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Archivio per la categoria ‘SOSTENIBILITA’’

Biodiversità: in Italia a rischio di estinzione 355 specie

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=%2022013

BIODIVERSITÀ: IN ITALIA A RISCHIO DI ESTINZIONE 355 SPECIE

Le due Liste Rosse nazionali delle specie a rischio estinzione, due volumi realizzati dal Ministero dell’Ambiente e da Federparchi nell’ambito dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN), verranno presentate a Roma il 22 maggio in occasione della Giornata mondiale della biodiversità e della Settimana europea dei parchi. Un appuntamento che s’inserisce nella più ampia cornice del rapporto di collaborazione ministero – Federparchi che si è data una serie di obiettivi comuni per la valorizzazione delle aree protette e della biodiversità.

Intanto, il Ministero anticipa alcuni dati: «Sono 161 le specie di animali vertebrati e 194 le varietà vegetali a rischio di estinzione in Italia». Le Liste Rosse presentano la valutazione del rischio di estinzione e sono stati valutati pesci d’acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli nidificanti, mammiferi, pesci cartilaginei (squali e razze) e flora. «La valutazione del rischio di estinzione – spiega il Ministero – è basata su categorie, criteri e linee guida aggiornate periodicamente. Le valutazioni vengono effettuate tramite workshop tematici con gruppi di esperti delle diverse specie e aree del territorio nazionale, e revisionate criticamente sia nei contenuti sia nell’applicazione del protocollo secondo le linee guida».

Secondo Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi-Europarc Italia, «è stato svolto un lavoro straordinario. Le caratteristiche geografiche, climatiche e storiche dell’Italia hanno consentito nel tempo l’insediamento e la permanenza di una variegata e ricca biodiversità, inclusa una gran varietà di specie endemiche e ambienti e paesaggi esclusivi. Questa ricchezza è riconosciuta a livello mondiale. Ecco perché abbiamo la responsabilità di monitorare e salvaguardare questo capitale naturale dalle tante minacce che si profilano. Le pubblicazioni con le Liste Rosse ci dicono quali e quante specie animali e vegetali rischiano di scomparire e soprattutto quali sono le cause che possono determinare i fattori di rischio».

Un lavoro che ha preso in esame e valutato il rischio di estinzione delle specie di vertebrati in Italia, tutti i terrestri e un gruppo di vertebrati marini. «Poi – spiega il Ministero – è stata creata una base di riferimento utile in futuro a valutare la tendenza dello stato di conservazione della biodiversità in Italia. Sono state incluse nella valutazione tutte le specie di pesci d’acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli nidificanti, mammiferi e pesci cartilaginei, native o possibilmente native in Italia, nonché quelle naturalizzate in Italia in tempi preistorici. Le specie di uccelli presenti ma non nidificanti in Italia (svernanti, migratori) non sono state valutate. Per le specie terrestri e di acqua dolce è stata valutata l’intera popolazione nel suo areale italiano (Italia peninsulare, isole maggiori e, dove rilevante, isole minori). Per le specie marine è stata considerata un’area di interesse più ampia delle acque territoriali».

Delle 576 specie terrestri e 96 marine di vertebrati valutate in questa ricerca, 6 sono estinte nella regione in tempi recenti. Le specie minacciate di estinzione sono 138 terrestri e 23 marine, il 28% delle specie valutate. Il 50% circa delle specie di vertebrati italiani non è a rischio di estinzione imminente.

«Complessivamente le popolazioni dei vertebrati italiani sono in declino – si legge nella nota – più marcato in ambiente marino che terrestre. Le conoscenze sul rischio di estinzione e le tendenze demografiche sono più carenti in ambiente marino. In ambiente terrestre le principali minacce ai vertebrati italiani sono la perdita di habitat e l’inquinamento. Il numero di specie minacciate dal prelievo e dalla persecuzione diretta è piuttosto ridotto. La principale minaccia rilevata in ambiente marino è la mortalità accidentale, ma questo dipende dal fatto che le specie qui valutate (squali, razze e chimere) hanno scarso interesse commerciale».

L’Italia, che si trova al centro del bacino del Mediterraneo, è una delle aree più importanti di biodiversità nel mondo e possiede una flora molto ricca in specie, molte delle quali endemiche. In alcune porzioni della penisola la percentuale di varietà tipiche raggiunge valori compresi tra il 13% ed il 20%. La biodiversità vegetale mediterranea è però fortemente minacciata da cambiamenti ambientali provocati dalle attuali dinamiche socio-economiche e di utilizzo del suolo. L’Italia, in questo contesto non fa eccezione e molte delle sue specie necessitano di misure di conservazione per evitare un impoverimento di biodiversità con ripercussioni su scala mondiale. Le principali minacce alla biodiversità vegetale in Italia sono rappresentate dall’urbanizzazione selvaggia (abusivismo edilizio), dallo sviluppo di infrastrutture, dall’allevamento intensivo e dal turismo. Problemi si manifestano anche nelle aree protette a causa dello sviluppo non oculato di infrastrutture e della mancanza di adeguati controlli.

Il rapporto di 64 pagine che verrà presentato il 22 maggio è il risultato di un progetto iniziato nel 2012, finanziato dal Ministero dell’Ambiente e realizzato dalla Società Botanica Italiana, che ha coordinato oltre 200 botanici di tutto il Paese. La Lista Rossa parziale della flora d’Italia include tutte le 197 “policy species” italiane, specie inserite negli allegati della Direttiva 92/43/CEE “Habitat” e della Convenzione di Berna, entrambe ratificate dal governo italiano e di fatto costituenti leggi nazionali. Un secondo contingente di specie, che include vascolari, licheni, briofite e funghi, tra le più minacciate d’Italia, o endemiche, è stato anch’esso valutato attraverso i criteri IUCN, definendo così le categorie di minaccia in cui ricadono.

