Sito Pubblico del Social Forum di Terracina

Archivio per la categoria ‘RIFIUTI’

Inquinamento: i rifiuti tossici tolgono anni di vita secondo uno studio

Dal sito Internet http://www.greenstyle.it/inquinamento-rifiuti-tossici-tolgono-anni-di-vita-secondo-uno-studio-17032.html

INQUINAMENTO: I RIFIUTI TOSSICI TOLGONO ANNI DI VITA SECONDO UNO STUDIO

di Claudio Schirru

Gli effetti dei rifiuti tossici minacciano l’aspettativa di vita degli abitanti della zona quanto farebbe la malaria. Questo il risultato di uno studio condotto dalla Icahn School of Medicine at Mount Sinai, che nelle sue analisi ha posto sotto esame quasi 400 siti di stoccaggio situati nei territori di India, Indonesia e Filippine.

A ridurre l’aspettativa di vita sarebbero i livelli molto alti di piombo e cromo dispersi nell’ambiente circostante e destinati a entrare in contatto con la popolazione residente. Danni per la salute come se si fosse in presenza di una grande epidemia, spiega Kevin Chatham-Stephens, autore principale dello studio: “Piombo e cromo esavalente hanno dimostrato di essere le sostanze chimiche più tossiche, e hanno causato il maggior numero di malattie, disabilità e mortalità tra le persone che vivono nei pressi dei siti”.

Lo studio è stato pubblicato online sulla rivista Environmental Health Perspectives e presentato presso l’incontro annuale promosso dalle PAS (Pediatric Academic Societies) a Washington. Significativi i dati relativi allo stoccaggio dei rifiuti tossici nel 2010, ottenuti dopo l’analisi di campioni provenienti da fonti idriche e dai terreni circostanti i siti.

Confrontando i valori risultanti con lo stato di salute degli abitanti ritenuti a rischio, circa 8.629.750, i ricercatori hanno reso noto come a causa dell’inquinamento si siano perduti circa 829.000 anni di vita in piena forma. Più di quanto si è registrato ponendo come causa la malaria, che si ferma a 725.000. Peggio fa solo l’inquinamento atmosferico, che costa alla popolazione 1,4 milioni di anni di vita. Un segnale inequivocabile secondo Chatham-Stephens riguardo la necessità di mutare atteggiamento in merito al problema: “La ricerca pone i siti di rifiuti tossici alla pari con altri importanti problemi di salute pubblica, come la malaria e l’inquinamento dell’aria”.

Sepolti dalle erbacce. La Provinciale per San Felice Circeo invasa dagli sfalci d’erba delle ville

Da Latina Oggi del 3 maggio 2013

SEPOLTI DALLE ERBACCE. LA PROVINCIALE PER SAN FELICE CIRCEO INVASA DAGLI SFALCI D’ERBA DELLE VILLE

di Diego Roma

Primavera, riaprono le seconde e terze case lungo la provinciale per San Felice Circeo, arrivano i forestieri, ripuliscono i loro giardini. Ed ecco cosa succede. Cumuli di resti di sfalci e potature accatastati lungo la strada, senza che vi siano strutture idonee a raccoglierle. «Come ogni anno a primavera si snodano centinaia di metri di sacchi neri riempiti di fogliame, resti di potature e sfalci d’erba. Qua e là plastiche varie, elettrodomestici e vecchi tavoli», scrive il WWF. «La presenza di questi rifiuti testimonia l’inefficacia del sistema di gestione dei rifiuti in città perché è l’effetto di un evento non casuale, la riapertura delle seconde e terze case delle lottizzazioni che hanno prodotto una sorta di conurbazione tra le due città pontine. Ogni anno si verifica con le stesse modalità».

Il paradosso è che questo tipo di rifiuti potrebbero essere un ottimo compost, e invece sono solo uno «scempio di risorse che si aggiunge ai rischi per l’incolumità dei cittadini e allo spettacolo osceno che Terracina offre ai propri visitatori». «Basterebbe – conclude il WWF Litorale Pontino – posizionare in questa stagione in alcuni punti strategici degli scarrabili in cui depositare i rifiuti anche senza i sacchi neri. Nello stesso tempo sarebbe opportuno contattare gli amministratori dei consorzi di abitazioni o in loro assenza affiggere lungo la strada un avviso pubblico indicante i luoghi del conferimento dei rifiuti e le eventuali sanzioni per gli inadempienti».

