Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Da Latina Oggi del 24 marzo 2010

 

BUSINESS DI CAMORRA

 

di Francesca Di Nora

 

I tentacoli del clan Mallardo avevano ingabbiato l’economia legata all’edilizia tra Terracina e Fondi. Ieri l’operazione della DDA di Napoli ha scoperto gli affari e i legami. Dodici le ordinanze di custodia cautelare in carcere, otto per associazione a delinquere di stampo mafioso, quattro per reimpiego di capitale illecito; 30 società sottoposte a sequestro e 15 auto tra le quali Ferrari e Lamborghini, oltre a conti correnti. Sequestri che ammontano a 500 milioni di euro.

Due anni di indagini. Accertamenti tecnici fatti di intercettazioni telefoniche e ambientali, indicazioni dei collaboratori di giustizia e ricostruzione dei movimenti finanziari e patrimoniali. Attività certosine per una task force di 600 uomini tra agenti della Squadra Mobile e del Commissariato di Polizia di Formia e Latina, finanzieri di Formia e Fondi e Gruppo di Investigazione del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Roma, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, per un’operazione che ha preso il nome dalla società immobiliare sita in via Madonna delle Grazie a Fondi che ha innescato le indagini: «Arcobaleno».

Investigazioni per le quali i sostituto procuratori della Repubblica di Napoli Maria Cristina Ribera e Paolo Itri hanno chiesto ed ottenuto 12 ordinanze di custodie cautelari in carcere, a sostegno delle quali hanno fornito al giudice per le indagini preliminari Marcello Piscolo ben 460 pagine di documentazione probatoria.

E ieri mattina le forze dell’ordine hanno dato seguito ai provvedimenti emessi nei confronti dei fratelli Domenico, Giovanni e Pietro Paolo Dell’Aquila, tutti di Giugliano in Campania rispettivamente di 45, 51 e 43 anni; Antonio Pirozzi 36enne di Mugnano di Napoli, Carmine Maisto cinquantatreenne di Giugliano, Gaetano Abbruzzese cinquantaduenne, Raffaele Carlino sessantenne, Emilio D’Alterio cinquantanovenne – tutti di Napoli – Domenico Petito quarantaquattrenne di Villaricca, Antonio Pirozzi trentasettenne di Mugnano e Gennaro Antonio Delle Cave trentasettenne di Afragola. Ma è risultato infruttuoso il tentativo di arrestare il più noto di tutti Giuseppe Dell’Aquila, considerato dagli inquirenti il leader del clan Mallardo, latitante dal 2002.

Un’operazione i cui risultati sono stati esposti ieri mattina nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta presso la Procura della Repubblica di Napoli. Alla presenza del procuratore capo di Napoli Giandomenico Lepore, del procuratore aggiunto Sandro Pennasilico, del questore di Latina Nicolò D’Angelo, del vicequestore Cristiano Tatarelli, del comandante della Guardia di Finanza di Latina il colonnello Giuseppe Colombi, del comandante della Compagnia delle Fiamme Gialle di Formia Alessandro Lo Bello e del vicequestore di Formia Paolo Di Francia.

«L’intervento – ha dichiarato il procuratore capo – è stato finalizzato a debellare le infiltrazioni della criminalità organizzata nel territorio del sud pontino». E il questore D’Angelo ha espresso la sua soddisfazione per l’esito di «un’attività svolta in sinergia con la DDA di Napoli alla quale siamo vicini sia da un punto di vista territoriale che di criminalità organizzata». Ma per arrivare a questo risultato è stata necessaria una considerevole attività di indagine, «con una ricostruzione certosina dei patrimoni dei soggetti coinvolti. Personaggi risultati – ha specificato il comandante del Nucleo di Polizia tributaria di Roma – incensurati. Si tratta di una propaggine del clan Mallardo nel sud pontino che faceva perdere le sue tracce con la costituzioni di società ad hoc generalmente poco patrimonializzate finalizzate alla speculazione edilizia, al commercio di auto e al turismo». Il comandante della Mobile di Latina ha invece sottolineato come «abbiamo colpito soggetti direttamente collegati al clan Mallardo che cercavano di inserirsi nel tessuto economico del basso Lazio tramite attività commerciali e turistiche realizzate per mezzo del riciclaggio di denaro».

