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Dal sito Internet http://www.qualenergia.it/articoli/20151106-petrolio-italiano-gioco-sei-questiti-del-referendum-trivelle-no-triv

PETROLIO ITALIANO, ECCO CHE COSA C’È IN GIOCO CON IL REFERENDUM

di Luca Cardin

(Articolo originariamente pubblicato sul blog zeroviolenza.it, riprodotto con il consenso dell’autore)

Lo scorso 30 settembre sono stati depositati in Cassazione i sei quesiti referendari contro le trivellazioni previste dagli articoli dello Sblocca Italia tra cui uno specifico contro i progetti Oil&Gas in mare riesumati dall’art. 35 comma 1 del Decreto Sviluppo del governo Monti. Oltre 200 associazioni e dieci Regioni hanno permesso questo risultato. Se la Cassazione riterrà ammissibili i quesiti, i cittadini andranno alle urne nella primavera del 2016. Ne parliamo con Enzo Di Salvatore, costituzionalista e docente di diritto costituzionale all’Università di Teramo nonchè co-fondatore del Coordinamento Nazionale No Triv.

Prof. Di Salvatore, ci può spiegare brevemente su cosa di fatto andranno a deliberare i cittadini tra sei mesi?

I quesiti referendari deliberati dalle dieci Regioni sono sei. Il primo, il secondo e il terzo quesito sono relativi allo Sblocca Italia e riguardano:

1) l’eliminazione della dichiarazione di strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi, nonché dello stoccaggio sotterraneo di gas;

2) l’abrogazione della previsione del vincolo preordinato all’esproprio che il nuovo “titolo concessorio unico” conterrà già a partire dalla fase della ricerca, al fine di tutelare il diritto di proprietà del privato;

3) il cosiddetto “piano delle aree”, previsto al fine di pervenire – per la prima volta in Italia – a una razionalizzazione delle attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. In questo caso l’obiettivo dell’abrogazione referendaria è quello di consentire che la Conferenza Unificata possa esprimersi sul piano nella sua interezza (terraferma e mare) e di evitare che, in caso di mancato raggiungimento dell’intesa con lo Stato, si ricorra all’esercizio del potere sostitutivo da parte del governo secondo una procedura semplificata;

4) l’abrogazione delle norme che consentono che, in attesa che venga approvato il piano, lo Stato possa rilasciare nuovi permessi di ricerca e nuove concessioni di coltivazione, sulla base delle norme ormai abrogate dallo Sblocca Italia;

5) la limitazione della durata delle attività previste sulla base del nuovo “titolo concessorio unico”.

Il quarto quesito concerne, invece, le autorizzazioni alle opere strumentali allo sfruttamento degli idrocarburi; anche in questo caso si propone di abrogare la norma che prevede che, in caso di mancato accordo con la Regione interessata, lo Stato possa decidere “in solitudine”, secondo una procedura semplificata.

Il quinto ha ad oggetto una norma contenuta nella legge sul riordino del settore energetico del 2004, che disciplina anch’essa l’intesa regionale sugli atti dello Stato relativi alle attività petrolifere.

Il sesto, infine, mira ad eliminare l’art. 35 del decreto sviluppo del 2012, che rende possibile, per il futuro, la ricerca e l’estrazione del gas e del petrolio entro le 12 miglia marine.

Se dovesse vincere il No alle trivellazioni, cosa accadrà per i progetti di ricerca ed estrazione di idrocarburi oltre le 12 miglia?

La questione delle estrazioni petrolifere oltre le 12 miglia marine risulta particolarmente complessa e va posta nella sua giusta luce, in ragione degli obblighi internazionali assunti dallo Stato: obblighi che, com’è noto, costituiscono un limite al referendum abrogativo. Anche ammesso, infatti, che lo Stato possa disporre a proprio piacimento delle aree poste fuori dalle 12 miglia, lo strumento referendario sarebbe, a questi fini, inservibile. Si pensi, ad esempio, allo sfruttamento del giacimento di gas “Annamaria” nell’Adriatico, che poggia su un accordo stretto tra l’Italia e la Croazia, e rispetto al quale risulta stabilito che le attività di sfruttamento non possano essere sospese unilateralmente.

Per questa ragione sarebbe impossibile andare ad abrogare direttamente quelle previsioni della legge dello Stato, che autorizzano la ricerca e l’estrazione di gas e petrolio in aree marine fuori dalle 12 miglia. Questo, tuttavia, non vuol dire che il referendum non inciderà in alcun modo sulle attività che trovino svolgimento fuori dalle 12 miglia. Uno dei quesiti, come dicevo, avrà ad oggetto il cosiddetto “piano delle aree” e questo dovrebbe riguardare anche il mare.

