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VANTAGGI E SVANTAGGI DELLE BIOPLASTICHE

di Luigi Vendola

I rifiuti organici rappresentano la parte più consistente dei rifiuti solidi urbani. Si va dal 20-40% nei Paesi ad alto reddito, e fino al 60-80% nei Paesi a basso reddito (fonte Eurostat). Quindi la raccolta differenziata dei rifiuti organici, e in particolare degli scarti alimentari, è un fattore importante nella gestione dei RSU, in modo da minimizzare i rifiuti residui e ridurre l’impatto ambientale in fase di smaltimento.

L’uso dei sacchetti di plastica e di carta compostabili per la raccolta dei rifiuti organici, e la loro integrazione nel processo di trattamento dei rifiuti, è una procedura collaudata e vincente in molti Paesi dove avviene il riciclaggio organico. Tuttavia, questo approccio è sensibile al cattivo uso dei sacchetti di plastica convenzionali nella raccolta dei rifiuti organici. Inoltre, la poca informazione sulla compostabilità dei prodotti in plastica, per lo più imballaggi, porta spesso al conferimento di prodotti plastici nei cassonetti per rifiuti organici. Al fine di evitare la contaminazione dei rifiuti organici raccolti per il compostaggio, è necessario informare i cittadini e non solo su quali tipi di plastiche biodegradabili possono e non possono essere compostati.

Il primo step è quello di una definizione condivisa di che cosa sono le bioplastiche, perché parole come “bio”, “degradabile” e “compostabile” sono troppo spesso utilizzati come sinonimi pur avendo significati tecnici differenti.

Plastiche biodegradabili

Una plastica biodegradabile è un materiale plastico che può essere suddiviso in monomeri e metabolizzato attraverso l’azione di microrganismi naturali, come batteri e funghi. La biodegradazione si riferisce ai processi biochimici in cui i microrganismi presenti naturalmente nell’ambiente, convertono il polimero in sostanze quali acqua, anidride carbonica e biomassa.

Alcune plastiche biodegradabili possono degradarsi in fretta, mentre altre richiedono più tempo. Il tasso di biodegradazione dipende in gran parte dalla composizione e dallo spessore del materiale, nonché dalle condizioni ambientali a cui è esposto. Ciò significa che una plastica classificata come biodegradabile non necessariamente può essere adatta per il riciclaggio attraverso il compostaggio o digestione anaerobica.

Plastica compostabile

Una plastica compostabile è un materiale che è “in grado di subire una decomposizione biologica in un luogo adibito al compostaggio, scindendosi in anidride carbonica, acqua, composti inorganici e biomassa, ad una velocità coerente con altri materiali compostabili come la cellulosa, e non lascia residui tossici”, la definizione è della American Society for Testing & Materials. In pratica significa che le materie plastiche classificate come “compostabili” devono essere in grado di subire la biodegradazione nel corso di un processo di compostaggio, e non incidere negativamente sulla qualità del compost risultante.

La materia prima più comunemente utilizzata per la fabbricazione di plastiche compostabili è l’amido di mais, che viene convertito in un polimero con proprietà simili ai prodotti plastici in polietilene. Altre materie plastiche compostabili sono disponibili a base di fecola di patate, proteine di soia, cellulosa e addirittura dal petrolio o sottoprodotti.

Bioplastiche o bio based-plastic

Le bioplastiche sono quei materiali derivanti da polimeri a base vegetale, come amido di mais, canna da zucchero o cellulosa, e non derivano da risorse petrolifere. E vengono definiti come come polimeri “bio-based”.

Esistono diversi tipi di bioplastiche: alcuni sono biodegradabili, alcuni compostabili, mentre altri presentano proprietà più comunemente associate con le plastiche convenzionali, e quindi non biodegradabili.

La biodegradabilità è una caratteristica solo di alcuni tipi di bioplastiche, in quanto offre la possibilità di recuperare altri materiali nella fase di fine della vita del prodotto. La proprietà biodegradazione dipende solo dalla sua struttura chimica e non dalla fonte del polimero. Ciò significa che non tutte le bioplastiche sono biodegradabili.

