Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Dal sito Internet http://comune-info.net/2014/07/gaza-guerra-umanita-selettiva/

A GAZA NON C’È UNA GUERRA IN CORSO

di Cecilia Dalla Negra

Quello registrato per l’emittente ABC è stato solo il caso più eclatante: il 9 luglio la popolare tv statunitense ha mostrato le immagini della distruzione nella Striscia di Gaza, le macerie di case colpite da bombardamenti a tappeto, donne straziate dal dolore. Peccato che per la giornalista si trattasse di Israele, e quello fosse il risultato prodotto dai razzi Qassam lanciati da Hamas.

Per imbattersi in casi di questo tipo, però, non occorre spingersi fino agli Stati Uniti: restare a casa e accendere il televisore sarà sufficiente per avere idea di quanto sta succedendo in queste ore in Israele e Palestina, secondo la versione dei nostri media mainstream.

Ricapitolando, le cose sarebbero andate pressappoco così.

A fine giugno non identificati estremisti palestinesi (in alternativa jihadisti, comunque miliziani e in definitiva terroristi) hanno rapito tre giovani israeliani (seminaristi, ma mai coloni). Nessuna rivendicazione, eppure il governo israeliano è certo che il colpevole sia Hamas che – per puro caso – ha appena firmato un accordo di riconciliazione nazionale con l’ANP di Abu Mazen. Per stanare i sequestratori e trovare i tre ragazzi (di cui conosciamo volti, storia familiare, studi, passioni) Israele lancia l’operazione “Brother’s Keeper” (che, si badi bene, non è una sproporzionata rappresaglia).

Quando i tre giovani vengono trovati uccisi, per reazione alcuni israeliani (questa volta non estremisti però, perché ci ricorda Santiago Alba Rico che qui si applica il diritto di vendetta) sequestrano, torturano e bruciano vivo Mohammed Abu Khadr, 16 anni, di cui vedremo il volto sui nostri giornali solo molti giorni dopo, senza sapere nient’altro. Difficile che si ottenga solidarietà per Abu Khadr, che non ha responsabilità alcuna nel rapimento dei tre israeliani: si chiama Mohammed ed è arabo.

Poche ore dopo, stabilito unilateralmente da Israele che è necessario colpire Hamas, sempre per reazione viene scatenata l’operazione “Bordo Protettivo”, che non è una offensiva perché dall’altra parte tirano razzi.

Per i nostri media siamo evidentemente di fronte ad una guerra, per quanto manchino alcuni elementi sostanziali per definirla tale (tra cui l’esistenza di un esercito palestinese, tra le altre cose).

È il paradigma assurdo e insopportabile dell’azione-reazione, che confonde le carte e sdogana una narrazione ormai universalmente accettata e riprodotta.

È così che la verità lascia il posto alla parzialità. Che i fatti scompaiono, per cedere il passo alla libera ricostruzione. E se a scuola di giornalismo ci hanno insegnato che è necessario verificarli poco importa: quando si parla di Israele e Palestina le regole possono serenamente saltare.

Non c’è una guerra in corso a Gaza. C’è una guerra contro Gaza.

E se è sgradevole fare la conta dei morti, talvolta si rende terribilmente necessario. Perché 191 contro 0 ci rende felici per le vite che non sono andate sprecate in Israele. Ma ci racconta anche di una sproporzione di forze in campo che i media non dovrebbero ignorare. Che riproduce il sasso contro carrarmato della prima Intifada. E che non menzionare, oggi, è colpevole.

Eppure, se credevamo di aver sentito tutto nel 2008, in piena offensiva “Piombo Fuso” (una guerra anche quella, che provocò la morte di 320 bambini-potenziali-terroristi palestinesi per le cui vite spezzate nessuno ha dovuto rendere conto), quando un popolare quotidiano italiano attribuì quelle morti ad Hamas che usava i bambini come scudi umani, l’informazione che oggi viene fatta su quanto accade ci dimostra che c’è ancora spazio per la creatività.

Se questa è l’informazione che viene diffusa, è difficile stupirsi del fatto che anche il senso di umanità diventi selettivo. Che il pubblico sentire si faccia indifferente, perché il dramma è quello che vivono i tifosi argentini dopo aver perduto il Mondiale, non quello dei genitori dei 35 bambini uccisi dai bombardamenti israeliani.