Dalla Francia agli USA, passando dalla Germania: il debito pubblico delle scorie nucleari torna a far paura

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=22010

DALLA FRANCIA AGLI USA, PASSANDO DALLA GERMANIA: IL DEBITO PUBBLICO DELLE SCORIE NUCLEARI TORNA A FAR PAURA

di Aldo Ferretti

Domani, martedì 21 maggio alle 20:50, il canale televisivo Arte solleverà la questione sulla disattivazione delle centrali nucleari nel mondo. Un reportage di circa un’ora, che fornisce un quadro allarmante sui pericoli dello smantellamento dei siti nucleari. Nel momento in cui, in Francia, viene avviato il dibattito sulla proposta di Cigéo – il sito di smaltimento dei rifiuti radioattivi (sarebbe più corretto dire “stoccaggio”) – l’argomento è più che attuale. Infatti, avviato dalla legge, il dibattito pubblico sul previsto centro di smaltimento geologico dei rifiuti nucleari è stato avviato la settimana scorsa, e oltre che in incontri in carne e ossa si sviluppa anche sulla rete.

Dalla Francia agli Stati Uniti: Bernard Nicolas, un giornalista investigativo, rivela l’avventurismo politico (sulla base di una conoscenza tecnica che nessuno fino ad oggi possiede) sullo smantellamento in corso, nonostante le rassicurazioni da parte delle autorità e dei dirigenti dell’industria nucleare. Infatti anche il nuovo “Piano nazionale per la gestione dei materiali e dei rifiuti radioattivi” in Francia, pubblicato lo scorso 25 aprile, risulta alquanto vago in quanto continua a spostare in avanti le scadenze sulle decisioni da prendere (e sugli investimenti da fare).

Bernard Nicolas attacca anche la lobby dell’industria nucleare, denunciando pratiche di estorsione o di impiego sovvenzionato per far accettare alla popolazione i vicini centri di stoccaggio dei rifiuti. Il reportage contiene poi le testimonianze di fisici, associazioni di attivisti anti-nucleari, ma anche di dipendenti di aziende legate all’industria nucleare.

La CEA (Commissariato per l’Energia Atomica e Energie Alternative) ha fatto recentemente il punto circa il progetto di smantellamento dei suoi sei impianti nucleari a Grenoble (decisione presa già nel 1990). Una bonifica del sito che illustra la delicata gestione dei rifiuti radioattivi associati all’operazione. Tra i problemi tecnici più volte citati, il rischio permanente di contaminazione per l’uomo e per l’ambiente, l’impossibilità di stoccare in modo sicuro le scorie nucleari, ma soprattutto il giornalista insiste sul costo esorbitante di smantellamento, totalmente sottovalutato. Lo smantellamento della sola centrale nucleare di Brennilis in Bretagna, un impianto da 70 MW, è già costato circa 480 milioni di euro (20 volte i costi stimati), ed è ancora incompleto dopo 20 anni.

E almeno su questo punto non aveva forse torto l’ex ministro Tremonti, quando nel 2011 al Forum di Cernobbio reclamava il fatto che il debito pubblico italiano, in previsione, era più sostenibile di quello francese e tedesco, perché il nostro Paese almeno non doveva prendersi in carico le immani spese per il nuclear decommissioning.

Val di Susa, Etinomia in festa il 26 maggio

Dal sito Internet http://www.ilcambiamento.it/territorio/val_susa_festa_etinomia_26_maggio.html

VAL DI SUSA, ETINOMIA IN FESTA IL 26 MAGGIO

Domenica 26 maggio si terrà la festa di Etinomia, rete di imprenditori etici per la difesa dei beni comuni nata in Val di Susa lo scorso anno. L’appuntamento è alle ore 9.00 presso il salone Polivalente di Villar Focchiardo (Torino), via Cappella delle Vigne.

Sarà un momento di festa e condivisione dell’esperienza maturata da Etinomia in questo primo anno di attività, con un importante momento “istituzionale”: l’elezione del nuovo Consiglio Direttivo dell’associazione. Nel corso della giornata sarà inoltre possibile effettuare il rinnovo dell’iscrizione per l’anno 2013 o la nuova iscrizione per chi non avesse formalizzato la propria adesione nel corso dell’anno precedente. Si può iscrivere chiunque eserciti attività, con o senza partita IVA, oltre a privati in qualità di soci sostenitori.

I Gruppi di Lavoro di Etinomia saranno disponibili ed illustreranno le attività svolte ed i servizi offerti alla popolazione, raccogliendo l’adesione di eventuali nuovi partecipanti.

Per tutta la giornata, sarà tenuta una fiera/mercato con esposizione dei prodotti dei soci i quali potranno raccontare il proprio mestiere e promuovere la propria attività. C’è ancora la possibilità di prenotare gli ultimi spazi espositivi, inviando una mail a info@etinomia.org, indicando nome, recapito telefonico e tipologia di prodotti/servizi in esposizione. Per le attività con finalità economiche, verrà richiesto un plateatico di 15 euro.

La giornata prevede un pranzo a buffet per il quale è gradita prenotazione: il menu sarà completamente composto dai prodotti delle Valli, con alternativa vegetariana.

È previsto per tutto il giorno l’intrattenimento teatrale e musicale oltre a escursioni nei bellissimi castagneti che caratterizzano il gradevole comune valligiano.

Per i bambini, infine, sarà allestito uno spazio di gioco e divertimento animato da personale esperto e qualificato.

Etinomia nasce con l’obiettivo di superare la storica contrapposizione tra etica ed economia, valorizzando la centralità dell’uomo nel contesto territoriale in cui vive e lavora. Accanto agli imprenditori, ai commercianti, ai professionisti, agli agricoltori e agli artigiani nell’associazione operano comuni cittadini nella volontà di affermare che la ricerca di trasparenza, onestà e rispetto è in grado di superare qualsiasi distinzione di classe.

“Riteniamo – si legge sul sito di Etinomia – che esaltare valori quali il rispetto dell’uomo e la salvaguardia del territorio possa costituire il fulcro intorno al quale maturino rapporti economici sani in cui non solo la logica del profitto e dello sfruttamento determini le politiche aziendali: è questa la sfida che Etinomia accetta di affrontare, confortata dai risultati concreti ottenuti dagli Imprenditori Aderenti i quali, innanzitutto, desiderano affermare che la condotta etica e pulita rappresenti una strategia vincente”.