La cuccagna della differenziata. Boom di firme per la petizione a Terracina: oltre 3.500 cittadini chiedono al sindaco di annullare la gara

Da Latina Oggi del 3 maggio 2013

LA CUCCAGNA DELLA DIFFERENZIATA. BOOM DI FIRME PER LA PETIZIONE A TERRACINA: OLTRE 3.500 CITTADINI CHIEDONO AL SINDACO DI ANNULLARE LA GARA

di Pierfederico Pernarella

Più ricicli, più risparmi? Macché: più ricicli, più guadagnano. Loro ovviamente, sempre loro, i privati. È il meccanismo perverso, contrario ai più semplici e scontati principi logici e di mercato, che fa delle gara in corso per l’affidamento della servizio di raccolta rifiuti un affare, un bell’affare, per una delle quattro società che si stanno contendendo l’appalto. Un meccanismo contro il quale, caso più unico che raro a Terracina, si è mobilitata una parte consistente della società civile grazie alla partnership, anche questa inedita, di tre realtà associative diverse. Un’associazione ambientalista, il WWF. Un movimento di opinione, Il Sestante. L’associazione dei commercianti, l’Ascom. E i numerosi, davvero numerosi, cittadini: 3.673, per l’esattezza. Tante sono state le firme raccolte nel giro di pochissimo tempo. Una partecipazione importante. Il numero di firme, per dirne una, a norma di Statuto comunale, sarebbe bastato a indire un referendum. Ma non è tanto una questione di numeri, che pure si sono rivelati significativi, quanto di principi, di contenuti. Quelli che ieri, nel corso di una conferenza stampa, hanno voluto ribadire con forza Giovanni Iudicone per il WWF, Francesco Pezzano per l’Ascom e Agostino Pernarella per Il Sestante. Il presupposto da cui è partita la raccolta firme lo ha spiegato Agostino Pernarella: «Una città come Terracina, sotto dissesto e una situazione economica che più nerisssima, non può permettersi un appalto del genere. Un appalto dal costo a base d’asta di 8 milioni e 100 mila euro l’anno, per sei anni, che così come è stato confezionato rischia di favorire non gli interessi della città, ma quelli del privato». Il punto primo, dunque, è questo: il costo dell’appalto è esoso e rischia di dare la botta finale ad una città morente sul piano economico e delle finanze pubbliche. Ma l’inghippo della faccenda è un altro. E lo spiega Giovanni Iudicone del WWF: «Il capitolato d’appalto, preparato dagli uffici tecnici comunali, non prevede alcun meccanismo di premialità per i cittadini-contribuenti rispetto alla crescita della percentuale di raccolta differenziata». E qual è il problema? Semplice: i guadagni che derivano dalla crescita (obbligata e prevista dal capitolato d’appalto) della raccolta differenziata finiscono dritti dritti nelle tasche del privato. Che, riciclando, guadagna due volte: conferendo sempre meno rifiuti in discarica (e a 100 euro a tonnellata è un bel risparmio) e rivendendosi il materiale da riciclare, oggi diventato quasi materia prima e dunque richiesto (e pagato bene) sul mercato. E i cittadini? Zitti a riciclare. E a pagare, sempre la stessa cifra, con buona pace dell’impegno che mettono nel rispettare tempi e modi della differenziata. Impegno, va ricordato, che è diretto. Nel capitolato sono infatti previsti due tipi di raccolta differenziata: una porta a porta e l’altra condominiale. Quindi ci sarà un pieno (e impegnativo) coinvolgimento dei cittadini. Ma con quale vantaggio, quale «premio» dall’unico punto di vista che conta: la bolletta? Nessuno. Un paradosso grande come l’affare, tutto a vantaggio del privato, in cui rischia di trasformarsi l’appalto dei rifiuti di Terracina. Un rischio chiarissimo agli oltre 3.500 cittadini che, insieme alle tre associazioni, chiedono all’amministrazione comunale di fermarsi e annullare la gara d’appalto. «Lo hanno fatto altri Comuni pontini in queste settimane – dichiara Agostino Pernarella – perché non possiamo farlo noi?». Già, bella domanda: perché non può farlo una città economicamente allo stremo, per usare un eufemismo, dove, come dichiara il presidente dell’Ascom Pezzano per citare un dato, «nel 2012 ha chiuso i battenti quasi un’impresa al giorno?». La quota ragguardevole di firme raccolte non rappresenta un traguardo per le tre associazioni, convinte più che mai ad andare fino in fondo per raggiungere il proprio obiettivo: «La cittadinanza si è dimostrata più sensibile all’argomento della classe politica, con qualche rara se non unica eccezione – concludono in coro -. Una partecipazione significativa, di cui il sindaco Procaccini farebbe bene a tener conto».

