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Dal sito Internet http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/avvelenati-da-prodotti-chimici-i-globicefali-spiaggiati-in-scozia/

AVVELENATI DA PRODOTTI CHIMICI I GLOBICEFALI SPIAGGIATI IN SCOZIA

Le analisi condotte dall’Università di Aberdeen e dallo Scottish Marine Animal Stranding Scheme hanno dimostrato che un branco di globicefali arenatisi sulla costa di Fife nel 2012 avevano alte concentrazioni di sostanze chimiche tossiche, alcune delle quali hanno raggiunto il cervello dei cetacei.

Il branco di globicefali si era arenato su una spiaggia tra Anstruther e Pittenweem, in Scozia, il 12 settembre 2012. Dei 31 cetacei spiaggiati solo 10 sono stati salvati riportandoli al largo, mentre 21 globicefali – 16 femmine e 5 maschi – erano morti.

Gli scienziati hanno trovato mercurio a livelli sufficientemente alti da causare gravi danni neurologici nell’uomo e hanno dimostrato per la prima volta che il cadmio tossico può attraversare la barriera emato-encefalica. Il rapporto del team dall’Università di Aberdeen e dallo Scottish Marine Animal Stranding Scheme, pubblicato Science of the Total Environment, mostra «una chiara correlazione tra l’aumento dei livelli e l’età dei mammiferi, suggerendo che lo stress tossico aumenta quanto più a lungo vivono i mammiferi».

Secondo i ricercatori, «Questo potrebbe dimostrare che questa specie di mammiferi marini sono meno suscettibili all’avvelenamento da mercurio degli esseri umani, ma che non può del tutto escludere che si tratti di un fattore che porti e balene ad andare fuori rotta».

Eva Krupp, che ha raccolto e analizzato campioni dei globicefali con il suo team di chimici ambientali dell’Università di Aberdeen spiega: «Siamo stati in grado di raccogliere un numero senza precedenti di campioni di tessuto da tutti i principali organi, compreso il cervello, e di conseguenza abbiamo potuto vedere per la prima volta gli effetti a lungo termine dell’esposizione dei mammiferi agli inquinanti ambientali. Questo branco di cetacei fornisce nuove intuizioni uniche, perché siamo stati in grado di vedere gli effetti su un gran numero di cetacei dello stesso pod e come questi variano a seconda dell’età».

L’analisi dei campioni ha rivelato che il livello di mercurio nei globicefali aumenta in correlazione con l’età dei mammiferi marini, che variava da meno di un anno a 36 anni. I ricercatori scozzesi hanno trovato concentrazioni molto elevate di mercurio nel cervello di tutti i cetacei con un’età superiore ai 9 anni e in 3 globicefali la concentrazione era superiore a livelli che producono gravi danni neurologici negli esseri umani.

«Possiamo vedere con chiara evidenza che il mercurio viene trasportato attraverso il flusso sanguigno in tutti gli organi, dove si accumula lungo la durata della vita – aggiunge la Krupp –. Oltre ad un aumento della concentrazione di mercurio nel cervello quando i cetacei invecchiano, vediamo un effetto simile del cadmio, che non è stato riportato in precedenza. È noto che il cadmio può penetrare la barriera ematoencefalica nei neonati o negli stadi di sviluppo, ma non si pensava lo facesse negli adulti. I nostri risultati sono significativi perché possiamo dimostrare per la prima volta che il cadmio è nel tessuto cerebrale e che i suoi livelli aumentano con l’età. Anche se il corpo ha un meccanismo di difesa naturale, sotto forma dell’elemento del selenio, che disintossica da queste sostanze chimiche nocive, abbiamo scoperto che la maggior parte del selenio non è disponibile per la sintesi di proteine essenziali negli animali più vecchi. Questo indica che più vivono i mammiferi, meno possono essere capaci di far fronte agli effetti tossici».

Precedenti studi scientifici hanno dimostrato che le concentrazioni di mercurio negli oceani sono notevolmente aumentate a partire dalla rivoluzione industriale e a causa delle miniere d’oro, il che potrebbe aver portato ad un aumento dei livelli di mercurio nei mammiferi marini.

«Finora, non abbiamo alcuna indicazione che i livelli di mercurio e cadmio nel cervello siano la causa del disorientamento, che in alcuni casi può portare a spiaggiamenti, ma c’è un potenziale di stress maggiore in questi animali iconici a causa della crescente concentrazione di metalli tossici negli oceani – conclude la Krupp –. Sono necessarie ulteriori ricerche per verificare se questo è un fattore degli spiaggiamenti, in particolare quando non possono essere trovate altre spiegazioni, come malattie o eventi meteorologici».

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