 

DA «DIPENDENTI» A IMPRENDITORI

 

di Alessandro Allocca

 

da dipendenti dei clan camorristici negli anni Ottanta e Novanta a imprenditori di se stessi, utilizzando i soldi guadagnati proprio per fare quei lavori sporchi che, spesse volte, riguardava anche freddare i rivali in affari. Così, Cristiano Tatarelli, vice questore aggiunto capo della Squadra Mobile di Latina, ha definito l’ascesa del clan Mallardo che si è ampliato con il passare del tempo, stringendo importanti alleanze, fino a divenire una potente cosca camorristica del napoletano con ramificazioni nel resto della regione campana, ma anche nel Lazio, Calabria e Sardegna. In testa a questa piramide malavitosa il cinquantanovenne Francesco Mallardo, detto «Ciccio ‘e Carlantonio», firmatario di un patto con le altre cosche dei Licciardi e dei Contini con il quale ha dato vita al potentissimo cartello criminale dell’Alleanza di Secondigliano nel quale lo stesso Mallardo ha sempre avuto un ruolo centrale. Il boss è stato arrestato il 29 agosto del 2003, a Nola sull’autostrada A30 al termine di un inseguimento con le forze dell’ordine. Era ricercato dopo essere evaso da una clinica in Piemonte e mentre stava tornando dalle vacanze, trascorse insieme con la famiglia nel Salernitano. Al momento della cattura era considerato uno dei cinque super latitanti della camorra. Ma l’attività, sotto il suo comando, ha continuato ad andare avanti nel corso degli anni tra racket, spaccio e traffico di droga e, soprattutto, interessi nelle costruzioni e nel settore immobiliare. Quelli, per altro, di maggior richiamo nella nostra area territoriale, tanto da far scattare le manette ai polsi di uomini di Mallardo scovati nelle loro abitazioni pontine e romane: Domenico e Giovanni Dell’Aquila sono stati arrestati a Formia, mentre Pietro Paolo Dell’Aquila ad Anzio. Il quarto fratello Dell’Aquila che invece manca all’appello è Giuseppe, latitante dal 2002 il quale, molto probabilmente, è passato in provincia per accertarsi dell’attività messa in piedi dal resto della famiglia. Eventualità sulla quale stanno comunque indagando le forze dell’ordine. Infine, il quinto uomo con interessi in terra pontina è Carmine Maisto, ex legale rappresentante dell’immobiliare che ha operato a Fondi e Terracina.

 

IL CANTIERE DEL RICICLAGGIO

 

di Pierfederico Pernarella

 

Laddove c’erano i pomodori, ora sono finiti i soldi della camorra. Tanti soldi, milioni e milioni di euro che uscivano dalle casse della malavita campana per essere ripuliti nel cemento.

È a Terracina che è avvenuto il sequestro di uno degli investimenti edilizi più cospicui della holding imprenditoriale legata al clan camorristico dei Mallardo. Si tratta del progetto dell’ex Desco: il mega complesso edilizio che doveva sorgere al chilometro 107 della Pontina, nell’area che ospitava l’omonima industria conserviera specializzata nella lavorazione dei pomodori. 30.000 metri quadrati di cemento sotto il quale scorreva il fiume di denaro della malavita campana. Secondo quanto emerso nell’ambito dell’operazione «Arcobaleno», infatti, la società titolare del progetto, la MPM immobiliare srl con sede a Giugliano in Campania, è riconducibile, direttamente o attraverso prestanome, a soggetti collegati con il cartello criminale dell’Alleanza di Secondigliano. Gente insomma che per conto dei clan reinvestiva in affari apparentemente «puliti» i soldi di provenienza illecita, racket e droga soprattutto. Tra le 11 persone arrestate, ben 4 risultano o risultavano fino a qualche tempo fa negli assetti societari della MPM immobiliare o altre società partecipate dalla stessa attraverso un complicato sistema di scatole cinesi. Tra questi spiccano le figure di Carmine Maisto, legale rappresentante della MPM fino al gennaio del 2008, e Antonio Pirozzi, liquidatore della stessa. Ma ci sono anche Raffaele Carlino e Emilio D’Alterio, collegati alla MPM immobiliare attraverso ditte satellite. Tra queste ad esempio l’Arcobaleno srl, una della società che ha realizzato i villini a Fondi, e la LGM Impresit S.p.A., la ditta che avrebbe dovuto eseguire i lavori a Terracina per conto della MPM.