Spesa, ogni famiglia getta via 480 euro l’anno

Dal sito Internet http://www.metronews.it/master.php?pagina=notizia.php&id_notizia=13779

SPESA, OGNI FAMIGLIA GETTA VIA 480 EURO L’ANNO

Quattrocentottanta euro l’anno gettati nel cassonetto. Così ogni famiglia italiana, in media, spreca il 7% della propria spesa alimentare. Un dato «assurdo in questo momento di crisi», commenta il presidente dell’ADOC Lamberto Santini. L’associazione dei consumatori, parte dall’analisi dei sati per pubblicare un utile vademecum di consigli alle famiglie per non sprecare, dal limite massimo di consumo alla corretta conservazione in frigo. A fronte dei 480 euro “gettati”, una famiglia (2 adulti e un bambino) ogni mese, ne spende in media 570. Il 36% dei prodotti che si buttano sono quelli freschi e tra i prodotti più sprecati troviamo il pane (18%) frutta e verdura (16%) e prodotti in busta. La percentuale di sprechi è in calo – 5 anni fa veniva gettato nel cassonetto il 13% circa della spesa (oggi è il 7%) – ma resta alta.

Lo Slow Food Day

«Quando sprechiamo cibo, oltre a fare qualcosa di eticamente non accettabile, sprechiamo anche molto altro: il denaro che abbiamo speso per acquistare quel cibo; il tempo di chi ha lavorato per produrlo e il tempo che abbiamo lavorato per guadagnare i soldi con cui comprarlo; la terra, l’acqua e l’energia che sono state impiegate nella produzione, trasformazione e distribuzione». Roberto Burdese, presidente di Slow Food Italia, introduce così lo Slow Food Day di quest’anno: il 25 maggio, in 300 piazze d’Italia, l’associazione di Carlo Petrini dedicherà un’intera giornata alla lotta contro lo spreco alimentare (www.slowfood.it). Incontri, dibattiti e lezioni di riciclo.

Il vademecum

1) Comprare solo l’essenziale e di qualità.

2) Se hai avanzi nel frigo, cerca di riutilizzarli per altri piatti.

3) Surgela gli avanzi di cibo.

4) Prova ad acquistare meno e più spesso.

5) Gli avanzi possono essere donati alle Associazioni di assistenza per i più bisognosi.

6) Evitare le offerte promozionali illusorie come i 3×2.

7) Riporre le verdure nella parte bassa del frigo. La frutta a temperatura ambiente.

8) Il pesce si può conservare in frigorifero, se fresco, per un paio di giorni al massimo. Deve essere sistemato in posizione intermedia nel frigo. I molluschi devono essere riposti in un piano intermedio, in contenitori che ne garantiscano l’isolamento.

9) Moderare le porzioni da servire.

10) Mangiare lentamente.

I pesci sono il termometro del global warming, e si stanno spostando

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=%2021980

I PESCI SONO IL TERMOMETRO DEL GLOBAL WARMING, E SI STANNO SPOSTANDO

Con la ricerca “Signature of ocean warming in global fisheries catch” pubblicata su Nature, per la prima volta un team di scienziati ha dimostrato che il riscaldamento degli oceani ha avuto un impatto globale sul mix di specie catturate dai pescatori. Anche studi precedenti avevano indicato che alcune specie marine stanno spostando i loro areali in risposta ad aumenti di temperatura, con i pesci che via via stanno allontanandosi dall’equatore verso acque più fredde. Un fenomeno ormai noto anche nel Mediterraneo, dove specie tropicali hanno ormai raggiunto i mari più settentrionali del bacino.

Ma la nuova ricerca alla quale hanno partecipato William W. L. Cheung e Daniel Pauly dell’Università dalla British Columbia e Reg Watson, dell’Institute for marine and antarctic studies dell’Università della Tasmania, dimostra che, almeno dagli anni ’70, le specie delle acque più calde stanno sostituendo quelle tradizionalmente pescate in molte zone di pesca in tutto il mondo. Il team canadese-australiano ha utilizzato le preferenze di temperatura di pesci e di altre specie marine come una sorta di “termometro” per valutare gli effetti dei cambiamenti climatici sugli ambienti oceani tra il 1970 e il 2006 e spiega su Nature che «Pesci ed invertebrati marini rispondono al riscaldamento dell’oceano attraverso lo spostamento della loro distribuzione, generalmente a latitudini più alte e in acque più profonde. Di conseguenza, la pesca dovrebbero essere influenzate dalle “tropicalizzazione” delle catture (il crescente predominio delle specie di acqua calda)».

Per la loro ricerca, sostenuta da Pew Charitable Trust e Sea Around Us Projec, Cheung, a capo della Changing ocean research unit, Fisheries Centre, dell’università della British Columbia, e dei suoi due colleghi, hanno utilizzato le preferenze di temperatura di pesci catturati in tutto il mondo per determinare il rapporto tra pescato e riscaldamento degli oceani. Ogni specie di pesce a sangue freddo ha un particolare intervallo di temperatura entro la quale vive. Se le temperature dell’acqua superano questo intervallo, possono sperimentare una crescita ed una riproduzione ridotte che ne fa diminuire il numero e cambia la distribuzione della specie.

Per prima cosa i ricercatori hanno messo insieme i dati sulla distribuzione di 990 specie di pesci e invertebrati marini, poi hanno assegnato ad ogni specie una preferenza di temperatura in base alla temperatura media della superficie del mare nelle aree in cui era stato previsto che vivessero tra il 1970 e il 2000. Prima, per misurare le variazioni nella composizione della pesca marittima, i ricercatori avevano raccolto dati sul tonnellaggio delle catture per ciascuna specie nei 52 ecosistemi marini che rappresentano la maggior parte della pesca del mondo. mQuindi, per ogni ecosistema e per ogni anno dal 1970 al 2006, hanno calcolato la preferenza di temperatura media della specie, ponderata con la quantità del pescato. Infine, i ricercatori hanno determinato il legame tra riscaldamento degli oceani e cambiamenti nelle catture della pesca, utilizzando un modello statistico che separa altri fattori, come lo sforzo di pesca e la variabilità oceanografica.

