Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Dal quotidiano gratuito DNews del 23 luglio 2009

 

I SOLDI DEL CLAN RIPULITI AL CAFÉ DE PARIS

 

di Gianluca Mancuso

 

Un barbiere e un aiuto cuoco titolari di un patrimonio stimato in 200 milioni di euro. Un paradosso, ma non quando si parla della famiglia Alvaro di Cosoleto, paesino sperduto dell’Aspromonte dove è iniziata la conquista -pianificata a tavolino – della Capitale. Tavolini, come quelli dei bar e dei ristoranti della cosca; scrivanie, come quelle delle società immobiliari affidate in franchising e intestate a prestanome di una famiglia calabrese che ha investito a Roma decine di milioni di euro, provento del narcotraffico, in attività dalla facciata pulita. Vincenzo Alvaro, 45 anni, figlio del boss Nicola – alias “Beccauso” e capo della ’ndrina di Cosoleto – risulta al fisco un “nullatenente”. Aiuto cuoco: questo l’ultima “professione” conosciuta del figlio del capocosca che aveva intestato le sue attività a Domenico Villani, barbiere di un paesino di nome Santo Stefano in Aspromonte (Reggio Calabria), e alla moglie Grazia Palamara. Il barbiere di Santo Stefano risultava persino il “datore di lavoro” dell’aiuto cuoco Alvaro, come emerge dalla lettura del decreto di sequestro preventivo di decine di attività imprenditoriali della cosca calabrese nella Capitale. Datore di lavoro del figlio del boss e persino titolare del Cafè de Paris, storico locale della “Dolce vita” romana acquistato dalla cosca calabrese ad un prezzo stracciato e fruttato sino ad un valore stimano in 55 milioni di euro. Tra i beni del clan, anche il ristorante “George’s” di via Marche e altre società come il “Time Out Cafè”, il “Clementi”, il ristorante pizzeria “Federico I” e il caffè “California”. Tutti questi locali sono stati affidati ad un amministratore giudiziario e potranno continuare la loro attività.

I guai per il Cafè de Paris, lo storico locale di via Veneto, erano già cominciati nel 2006 e in particolare per il titolare, il calabrese Damiano Villari, finito sotto processo per violenza sessuale aggravata. L’11 gennaio prossimo è attesa la sentenza dei giudici della nona sezione penale del Tribunale di Roma; secondo l’accusa Villari nel giugno del 2006 aggredì la cassiera del locale, una donna originaria della Calabria e madre di due figli, tentando di violentarla.

Secondo la Procura di Reggio Calabria Vullari è un prestanome di Alvaro, l’uomo al quale sarebbe riconducibile il patrimonio di circa 200 milioni di euro sequestrato. Dalle indagini emerge che Alvaro, dopo aver chiuso i conti con la giustizia si è trasferito nella Capitale nel 2001 assieme ad una parte della sua famiglia per andare a vivere all’Eur, decidendo così di scomparire dal contesto d’origine dove era troppo noto. La famiglia Alvaro, secondo quanto emerso dalle indagini, ha condotto a Roma una vita agiata, ma non di lusso sfrenato, per non dare troppo nell’occhio. Ma nella Capitale ha investito i proventi del narcotraffico. «Roma è uno dei punti dove cosche criminali e grandi traffici internazionali illeciti trovano sviluppo sotto il profitto economico e per il reimpiego di tali profitti», parole pronunciate dal procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, che scolpiscono l’inchiesta.

 

TRA QUEI TAVOLINI SEDEVANO SINATRA, FELLINI E MODUGNO

 

Simbolo della “Dolce vita” e ritrovo di intellettuali e attori. Il Cafè de Paris – il “caffè della dolce vita dal 1956” – ai suoi tavolini ha ospitato – tra gli altri – Federico Fellini, Frank Sinatra e Domenico Modugno. Negli anni della “Dolce vita”, con via Veneto gremita di star del cinema e intellettuali, era solito segnalare ai paparazzi la presenza in giro dei vip. Ieri tra i dipendenti del locale regnava lo sconcerto. «Lavoro qui da anni. Conosco il proprietario che viene ogni giorno. Siamo preoccupati, ma penso che abbiano preso un abbaglio» dice un dipendente. Ma tra i commercianti di via Veneto c’è poco stupore. «Girava questa voce» è la frase che ripetono in molti. «Si sentiva odore di mafia», rincara, sorridendo, un anziano barista della zona.

 

LE INTERCETTAZIONI. SFUMA LA VENDITA DEL LOCALE STORICO: «I SOCI CALABRESI HANNO DETTO NO»

 

«La rimanenza fino alla chiusura te la lascio nella cassaforte». Così il titolare del “Time Out Cafè” parla a Vincenzo Alvaro, 45 anni, ufficialmente aiuto cuoco, ma in realtà personaggio di spicco della ’ndrangheta calabrese. È uno dei passaggi delle intercettazioni telefoniche contenute nelle 114 pagine del provvedimento di sequestro disposto dal Tribunale di Reggio Calabria. «Oggi mi prendo qualcosa per partire», aggiunge rivolto ad Alvaro, come a voler giustificare un possibile piccolo “ammanco” nel registratore di cassa. «Ho parlato con il signore del ristorante -si legge in un’altra intercettazione telefonica -, i soldi li lascio direttamente a voi». A parlare, in questo caso, è l’affittuaria di un appartamento nella disponibilità di uno degli “uomini di Alvaro” (“il signore del ristorante”, ndr) che si affretta a rassicurare sul pagamento del fitto mensile. In un’altra intercettazione – che costituisce il nucleo centrale dell’inchiesta – Damiano Villari, il barbiere presunto “prestanome” della cosca calabrese, parla della vendita del Cafè de Paris ad un imprenditore libanese interessato all’acquisto. «Mi dispiace – spiega all’avvocato dell’acquirente -, ma i soci di giù (i calabresi, ndr) non vogliono». Il Cafè de Paris, infatti, costituiva – dicono gli inquirenti – uno dei canali d’ingresso della cosca negli ambienti che contano della Capitale.

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