Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Dal sito Internet http://comune-info.net/2014/02/autogestioni-qualcosa-di-diverso/

QUALCOSA DI DIVERSO, QUI E ORA

di Gianluca Carmosino

«Il recupero dei verbi sembra essere il denominatore comune delle iniziative che si stanno prendendo nella base sociale. La gente sostituisce sostantivi come educazione, salute o alloggio, che sarebbero le “necessità”, la cui soddisfazione dipende da enti pubblici o privati, con verbi come apprendere, guarire o abitare. E rende possibili percorsi autonomi di trasformazione sociale» (Gustavo Esteva, «Antistasis. L’insurrezione in corso»).

Orti comunitari, ciclofficine, fabbriche autogestite, Gruppi di acquisto solidale, banche del tempo, botteghe del commercio equo, Mutue per l’autogestione, spazi per lo scambio gratuito di beni. Cosa hanno in comune? In quali condizioni diventano spazi di cambiamento profondo? Proviamo a esplorare alcuni aspetti di queste trasformazioni in corso, consapevoli che si tratta di esperienze in crescente diffusione in ogni angolo del mondo e di cantieri sociali aperti.

1. L’altra economia e l’economia solidale non esistono

Queste ed altre esperienze cercano strade radicali per mettere in discussione il capitalismo, attraverso un fare che guarda alla vita di ogni giorno. Alcuni, nel nord del mondo, partendo dal concetto di accumulazione/crescita del capitale, le raccolgono sotto lo slogan provocatorio di decrescita. In ogni caso siamo di fronte non a tentativi di sostituire una «buona economia» a una «cattiva economia», una buona crescita o un buon sviluppo a una crescita o a uno sviluppo cattivi. Non si tratta di dare qualche verniciatura di verde, di sociale o di equo, con una dose più o meno forte di regolazione statale o di ibridazione con la logica del dono e della solidarietà. No, «si tratta, né più e né meno – dice Serge Latouche – di uscire dall’economia». Chiaramente non è un problema di definizioni, di tautologia, ma di concetti. Quelle esperienze contestano di fatto l’invenzione dell’economia, che è ridicolo considerare come una scienza dal momento che esiste solo in un orizzonte di senso storico e culturale, quello del capitalismo. Ma se il capitalismo è nella sua essenza una relazione sociale, con dominatori e dominati, allora quelle esperienze si mostrano prima di tutto come un modo per costruire relazioni diverse.

2. Cambiamento qui e ora

I principi e le pratiche di gratuità, cooperazione, scambio di beni e saperi, diffusi negli orti comunitari, nelle ciclofficine, nelle fabbriche autogestite, nei Gas, nelle banche del tempo, nelle Mag e in altri percorsi, spesso informali, danno improvvisamente un volto a ciò che sembra impossibile. Per questo non sono importanti i loro fatturati, non serve capire quanta parte di PIL spostano. Quello che sperimentano lo fanno in basso, cioè in modo autonomo da mercato e Stato, con un forte legame con i territori, senza aver bisogno di leader o programmi articolati. Non delegano, non chiedono, non costruiscono organizzazioni complesse, non hanno neanche l’ambizione di moltiplicarsi, anche se spesso ciò avviene per emulazione spontanea, e non cercano neanche di contrapporsi, pur essendo molto diversi, ai movimenti più tradizionali di tipo rivendicativo. Semplicemente, gruppi di persone comuni, invece di muovere l’altro verso qualcosa o di protestare e chiedere, si muovono direttamente, tentano di creare relazioni di fraternità/sororità, insieme sperimentano qui e ora il cambiamento. Coltivano, recuperano, apprendono, fanno acquisti, utilizzano i risparmi… in modo differente.

3. Limiti e contraddizioni

Un cambiamento di questo tipo, naturalmente, non è privo di limiti e di contraddizioni, perché qualsiasi strada «alternativa» al capitalismo è costretta comunque a sfruttare le sue fessure, si apre in un mondo nel quale il dominio del capitalismo è esteso ovunque. Tuttavia, il suo punto di forza è la convinzione che l’obiettivo non è distruggere l’economia capitalista (impresa impossibile) o di sostituirla con un’altra (impresa inutile), ma di smettere di crearla ogni giorno (i dominatori dipendono sempre dai dominati) e di mettere su, poco a poco, qualcosa di completamente diverso.

4. Cosa, ma soprattutto come

Sulla scia di Gandhi piuttosto che degli zapatisti si tratta di mettere in pratica ciò che si cerca. Le esperienze segnalate si muovono a modo loro in questo orizzonte, senza separare i mezzi dai fini. Del resto, c’è bisogno di una trasformazione profonda, dicono, che metta sotto sopra l’orientamento ideologico dominante (neoliberismo) e le sue istituzioni, ma anche l’idea tradizionale di cambiamento.

5. Oltre lo Stato, il mercato e il lavoro

Come ricorda in un recente articolo lo scrittore e giornalista Raúl Zibechi, «non esiste al mondo alcuna esperienza di costruzione di nuove relazioni sociali create a partire dallo Stato ereditato dal capitalismo». L’autonomia dallo Stato e dal mercato è dunque un passaggio inevitabile di queste esperienze. Che sembrano di fatto accettare la sfida di costruire una nuova grammatica, perché quella dell’intervento pubblico, del welfare, non basta più. In questa insurrezione socio-culturale viene travolto anche il lavoro, il cuore dell’economia capitalista: non occorre, dicono quelle esperienze, soltanto ridurre l’orario di lavoro per lavorare tutti, includendo gli esclusi, a cominciare dalle donne, e di ripensarlo per favorire una conversione ecologica e sociale. Occorre svuotare di senso il lavoro, per riscoprire e inventare forme di gratuità e scambio, per dedicarsi agli affetti e all’arte, per prendersi cura dell’ambiente e di tutti suoi abitanti, per vivere solidarietà e ozio, per promuovere l’apprendimento permanente e la crescita culturale collettiva, per vivere, abitare, sognare.

6. La produzione di comune

Al centro di queste esperienze c’è quello che molti chiamano il «comune». Comune non è solo l’insieme dei beni materiali da tutelare e condividere (come l’acqua, l’aria, il sapere o il diritto all’abitare) ma prima di tutto è la costruzione di relazioni sociali, è il mettere in comune i saperi, è il superamento delle divisioni che le politiche istituzionali, il lavoro, la cultura patriarcale continuamente creano. In altre parole, comune è la produzione di nuove forme di lotta, di senso e di cambiamento sociale. Le migliaia di occupazioni che si sono verificate negli ultimi anni in tutto il mondo, le banche del tempo, le libere università, le fabbriche autogestite, gli orti comunitari dimostrano che la produzione del comune è tanto più efficace quando non è fine a se stessa. «Ad esempio – spiega Silvia Federici, femminista e marxista, docente di Filosofia politica alla Hofstra University di New York – quando gli orti urbani si collegano alle scuole e diventano luoghi di apprendimento e socialità, luoghi in cui le nuove generazioni imparano che il cibo non è prodotto nei supermercati; quando la creazione di asili nido libera non solo tempo per il lavoro ma libera tempo per la lotta; quando le fabbriche autogestite sono inserite in una realtà sociale che garantisce la distribuzione di ciò che producono e aiuta a decidere cosa produrre. È necessario quindi collegare gli orti, le ‘libere università’ o le strutture mediche comunitarie che si costruiscono nei quartieri, alle lotte nelle scuole, negli ospedali, nelle fabbriche».

* Questo articolo è stato pubblicato anche da Granello di sabbia, il mensile di Attac Italia, qui scaricabile.

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