I sospetti sul cantiere dell’ex Desco non sono mai mancati. Già all’indomani dell’accordo di programma in variante al Piano regolatore siglato nel 2005 da Regione, Comune e privati contestualmente alla delocalizzazione della fabbrica di pomodori più di qualcuno aveva posto interrogativi sulla natura degli investimenti. Ma sembravano, allora, soltanto dicerie. Intanto l’affare veniva portato a termine nel gennaio del 2008 con la cessione dell’area e del progetto alla MPM immobiliare di Carmine Maisto ad un prezzo ragguardevole: 5 milioni e 300.000 euro. Il progetto consisteva nella costruzione di 5 fabbricati per un totale di 30.000 metri quadrati: 2 strutture residenziali, un albergo sotto forma di case-vacanze, una struttura sociosanitaria, un centro commerciale, con una parte destinata a sala conferenze e uffici. Ammontare dell’investimento: oltre 10 milioni di euro. Il cantiere è stato aperto nell’estate del 2008 ma i lavori sono durati poco, giusto il tempo di tirare su lo scheletro di una palazzina che poi è stata abbandonata a se stessa. Motivo dello stop: mancanza di soldi. Forse non era così, forse sì. Un fatto è certo: in concomitanze con la le risultanze della commissione d’accesso al Comune di Fondi, gli uomini del NORM della Compagnia dei carabinieri di Terracina, diretti dal tenente Mario Giacona, avevano cominciato a ficcare il naso nelle carte del progetto. Si disse che erano controlli di routine per la sicurezza sul lavoro, ma la verità era un’altra: stava venendo pian piano a galla la reale natura di quel mega investimento. Dai villini di Via di Madonna delle Grazie a Fondi si è arrivati a Terracina, dalla società «Arcobaleno» alla MPM immobiliare, il filo sembrava portare in affari poco chiari della Campania. Nell’hinterland napoletano, dove operano alcuni tra i clan di camorra più potenti. Qualcosa comunque non tornava. A intuire quale piega stessero prendendo gli accertamenti sono stati gli stessi imprenditori che hanno rimescolato gli assetti delle società in modo da «coprire» i nomi che potevano far emergere il collegamento con il clan Mallardo. Anche perché alcuni di loro, come Maisto e Carlino, avevano dei precedenti penali. I movimenti societari però non hanno fatto altro che insospettire ancora di più gli investigatori e accelerare le indagini che sono culminate ieri con i 12 arresti e il sequestro di beni per 400 milioni di euro. Ma le indagini non sono ancora concluse. Ieri le Fiamme Gialle si sono recate al palazzo comunale di Terracina per acquisire altra documentazione presso la segreteria del sindaco e l’ufficio contratti. Inoltre sono state effettuate alcune perquisizioni all’interno di appartamenti di persone che potrebbero essere coinvolte nell’inchiesta. Sempre a Terracina è stata sequestrata anche l’agenzia immobiliare che si è occupata della vendita dei locali del mega complesso dell’ex Desco.