L’abrogazione della possibilità di rilasciare nuovi permessi e nuove concessioni nell’attesa che sia predisposto il piano riguarderà anche le aree marine poste fuori dalle 12 miglia. A ciò si aggiunge il fatto che, una volta elaborato il piano, gli Enti territoriali tutti potranno esprimersi sul piano nella sua interezza e in modo determinante, visto che uno dei quesiti mira a far sì che l’intesa in Conferenza Unificata – dove siedono appunto le Regioni e gli Enti Locali – non sia solo di “facciata”.

Come interverrà la Legge di Stabilità approvata di recente sull’autonomia alle Regioni in materia energetica?

Non mi pare che la Legge di Stabilità incida sull’autonomia delle Regioni in materia energetica. Attendiamo di vedere cosa accadrà, invece, con il “collegato ambientale” in corso di approvazione in Parlamento, visto che proprio il 22 ottobre scorso il Senato ha bocciato alcuni emendamenti che si proponevano di abrogare alcune disposizioni oggetto di referendum.

Direi piuttosto un’altra cosa: che la Legge di Stabilità incide comunque anche sulla materia petrolifera, in quanto la riduzione dell’IRES si applica anche alle società che operano nel settore petrolifero. Si ricorderà che con la sentenza n. 10 del 2015 la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la maggiorazione della aliquota IRES richiesta dallo Stato alle società petrolifere, in quanto il decreto legge n. 112 del 2008, che quella maggiorazione aveva disposto, avrebbe dovuto limitarsi a prevedere il prelievo sui “sovra-profitti”, anziché sull’intero reddito delle società e collegarlo alla particolare congiuntura economica di allora, contenendola entro un arco temporale ben definito.

Allo scopo di evitare che dalla sentenza derivasse una grave violazione dell’equilibrio di bilancio, e cioè che lo Stato dovesse procedere alla restituzione delle somme versate dalle società petrolifere, “tale da implicare una manovra finanziaria aggiuntiva”, la Corte ha deciso che gli effetti della sentenza dovessero riguardare solo il futuro e non il passato.

Chiaro è che lo Stato non può più fare affidamento su quelle entrate. Per questo, avrebbe potuto reintrodurre il prelievo limitatamente ai “sovra-profitti”, elevando la percentuale stessa rispetto a quella finora in vigore, affinché fosse congrua a compensare le perdite. E prevedendo ovviamente una scadenza temporale, in modo che il prelievo non avesse natura strutturale. Invece la scelta effettuata con la Legge di Stabilità mi pare sia stata un’altra…

Prof. Di Salvatore, secondo lei Renzi dove vuole portare l’Italia in termini di politica energetica e che fine hanno fatto le energie rinnovabili?

Il governo italiano pensa di poter far fronte agli impegni assunti sul piano europeo nell’ambito della governance economica attraverso il rilancio delle opere strategiche: gli ultimi tre governi hanno scelto di percorrere questa strada ed hanno sottoposto all’Unione Europea programmi nazionali di riforma, che individuano misure di questo tipo, affinché l’Unione desse il proprio assenso sulla strategia da seguire per ridurre il deficit pubblico e il debito pubblico. Ma in tutto questo anch’io mi chiedo: che fine hanno fatto le energie rinnovabili?

L’ultima grande vittoria referendaria in Italia è stata sull’acqua pubblica, che non basta però a fermarne i tentativi di privatizzazione. Non crede che per quanto positivo potrà essere il risultato non sarà sufficiente a bloccare le multinazionali del gas e del petrolio?

Il referendum è uno degli strumenti che si hanno a disposizione per risolvere il problema, non certo l’unico strumento. Al momento, però, non vedo alternative. Resta il fatto che 60.000 persone si sono ritrovate per le strade di Lanciano lo scorso 23 maggio e hanno manifestato la propria contrarietà alla realizzazione del progetto petrolifero “Ombrina mare” e, più in generale, alla politica seguita dal governo Renzi in materia di energia.

Eppure non ne ha parlato quasi nessuno: quelle persone sono state quasi invisibili. Dopodichè si è lanciata la proposta del referendum e i mass media ne hanno parlato a lungo. Persino il governo si è mostrato nervoso al riguardo. Questo vuol dire che si sta andando nella giusta direzione. Di per sé è comunque un fatto politico ragguardevole, che non può essere ignorato.

Domenica prossima, l’8 novembre, ci sarà a Roma una grande assemblea del movimento No Triv. Qual è l’obiettivo della giornata?

L’8 novembre, presso il “Parco delle energie” al centro sociale ex SNIA di Roma, si terrà una assemblea nazionale delle associazioni, dei comitati e dei movimenti che hanno voluto sostenere la proposta referendaria. L’assemblea è aperta a tutti. Coloro che parteciperanno avranno modo di discutere della campagna referendaria e di come organizzarla. Occorrerà senz’altro attendere che la Corte Costituzionale si pronunci sull’ammissibilità dei quesiti proposti. Ma nel frattempo – nell’attesa che arrivi gennaio – occorrerà attivarsi. C’è ancora molto da fare e non si può restare con le mani in mano.

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