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Dal sito Internet http://www.tekneco.it/ambiente/pfu-e-inerti-edili-dalle-macerie-un-nuovo-filone-green/

MATERIALI RICICLATI, DALLE MACERIE UN NUOVO FILONE GREEN

di Andrea Ballocchi

Edilizia e infrastrutture, si sa, sono due ambiti “energivori”. Ma sfruttando opportunamente i materiali ottenuti dal riciclo, si potrebbero renderli decisamente più green, ottenendo vantaggi ambientali ed economici sensibili.

A comprendere meglio quali siano questi vantaggi e quali soluzioni possano essere messe in pratica per avviare un circolo virtuoso ci ha pensato Legambiente col primo rapporto dell’Osservatorio Recycle intitolato “L’innovazione nei cantieri e nei capitolati per ridurre il prelievo da cava e l’impatto sull’ambiente”.

Obiettivi, norme e scenario attuale

Partiamo dalle cave: come segnala il report, «In Italia esistono oggi circa 2.500 cave da inerti e almeno 15.000 abbandonate, di cui oltre la metà sono ex cave di sabbia e ghiaia». Cambiare questa situazione, «aprendo un filone di green economy che produce ricerca, innovazione e posti di lavoro, è nell’interesse del sistema delle imprese e dell’ambiente».

Arriviamo così all’obiettivo della Direttiva 2008/98/CE che prevede che tra cinque anni (ossia nel 2020) si raggiunga un obiettivo pari al 70% del riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione. Peccato, però, che si arrivi oggi solo al 10% circa, pur con differenze anche sostanziali tra le varie regioni.

Il problema però è che se si guarda al di fuori dei confini nazionali si scoprono realtà davvero virtuose: l’Olanda con il 90% dei materiali recuperati è la nazione più virtuosa, seguita da Belgio (87%) e Germania (86,3%). Occorrerebbe seguire l’esempio di regioni come il Veneto, dove – segnala sempre il rapporto – si producono mediamente più di 5.500.000 di tonnellate all’anno di rifiuti da costruzione e demolizione, di cui più dell’80% vengono avviati a recupero e utilizzato anche in infrastrutture stradali.

Gli ostacoli

Quali sono gli ostacoli che vincolano l’uso più ampio di materiali riciclati? Il primo problema segnalato da Legambiente riguarda i cantieri dei lavori pubblici e privati, «dove spesso i capitolati sono una barriera insormontabile per gli aggregati riciclati. In molti capitolati è previsto l’obbligo di utilizzo di alcune categorie di materiali e di fatto ne è impedita l’applicazione per quelli provenienti dal riciclo». Serve, quindi, cambiare questa prospettiva. Come? Basterebbe che «le stazioni appaltanti, pubbliche e private, e a tutti i livelli cambino i propri capitolati per impedire queste discriminazioni». La stessa associazione ambientalista ha elaborato un capitolato speciale d’appalto, denominato Recycle, in collaborazione con Atecap, Eco.Men ed Ecopneus, che si propone di stimolare le stazioni appaltanti a intraprendere la strada già fissata dall’Europa.

Secondo ostacolo ha a che fare con lo scenario che la Direttiva 2008/98/CE dovrebbe aprire nel nostro Paese. «Perché questo processo vada avanti servono infatti riferimenti chiari per accompagnare la crescita nell’uso dei materiali fino al target del 70% previsto al 2020». Il rischio paventato nel rapporto è che l’applicazione di questa direttiva risulti «un’occasione sprecata», come avvenuto con l’applicazione del DM 203/2003 che già prevedeva per le società a prevalente capitale pubblico di coprire con il 30% del fabbisogno di manufatti e beni attraverso materiali riciclati.

I vantaggi

Superando questi ostacoli i vantaggi offerti sarebbero davvero notevoli e su più fronti: a livello di nuove opportunità lavorative e imprenditoriali, perché le esperienze europee dimostrano che attraverso la nascita di filiere specializzate si aumentano sia l’occupazione sia il numero delle imprese. Inoltre, riducendo il prelievo da cava e arrivando al 70% di riciclo di materiali di recupero si genererebbero più di 23 milioni di tonnellate di materiali che permetterebbero di chiudere almeno 100 cave di sabbia e ghiaia per un anno.

Infine, a livello ambientale, perché aumentando la quantità di pneumatici fuori uso recuperati e utilizzati fino a raddoppiarla al 2020, diventerebbe possibile riasfaltare 26.000 km di strade. «Il risparmio energetico ottenuto, considerando che non si userebbero più materiali derivati dal petrolio, sarebbe di oltre 400.000 MWh. Ossia il consumo in più di due anni di una città come Reggio Emilia, con un taglio alle emissioni di CO2 pari a 225.000 tonnellate», evidenzia il rapporto.

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