 

TRE FRATELLI NELLA RETE

 

di Francesca Di Nora

 

Nelle prime ore di ieri la Guardia di Finanza assieme agli uomini del Commissariato di Polizia di Formia hanno dato seguito a due ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti dei due fratelli del più noto Giuseppe Dell’Aquila. Domenico e Giovanni sono stati «prelevati» nell’appartamento di via Acquedotto romano a Formia nel quale risiedono da tempo. Un blitz che le forze dell’ordine hanno portato a termine in breve. Alle 6 i due erano già stati ristretti nelle camere di sicurezza del Commissariato di Formia e, dopo la compilazione della documentazione di routine, trasportati nella casa circondariale di Poggioreale.

L’altro fratello Dell’Aquila, Pietro Paolo, invece, era «braccato» da tempo. Da giorni gli investigatori cercavano di individuarlo tramite intercettazioni telefoniche, ma l’uomo aveva adottato un escamotage, lasciare il telefono ad amici, parenti e conoscenti per evitare di essere individuato. E fino a ieri Pietro Paolo era riuscito a far perdere le sue tracce. Ieri, però, la moglie lo ha chiamato per il sequestro del cantiere edile. L’uomo si è presentato personalmente ed è caduto così nella rete degli investigatori che hanno potuto far scattare le manette ai suoi polsi.

E alle prime luci dell’alba di ieri in tanti, tra poliziotti e finanzieri hanno raggiunto la villa bunker di Giuseppe Dell’Aquila a Giugliano sperando di riuscire a dare seguito all’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di colui che viene ritenuto l’attuale capo-clan Mallardo. In supporto sono stati chiamati anche i vigili del fuoco che solo dopo tre quarti d’ora di lavoro con fiamma ossidrica e sega sono riusciti ad aprire una finestra della villa. Ma dall’ispezione la casa è risultata essere disabitata da tempo. Ancora una volta il latitante è scampato all’arresto.

E per i tre fratelli Dall’Aquila, Maisto, Pirozzi, Petito e Pirozzi l’arresto di ieri è stato eseguito con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso. Per Abbruzzese, Carrino, D’Alterio e Delle Cave, invece, si è configurato il reato di reimpiego di capitali illeciti.

Ma sono stati anche altri i soggetti ritenuti coinvolti. Ben 65 le denunce formalizzate nei confronti di soggetti per lo più incensurati. Imprenditori campani, ma anche del sud pontino per i quali si sono configurati i reati di riciclaggio, costituzione di società fittizie, attribuzione fittizia di quote societarie. Sei gli imprenditori di Formia, uno di Minturno e uno di Fondi deferiti all’autorità giudiziaria. Venti le unità immobiliari sequestrate tra Formia e Minturno. Tutti beni che gli investigatori hanno ritenuto acquistati tramite denaro «sporco» probabile provento di attività illecite del clan di Giugliano.

I beni che gli inquirenti hanno fatto risalire al clan Mallardo e che ieri sono stati sottoposti a sequestro nell’ambito dell’intera operazione «Arcobaleno» ammontano a 500milioni di euro.

 

LA RELAZIONE FRATTASI. CRONISTORIA DEI FAVORI SUL CEMENTO

 

di Graziella Di Mambro

 

Quando tutto questo non era ancora successo esisteva già la cronistoria impietosa della concessione di via Madonna delle Grazie. L’aveva scritta a settembre scorso il prefetto Bruno Frattasi e corroborata con la sua firma il ministro dell’Interno Roberto Maroni. L’ultimo capitolo della seconda richiesta di scioglimento del Consiglio comunale di Fondi per condizionamento mafioso parlava infatti di un consigliere comunale (allora in carica) «coinvolto nella vicenda lottizzatoria come progettista e direttore dei lavori della società immobiliare beneficiaria dei permessi a costruire rilasciati dal Comune di Fondi… ad una società il cui socio di maggioranza annovera diversi precedenti di polizia per associazione a delinquere, corruzione e altro… riguardo a tale circostanza si osserva che sono attualmente in corso indagini da parte della Procura della Repubblica di Napoli, Direzione Distrettuale Antimafia». E nella stessa relazione si parlava di richieste di misure cautelari a carico di persone e su immobili. Ordinanze notificate, appunto, all’alba di ieri tra Napoli e la provincia di Latina. Il filo di cemento che unisce il riciclaggio di denaro dei clan a numerose varianti urbanistiche sparse nel sud della provincia ieri è diventato così tangibile da fare paura. Perché tocca un nervo del tutto scoperto: la tutela del territorio. Probabilmente nessun altro imprenditore, a parte i delegati del clan Mallardo, avrebbe mai potuto spuntare licenze edilizie come quelle ottenute a Fondi e a Terracina. Tanto per capire chi ottiene i favori e chi può penetrare in certi uffici tecnici.