Vantaggi delle plastiche biodegradabili

Le materie plastiche biodegradabili possono ridurre alcuni dei problemi ambientali derivanti dallo smaltimento incontrollato dei rifiuti plastici. Sono particolarmente adatte per il riciclaggio dei rifiuti organici, purché le plastiche siano compostabili. Si può supporre che le plastiche biodegradabili siano i materiali più indicati per sostituire le plastiche convenzionali, perché queste ultime generano enormi problemi ambientali durante l’uso e soprattutto a fine vita. Esempi tipici sono lo smaltimento improprio delle borse per la spesa usa e getta dannose per gli ecosistemi marini, o gli imballaggi plastici convenzionali che possono essere contaminati dal cibo, rendendo più difficile il loro riciclo.

Vantaggi della bioplastiche (bio based-plastic)

Il vantaggio principale dei prodotti in plastica a base biologica rispetto alle plastiche convenzionali, è che per la loro produzione non vengono utilizzate risorse fossili ma solo biomasse, contribuendo alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. In secondo luogo, grazie al loro utilizzo si evitano alcuni dei problemi ambientali derivanti dall’incontrollato smaltimento, in mare e in terra, dei prodotti plastici. Il crescente utilizzo di plastiche biodegradabili e di conseguenza il maggiore interesse nell’utilizzo di risorse rinnovabili, stride con la legislazione e i regolamenti ai quali devono sottostare i produttori di materie plastiche in quanto, ad oggi, non esistono regolamenti che obbligano i produttori di materie plastiche a dichiarare la presenza di risorse rinnovabili all’interno dei loro prodotti. Nonostante l’esistenza di un test, validato dalla Comunità Europea (CEN/TS 16137:2011 Plastics – Determination of biobased carbon content), che determina il contenuto di carbonio a base biologica nei monomeri e polimeri dei materiali plastici prodotti, l’apposizione di un’etichetta che ne certifichi lo standard è su base volontaria peri produttori.

Svantaggi

Nonostante i numerosi e significativi vantaggi dei polimeri biodegradabili questi ultimi non sono esenti da svantaggi. Prima di tutto, come ogni prodotto, l’incontrollato utilizzo e il cattivo smaltimento possono contribuire a inquinare l’acqua e il suolo. Sebbene per loro stessa natura i polimeri biodegradabili si degradano e deteriorano naturalmente, però rimane sempre la possibilità di danni, anche alla fauna, quando un prodotto viene ingerito.

Come molti polimeri biodegradabili sono necessarie etichette chiare per il loro smaltimento e riciclaggio, per evitare che alcuni polimeri contaminino i processi di riciclaggio delle materie plastiche convenzionali.

Nel caso in cui che le materie plastiche compostabili finiscano nei normali flussi di riciclo della plastica, alcune tecnologie sono in grado di rimuoverle in modo efficace (come nel caso dei polimeri derivanti dall’acido polilattico). Nel casi in cui quantità residue di materie plastiche compostabili, nell’ordine del 10%, vadano a contaminare il normale riciclo dei materiali plastici convenzionali (PE), uno studio dell’Università di Hannover stima che il loro impatto è davvero trascurabile. Mentre se si superano queste percentuali il loro effetto inquinante aumenta, ma rimane nettamente inferiore a quello derivante da una contaminazione da plastiche PET (polietilene tereftalato).

Lo smaltimento in discarica di polimeri biodegradabili può contribuire alla biodegradabilità dei rifiuti che, a loro volta, possono avere un impatto sulla generazione di metano e il potenziale rilascio in atmosfera.

Infine, la crescita di colture per la produzione di bioplastiche può essere vista in competizione con le colture per la produzione di cibo. Questo è un argomento ampiamente dibattuto in questi ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda le colture per la produzione di carburanti.

Secondo la European Bioplastc Association, la superficie occupata per la produzione delle bioplastiche è pari allo 0,006% della superficie agricola mondiale (GAA). Si stima che con l’espansione della produzione di bioplastiche questa percentuale arriverà al massimo all’1%. Una percentuale trascurabile, se la si paragona alla superficie necessaria per l’alimentazione degli animali stimata tra il 10-12%.

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