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INQUINAMENTO DA AZOTO, DANNI AMBIENTALI PARI A QUELLI DELLA CO2

di Bruno Casula

“La gente non sa ancora molto sull’azoto, ma per molti versi esso rappresenta un problema grande quanto quello legato al carbonio”. Era il 2008 quando James Galloway, docente di Scienze Ambientali all’Università della Virginia, paragonava la gravità dell’inquinamento da azoto reattivo a quello da CO2, sottolineando quanto il problema fosse poco noto. E a distanza di otto anni le cose non sono poi così cambiate. Le emissioni mondiali aumentano ma c’è ancora poca consapevolezza sui danni ambientali che ne derivano.

Nella sua forma inerte l’azoto è innocuo ed estremamente abbondante, dal momento che costituisce il 78% dell’atmosfera terrestre. Le smisurate quantità di azoto e composti azotati, dovute all’agricoltura intensiva e alla combustione di carburanti fossili che rispondono agli attuali modelli di consumo, sono invece altamente reattive e oltre ad essere una causa diretta del riscaldamento globale, danneggiano gravemente l’equilibrio naturale degli ecosistemi: inquinano terreni e acque, riducono la diversità biologica, determinano la scomparsa di alcune specie vegetali. È pur vero che i fertilizzanti azotati hanno permesso di ottenere raccolti impensabili in zone sottosviluppate del pianeta, soprattutto in Africa, Asia centrale e altre aree del mondo colpite dal dramma della denutrizione, ma ciò non toglie che l’impatto ambientale sia diventato insostenibile.

Negli ultimi 150 anni le emissioni di azoto reattivo nel mondo si sono decuplicate. Nel 2010 è stata toccata quota 18,9 miliardi di tonnellate, di cui 16,1 sono da attribuire all’industria e all’agricoltura, il resto ai consumatori. La disparità tra gli inquinatori tuttavia è notevole. Secondo uno studio condotto dall’Università di Sidney pubblicata sulla rivista Nature Geoscience, appena quattro nazioni – Stati Uniti, Cina, India e Brasile – sono responsabili di quasi la metà (47%) delle emissioni globali di azoto. Il modello utilizzato per il calcolo tiene conto dei principali accordi commerciali bilaterali stretti in tutto il mondo e in base a ciò dimostra che gli Stati cosiddetti sviluppati danno in “outsourcing” parte delle loro emissioni alle nazioni in via di sviluppo, che producono i beni da vendere ai Paesi ricchi mentre trattengono l’inquinamento generato da tale produzione. Esattamente ciò che avviene per la CO2.

Paesi come la Liberia e la Costa d’Avorio hanno emissioni pro capite di 7 kg all’anno, mentre gli abitanti di Hong Kong o del Lussemburgo sono responsabili, attraverso l’import di beni di consumo, di oltre 100 kg. L’Italia, insieme a Giappone, Germania, Regno Unito, Hong Kong e Stati Uniti, è tra i più grandi “importatori netti” di azoto, poiché le emissioni generate per soddisfare i consumi interni – dai tessuti all’abbigliamento, ma anche carne bovina dall’Argentina – provengono da merci prodotte all’estero, prevalentemente nei Paesi in via di sviluppo.

“L’inquinamento da azoto rimane un problema ambientale poco riconosciuto perché è un nemico invisibile”, spiega Alan Townsend, professore di ecologia e biologia evolutiva presso l’Università del Colorado a Boulder. “La gente può vedere una macchia d’olio sul mare, ma non centinaia di tonnellate di fuoriuscita di azoto invisibile ogni giorno nel terreno, nell’acqua e nell’aria da allevamenti, ciminiere e tubi di scappamento delle auto. Però l’impatto è lì. Aria malsana, acqua non potabile, zone morte nel mare, ecosistemi degradati e implicazioni per il cambiamento climatico”. Inoltre l’aumento delle quantità di azoto reattivo è stato messo in relazione con un aumento dell’incidenza di diverse malattie: tumori, malattie cardiovascolari e polmonari, colera, malaria, incremento del rischio di diabete, del morbo di Alzheimer e problemi meno gravi come reazioni allergiche dovute al rilascio di maggiori quantità di allergeni aerei.

Per Townsend alcune possibili soluzioni al problema sono il ricorso a tecnologie che eliminino la formazione reattiva di azoto durante l’uso di combustibili fossili e l’introduzione di incentivi che incoraggino gli agricoltori a limitare l’uso dei fertilizzanti azotati, anche se il passo fondamentale sarebbe quello di stabilire degli standard ambientali riguardo le emissioni.

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