L’INCOGNITA MORELLE. DUBBI ANCHE SUL PROJECT FINANCING

di Pierfederico Pernarella

Accanto ai meccanismi per nulla virtuosi previsti nel capitolato d’appalto, WWF, Ascom e Il Sestante puntano il dito anche contro il project financing per l’impianto di compostaggio di Morelle. Del progetto, che prevede il coinvolgimento di soggetti privati per la riattivazione e la gestione della struttura, se ne sta occupando la Provincia di Latina. Ebbene nelle linee guida individuato, spiegano le tre associazioni, non viene specificato quale tipo di smaltimento verrà effettuato. I timori insomma, per dirla papale papale, è che al posto di un impianto per il riciclo della frazione umida e la produzione di compost possa spuntare un inceneritore.

Le ceneri del carbone di Civitavecchia nel cemento di Bassano Romano

Dal sito Internet http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/ceneri_carbone_civitavecchia_cemento_bassano_romano.html

LE CENERI DEL CARBONE DI CIVITAVECCHIA NEL CEMENTO DI BASSANO ROMANO

di Andrea Degl’Innocenti

Ceneri di carbone al posto della sabbia per fare il cemento. Rifiuti dichiarati ufficialmente non pericolosi, ma sui quali sono in molti a nutrire sospetti, che diventeranno materiale edile e finiranno nelle mura di scuole, abitazioni, uffici.

Siamo a Bassano Romano, piccolo comune a metà strada fra il lago di Vico e quello di Bracciano. Il cementificio locale, di proprietà della Tuscia Prefabbricati s.r.l., produce da anni materiali edili impastando la sabbia con pasta cementizia, come da buona tradizione. Qualcosa però sta per cambiare.

Lo stabilimento ha infatti dato il via ad un progetto che gli consentirà di installare al proprio interno un impianto di recupero rifiuti per la produzione di conglomerati cementizi. Potrà così accogliere 150 tonnellate di ceneri al giorno provenienti dalla centrale ENEL di Civitavecchia e di utilizzarle come materiale per la cementificazione. In pratica produrrà blocchi di cemento e mattoni contenenti le ceneri – pesanti e leggere – di combustione del carbone al posto della sabbia comunemente usata.

Due problemi risolti in un colpo solo: per il cementificio vengono abbattuti i costi per le materie prime, visto che la sabbia ha un costo mentre le ceneri non lo hanno; per la centrale a carbone dell’ENEL di Civitavecchia – già al centro di contestazioni per via delle emissioni inquinanti – si risolve l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti.

Ogni giorno, per 250 giorni l’anno, 150 tonnellate di ceneri verranno caricate su almeno cinque camion che da Civitavecchia scenderanno lungo la costa fino a Furbara, per poi far rotta verso l’interno e, passando per Manziana e Oriolo Romano, giungere infine a Bassano.

Tutti contenti dunque, al punto che la regione ha dato il proprio benestare senza neppure richiedere la classica Valutazione di impatto ambientale (Via). In una relazione istruttoria ad opera del Dipartimento Istituzionale e Territorio pubblicata sul sito della Regione Lazio si accoglie la richiesta “assoggettabilità a Via” presentata dalla Tuscia Prefabbricati s.r.l., fidandosi di uno studio preliminare ambientale e di una relazione tecnica presentati dalla società, che garantisce che non ci sono rischi per l’ambiente e che i rifiuti trattati sono di tipo “non pericoloso”.

Dov’è il problema dunque? Perché angosciarsi? In realtà i problemi sono più d’uno. Partiamo dalle ceneri. In più punti della relazione istruttoria pubblicata dalla Regione si assicura che le ceneri del carbone rientrano nella categoria dei rifiuti non pericolosi. Ma sulla questione i pareri tecnici sono perlomeno discordanti.

