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LA FUORVIANTE PUTINOLOGIA DI BERNARD-HENRY LEVY

di comidad

La tendenza degli esseri umani a sopravvalutare la propria intelligenza è una costante storica (basti pensare al ridicolo nome “scientifico” attribuito alla specie: “Homo Sapiens Sapiens”), ma esistono anche meccanismi di istupidimento collettivo che aggravano ulteriormente questo quadro. Il più recente di questi meccanismi è la categoria di “Occidente”, un sistema di pensiero che va persino oltre la falsa coscienza, e che consiste nel filtrare tutta l’esperienza con una serie di fiabe il cui unico scopo è la riconferma acritica della propria superiorità morale sugli avversari.

Un articolo di uno dei campioni dell’occidentalismo, il francese Bernard-Henry Lévy, è stato rilanciato alla metà di ottobre dal Corriere della Sera, che lo ha spacciato come “analisi” dell’intervento russo in Siria. Tutta la prima parte dell’articolo è dedicata alla riaffermazione dei consueti luoghi comuni propagandistici: i meschini interessi di potenza che avrebbero motivato l’intervento russo, e la sbrigativa brutalità dello stesso intervento, che sarebbe tanto diverso nei metodi rispetto alle cautele umanitarie che caratterizzerebbero gli interventi occidentali. Se ne potrebbe arguire che anche le continue stragi di civili che avvengono attualmente in Afghanistan siano ancora da attribuire ai russi, pur ritiratisi quasi trenta anni fa.

Ma queste banalità propagandistiche servono solo a preparare il vero piatto forte dell’articolo, che consiste nel paventare la formazione in Europa di uno strisciante partito filo-Putin. Qui l’esca che viene lanciata è più insidiosa, e rischia di catturare anche coloro che non si sono bevuti le consuete litanie sulla superiorità occidentale. L’esca consiste nella personalizzazione della questione russa, incentrandola sulla figura di Putin, il quale, alternativamente, può svolgere nell’immaginario collettivo il ruolo del malvagio dittatore di turno, oppure quello del messia che possa salvarci dalla crescente irresponsabilità dell’imperialismo USA.

La putinologia allontana però dalla vera questione, che è quella del rapporto che il sistema imperialistico euro-atlantico ha stabilito con la Russia in questi ultimi trenta anni. Una Russia che non poteva essere espugnata con le armi, è stata espugnata dall’Occidente con gli affari, sia quelli del petrolio che quelli finanziari. Il crollo del prezzo del petrolio ha però indebolito seriamente questa prospettiva, poiché la multinazionale russa Gazprom non ha più le risorse finanziarie per tenere in stato di sudditanza l’altro potere che conta in Russia, le forze armate, tutt’altro che disposte a rinunciare alla base navale di Tartus in Siria; così come non sono state disposte a perdere le basi della Crimea.

Se, come molti sospettano, la caduta del prezzo del petrolio è stata orchestrata da USA ed Arabia Saudita per mettere in difficoltà la Russia, si può senz’altro concludere che l’effetto della manovra è stato controproducente, poiché ha rafforzato in Russia le opzioni militari. Circola peraltro anche l’ipotesi che la Siria sia un’esca lanciata dagli USA e dall’Arabia Saudita per irretire la Russia in un’altra trappola, come quella dell’Afghanistan dei primi anni ’80. Ma la Siria non è estesa e montagnosa come l’Afghanistan, e le milizie jihadiste adesso sono vulnerabili anche agli attacchi missilistici lanciati dalle navi russe nel Mediterraneo. Non va trascurato neanche il fatto che sia tramontata quella concorrenza ideologica nei confronti del comunismo ateo che era in grado di esprimere il jihadismo degli anni ’80, il quale riusciva a spacciarsi come bandiera dei poveri del sud del mondo. Oggi negli stessi Paesi islamici invece tutti sanno che il jihadismo esiste solo in virtù dei finanziamenti delle petromonarchie e dell’addestramento di CIA e Blackwater, perciò certe fesserie possono trovare credito solo nell’Occidente infantilizzato e pronto a bersi tutte le fiabe sul “fanatismo”.

Se è vero che l’invasione dell’Afghanistan mise in grave crisi l’Unione Sovietica e ne appannò la mitologia di superpotenza militare, è anche vero che fu la sirena occidentale degli affari a dare la spinta decisiva. Ma la multinazionale finanziaria che nel 1989 aveva “comprato” il Muro di Berlino, Deutsche Bank, è ora a sua volta in seri guai, dato che deve affrontare una voragine da titoli derivati di 72 trilioni di dollari. Una cifra che permette a Deutsche Bank di ricattare il proprio governo e l’intero Occidente con la minaccia di un disastro finanziario, ma che le impedisce la disinvoltura esibita negli anni ’80 nei confronti della Russia di Gorbaciov, e negli anni ’90 con la Russia di Eltsin. Ora Deutsche Bank non è più il feticcio di una volta, e viene anche umiliata dalle agenzie di rating, che non si esprimono per amore di corretta valutazione, ma per assecondare l’opinione ormai diffusa, che ha ribattezzato la multinazionale tedesca come “il buco con la banca intorno”.

La politica occidentale vive sotto il ricatto delle sue lobby finanziarie, e non è neppure in grado di porsi il problema di disciplinarle. Avviene così che Deutsche Bank possa continuare indisturbata a pubblicizzare ai suoi clienti – che essa definisce “più evoluti” – gli stessi titoli tossici che l’hanno condotta al disastro finanziario. Se questo è ciò che propongono ai clienti più evoluti, figuriamoci cosa sono capaci di vendere ai meno evoluti.

Se l’imperialismo occidentale non è più in grado di comunicare con la Russia attraverso il linguaggio del denaro, deve aspettarsi altre sorprese, con o senza Putin.

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