Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Dal quotidiano gratuito Metro del 22 luglio 2009

 

«FINENDO SULLA STRADA HO RICOMINCIATO A VIVERE»

 

di Angelo Paura

 

Stefano Bruccoleri è il primo senza tetto tecnologico. Gira l’Italia in bici e scrive un blog, che dopo quattro anni è diventato anche un libro.

 

DOMANDA. In Italia sei stato il primo senza tetto ad aprire un blog per raccontare la tua storia. Come sei arrivato dalla strada alla tecnologia?

RISPOSTA. «Il passo è stato molto semplice. Anzi direi che è stata un’esigenza che da sempre avevo dentro e che la strada ha solo amplificato. All’inizio, dopo aver perso tutto, ho pensato che un blog e la rete fossero gli unici mezzi per tenermi ancorato ai miei affetti».

 

D. E poi hai deciso di dare un’altra svolta alla tua vita. Dopo un anno nel centro di accoglienza di Alessandria, compri una bici e inizi a pedalare per l’Italia…».

R. «Ero finito in uno stagno. Di Alessandria conoscevo ogni piccolo dettaglio. Passavo le mie giornate tra il dormitorio e l’assistenza. E ho pensato che quella condizione fosse peggio che stare per strada. Non vedevo un futuro. Così ho iniziato a viaggiare a caccia di esperienze. Era il 2005».

 

D. E come sei finito per strada?

R. «Uno sfratto esecutivo: mi hanno cacciato in tre giorni. Ho perso tutto. Basta lavoro, avevo un piccolo laboratorio artistico, basta casa e fine della mia vita di “senza fissa dimora in affitto”. Così sono diventato un clochard».

 

D. “Senza fissa dimora in affitto”, che significa?

R. «È la condizione di molti italiani. Vivono nella povertà e passano la vita a indebitarsi, pagare mutui, affitti. In questo modo fingono una “normalità” che hanno perso da tempo».

 

D. Tu arrivi da questo mondo…

R. «Sì. Appartengo a una famiglia poverissima. Vivevamo in una soffitta. La strada è sempre stata il mio habitat naturale. Sono cresciuto lì, e lì sono ritornato».

 

D. Difficile all’inizio?

R. «Appena ho perso tutto mi è sembrato di impazzire. In più, proprio in quel periodo ho scoperto di essere sieropositivo: era la fine. Poi, dopo mesi di disperazione, ho deciso di dare un senso alla mia vita e allo stare per strada».

 

D. E la bici ?

R. «Una passione che mi porto dietro dall’infanzia. Da piccolo guardavo con invidia chi ne possedeva una. E pensavo fosse un mezzo di libertà. Così da adolescente ho iniziato a rubarne qualcuna. Quindi nulla di nuovo. È stata solo un’evoluzione del mio sentire e della mia passione».

 

D. In quattro anni hai macinato oltre 25.000 chilometri…

R. «Mi muovevo tra una città e l’altra. Stavo per un po’ di tempo fermo: negli anni mi sono attrezzato. Tenda, fornelli e arnesi da campeggio. La mia casa erano i parchi».

 

D. E la malattia non ti ha mai dato problemi?

R. «Direi di no. Anzi, da quando ho smesso di prendere i medicinali per “curare” la mia sieropositività ho iniziato a stare meglio. La malattia è regredita. E in più sono completamente guarito dall’epatite C, cosa quasi impossibile. Forse un miracolo della bicicletta».

 

D. Quanto il tuo blog(www.senzafissadimoradisuccesso.it) è stato utile nel tuo cammino?

R. «Prima è stato utile a me. Il posto in cui scrivevo tutti i miei segreti. Non avevo soldi per una terapia, così ho scritto. Poi mi sono chiesto: “Com’è il mio Paese?”. E allora ho iniziato a descrivere la vita dall’esterno di un mondo che tutti credono normale».

 

D. Adesso da qualche mese sei ritornato a essere sedentario…

R. «Mi sono fermato un po’ sui colli fiorentini (anche se a luglio si è messo in viaggio per Torino, ndr). Ho trovato il posto che faceva per me e mi poteva permettere di scrivere il mio libro (“Via della Casa Comunale n° 1”), che è la traduzione su carta del mio blog. In questi anni spesso ho trovato ospitalità nei tanti ecovillaggi sparsi per l’Italia. Così ho conosciuto il concetto di decrescita felice: una vita più semplice e rispettosa dell’ambiente. Primati senti tagliato fuori, poi ti attrezzi e capisci che è meglio. Se prima mi sentivo inadeguato, adesso non voglio più rientrare nella società produttiva. È folle. Questo mondo ti deruba del presente. L’ultima volta che sono entrato in un supermercato non ho creduto ai miei occhi: sette metri di insalate in busta. Con prezzi assurdi. L’insalata si raccoglie nell’orto. Da qui si capisce l’assurdità della nostra condizione».

 

D. Perché ti sei fermato…

R. «Non credo di essermi fermato. Avere una dimora stabile è strano per uno che ha vissuto quattro anni come un nomade. Ma per adesso è ciò che voglio: una casa, il luogo degli affetti condivisi».

 

D. E infatti stai in una comunità.

R. «Dico sempre che sono sposato con altre sette persone. Io ho pochi soldi, solo 250 euro di pensione perché sono sieropositivo. Pago 135 euro d’affitto. Per il resto cerco di aiutare in casa: sono il tutto fare. Aggiusto, preparo il pranzo, faccio le pulizie».

 

D. E rispetto a Internet, che dici?

R. «La rete favorisce i poveri. Tutti si possono informare, andare dove voglio e scegliere cosa leggere o guardare. Anche il digitale aiuta chi viene dal basso a esprimersi. I costi sono bassi. Non c’è pellicola. Quindi in un mondo più ecocompatibile la rete non potrà certo mancare».

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