Le ceneri da carbone sono identificate dal codice CER 100102 e classificate come rifiuto speciale non pericoloso in base al Decreto Ronchi che riporta in allegato il Catalogo Europeo dei Rifiuti. Inoltre il Decreto Ministeriale 05/02/98 indica la produzione di calcestruzzi e di manufatti prefabbricati in calcestruzzo fra i settori produttivi di riutilizzo delle ceneri. Alcuni studi però sembrano dimostrare che tali ceneri proprio innocue non siano.

Il carbone infatti contiene sostanze molto nocive per l’uomo come l’arsenico, il mercurio, il selenio, e persino elementi radioattivi come l’uranio, il torio e i prodotti del loro decadimento, radio e radon. Secondo uno studio di qualche anno fa pubblicato dalla rivista Scientific American le ceneri rilasciate dalle centrali a carbone sarebbero persino più radioattive di quelle delle centrali nucleari: “I rifiuti prodotti da impianti di carbone sono in realtà più radioattivi di quelli generati dai loro omologhi nucleari. Infatti le ceneri volatili emesse da una centrale elettrica – come conseguenza della combustione del carbone per produrre l’energia elettrica – generano nell’ambiente circostante radiazioni 100 volte superiori rispetto ad una centrale nucleare che produca la stessa quantità di energia. [...] Quando il carbone è bruciato in ceneri volanti, uranio e torio sono concentrati fino a 10 volte i loro livelli originali”.

Ma non sono solo le ceneri di carbone a preoccupare i bassanesi. All’interno della tabella in cui vengono riportati i tipi di rifiuti che verranno gestiti dall’impianto ci sono altre voci oltre a quelle relative alle ceneri di carbone pesanti e leggere. Si tratta di materiali dei quali non viene preventivamente indicato un quantitativo giornaliero e che, secondo la nota, verranno “utilizzati in sostituzione o in mix con il codice CER 100101 [le ceneri pesanti ndr] in modo tale da non modificare i quantitativi di rifiuti non pericolosi gestiti (150 t/die)”.

Fra questi rifiuti compare anche il codice CER 190111, che sul rapporto – forse per motivi di sintesi – compare con la dicitura “ceneri pesanti e scorie”, ma che secondo la classificazione europea indica “ceneri pesanti e scorie contenenti sostanze pericolose”. Insomma, fra le righe sembra si voglia far intendere che nel cemento, di tanto in tanto, potrebbero finirci anche sostanze ufficialmente nocive.

Il cementificio di Bassano Romano potrebbe così diventare un ricettacolo di ceneri e rifiuti tossici, provenienti da Roma e provincia. Che rischiano di contaminare le aree circostanti e inquinare il materiale prodotto, rendendolo potenzialmente nocivo. E il cemento, si sa, non è eterno e tende a degradarsi nell’arco di qualche decennio. Cosa accadrà in seguito alle sostanze utilizzate al suo interno?

La storia di Bassano è comune a molti piccoli centri limitrofi alla capitale, che pagano dazio per la vicinanza con un mostro urbano capace di divorare ogni giorno enormi quantità di energia e di produrre quantitativi di rifiuti che non riesce in alcun modo a smaltire. Che dunque succhia energia dalle zone circostanti e vi getta i propri scarti.

La sorte di Bassano Romano è la stessa di Cerveteri, dove è in costruzione una centrale a biogas, o di Albano, da tempo in lotta contro la costruzione di un inceneritore. Le amministrazioni locali non hanno generalmente la forza politica per opporsi a tali progetti, spinti dai colossi nazionali dell’energia e dei rifiuti, appoggiati dalla classe politica. Spesso sono costrette a piegare il capo e assistere al progressivo degrado del proprio territorio.

Al tempo stesso sono sempre più numerosi i gruppi e comitati di cittadini che si oppongono a questo genere di opere, dai vari comitati “No inceneritori”, alle reti “No Coke”. Tutti in lotta per non vedere il proprio futuro, letteralmente, andare in cenere.