Tranquilli: non vedremo i loro volti in tv né sui giornali. La pubblica opinione non sarà turbata dalle immagini che arrivano da Gaza a meno di non volerle cercare per proprio conto. Troveremo – in compenso – il dettagliato racconto di come l’attaccante abbia segnato il gol decisivo mentre 18 membri di una stessa famiglia venivano sterminati dai bombardamenti. Diciotto. Provate a contare (successe anche nel 2008, durante “Piombo Fuso”. La famiglia Al Samouni scomparve in una sola operazione aerea. Un “errore”, secondo Israele, che si è auto-assolto dalle accuse di aver commesso crimini contro l’umanità. Per Tzipi Livni, allora ministro degli Esteri, erano tutti “terroristi”).

Vedremo miliziani con il volto coperto imbracciare armi dall’aria minacciosa per contribuire alla creazione di uno stereotipo diffuso utile a dividere il mondo in buoni e cattivi.

E vedremo soldati – o ancor meglio soldatesse – dall’altra parte, difendere la popolazione delle spiagge di Tel Aviv, “sempre in bilico tra svago e tensione”, come ci ricordava un telegiornale qualche giorno fa. Nessuno, però, farà caso alla loro regolare uniforme.

Sentiremo parlare ancora i nostri media di omicidi mirati e di Israele che attacca Hamas, ma nessuno dei commentatori si domanderà come sia possibile non colpire civili, case, scuole, ospedali o orfanotrofi bombardando uno dei luoghi più densamente popolati del mondo.

Leggeremo fantasiose ricostruzioni geo-politiche che pretenderanno di comparare la Palestina all’Iraq e Hamas all’ISIS, in un calderone analitico tutto occidentale che non riconosce specificità e differenze, e lancia un messaggio di generico pericolo per una non-identificata minaccia islamica che – possiamo giurarci – dal Medio Oriente arriverà fino alle nostre moschee, dalla Palestina raggiungerà le periferie delle nostre città, per rinforzare stereotipi e razzismo, ancora una volta.

Sentiremo parlare di guerra, e nessuno dei giornalisti si chiederà che significa o si farà attraversare dal dubbio che senza un esercito si fa difficilmente, una guerra.

Vedremo inviati nella Striscia di Gaza (ed esulteremo per questo, ricordando i giorni di “Piombo Fuso”, quando le corrispondenze si facevano dalle colline di Sderot) aggirarsi tra le macerie, e inviati ad Ashkelon correre nei bunker allo squillo di una sirena che annuncia un razzo che – fortunatamente, sia chiaro – verrà intercettato da Iron Dome.

I due servizi montati insieme ci racconteranno che l’avere un rifugio, un esercito e un sistema anti-missilistico o molta paura e nessun luogo in cui fuggire è la stessa cosa.

La paura te la racconta chiunque venga sentito in queste ore a Gaza. La loro voce, però, sui nostri giornali non trova spazio.

Leggeremo articoli pubblicati ieri ma scritti nel 2007: storie vergognosamente riciclate che raccontano di bambini israeliani traumatizzati dal terrore. Domani però nessuno ci racconterà cosa ne è stato di quei bambini palestinesi sopravvissuti alle bombe e rimasti in una Gaza distrutta, senza alternativa.

Forse, domani leggeremo che è stata dichiarata la tregua, desumendo che dunque quello di Gaza non è un assedio che la soffoca da anni. Che è in corso uno scontro fra pari, in cui fra occupante e occupato non c’è differenza.

E non dovremo stupirci allora del fatto che un razzo lanciato su Tel Aviv indigni la comunità internazionale, ma non le macerie di Gaza che fumano ancora una volta.

Che per tre giovani coloni rapiti i nostri municipi siano pronti ad esporre striscioni, ma che per i 200 prigionieri politici palestinesi minorenni rinchiusi in un carcere israeliano non ci sia posto, sui nostri palazzi. Loro non sono stati sequestrati né rapiti, solo arrestati.

E dunque interroghiamoci sul ruolo sociale dell’informazione e del giornalismo. Valutiamo quale è la qualità del nostro, e non stupiamoci del fatto che nel pubblico sentire una morte israeliana abbia un peso maggiore di una morte palestinese. Che ci siano morti di serie A e morti di serie B. Bambini che hanno diritto di vivere, e bambini che possono anche morire.

Non ci stupiamo che la pietà diventi selettiva, che l’umanità si disperda in una cronaca parziale, che la disumanizzazione l’abbia avuta vinta, e che il comune sentire abbia lasciato spazio all’indifferenza.

Che la sensibilità collettiva sia scomparsa dietro ad un calcio di rigore, solo perché alcune vite hanno un peso, altre nemmeno significato.

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