Cheung, Pauly e Watson hanno scoperto che, tranne nei tropici, la composizione delle catture nella maggior parte degli ecosistemi si è lentamente modificata per includere più specie di acqua calda ed un minor numero di specie di acqua fredda. Ai tropici, il pescato ha seguito un andamento analogo negli anni ’70 e ‘80, per poi stabilizzarsi, probabilmente perché non ci sono specie con preferenze di temperatura abbastanza alta per sostituire quelle che sono diminuite. I modelli statistici hanno dimostrato che l’aumento delle specie di acqua calda era significativamente correlato all’aumento delle temperature oceaniche.

Nel 2010, in un’altra ricerca, Cheung aveva previsto cambiamenti nella distribuzione del pesce come risposta al riscaldamento degli oceani, «Questi spostamenti possono avere diversi effetti negativi – dice il Pew – che possono essere sentiti di più ai tropici, dove le temperature dell’acqua potrebbero superare le preferenze di molte specie tropicali, con una conseguente forte riduzione delle catture. Impatti aggiuntivi potrebbero includere la scomparsa della pesca tradizionale, la diminuzione di profitti e posti di lavoro, i conflitti per le nuove attività di pesca emergenti a causa dello spostamento della distribuzione e problemi di sicurezza alimentare, in particolare nei Paesi in via di sviluppo.

«Un modo per gli animali marini di reagire al riscaldamento dell’oceano è quello di spostarsi verso regioni più fresche – dice Cheung -. Come risultato, in posti come il New England, sulla costa nord-est degli Stati Uniti, si sono viste nuove specie tipicamente delle acque più calde, più vicino ai tropici. Nel frattempo, ai tropici, il cambiamento climatico significa un minor numero di specie marine e catture ridotte, con gravi implicazioni per la sicurezza alimentare».

Pauly, che lavora al Sea Around US Projec, lancia un forte allarme: «Stiamo parlando dei cambiamenti climatici come se si trattasse di qualcosa che avverrà in un futuro lontano, il nostro studio dimostra che stanno colpendo da decenni la nostra industria della pesca e gli oceani. Questi cambiamenti globali hanno implicazioni per tutti in ogni parte del pianeta». Cambiamenti climatici sono quindi un potente fattore di perturbazione della pesca e, secondo Cheung, «Rappresentano la più grande minaccia alla sussistenza nei Paesi in via di sviluppo, soprattutto nei tropici, dove la capacità di adattamento delle persone e dei pesci sono più limitate. Una misura di adattamento alla quale dovrebbero guardare i gestori della pesca è ad esempio quella del National Marine Fisheries Service negli Stati Uniti, per regolare le stagioni di pesca e le catture ammesse sulla base degli spostamenti di popolazioni osservati».

Esaminando i dati della pesca in 52 grandi ecosistemi marini, dal nasello pescato al largo del New England e del Canada nord-orientale all’halibut al largo dell’Alaska, i tre scienziati hanno sviluppato un indice, il “mean temperature of the catch” riguardante la cattura annuale di ogni specie e per la sua preferenza di temperatura ed hanno scoperto che negli ultimi 40 anni è aumentato in tutto il mondo. Cheung e i suoi colleghi hanno poi trovato un legame statisticamente significativo tra i cambiamenti nell’indice di temperatura della pesca e l’aumento delle temperature della superficie del mare: durante il periodo 1970-2006, la temperatura media globale del pescato è aumentata di un tasso di 0,19° C per decennio e, nelle zone non tropicali, il tasso di incremento è stato ancora più alto: 0,23° C per decennio.

Nelle zone tropicali, c’è stato un aumento iniziale delle specie subtropicali che arrivavano dalle acque più fredde, ma questo aumento si è stabilizzato e poi sono rimaste solo le specie che possono prosperare solo in acque molto calde. È per questo che i pescatori tropicali sono particolarmente vulnerabili al global warming, perché le specie che catturano tendono ad avere una fascia relativamente stretta di tolleranza alla temperatura e c’è una quantità limitata di specie che possono spostarsi, prendere il loro posto e tollerare temperature più elevate.

«Nelle regioni ad alta latitudine troviamo, come previsto, la pesca di cattura sempre più dominata da specie di acqua calda – conclude Cheung -. In media, le temperature superficiali del mare sono in aumento di oltre 1,8° gradi Fahrenheit per decennio, anche se ci sono variazioni regionali, con alcune regioni in raffreddamento a causa dei cambiamenti nelle correnti oceaniche, e all’incirca un riscaldamento quattro volte più veloce rispetto alla media mondiale».

Vandana Shiva: “Serve semplicità non austerità”

Dal sito Internet http://www.metronews.it/master.php?pagina=notizia.php&id_notizia=13730

VANDANA SHIVA: “SERVE SEMPLICITÀ NON AUSTERITÀ”

di Paola Rizzi

Mentre parliamo degli effetti nefasti del debito e dell’austerità Vandana Shiva, icona del pensiero ambientalista mondiale, prende l’Herald Tribune per mostrare un articolo sul boom dei furti di cibo in Spagna: «Fino a poco tempo fa era inimmaginabile che in Europa si rubasse per nutrirsi». Vandana Shiva, spesso citata da Grillo, è una di quelle che può dire: io l’avevo detto. «Ora ve ne accorgete anche voi: Il mercato del debito muove ormai 3.000 miliardi ogni giorno e quindi si è esteso anche a paesi prima esenti come quelli europei». La incontriamo di passaggio a Milano dove ha firmato la Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata presentato dall’European Socialing Forum in vista dell’Expo 2015.

DOMANDA. Qual è la sua ricetta per uscire dalla crisi, dal momento che austerity e rigore non sembrano funzionare?

