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D-Day per Damasco?

Dal sito Internet http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8847

D-DAY PER DAMASCO?

Di Justin Raimondo

Fonte: D-Day for Damascus?

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Supervice

Nel mezzo delle denunce dirette al governo siriano per la repressione dei manifestanti, e mentre ora il presidente Obama richiede che il dittatore Bashar al-Assad si faccia da parte, la “comunità internazionale” non ha voglia di stare a sottilizzare. Ma seguire le sfumature è proprio quello di cui si ha bisogno in quello che deve essere il più delicato, e complesso, panorama geopolitico nel Medio Oriente.

I racconti dei media, come sempre, oppongono i bravi ragazzi (i manifestanti) ai ragazzi cattivi (il regime), ma la realtà raramente è così semplice e lineare e in questo caso questo ammonimento deve essere doppiamente enfatizzato.

Ci viene detto che tutta la violenza proviene da una parte (il regime) contro gli altri (i manifestanti), ma l’International Crisis Group, per niente amico del regime, e difficilmente considerabile un oppositore dell’intervento USA ha esposto un punto di vista differente nei suoi resoconti sulla crisi: “I manifestanti affermano di essere totalmente pacifici, ma quest’affermazione si concilia difficilmente con le testimonianze e con gli omicidi violenti di molti agenti di polizia. Più plausibilmente, le reti criminali, alcuni gruppi islamisti armati, elementi a sostegno dall’estero e alcuni dimostranti per legittima difesa hanno preso le armi”.

Il report prosegue dicendo che “si tratta di una parte marginale della storia”, dicendoci che “la gran parte delle vittime erano tra i contestatori pacifici, e che la grande maggioranza della violenza è stata perpetrata dai servizi di sicurezza”. Ma questo non ci dice niente sul tipo di violenza dal lato dei “Bravi Ragazzi”: è una violenza organizzata o si tratta di incidenti causali? I dimostranti stanno organizzando una campagna di provocazione organizzata, cercando di incitare il regime a un livello di violenza più alto per poter giustificare un intervento straniero?

Per capire quello che sta succedendo in Siria, i resoconti di Joshua Landis, che scrive su Syria Comment, sono di valore inestimabile. Landis è il direttore del Center for Middle East Studies dell’Università dell’Oklahoma, dove è professore associato, e vive al momento in Siria. Mentre i media occidentali glissano sulla violenza dei manifestanti, Landis è nelle condizioni di poter riferire i fatti, e così li ha riportati: “Questa controversia è nata ad aprile durante le proteste a Banyas, quando nove soldati sono stati uccisi mentre viaggiavano sulla strada principale fuori dalla città a bordo di due mezzi di trasporto. Gli attivisti hanno affermato che questi soldati sono stati giustiziati dai colleghi per essersi rifiutati di sparare ai dimostranti.

Questa storia alla fine si è rivelata di pura fantasia, ma è stata diffusa dalla stampa occidentale e mai rettificata. Ho scritto di questo fatto il 14 aprile in un articolo intitolato Western Press Misled – Who Shot the Nine Soldiers in Banyas? Not Syrian Security Forces. La ragione per cui mi sono interessato a questa storia è a causa del fatto che il cugino di mia moglie, il tenente colonnello Yasir Qash`ur, era uno dei nove soldati uccisi il 10 aprile. Lo conoscevamo bene. Abbiamo parlato con il cognato di Yasir., il colonnello ‘Uday Ahman, che era nel sedile posteriore dove Yasir e molti degli altri soldati sono stati uccisi.

Uday ci ha detto che i due mezzi militari hanno avuto un’imboscata mentre attraversano un ponte dell’autostrada da uomini ben armati che si stavano nascondendo del mezzo dell’autostrada e in vetta agli edifici ai margini della strada. Hanno sparato a raffica sui due camion con i fucili automatici, uccidendone nove. L’incidente non ha avuto niente a che fare con il rifiuto di obbedire agli ordini. La sua descrizione di quanto successo contraddiceva così tanto i resoconti che leggevo nella stampa che ho cominciato a indagare. Successivamente è apparsa una ripresa video della sparatoria e fu trasmessa dalla TV siriana. La cosa collimava con la storia di Uday”.

