Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Dal sito Internet http://comune-info.net/2013/04/decalogo-per-la-grande-trasformazione-ecologica/

DECALOGO ECOLOGICO POSTCRISI

di Florent Marcellesi*

Fonte: Ecología Política

Quali dovrebbero essere le priorità per una transizione ecologica, sociale, democratica ed etica verso altri mondi possibili? Una breve introduzione su ciò che è la crisi ecologica la trovate QUI, di seguito invece propongo un decalogo di azioni per la grande trasformazione ecologica.

1. Limitare l’utilizzo delle risorse

Impostare i limiti e stabilire le soglie delle risorse e delle emissioni pro capite, e quali obiettivi per la riduzione del consumo differenziando tra Nord (contrazione, cioè radicale decrescita dell’impronta ecologica entro i limiti ecologici del pianeta) e del Sud (convergenza, ovvero evoluzione socio-ecologica verso un alto benessere e bassa impronta ecologica senza passare attraverso la casella del cattivo-sviluppo dell’Occidente). [Per saperne di più, leggi «Dallo sviluppo al post-sviluppo: quale altra forma di cooperazione internazionale è possibile e auspicabile]

2. Superare la dipendenza dalla crescita e il PIL

Costruire una macroeconomia ecologica che integra le variabili ecologiche, in cui la stabilità non dipende dalla crescita e dove la produttività del lavoro non è il fattore determinante. In questo quadro, è fondamentale superare finalmente il prodotto interno lordo (PIL) come principale indicatore di ricchezza, ad esempio attraverso l’utilizzo di indicatori costruiti e deliberati con dibattiti partecipati – locali, nazionali ed europei – su cosa è la ricchezza, come si calcola e come circola. Ad esempio, lo Stato di Acre, considerato uno dei più poveri del Brasile, ha definito gli indicatori di vita buona che prendono in considerazione l’ambiente e la loro principale risorsa: la foresta amazzonica. Il processo è stato condotto in modo partecipativo con gli economisti brasiliani e la società civile a livello locale, in primis i popoli indigeni, e ha avuto la consulenza di una ONG e di un’università francese.

3. Rilocalizzare l’economia

È necessario privilegiare le attività socialmente utili ed ecologiche, come i circuiti corti che generano ricchezza a livello locale a basso impatto ecologico e ad alta resilienza. Questo è il caso di gruppi di acquisto. Creato in Giappone nel 1960, questo sistema favorisce il legame diretto tra le persone che praticano l’agricoltura biologica e le persone che utilizzano e consumano i prodotti bio. Arrivata in Spagna alla degli anni Ottanta e primi anni Novanta e, con una nuova ondata dall’inizio del 2000, è oggi una realtà in costante e rapida evoluzione, mescolando gruppi autogestiti, difficili da censire, con cooperative giuridicamente strutturate (1). Un’altra iniziativa in forte espansione sono le monete locali (chiamate anche sociali o complementari) utilizzate per lo scambio di beni e servizi per una piccola comunità (un quartiere, una città, una città, una provincia), e dove il denaro, controllato dalla comunità, diventa un mezzo per servire il popolo e l’economia reale (2). Inoltre, per essere strumento veramente trasformativo, occorre favorire lo scambio di prodotti e servizi ad alto valore ambientale, etico e sociale e cercare di aumentare il potere di controllo dei cittadini sull’economia. Allo stesso tempo, la delocalizzazione ha bisogno di coordinamento e di accumulazione di forze sopranazionali (regionali, europee, globali), per garantire la solidarietà inter-regionale, politiche efficaci a problemi transfrontalieri e globali, e reti potenti in grado di far fronte e di essere alternative ai poteri politici ed economici globali. Il percorso seguito da Via Campesina, che ha combattuto sia la delocalizzazione agricola che la costruzione di partenariati globali, è un buon esempio di questa dinamica in cui la delocalizzazione è un progetto globale.