 

IL PALAZZO «SPORCO»

 

di Mirko Macaro

 

Il ronzare di un elicottero a bassa quota aveva spinto molti, in città, a pensare ad una nuova Damasco. E in effetti avevano quasi colto nel segno: sin dalle prime luci dell’alba finanzieri ed agenti di polizia si erano portati in varie zone di Fondi per dare il via alla tranche locale dell’operazione «Arcobaleno». Trenta gli appartamenti sequestrati nella vasta operazione anticamorra, tutti inglobati nella palazzina multipiano che si affaccia sulla trafficata via Madonna delle Grazie. Un maxi-immobile inizialmente battezzato «Parco Arcobaleno» e che rappresenta un po’ il vaso di Pandora alla base dell’intera operazione. Il cantiere era stato avviato un paio di anni fa e dopo qualche mese bloccato per presunte irregolarità urbanistiche. Solo un piccolo intoppo, visto il successivo, celere, dissequestro. Ieri, all’arrivo delle forze dell’ordine – finanzieri del GICO, dei baschi verdi e della Tenenza fondana, oltre che poliziotti -, gli operai erano ancora all’opera, impegnati a colmare un ritardo nell’ultimazione che non è dovuto unicamente al precedente stop. Come ha spiegato il tenente della Guardia di Finanza di Fondi, Antonino Costa, durante la conferenza stampa, infatti, nel corso dei mesi si sono alternate nella gestione dell’area ben quattro diverse società (oggi ne esiste addirittura una quinta, comunque del tutto estranea ad ogni vicenda). Una serie di passaggi dovuti ad un’unica motivazione: tentare di eludere gli accertamenti delle autorità in attesa di vendere gli appartamenti a prezzi stracciati. E per un motivo ben preciso, dato che stando alle indagini tutto sarebbe stato effettuato con denaro sporco proveniente dal traffico di droga, estorsioni ed altre attività illecite. Lo stesso denaro usato per l’acquisto di alcuni estesi terreni agricoli visitati (e sigillati) nella frazione di San Raffaele o immagazzinato nei sei conti correnti sospetti rinvenuti (e sequestrati) nelle banche della città. Ma di primo mattino a Fondi c’è stata anche una perquisizione domiciliare a carico di un soggetto attualmente indagato e che risulta essere cugino del reggente del clan Mallardo, Giuseppe Dell’Aquila, latitante e sfuggito alla cattura anche ieri. Un quadro generale allarmante a cui si aggiungono altri particolari che un’informativa diffusa nelle ore successive il blitz definisce, in modo molto asettico, «di particolare interesse». Difatti, si dà il caso che tra le undici ordinanze di custodia cautelare eseguite – tutte per associazione a delinquere di stampo mafioso – figurino anche quelle nei confronti di Antonio Pirozzi e Carmine Maisto, rispettivamente di 39 anni e 53 anni. Entrambi originari e residenti a Giugliano in Campania. Secondo le risultanze delle indagini, nel corso degli anni hanno ottenuto dal Comune di Fondi, attraverso società loro intestate o prestanome, concessioni edilizie per «speculazioni di grosso rilievo». Roba da centinaia di migliaia di euro. E potrebbe non finire qua. «Le indagini continuano, e forse nei prossimi giorni potranno emergere ulteriori beni da porre sotto sequestro», ha tenuto a sottolineare il tenente Costa, a cui si deve, quasi due anni fa, l’inizio dell’inchiesta. «Per il momento, escluso il soggetto destinatario della perquisizione, non ci sono fondani o altri residenti che risultano indagati, almeno dalla Guardia di Finanza», ha poi puntualizzato. E per quel che riguarda le concessioni comunali ai soggetti caduti nelle maglie dell’inchiesta? Ci potrebbe essere qualche responsabilità dell’ex Giunta Parisella? «Potrebbero esserci stati controlli non capillari da parte dell’amministrazione – ha chiarito – ma per adesso nessun ex amministratore è coinvolto in qualsiasi modo in questa parte dell’indagine».