Il professore Landis prosegue dicendo che “la stampa occidentale e i suoi analisti non vogliono riconoscere che gli elementi armati sono sempre più attivi. Preferiscono raccontare una storia semplice di brave persone che combattono gente malvagia”. Poi ripete la valutazione dell’ICG secondo cui la maggioranza delle proteste erano pacifiche, e aggiunge: “Ci si chiede solamente perché questa cosa non poteva essere detta rispecchiando la realtà, ossia che gli elementi armati, le cui intenzioni non sono pacifiche, stanno avendo un ruolo”.

Non c’è bisogno di chiederseli. La realtà è nemica dei media occidentali, che insistono nel presentare la sua narrativa preconfezionata come verità: e, naturalmente, è solo una coincidenza che questa narrativa calzi a pennello con gli obiettivi del governo statunitense e con la sua propaganda.

Chi sono questi gruppi armati, chi li sta armando, e quali sono le loro intenzioni? Sono domande che la “comunità internazionale” non è assolutamente interessata a porsi, figuriamoci a risponderne, forse perché alcuni dei governi che ora condannano la violenza in Siria stanno dando una mano a provocarla.

E ancora, l’ipotesi-denuncia dell’opposizione e dei suoi sostenitori occidentali che 100 militari sono stati uccisi a Jisr ash-Shaghour per essersi rifiutati di sparare sui compagni siriani è stata ripetuta senza alcuna critica dai media occidentali. È stato poi verificato che questi soldati erano stati uccisi da “bande armate”, come venivano definite dal governo siriano: Landis riporta dei video qui e qui che sembrano confermarlo. Un attivista dell’opposizione siriana, intervistato dalla CNN, ha ammesso la verità: “Un importante attivista anti-governativo, che ha chiesto di rimanere anonimo per i pericoli che potrebbero sorgere dal rilascio di queste informazioni, ha detto alla CNN che il racconto della tv di Stato era corretto. I corpi erano quelli di agenti segreti della polizia siriana uccisi dai combattenti siriani provenienti dall’Iraq che si sono uniti ai combattimenti contro il governo, ha detto l’attivista, che riceve le informazioni sugli accadimenti siriani da una rete estese di informatori”.

Questi siriani dall’Iraq potrebbero essere gli stessi combattenti che hanno ucciso i soldati statunitensi, e che ora hanno rivolto i propri fucili contro i ba’athisti siriani? Si tratta di una replica dello scenario libico, dove la fazione dei ribelli sostenuta dagli USA e dalla NATO presenta numerosi componenti islamisti, alcuni dei quali erano effettivamente coinvolti nei combattimenti in Iraq.

Questa volta, invece, le presenze sono molto più forti. Quello che sta succedendo in Siria è molto più grave per la regione di quanto possa essere accaduto in Libia. Ho già scritto in precedenza delle conseguenze terribili nel caso in cui la Siria dovesse andare a pezzi: il terrore sarebbe davvero sanguinario visto che le minoranze religiose del Paese – cristiani e membri della idiosincratica setta alawita – sono preoccupati. C’è di peggio: una guerra civile in piena regola nel punto più instabile del centro geografico del Medio Oriente – la “linea di frontiera” siriana, dove il conflitto arabo-israeliano è ancora più esplosivo – potrebbe far detonare una guerra nella regione, e persino un conflitto mondiale se la cosa uscisse fuori dal controllo.

La tempistica della crisi attuale, che si approssima al climax con l’appello di Obama per il cambio di regime, costituisce un pericolo rilevante. Con i palestinesi che sono sul punto di dichiarare la propria indipendenza e le Nazioni Unite pronte ad appoggiarli, la tentazione di creare un qualche diversivo potrebbe venire in mente alla dirigenza israeliana. E io ipotizzo che già lo abbia fatto. Queste “bande armate” non escono dal nulla e non sarebbe la prima volta che gli israeliani dimostrano quanto forti siano i contatti all’interno della Siria.