RISPOSTA. «Noi del terzo mondo lo sappiamo bene: per le politiche del debito del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale al servizio delle lobbies in India si sono suicidati 270.000 contadini dal 1995. Analizzando la crisi del ’91 in India scoprii che un terzo del debito erano spese imposte dalla banca mondiale per finanziare infrastrutture costruite da imprese estere. In questo caso si può ben parlare di debito di democrazia al servizio di interessi e profitti. Come per la vostra TAV. Bisogna chiedersi: è nata da un bisogno democratico o dalle richieste a livello europeo di un incremento delle infrastrutture italiane? Quante aziende italiane effettivamente vi partecipano? Quanta ricchezza porta alla comunità?».

D. Ci hanno spiegato che abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, da qui l’esigenza dell’austerità.

R. «Bisogna distinguere austerità e semplicità. La semplicità garantisce il benessere rinunciando al superfluo. L’austerità è imposta dall’esterno per finanziare altri progetti. per esempio la TAV. Per me l’austerità è violenta e immorale perché spinge la società verso il circolo vizioso dell’indebitamento, perché privatizza i servizi vitali, acqua, salute, educazione».

D. Lei invita a tornare alla terra e all’agricoltura, ma le sembra un obiettivo realistico in Europa?

R. «Quando dico tornare alla terra penso alla necessità di uscire dal sistema di schiavitù della finanza, una grande fabbrica di fiction, come Hollywood, che ha creato tragedie per molti e successi per pochi. È l’arroganza del broker che viene in Italia per cambiare il sistema perché lui possa fare più soldi, mentre si allargano le differenze tra ricchi e poveri come mai in Europa. Il punto è cambiare mentalità. In Italia la vostra forza è stata la creatività, l’artigianalità. Ma l’attuale sistema della globalizzazione uccide la creatività e la dignità del lavoro. Dalla filiera alimentare invece si può ripartire per creare lavori con un significato ed un rispetto della terra. O si continua con questa economia fittizia basata sul furto delle risorse alla terra, e alle persone, con il meccanismo del debito, o ci muoviamo verso un’economia che ridia valore alla natura».

D. Pensa che l’Expo 2015 sarà un’opportunità per l’Italia?

R. «Certo, non a caso ha molto senso che l’Expo sul cibo si faccia qui dove c’è una cultura del cibo, piuttosto che negli Stati Uniti, l’importante è che non sia solo una fiera. Si devono gettare le basi per una svolta: ci sono due crisi, economica e del sistema alimentare, risolvendo la seconda si esce dalla prima.  Paola Rizzi @paolarizizmanca

CHI È

Vandana Shiva, 61 anni, è un fisico quantistico.

Paladina della battaglia contro gli OGM e le multinazionali.

Nel 1982 ha fondato il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy.

Uno dei leader dell’International Forum on Globalization.

Vicepresidente di Slow Food.

Risparmiare energia in casa, con la luce naturale dei tunnel solari

Dal sito Internet http://www.ecoseven.net/energia/news-energia/risparmiare-energia-in-casa-con-la-luce-naturale-dei-tunnel-solari

RISPARMIARE ENERGIA IN CASA, CON LA LUCE NATURALE DEI TUNNEL SOLARI

di Matteo Ludovisi

Risparmiare energia in casa con la luce naturale dei tunnel solari. È questo, in sintesi, il vantaggio principale di un’originale sistema di illuminazione interna, capace di trasportare i raggi solari anche nelle zone più buie della casa. Si tratta, in pratica, di strutture alternative rispetto agli attuali sistemi di luce artificiale impiegate all’interno degli edifici, realizzate e messe in commercio dall’azienda italiana Velux.

I nuovi tunnel solari, in particolare, sono molto simili a dei lucernari di forma tubolare, in grado di captare la luce naturale esterna e di trasportarla attraverso speciali condotti nelle stanze prive di finestre o con scarsa illuminazione. Il funzionamento di questa tecnologia inoltre, avviene grazie al principio degli specchi. In pratica, uno speciale captatore, posto in copertura, convoglia i raggi solari all’interno del un condotto tubolare, completamente rivestito di materiale riflettente, il quale, a sua volta, trasporta la luce naturale fin dove necessario, coprendo anche distanze elevate e raggiungendo, per esempio, ambienti interrati (fino 150 metri sotto il livello del suolo).

Per risparmiare energia, i tunnel solari della Velux offrono quindi la possibilità di illuminare a “costo zero” tutte quelle stanze che, all’interno di una casa, non vengono raggiunte dal sole: dalle cantine, alle cabine armadio, bagni ciechi, corridoi etc. Sostituire in tali zone la luce artificiale con un sistema di illuminazione completamente naturale, consente infatti di ridurre (in buona parte) i consumi energetici di casa durante le ore diurne.

I nuovi tunnel solari, grazie ad una serie di filtri particolari, sono inoltre in grado di condurre la luce naturale con una luminanza iniziale di 80 lux, fino a raggiungere addirittura un picco di 500 lux. Un aspetto da considerare, infine, riguarda il comfort termico che i tunnel solari garantiscono agli ambienti. Grazie a una speciale schermatura, i tunnel solari, a differenza delle normali finestre, trasportano la luce, ma non il calore, illuminando le stanze senza riscaldarle. Tutto questo, ovviamente, risulta particolarmente indicato nel periodo estivo, quando c’è bisogno di luce, ma si vuole contenere il consumo di energia dovuto al raffrescamento dei locali.

I nuovi tunnel solari della Velux, attualmente in commercio, possono essere utilizzati non solo nelle case di nuova costruzione, ma anche nelle abitazioni in fase di ristrutturazione, con una spesa che si attesta generalmente attorno ai 500 euro e a cui si devono aggiungere le spese di installazione.

Il 19 maggio il WWF apre le sue Oasi

Dal sito Internet http://www.tuttogreen.it/il19-marggio-wwf-apre-le-sue-oasi/

IL 19 MAGGIO IL WWF APRE LE SUE OASI

Come ogni anno il WWF apre per una intera giornata a tutti, e gratuitamente, le sue Oasi, veri e propri santuari della biodiversità. Nate nel 1967 con la prima area protetta (Oasi di Burana) a Grosseto per iniziativa di un gruppo di cittadini scontenti dell’incuria dell’Amministrazione pubblica, ad oggi le Oasi WWF sono più di 100, con una estensione di circa 35.000 ettari e 500.000 visitatori annui, e realizzano attività legate alla conservazione della natura e degli animali, grazie al prezioso lavoro dei volontari.