4. Conversione ecologica del lavoro

Attraverso un «Green New Deal», investire massicciamente in settori sostenibili e posti di lavoro verdi, cioè posti di lavoro che assicurano la conversione ecologica dell’economia in settori sostenibili come le energie rinnovabili, l’agricoltura biologica, il recupero edilizio, la gestione delle foreste, l’economia sostenibile di cura, l’artigianato, l’economia sociale, ecc. Non c’è dubbio che, vivere bene in un mondo eco-solidale implica una contrazione per i settori ad alta intensità di energie fossili e/o di speculazioni finanziarie e/o contro un mondo di pace (industria manifatturiera, automobilistica, della pesca, settore bancario e assicurativo, armi, ecc.), il che significa che sviluppare una conversione, pianificata e partecipata, del lavoro delle persone impiegate nei settori citati. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, potrebbero essere creati in tutto il mondo fino a 60 milioni di posti di lavoro verdi, in Spagna fino a 2 milioni entro il 2020 (fino 1,37 milioni per migliorare l’isolamento e l’efficienza energetica di 25 milioni di case, 770.000 posti di lavoro per la mobilità sostenibile, 125 265 posti di lavoro per le energie rinnovabili, se si passa a generare almeno il 20% della produzione di energia primaria).

5. Riduzione dell’orario di lavoro

Fare un uso diffuso della riduzione dell’orario di lavoro e della condivisione del lavoro, tra cui la cura. In questo senso, la proposta delle «21 ore» consente di legare le rivendicazioni storiche del movimento operaio e sindacale con quelle del movimento ambientalista e di affermare che una settimana lavorativa più corta può aiutarci allo stesso tempo a proteggere il pianeta, a migliorare la giustizia sociale e il benessere della società, e a costruire un’economia della «prosperità senza crescita». Tra le altre cose, il riequilibrio delle vita tra lavoro retribuito e non retribuito, torna a dare valore sociale ed economico al lavoro domestico e di cura (principalmente e storicamente ricoperto da donne), al volontariato, al lavoro artistico, politico, culturale, autonomo e così via, in grado di aumentare in modo sostanziale sia il nostro legame con i circuiti corti di produzione e consumo sia la nostra capacità di autoprodurre una parte di ciò che consumiamo (cibo, energia, ecc.), inoltre il tempo libero non consumista apre la possibilità di ridurre la bolletta energetica.

6. Reddito di cittadinanza

(Re)Distribuire la ricchezza attraverso un reddito massimo, un reddito di cittadinanza di base e le imposte sul capitale e sulle risorse naturali. Su un pianeta finito, abbiamo bisogno di una doppia dinamica intorno a una «strategia di massima» per combattere la ricchezza delle classi iperconsumiste (reddito massimo, limite del consumo di risorse naturali, tassa di lusso) e una «strategia minima» per combattere la miseria sociale e ambientale delle classi più povere (reddito di base, gratuito o economico accesso alle risorse naturali). Per rendere questo possibile, abbiamo bisogno di ridistribuire la ricchezza attraverso una profonda riforma del sistema fiscale in cui, oltre a ridurre le tasse sul lavoro, aumenta la tassazione sui capitali (lotta contro le frodi e i paradisi fiscali, eliminando tutte le detrazioni fiscali aziendali, tassa sulle transazioni finanziarie, ecc.) e delle risorse naturali (rimozione dei sussidi per i combustibili fossili, tassa di emissione di carbonio, ecc.). D’altra parte, abbiamo bisogno di una migliore distribuzione iniziale del reddito primario lordo delle imposte, cioè invertire la crescente disuguaglianza dei salari e dei guadagni in conto capitale.

7. Finanza critica

Convertire la «finanza critica» in norma per il settore finanziario. Qualsiasi banca, siano esse pubbliche o private, non possono investire in attività dannose per l’ambiente o le persone, come ad esempio la fabbricazione di armi. Al contrario, la «banca etica», pubblica o cooperativa preferibilmente, si presenta come un’alternativa al settore bancario tradizionale e alla sua volontà di cercare prima il profitto e la creazione di valore per gli azionisti… Oltre ai benefici per garantire la continuità aziendale, la banca etica persegue una economia al servizio delle persone e dell’ambiente. Essa è disciplinata da criteri positivi (finanziamento del progetto di trasformare positivamente la società), da criteri negativi (non finanziare progetti dannosi per la società) e da principi di trasparenza, di coerenza e partecipazione (3).