L’alleato della Siria, l’Iran, è il vero obbiettivo e tutto questo mi sembra un’iniziativa coordinata per seminare il caos nella regione: l’idea è quella di pilotare gli iraniani nel sostenere segretamente il regime, e disporre il terreno per un attacco USA-Israele su Teheran. L’accerchiamento degli iraniani sta procedendo a buon ritmo, con gli israeliani in prima linea, gli statunitensi in Iraq, in Afghanistan e sempre più in Pakistan. Mentre la potente lobby israeliana negli Stati Uniti sta senza sosta chiedendo a Washington di “fare qualcosa” per gli iraniani, e il diluvio soffocante di “intelligence” farlocche che si suppone provino l’esistenza di un programma nucleare, sembra solo una questione di tempo prima che il fiammifero si accenda e la regione esploda. La richiesta di Obama che Assad si debba fare da parte è un passo fondamentale su questo percorso.

Con la sua tipica mendacia, la dichiarazione del presidente asserisce: “Gli Stati Uniti non possono e non vogliono imporre questa transizione in Siria. Dipende dal popolo siriano scegliere i propri dirigenti, e abbiamo udito il loro profondo desiderio che non ci sia un intervento straniero nel loro movimento. Quello che gli Stati Uniti sosterranno saranno quelle iniziative che porteranno a una Siria che sia democratica e inclusiva per tutti i siriani. Sosterremo questo esito facendo pressioni al presidente Assad di farsi da parte da questa transizione, e schierandoci per il rispetto dei diritti universali del popolo siriano come per tutti gli altri della comunità internazionale”.

Da notare, prima di tutto, che quest’affermazione non suggerisce di non intervenire – l’autore riferisce solamente di aver “udito” questo “forte desiderio” di non intervenire a favore di una parte del popolo siriano. Se l’Imperatore rispetterà la loro volontà – o se gli interventi degli Stati Uniti nel Paese hanno già reso la cosa opinabile – lo vedremo in futuro.

In secondo luogo, gli statunitensi sanno che il loro appello per le dimissioni di Assad e l’abbinamento con le sanzioni economiche e diplomatiche rafforzeranno la posizione baathista all’interno del Paese. L’affermazione del presidente non è comunque indirizzata al popolo siriano, ma agli altri poteri imperialisti, Gran Bretagna e Francia, i colleghi criminali “multilaterali” a cui verrà chiesto quando le cose si faranno più pesanti, di condividere la responsabilità di gestire le proprie ex colonie in Siria, e in Libia.

Le similitudini presenti in questi due teatri di guerra sono sbalorditive: entrambe sono ex colonie europee appesantite da dittature secolari che pretendono di essere “socialiste” e che hanno al loro interno un’opposizione islamista “democratica” sostenuta dalle potenze della NATO e dell’Unione Europea.

Che le forze di Assad non siano composte di santi non vale la pena neppure di ripeterlo: quello che va detto, invece, e che i ribelli “democratici”, così empaticamente ritratti dai media occidentali non sono proprio quegli angeli che siamo riusciti a farli diventare. E anche se lo fossero, questo è un giudizio che solo i siriani possono fare: un alawita o un cristiano siriano potrebbero essere capiti, se non perdonati, per sostenere un regime brutale per il timore di una presa al potere degli islamisti.

Il divampare della guerra civile in Siria si assicurerà di trascinare la “comunità internazionale”, inizialmente nella forma palese di un supporto aereo all’opposizione, presumibilmente facendo fuori la Marina siriana che circonda la ribelle Latakia. Tutto ciò culminerà con un bombardamento aereo contro installazioni militari fondamentali, compresi i siti che si suppone contengano “armi di distruzione di massa”. E, in effetti, ci sono già abbastanza “evidenze” raffazzonate e dalla dubbia provenienza per provare che la Siria sta cercando di costruire una bomba nucleare per poter giustificare un bombardamento USA/NATO. O potrebbero dichiarare un’altra “emergenza umanitaria” come hanno fatto in Libia, affermando che Assad ha massacrato circa 100.000 persone. Forse è troppo presto per ripetersi.

In ogni caso, l’idea è quella di trascinare le forze degli USA e della NATO nell’epicentro dei conflitti settari del Medio Oriente, dove le passioni religiose dei tre grandi culti mondiali si sono scontrati per migliaia di anni. Potranno così arrivare i “peacekeepers”, instaurandosi nella zona più convulsa del pianeta, assicurandosi che ogni fazione venga edulcorata e controllata e, in modo non incidentale, posizionandosi tra la Sparta israeliana e la furia crescente degli iloti palestinesi.