Centri ornitologici, rifugi per animali “selvaggi” ma in pericolo come orsi e lupi, punti di osservazione, laboratori, centri veterinari per la cura e la successiva liberazione di animali feriti, laboratori per fare formazione ambientale e programmi di eco-turismo dedicati a grandi e ragazzi. Queste sono solo alcune delle tante attività normalmente svolte dalle Oasi.

Attraverso visite guidate, mostre (a Rimini ad esempio si può ripercorrere la storia della sezione locale del WWF attraverso i manifesti), laboratori didattici per i più piccoli, liberazione di animali curati nel centro medico delle Oasi e messa a dimora di nuove specie vegetali, i visitatori potranno avvicinarsi a questi piccoli universi “verdi” sparsi su tutta la nostra Penisola.

L’open day primaverile vuole far scoprire e sostenere anche con un’iniziativa di fundraising via SMS i progetti che i volontari delle Oasi WWF stanno portando avanti a tutela di specie animali protette ma a tutt’oggi a rischio. Perché, come dice il claim della campagna di quest’anno: “La Natura d’Italia ha bisogno di persone come te!”.

Per maggiori informazioni e scoprire gli eventi e l’Oasi più vicina visitate il sito: www.wwf.it.

RICREA: “Nel 2012 riciclato in Italia il 75,5% dei contenitori in acciaio (+2,9%)”

Dal sito Internet http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=374950

RICREA: “NEL 2012 RICICLATO IN ITALIA IL 75,5% DEI CONTENITORI IN ACCIAIO (+2,9%)”

Il riciclo non conosce crisi. Cresce in Italia la percentuale di acciaio recuperato dagli imballaggi: nel 2012 è stato riciclato il 75,5% dell’immesso al consumo, con un miglioramento del 2,9% rispetto all’anno precedente. Dalle scatolette per gli alimenti ai tappi corona, dalle bombolette aerosol ai grandi fusti industriali, contenitori e chiusure in acciaio si confermano ancora una volta amici dell’ambiente.

I dati sono stati resi noti da RICREA, il consorzio nazionale senza scopo di lucro per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in acciaio, in occasione dell’assemblea annuale. Nel 2012 nel nostro Paese sono state raccolte 374.169 tonnellate di imballaggi in acciaio e di queste sono state avviate al riciclo 332.166 tonnellate, pari al peso di circa 33 Tour Eiffel.

Il perdurare di uno scenario generale di crisi, che coinvolge anche l’industria dell’imballaggio, ha determinato un calo del -9,5% rispetto all’anno precedente dell’immesso al consumo, passato da 485.933 a 439.989 tonnellate (pari a 258 ruote panoramiche London Eye), con ripercussioni dirette sui flussi di raccolta e riciclo che tuttavia hanno mostrato riduzioni contenute.

Rispetto agli imballaggi immessi al consumo, la percentuale di acciaio recuperato è stata del 75,5%, migliore di quasi tre punti percentuali rispetto al 2011, del 20% rispetto al dato di dieci anni fa (55,6% nel 2003) e del 25,5% rispetto agli obblighi di legge previsti dalla normativa in vigore.

“Parlando di cifre, siamo molto soddisfatti – spiega Federico Fusari, direttore generale di RICREA –. Da 15 anni lavoriamo per favorire, promuovere e agevolare la raccolta e il riciclo degli imballaggi usati di acciaio provenienti tanto dal flusso domestico quanto da quello industriale, e gli ottimi risultati raggiunti ci spronano a intensificare i nostri sforzi per migliorare ancora”.

Nel 2012 è anche aumentata la copertura territoriale: +6% di Comuni coperti da convenzioni ANCI-CONAI per promuovere la raccolta differenziata degli imballaggi e +3% di popolazione servita rispetto ai dati 2011. Per quanto riguarda gli imballaggi in acciaio avviati al riciclo, a livello territoriale cresce soprattutto il Centro Italia che registra un +16% rispetto all’anno precedente con 30.648 tonnellate, mentre il Nord consolida il primato relativo alle tonnellate riciclate: 136.914.

L’acciaio è il materiale più riciclabile al mondo: può essere riciclato al 100% un numero illimitato di volte senza perdere in alcun modo le proprie qualità, con notevoli vantaggi non solo per l’ambiente ma anche per l’economia. Grazie alle 332.000 tonnellate di acciaio recuperato nel 2012 in Italia si è ottenuto un risparmio diretto di 630.800 tonnellate di minerali di ferro, di 199.200 tonnellate di carbone, oltre che di 594.200 tonnellate di CO2.

In Inghilterra le ambulanze dotate di pannelli solari

Dal sito Internet http://www.greenme.it/muoversi/auto/10408-ambulanze-pannelli-solari

IN INGHILTERRA LE AMBULANZE DOTATE DI PANNELLI SOLARI

di Francesca Mancuso

In Inghilterra, sulle ambulanze le attrezzature d’emergenza saranno alimentate dal sole grazie ai pannelli installati sul tetto dei veicoli. La novità è stata annunciata di recente dalla South Central Ambulance Service NHS Foundation Trust. In realtà, il progetto era partito in via sperimentale all’inizio del 2012 ma oggi tutti i nuovi RRV, Rapid Response Vehicles, i veicoli di emergenza sono stati dotati di pannelli solari.

In questo modo, si riduce il consumo di carburante e di emissioni inquinanti e i relativi costi, ma anche quelli per la frequente sostituzione delle batterie. Senza contare il tempo risparmiato visto che i veicoli possono ricaricare le loro batterie ovunque si trovano. Finora sono 35 le ambulanze dotate di pannelli solari.