8. Smantellare la cultura del consumismo

Smantellare la logica sociale del consumismo. Da un lato, l’educazione dei valori verdi, cioè l’istruzione a «vivere bene con meno», è fondamentale per cambiare le nostre menti e per invertire la crisi etica in un altro rapporto rispettoso delle società umane, del nostro ambiente e del resto degli esseri. In primo luogo, si tratta di una società in evoluzione verso una società dove lo status sociale non dipende dalla ricchezza materiale, ma dal benessere individuale, sociale, comunitario ed ecologico. In secondo luogo, così come si educa alla non violenza o alla risoluzione pacifiche dei conflitti, si cerca di insegnare e imparare il rispetto, l’ascolto attivo e l’empatia. Inoltre, la regolamentazione della pubblicità commerciale, vero e proprio pilastro della società dei consumi, è un passo essenziale che è possibile raggiungere, ad esempio, attraverso la riduzione della loro presenza nello spazio pubblico sui media o attraverso la creazione di un controllo indipendente.

9. «Transition town»

Ristrutturare le nostre città e i nostri territori. Implica la costruzione di «città di transizione» a scala umana e locale per fermare la crescita delle città (e anche la costruzione di grandi infrastrutture come nuovi aeroporti, autostrade e treni ad alta velocità), riciclare e valorizzare le città esistenti (massiccio programma di riabilitazione di edifici, l’uso di case vuote, aumentare cooperative di abitazione), trasferimenti di attività (come descritto al punto 3, gli orti urbani sono un ottimo esempio), promozione della mobilità sostenibile (…), raggiungere l’indipendenza energetica (riduzione dei consumi, energia locale per l’energia rinnovabile ed efficienza energetica), riequilibrare città e campagna (un campo in cui l’agricoltura convenzionale torna ad essere l’agricoltura biologica, in grado di produrre prodotti di stagione sufficienti a livello locale e salutare per la sovranità alimentare…), democratizzare la città (città policentriche con i vari piccoli centri urbani che permettono ai cittadini di partecipare alle decisioni).

10. Democrazia partecipativa

Implementare la democrazia partecipativa come strumento unificante di transizione sociale ed ecologica di successo. In realtà, la democrazia moderna ha un debito latente con l’ecologia politica nell’estendere la lotta per l’autonomia personale e per solidarietà collettiva nello spazio (solidarietà transnazionale), nel tempo (solidarietà transgenerazionale) e a tutta la natura (la solidarietà biocentrica e interspecie). Soprattutto, questa democrazia deve integrare alcuni aspetti dei suoi processi, da espandere nei circoli di solidarietà, per passare ad una sopravvivenza civile della specie umana: la questione di dell’autolimitazione, la rappresentazione dei senza voce, la governance glocal e la capacità di rispondere all’urgenza ecologica.

Questo schema di priorità potrebbe rappresentare un substrato minimo in grado di raccogliere una massa di persone e gruppi particolari che sono alla guida delle alternative concrete presentate qui. Noi in modo propositivo, tessiamo reti crescenti di resistenza creativa. Oggi più che mai abbiamo bisogno di cambiare ogni nodo per collegarlo a tutti gli altri e, insieme, con un programma condiviso che rispetti la diversità delle sue componenti, per diventare valida alternativa al sistema attuale.

NOTE

(1) Solo in Catalogna, si stima che ci siano circa 3.000 unità di consumo che acquistano periodicamente un cesto di prodotti biologici.

(2) Nella «città in transizione» di Bristol (la cui popolazione dell’area metropolitana ha raggiunto un milione nel Regno Unito) ha lanciato il Bristol Pound operativo in un raggio di 80 chilometri e anche il sindaco ha dichiarato di aver ritirato il 100% del loro stipendio in moneta locale: http://bristolpound.org/.

(3) Oggi in Spagna ci sono diversi progetti di banca etica come Fiare, Triodos Bank, Coop57 o Oikocredit. Fiare, cooperativa non profit nata nei Paesi Baschi, è il frutto della collaborazione con Banca Popolare Etica e Nef Francia.

* Florent Marcellesi, coordinatore di Ecopolítica, è un ricercatore ed ecologista francese, residente in Spagna, autore di numerose pubblicazioni.

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