 

GLI AMICI DI PIROZZI

 

di Maria Sole Galeazzi

 

Tutto è iniziato da Fondi. Quei 30 appartamenti in Via Madonna delle Grazie rientrano in un complesso che all’inizio era stato chiamato «Parco dell’Arcobaleno». Ed è questa la miccia che ha fatto esplodere la bomba, l’ennesima sganciata sul sud pontino ovvero la maxi operazione della Finanza denominata per l’appunto «Arcobaleno» che ha portato al sequestro di oltre 400 milioni di euro del clan Mallardo. E da Giugliano di Napoli si arriva direttamente a Fondi come a Formia, Minturno e così via, giusto perché in provincia come qualcuno ha detto «la mafia non esiste». Ma se è pur vero che in questi mesi i tentativi di negare l’evidenza sono stati molti, esiste anche la denuncia del contrario: quella di associazioni antimafia, esponenti politici e semplici cittadini ma soprattutto ci sono i documenti ufficiali, quelli veri, della DDA e poi la relazione del prefetto Frattasi. Perché in quelle pagine del complesso di Via Madonna delle Grazie se ne parlava eccome, ed anche se nessuna funzionario o amministratore del Comune è coinvolto nell’operazione, non vuol dire che non esistano responsabilità.

«Tale grave comportamento omissivo – si legge nella relazione e precisamente in un passaggio in cui si parla del Settore Urbanistica – appare ripetuto anche nella vicenda esaminata dalla Commissione relativa alla costruzione di ben 30 appartamenti a Fondi. Anche in tal caso il soggetto istante tale Antonio Pirozzi, soggetto sul conto del quale sono emersi frequentazioni e rapporti con elementi collegati a clan camorristici (la circostanza, già nota alla Commissione, è stata oggetto di ulteriori approfondimenti di polizia) non aveva alcun titolo – né il diritto di proprietà, né altro diritto reale –che potesse abilitarlo alla richiesta. Nello stesso tempo veniva dal Pirozzi richiesto all’ufficio urbanistica, che ha puntualmente corrisposto alla richiesta, di intestare il permesso ad edificare ad una società immobiliare campana con sede a Napoli». Quindi, fino a prova contraria era tutto scritto. Parliamo di un complesso, quello dei 30 appartamenti per cui una società con capitale d’impresa di circa 20.000 euro fece un investimento che superava il milione. Ma parliamo anche di cinque diversi passaggi societari in meno di due anni, di appartamenti mai finiti e quindi mai venduti. E scusate se poco. «Quando la mafia per lavare i soldi, investe nel campo immobiliare – ha commentato il tenente della Guardia di Finanza di Fondi Antonino Costa – le aziende del territorio che operano onestamente vanno in crisi. Le associazioni malavitose possono vendere a prezzi stracciati incrementando un mercato, il loro, a circolo chiuso. Dietro ci sono persone molto preparate che come in una catena di montaggio si occupano del “lavaggio” dei capitali illeciti e poi delle nuove attività. Su questo territorio non esiste un capo ma tante realtà “infiltrate”». Ed una di queste è stata messa al tappeto ieri.

Commenti su: "Business di camorra in provincia di Latina" (1)

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