Solitamente le ambulanze lasciano i loro motori sempre accesi, seppure al minimo o in stand-by tra le varie chiamate di emergenza, affinché le apparecchiature rimangano cariche. Ma l’introduzione dei pannelli permette di non lasciare acceso il motore dell’ambulanza. I veicoli infatti sono sempre in grado di rispondere alle emergenze perché le batterie (e i dispositivi che esse alimentano) saranno sempre cariche grazie al sole che “bacia” costantemente sui pannelli. Defibrillatori, navigatori satellitari e dispositivi di comunicazione, solitamente alimentati dall’energia prodotta attraverso il carburante, potranno così funzionare con l’energia pulita del sole.

La flotta della NHS Foundation Trust potrà dunque essere completamente mobile e autonoma in ogni momento e fornire tutti i servizi dell’assistenza sanitaria mobile anche nei casi più gravi, nelle quattro contee di riferimento dell’Inghilterra: Berkshire, Buckinghamshire, Hampshire e Oxfordshire.

Tutto merito del sole se saranno a disposizione più veicoli in grado di rispondere alle esigenze mediche. Ma i vantaggi sono anche economici. La NHS Foundation Trust ha calcolato che con l’utilizzo delle ambulanze dotate di pannelli solari potrà ottenere un risparmio di 30 milioni di sterline in 5 anni, pari al 4% del bilancio annuale.

E in Italia?

Davanti alle piste ciclabili i negozi guadagnano il 49% in più

Dal sito Internet http://www.ecoblog.it/post/67439/davanti-alle-piste-ciclabili-i-negozi-guadagnano-il-49-in-piu

DAVANTI ALLE PISTE CICLABILI I NEGOZI GUADAGNANO IL 49% IN PIÙ

di Davide Mazzocco

Via New York City Dot

Quanto si guadagna dalle piste ciclabili? A quantificare i benefici prodotti da una rete ciclabile efficiente è il Dipartimento dei Trasporti di New York City che ha condotto un’approfondita indagine per valutare quali cambiamenti siano avvenuti lungo le arterie nelle quali sono state create delle piste ciclabili. Il primo dato che salta all’occhio è la crescita del 49% del giro d’affari dei negozi posti in prossimità delle bike lane. Già perché molto spesso il vero problema per chi va a fare acquisti in auto è quello di dove sistemare la propria auto, problema che non si pone con le bici. Arrivi, vincoli la bici al palo più vicino, entri, compri e vai! In Italia, molto spesso, simili iniziative vengono osteggiate dai negozianti i quali, con scarsa lungimiranza, preferiscono che le automobili possano arrivare fin sulla porta del loro negozio.

A New York qualcuno ha capito che il guadagno è su tutta la linea e ora anche i numeri lo confermano. Anche la sicurezza aumenta: la condizione “anomala” della condivisione della sede stradale con i ciclisti (anche se questi sono in sede propria) aumenta l’attenzione di chi guida un autoveicolo e così la diminuzione degli incidenti è del 35% o addirittura del 58% a seconda delle vie testate.

Il 74% delle persone intervistate dimostra di preferire la nuova configurazione della strada. Sulla Hoty Avenue, nel Queens, in prossimità del RFK Bridge, dopo la creazione di una pista ciclabile i tempo di scorrimento sono migliorati del 51%, il volume del traffico ciclistico è aumentato del 37% e gli incidenti sono diminuiti del 21%.

A Brooklyn, sulla Church Avenue, una delle due file adibite al parcheggio è stata riservata al traffico ciclistico. Risultato? Nelle ore di punta la velocità del traffico è aumentata del 21%. Gli amministratori delle Smart City italiane prendano nota.

Risarcire l’ambiente: percorso in salita dalla “dark economy” alla “green economy”

Dal sito Internet http://www.greenews.info/normative/risarcire-lambiente-percorso-in-salita-dalla-dark-economy-alla-green-economy-20130515/

RISARCIRE L’AMBIENTE: PERCORSO IN SALITA DALLA “DARK ECONOMY” ALLA “GREEN ECONOMY”

di Alessandra Sgarbossa

C’è una linea che separa la green economy dalla dark economy? Il nostro sistema economico ha zone grigie in cui, pur in assenza di reati ambientali veri e propri, ci sono fenomeni borderline? Quale percezione abbiamo del danno ambientale ed è possibile quantificarlo? Che strumenti ha il cittadino per difendere concretamente quello che Marco Mancarella, in un libro di una decina di anni fa, definiva il suo “diritto all’ambiente”? A rispondere a queste domande ci ha pensato il convegno dedicato al danno ambientale organizzato pochi giorni fa dallo IUAV, l’Istituto di Architettura Veneziano, e dall’Osservatorio Ambiente e legalità del comune di Venezia e Legambiente Veneto, nell’ambito di un ciclo di incontri intitolato appunto “Dark economy a Nordest, rifiuti, cemento, malaffare”, ispirandosi all’omonimo libro di Antonio Cianciullo ed Enrico Fontana per i tipi di Einaudi. Avvocati, docenti universitari, associazioni si sono incontrati con gli studenti di urbanistica per raccontare lo stato dell’arte dei reati ambientali nel nostro Paese, tra autorizzazioni che non tengono conto del reale impatto ambientale di alcune grandi opere o industrie, diritto amministrativo a ostacoli, percezione del danno ambientale come un male necessario allo sviluppo. Il “la” lo hanno suonato gli avvocati Claudio Maruzzi e Matteo Ceruti, coautori insieme ad altri esperti del saggio “L’umanità vittima dei crimini ambientali. Danno, percezione e rimedi” edito dal Gruppo editoriale Viator.

“La percezione diffusa nella comunità è che l’inquinamento sia un male necessario, ma abbiamo un dovere di custodia dell’ambiente come un buon padre di famiglia – ha esordito Maruzzi –. Se ragionassimo che i fattori ambientali sono la prima causa di morte al mondo, cambierebbe la nostra percezione e anche le strategie della politica”. Mentre l’ambiente, almeno in Italia, continua ad essere il grande assente nelle campagne elettorali: “Purtroppo i programmi elettorali che abbiamo visto per le recenti Politiche trascuravano il fattore ambiente. Non è ovunque così. In Francia, Francois Hollande in un pamphlet-intervista parlava di ‘imperativo ecologico come scelta non più procrastinabile’. L’Ilva di Taranto, che è bene ricordarlo aveva l’Autorizzazione integrata ambientale, è un caso clamorosamente calzante di mistificazione della realtà: un eccezionale danno ambientale di decenni e quando i giudici, doverosamente, sequestrano gli impianti, le reazioni dell’azienda, della politica e dei lavoratori sono contro la magistratura”.