Bimbo di 10 anni lancia il suo business del riciclo per aiutare gli homeless

Dal sito Internet http://www.tuttogreen.it/bimbo-di-10-anni-lancia-il-suo-business-del-riciclo-per-aiutare-gli-homeless/

BIMBO DI 10 ANNI LANCIA IL SUO BUSINESS DEL RICICLO PER AIUTARE GLI HOMELESS

di Alessia

A Corona del Mar, in California, c’è un bambino di 10 anni che a dispetto dei suoi coetanei presi dalla Playstation, è riuscito a mettere in piedi un progetto di riciclo da far invidia a qualsiasi imprenditore.

Stimolato dalle riflessioni fatte nella sua scuola elementare in occasione dell’Earth Day, il giovanissimo Vanis Buckholz (che all’epoca aveva solo 7 anni) ha iniziato a prestare attenzione alla quantità esasperante di prodotti che ogni giorno finiscono nella spazzatura.

Così nasce “My Recycler”, un progetto di recupero il cui nome è stato ispirato dalla bicicletta che Vanis utilizza per andare in giro a raccogliere i rifiuti abbandonati nei luoghi pubblici.

Con l’aiuto di un carrettino Vanis recupera cartoni, plastica e vetro per poi dirottarli verso gli appositi centri di riciclo. Ma ecco che in breve tempo familiari ed amici si sono lasciati coinvolgere dal progetto ed oggi sono in molti a credere nell’importanza di azioni concrete come queste.

Oltre ad uno spiccato spirito green, Vanis ha dimostrato anche di essere socialmente impegnato, tanto da aver deciso di destinare parte dei ricavati provenienti dalla sua raccolta dei rifiuti al Project Hope Alliance, un’associazione no profit che aiuta i senza-tetto e le famiglie povere.

Recentemente è stato invitato anche al Consiglio comunale dal sindaco Keith Curry, a riconoscenza della preziosa collaborazione che sta fornendo per il bene dell’ambiente e di tutta la comunità.

Questa storia se da un lato ci fa riflettere sull’animo genuino dei bambini, è anche una testimonianza positiva di quanto sia importante e necessario informare e fare prevenzione nelle scuole.

La conoscenza è il primo passo verso la responsabilizzazione, questo non dovremmo mai dimenticarlo.

Mattoni da carta riciclata in India

Dal sito Internet http://www.tuttogreen.it/mattoni-da-carta-riciclata-in-india/

MATTONI DA CARTA RICICLATA IN INDIA

di Diana Marchiori

Nel 2009 la visita a una azienda per il riciclo della carta è stata l’ispirazione di due ricercatori di Nagpur, India. La carta impilata nella fabbrica, apparsa come un blocco solido, fece nascere l’idea di realizzare mattoni sfruttando la carta riciclata dei giornali. Il progetto, affidato nell’estate del 2009 dal professor Sachin Mandavgane ai suoi studenti, ha portato alla realizzazione di mattoni leggeri composti per il 90% da carta riciclata e per il 10% da cemento.

Gli studiosi Mandavgane, Gokhale (dell’Istituto Nazionale di Tecnologia di Nagpur – VNIT) e Bhagade (dell’Istituto della Tecnologia di Laxminarayan) ne hanno richiesto il brevetto. Inseguito insieme a Kulkarni, scienziato del Laboratorio Chimico Nazionale di Pune, sotto la guida del Dipartimento di Scienze e Tecnologia, si è dato avvio alla creazione dei mattoni di carta.

Per realizzare il progetto sono stati presi in considerazione diversi materiali: residui dei processi di produzione cartacei, mozziconi di sigarette, cenere, sedimenti derivati dalla produzione tessile, polistirolo, fibre di paglia, residui di cotone, sedimenti provenienti da un impianto di depurazione delle acque, cenere derivata dalla buccia del riso, scorie d’altoforno, gomma, polvere calcarea, segatura, residui della produzione del te, carta da macero, ecc.

La composizione di carta e cemento per i mattoni deve essere miscelata in modo che risulti omogenea in uno speciale mixer, che amalgama le fibre. L’acqua nel miscelatore viene immessa con una pompa ad aria per ottenere una composizione migliore. Il composto viene poi pressato ed essiccato al sole. Il mattone ricavato può essere utilizzato per i muri interni degli edifici o per le coperture. Può essere impiegato in costruzioni temporanee, come isolante termico e acustico o essere sfruttato per costruire in aree sismiche. I ricercatori progettano di testarne effettivamente le caratteristiche applicandolo a un modello di costruzione.

