedere i pannelli fotovoltaici noto che ce n’è uno scheggiato, come colpito da un sasso. Lui, la dottoressa e gli altri tecnici che mi accompagnano dicono che è stata la scheggia di una bomba dell’agosto 2014 e poi aggiungono che il pannello ha resistito e seguita comunque a funzionare, purtroppo però la stessa bomba ha spento la vita di Abul Razzaq, uno degli autisti delle ambulanze, amato per la sua generosità e famoso per l’abilità con cui riusciva a fare le sue opere di salvataggio mentre Israele attaccava sia da terra che dal cielo le stesse ambulanze cariche di medici, infermieri e feriti da salvare! Abul Razzaq, per un gioco del destino, non è morto mentre provava a portare in salvo qualche vita, ma in un momento di riposo. La morte l’ha preso così, in modo arbitrario e crudele, come ha preso tante altre vite in quella terribile operazione nata, caso vuole, proprio mentre Fatah e Hamas tentavano una difficile riconciliazione molto, ma molto sgradita a Israele.

Di lui, nell’ospedale, ci sono grandi quadri che lo ricordano ed è bello vedere come un semplice autista ha diritto ad essere ricordato e onorato anche se non possiede l’autorevolezza di un titolo altisonante, ma solo il suo essere umano tra gli umani. Questa è un’altra piccola lezione di umanità “paritaria” che apprendo casualmente a Gaza.

Samah Saleh, la dottoressa che Haitham mi ha presentato e che mi accompagnerà in tutte le sale spiegandomi che questo è il primo ospedale a funzionare completamente ad energia solare e, quindi, a salvare vite in totale indipendenza da Israele, è una donna giovane, bella e porta jeans attillati su tacchi a spillo da trapezista con i quali cammina con disinvoltura come fossero scarpe da tennis. Anche questo, per i tanti ripetitori di slogan monolitici circa la Striscia di Gaza, può essere occasione di stupore. Accanto a lei e al suo velo portato con totale scioltezza, ci sono giovani donne che indossano il niqab che le copre di nero dalla testa ai piedi lasciando scoperti solo gli occhi, normalmente molto truccati, e i due “stili” convivono con naturalezza, così come con naturalezza viene visto il mio capo scoperto occidentale. Certo, il funzionario bigotto che punisce un abbraccio amichevole è sempre un rischio da mettere in conto, ma si sa, l’ottusità è una caratteristica diffusa nel genere umano e le sue forme si differenziano a seconda del contesto, ma non è che in Occidente manchino!

Oggi, grazie allo straordinario lavoro fatto dal team di Sunshine4Palestine, questo piccolo ospedale può dire al mondo che perfino sotto assedio, sotto bombardamenti a tappeto, con risorse fatte più di umanità e professionalità che di faraonici finanziamenti, è possibile eliminare l’uso dei combustibili fossili con un risparmio economico che trova reinvestimento in progetti di solidarietà umana e con un respiro pulito in un angolo di terra già troppo ferito dai peggiori inquinanti.

Entrando in una delle stanze per le visite mediche mi colpisce il numero di sedie di fronte alla scrivania del dottor Rafeeq, uomo massiccio e dallo sguardo torvo che dopo meno di un minuto diventa colloquiale e simpatico. Chiedo il perché di tante sedie, abituata allo stile italiano che già a due mostra insofferenza e mi viene risposto che se un paziente ha bisogno di avere accanto la famiglia è giusto accogliere anche i familiari. Anche questa è una lezione di umanità che io avevo visto solo in un Paese mitteleuropeo e molto ricco. In Italia, invece, ho visto i medici di un ospedale romano far morire solo come un cane randagio un uomo dopo una, purtroppo lucida, agonia durata tredici ore. Né moglie né figli potevano stringergli almeno la mano perché il regolamento lo vietava. Erano d’intralcio. E i medici della nostra democratica Italia dissero di aspettare senza disturbare ché tanto sarebbero venuti loro a dare la notizia. La notizia sarebbe stata la fine dell’agonia in amara dannata dolorosa solitudine.

Siccome quell’uomo in Italia era mio padre, la vista di sei sedie per i familiari del malato, in una struttura infinitamente più povera di quella dell’ospedale romano, è stata per me una sorta di dichiarazione di amore per l’essere umano in stato di bisogno. Chissà se anche il dottor Tawfiq, come la media dei gazawi viene gratificato dell’appellativo di terrorista solo perché vive sotto l’assedio israeliano e considera Israele uno Stato criminale! Magari terrorista dal volto umano va’, al contrario di tanti medici italiani che non sono terroristi e che quindi del volto umano non hanno bisogno!

Ironia a parte, l’ospedale Jenin di Gaza è una vera lezione di vita, sia per l’umanità che ho trovato ad ogni passo, sia per la capacità professionale spesa per far brillare di luce “solare” la sala operatoria, il laboratorio di analisi, le sale per le visite e quelle dei ricoveri. Un concerto per “piano solo” ha permesso il completamento dell’impianto. Nei prossimi giorni un concerto del grande fisarmonicista Richard Galliano renderà possibile l’avvio di un’altra operazione di vita.

Quel filo sottile che passa tra solidarietà e denuncia e che si “serve” dell’arte per portare avanti i propri progetti torna infatti il 15 febbraio, cioè tra due giorni, al Teatro Argentina di Roma. Forse i biglietti sono già finiti come fu lo scorso anno, o forse ce n’è ancora qualcuno disponibile e sarà bello sapere che mentre si gode la musica di Galliano, uno dei più singolari compositori venuto apposta dalla Francia per offrire il suo concerto, gli orti inariditi di Gaza avranno la possibilità di riprendersi grazie alle pompe alimentate dal sole, sempre disponibile, e non dal carburante fossile che non solo inquina, ma che la maggior parte dei contadini non ha la possibilità di comprare.

Io non potrò andare al concerto perché sono a Gaza, ma andrò nella buffer zone, a Zannah, nella zona degli orti e porterò con me un cd di Galliano, poi farò tante foto e le pubblicherò sul sito di Sunshine4Palestine così tutti coloro che avranno sentito dal vivo la sua fisarmonica potranno vedere il luogo in cui quelle note porteranno luce e acqua. E l’acqua è vita. Si sa fin dai tempi di Talete che, non a caso, oltre che di filosofia s’intendeva anche di pozzi!

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