Secondo il rapporto Ecomafia 2012 di Legambiente, i reati ambientali accertati nel 2011 sono stati complessivamente quasi 34.000, 93 al giorno, 4 all’ora. Il 48% dei reati è avvenuto nelle regioni a tradizionale infiltrazione mafiosa (Campania in primis, seguita da Calabria, Sicilia, Puglia). Il fatturato ammontava a 16,6 miliardi di euro. 346.000 le tonnellate di rifiuti sequestrati, ponte spesso tra economia legale e sostenibile, la green economy appunto, ed economia illegale, la dark economy. Così anche le grandi opere viarie e i centri commerciali, grandi lavatrici di denaro sporco, spesso oggetto di inchieste per corruzione, come è avvenuto ad esempio per gli ipermercati di Buccinasco (Milano), Albuzzano (Pavia), Monza, Acilia (Roma), Palermo. Il Veneto è al terzo posto nella classifica di illeciti nel ciclo del cemento con un incidenza di 4,9 reati ogni 100 kmq.

Secondo Transcrime invece la regione è al primo posto per traffico illegale di rifiuti che vale per difetto 149 milioni di euro. Un business diverso dal vecchio smaltimento illecito in qualche discarica clandestina oggi si truccano la documentazione, i dati, i codici, i permessi e i traffici sono verso il Nord Italia e Nord Europa. “E anche verso la Cina, da dove poi i rifiuti tornano sotto forma di giochi od oggetti per la casa – ha commentato Luigi Lazzaro, presidente Legambiente Veneto che da due anni monitora il territorio –. Le infrastrutture hanno poi passato il limite, non si tratta soltanto di consumo di suolo, rischio per la biodiversità ma anche di legalità, come dimostra il caso Mantovani (l’azienda che gestiva appalti pubblici, come il Mose di Venezia e l’Expo di Milano, finita recentemente nel mirino della Procura, ndr). Bisogna rivalutare il ruolo della politica che se non è connivente, spesso è in ritardo. E anche la responsabilità dei singoli cittadini. Constatiamo che molti reati ambientali sono di ‘piccolo taglio’, cittadini disattenti, disinteressati, forse anche colpevoli”.

Ma i cittadini consapevoli che strumenti hanno per difendere il loro territorio? Uno è l’investigazione difensiva in ambito ambientale anche preventiva, che il pool di avvocati capeggiato da Maruzzi ha usato per far valere le ragioni dei residenti nei confronti dell’inceneritore a Ferrara. L’altro è, con tutte le sue luci e ombre, il giudice amministrativo. “Benché la convenzione internazionale di Aarhus del 1998, recepita dall’Italia nel 2001, abbia stabilito tra le altre cose che l’accesso alla giustizia amministrativa in caso di questioni ambientali è legittimato da un interesse sufficiente del ricorrente –continua Ceruti – i giudici italiani non ne tengono mai conto, accettando il ricorso solo quando si dimostra che si può subire un danno, ma il nesso causa-effetto non si può per definizione dimostrare preventivamente”. Il TAR inoltre spesso non considera ammissibili ricorsi di associazioni locali e i costi per i singoli cittadini sono molto elevati, tanto che in Veneto i processi al TAR sono dimezzati in cinque anni, e non perché non ci siano illeciti. “In Italia quando si parla di riforma della giustizia si pensa sempre a quella penale o allo stato comatoso in cui versa la civile, ma mai di quella amministrativa, quando in realtà di fronte al giudice amministrativo finiscono alcune delle grandi questioni economiche, ambientali, sociali e territoriali del nostro Paese, come Piani regolatori e grandi opere. È fondamentale cambiare il reclutamento, non è accettabile che buona parte dei giudici del Consiglio di Stato siano di scelta governativa. Alcuni hanno contemporaneamente anche ruoli di consulenza per il governo. Se non si svincolano dal controllo politico non ci potrà essere terzietà”.

Ma chi inquina paga davvero? E come si quantifica il valore del risarcimento di un bene, come l’ambiente, che di per sé è inestimabile? I casi ci sono, in Italia come all’estero. I giudici hanno accertato la responsabilità delle emissioni dannose della centrale termoelettrica di Porto Tolle sia in capo ai dirigenti locali dell’azienda sia in capo agli amministratori delegati di ENEL S.p.A., accusati di non aver dotato l’impianto delle tecnologie di prevenzione dell’inquinamento. A dicembre in Corte d’appello ci sarà l’udienza per l’esatta quantificazione del danno. Un’altra condanna in primo grado con risarcimento del danno riguarda, sempre in Veneto, la realizzazione a Porto Levante del terminal gasifero, il più grande rigassificatore off shore del mondo nell’area di rilevanza ambientale comunitaria del Delta del Po.

Storica è però la sentenza ecuadoregna del 2011 con cui è stata condannato il colosso petrolifero statunitense Chevron a 9 miliardi di dollari per il disastro ambientale che la Texaco, con cui si era fuso nel 2001, avrebbe provocato nella foresta amazzonica tra 1972 e 1992. Sentenza confermata in appello l’anno successivo, anzi raddoppiata a 18 miliardi di dollari (per le mancate scuse alla popolazione). Prevede il ripristino del suolo, delle falde, della foresta inquinate e l’obbligo di istituire un servizio sanitario nazionale per curare le patologie della popolazione derivanti dall’esposizione ad agenti inquinanti. “Benché l’esecuzione della sentenza non sarà affatto semplice per le reazioni della multinazionale appoggiata dal governo americano, il principio rivoluzionario del risarcimento del danno ambientale è segnato”, hanno commentato i due avvocati-scrittori.

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