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Dal sito Internet http://www.tekneco.it/energia/la-geotermia-puo-essere-buona/

LA GEOTERMIA PUÒ ESSERE “BUONA”

di Sergio Ferraris

La geotermia ad alta e media entalpia è a un punto di svolta. Migliorano le tecnologie che diventano molto meno impattanti e aumentano le possibilità di utilizzare piccoli impianti nella logica della produzione distribuita. Ne abbiamo parlato con Fabio Roggiolani di GIGA, il Gruppo Informale Geotermia ed Ambiente.

Che cosa è cambiato nella geotermia oggi?

«Tutto. L’unica cosa rimasta uguale è la risorsa. Ossia la fonte che è il calore del sottosuolo. Per tutto il resto abbiamo una vera e propria evoluzione che definisco una rivoluzione. I materiali, l’approccio e la logica stessa di questa fonte sono cambiate».

Ossia?

«È semplice. Prima la geotermia, quella Flash, era come il petrolio. Si estraeva la fonte, ossia il liquido geotermico, si sfruttava il calore e si scaricavano gli impatti sull’ambiente. I liquidi geotermici possiedono degli inquinanti che non possono essere immessi in atmosfera e anche con gli ultimi progressi come i filtri una parte degli inquinanti finisce per inquinare».

Ora qual è la differenza quindi?

«Oggi possiamo usare il calore lasciando i liquidi geotermici dove sono. O meglio li si estraggono, se ne usa il calore e si rimettono nel posto da dove vengono senza entrare in contatto con l’ambiente. Il sistema funziona scambiando calore con impianti di produzione a ciclo binario i quali non hanno alcuna emissione in atmosfera e, con l’evoluzione della Carta di Abbadia, vengono integrati perfettamente nel contesto territoriale».

Già, ma parliamo solo di calore quindi?

«No parliamo di calore ma anche d’elettricità perché la tecnologia binaria attraverso l’ultima generazione di macchine consente di ottenere elettricità a partire dagli 80° C e poi di sfruttare i cascami di calore per attività che ne hanno bisogno, come il teleriscaldamento, l’artigianato e le attività agricole».

Si però la logica rimane sempre la stessa. Centrali da una parte consumatori dall’altra. E quindi?

«Con la geotermia binaria dobbiamo scordarci le grandi centrali da 60 MWe che non sono abbastanza flessibili. Il futuro è nella generazione distribuita quindi piccoli impianti da 100 kWe a 5 MWe. Meno visibili e meno impattanti sul fronte paesaggistico. Si va da una occupazione di suolo di 50 mq per 100 kWe fino ai 5.000 mq per una centrale da 5 MWe».

Già però i cittadini sono poco convinti di ciò. Cosa fare?

«E hanno ragione. Si tratta di persone che sono state “scottate” da anni e anni di “cattiva geotermia”, attività che ha scavato un solco profondo. Molto profondo. Per questo abbiamo varato un’iniziativa che si chiama la Carta della buona geotermia di Abbadia San Salvatore che riguarda tutte le geotermie a cominciare dalle sonde per la bassa entalpia, fino ad arrivare alla conversione radicale e totale della geotermia Flash, inquinante e impattante, utilizzando la tecnologia, come dicevo, binaria con una totale reimmissione dei fluidi».

La proposta come sarà veicolata?

«La Carta deve essere portata al mondo dell’industria e della politica, sennò si continuerà a fare geotermia in maniera tradizionale ed inquinante. O le istituzioni trovano un segnale chiaro che deve arrivare dal basso, in questa direzione o si continuerà a fare come prima, imponendo ai cittadini degli impianti di vecchia tecnologia inquinanti che possiedono un rendimento energetico che è vecchio, arretrato, visto che scaricano le esternalità ambientali sul territorio. Si tratta di un rendimento economico aggiuntivo, quello della geotermia Flash che ha un grave carico di conseguenze sanitarie sulla popolazione che sono state ampiamente documentate. Le imprese aderenti alla Rete Geotermica che insieme raggruppano un fatturato superiore ai tre miliardi di euro, con migliaia di posti di lavoro, l’hanno già sottoscritta e se avranno i permessi per la realizzazione di nuove centrali a ciclo binario, potranno concorrere nel 2024, anno di scadenza di gran parte delle concessioni geotermiche amiatine, anche alla riconversione della geotermia esistente».

Ma non sarebbe meglio chiudere con la geotermia e dedicarsi ad altro?

«Non scherziamo. Oggi abbiamo l’emergenza clima e quella inquinamento, ma soprattutto abbiamo le tecnologie per convertirla la geotermia. Non utilizzare questa nuova tecnologia significa dare altre spinte all’utilizzo delle fonti fossili, magari solo perché utilizzate in zone distanti dai consumi. Ma la CO2 non conosce confini. Poi c’è l’aspetto industriale manifatturiero che conta. Le tecnologie della geotermia binaria per ora sono realizzate solo all’estero (in totale 5.000 MWe installati nel mondo) anche da imprese italiane con tecnologie italiane, dal momento che in Italia stupidamente non è ancora stato rilasciato il primo permesso a costruire, dopo 5 lunghi anni dall’emanazione della legge di liberalizzazione. Nonostante tutto questo i sistemi tecnologici e di processo prodotti in Italia, sia per lo scambio di calore nella bassa entalpia, sia nella cogenerazione per la produzione di energia elettrica e calore, ci colloca ai primi posti nel mondo. Fare sperimentazione e applicazioni in questo settore significa dare respiro alle aziende nazionali, offrire loro un trampolino di lancio per il mercato estero che è promettente. Quindi significa produrre lavoro. E tutte queste cose le stanno capendo anche i comitati che lottano da anni contro la geotermia Flash. Nell’appuntamento di presentazione della Carta che si è svolto nei giorni scorsi ad Abbadia San Salvatore, negli interventi dei comitati abbiamo visto delle piccole, ma significative aperture sulla geotermia binaria. E non è poco».

Ma oltre all’alta entalpia la geotermia può servire anche in altre zone?

«Sì, certo. Oggi intere città come Milano e Roma, possono essere riconvertite per il riscaldamento e il raffrescamento, tutte con la geotermia a bassa entalpia, la quale, integrandosi perfettamente con altre fonti rinnovabili come il fotovoltaico e sistemi di storage, è la chiave di volta per la lotta all’inquinamento da polveri sottili e delle isole di calore negli ambiti urbani».

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