Israele è il più grande beneficiario di questa politica: una Siria libanizzata è precisamente quello che auspicano, fornendo così un profluvio di opportunità per le incursioni espansionistiche, nel nome della loro “guerra al terrorismo”. Una “Greater Israel” emergerà dalle ceneri della seconda guerra mondiale, per confermare la “fine del mondo” profetizzata nella Bibbia, scatenando la folla degli evangelici per Israele in un delirio di isteria bellicista.

Il Reverendo John Hagee e i suoi compagni eretici cristiani forse stanno pregando per l’Apocalisse, ma a noi cosa ce ne viene?

E ancora la tempistica è tutto in questi ambiti: non è un caso, come direbbero i marxisti, che la nostra nuova politica per il cambio di regime in Siria sia stata annunciata in questo momento particolare. Dopo tutto, è stata la politica reale fin dal primo giorno delle proteste. È avvenuto un cambio di amministrazione a Washington, ma non c’è stata alcuna modifica nelle praticamente inesistenti relazioni tra USA e Siria quando Barack Obama è arrivato in città. Le sanzioni sono state incrementate, e l’ambasciatore siriano è stato ridicolizzato come un paria tra i diplomatici. La Siria, uno dei componenti originari dell’”Asse del Male” è da tempo nel mirino di Washington: il cambio di regime in Siria è un altro progetto dell’amministrazione Bush che è stato abbracciato con rinnovato entusiasmo dagli Obamiti.

Come avevo evidenziato subito dopo gli attacchi dell’11 settembre: “La polvere non era ancora stata tolta dalla rovinosa skyline di Manhattan quando Bill Kristol e il suo ‘Progetto per un Nuovo Secolo Americano’ acquistò una pagina intera di un giornale sotto forma di lettera al presidente, chiedendo che Bush invadesse non solo l’Iraq, ma anche la Siria e l’Iran se non avessero soddisfatto tutte le nostre richieste. La lettera era firmata da tutti i neoconservatori presenti sulla faccia della Terra”.

Negli anni a venire, la spinta del PNAC per l’intervento degli Stati Uniti ha riguardato praticamente tutte le nazioni del Medio Oriente, Libia compresa. Questo presidente democratico “liberale” potrebbe riuscire a realizzare completamente l’agenda del PNAC: proprio ora è a metà della strada. Se verrà rieletto, avrà ampie opportunità di andare fino in fondo. Non c’è niente come una guerra mondiale per distrarre l’attenzione dalla crisi economica e per dotarsi di un buon vecchiostimolo” keynesiano.

NOTA A MARGINE

Ho ricevuto un paio di lettere che si lamentavano del mio recente articolo su Paul Krugman e la sua deludente concezione della guerra come “stimolo” economico. Per rinfrescare la memoria: secondo Krugman, se il governo perpetrasse una truffa su un’imminente invasione aliena, e costruissimo un’enorme sistema difensivo contro questa minaccia inesistente, potremmo uscire dalla crisi della depressione. L’ho contestato nel mio articolo, e ho ricevuto proprio due lettere che si lamentavano che io non avessi menzionato, ad esempio, l’opposizione di Krugman alla guerra in Iraq etichettandolo come un “guerrafondaio”.

Sono contento che questo sia successo, perché avrei dovuto menzionarlo per chiarire che questo è molto peggio che essere un onesto guerrafondaio. Perché questo ci vaccina contro quelli come Krugman che spianano la strada ai “veri” guerrafondai: dopo tutto, diranno, persino il “progressista” Krugman, che si è opposto alla guerra con concezioni “morali” sorpassate, sa che sarebbe un’ottima cosa per il Paese. E questo tipo di messaggio indirizzato agli statunitensi afflitti è molto più insidioso e pericoloso rispetto al solito blaterare dei neocon sull’”esportare la democrazia”, a cui nessuno credo davvero in ogni caso. Se riesci a persuadere le persone che possono materialmente beneficiare di una guerra, ha già dalla tua parte la metà della popolazione, ed è solo questione di tempo, in questo abisso spaventoso, prima che l’altra metà si liberi dei freni morali e salti sul carro della guerra.

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