L’innovativo materiale si presta a future applicazioni nel campo dell’edilizia, il mattone risulta, infatti, leggero, economico e consente l’impiego di materiale riciclato, riducendone l’impatto ambientale. Attualmente l’azienda “Recycle Paper Mills”, in India, rappresenta un attore importante nel settore del riciclo della carta. Un progetto di questo genere appare rilevante anche in vista di futuri business e nuove opportunità di lavoro per lo sviluppo economico di alcune zone più in difficoltà.

Earth Day: Io ci tengo. Quindici azioni green per aiutare la Terra

Dal sito Internet http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=374642

EARTH DAY: IO CI TENGO. QUINDICI AZIONI GREEN PER AIUTARE LA TERRA

La Giornata della Terra è giunta alla quarantatreesima edizione. Era il 1970, infatti, quando 20 milioni americani risposero a un appello del senatore democratico Gaylord Nelson partecipando a una manifestazione in difesa del pianeta. E a distanza di quarant’anni l’intento è sempre lo stesso: “Lo scopo dell’Earth Day è di inspirare consapevolezza e apprezzamento dell’ambiente. Difficile pensare a un obiettivo più meritevole di questo”, dice Eduardo Rojas Briales, vicedirettore generale del Dipartimento Foreste della FAO.

In Italia la Giornata della Terra si celebra dal 2007. Per l’occasione Earth Day Italia ha lanciato la campagna di sensilibilizzazione “Io ci tengo” per diffondere messaggio e di educazione a comportamenti sostenibili. Suggerite anche 15 azioni green per aiutare il pianeta. Si va dll’alimentazione alla mobilità, dai rifiuti all’acqua, fino all’energia.

1. Mangiare più frutta e verdura: non solo perché fa bene ma anche poiché il ciclo di produzione di carne bovina è responsabile del 18% delle emissioni mondiali di gas serra, oltre a favorire, per il suo sfruttamento intensivo, la deforestazione.

2. Riciclare l’olio delle fritture o comunque usato in cucina portandolo alle isole ecologiche: da 100 kg di olio usato se ne ottengono 68 di olio nuovo. Inoltre 1 solo kg di olio usato disperso nell’ambiente inquina 1.000 metri cubi d’acqua.

3. Riciclare sempre il vetro: la raccolta differenziata del vetro permette un risparmio annuo, in Italia, pari a 400.000 tonnellate di petrolio.

4. Utilizzare solo batterie ricaricabili: puoi usarle centinaia di volte in più rispetto a quelle usa e getta.

5. Riciclare la plastica: ognuno di noi produce circa 30 kg di plastica ogni anno, se questa plastica fosse completamente riciclata, in un comune di 100.000 abitanti si risparmierebbero 10.000 tonnellate di petrolio e carbone.

6. Differenziare i farmaci: altrimenti in discarica possono dar luogo ad emanazioni tossiche ed inquinare il percolato; inoltre, la presenza di antibiotici nei rifiuti può favorire la selezione di ceppi batterici resistenti agli stessi antibiotici.

7. Recuperare gli pneumatici: una volta terminato il loro ciclo, possono essere immessi nuovamente in ciclo per gli utilizzi più svariati: è importante, poiché in Italia ne vengono scartati ogni anno 500.000 tonnellate, per un volume di oltre 3 milioni di metri cubi, l’equivalente di più di 6 stadi di San Siro colmi fino all’orlo.

8. Verificare sempre che i rubinetti non gocciolino: una goccia al secondo può significare centinaia di litri in un anno.

9. Chiudere il rubinetto mentre ci insaponiamo sotto la doccia o mentre laviamo i denti, perché lasciarlo aperto per soli 4 minuti significa sprecare 50 litri d’acqua.

10. Installare un monitor dei consumi energetici per verificare quanto si risparmia spegnendo tutti gli standby di televisori, dvd, decoder, e disinserire dalle prese carica batterie vari.

11. Spegnere i PC in pausa pranzo… Se 100 persone, durante la loro pausa pranzo, spegnessero il computer si risparmierebbero 15 kWh equivalenti a circa 8 kg di CO2 in atmosfera.

12. …E in pausa caffè! Si può risparmiare energia anche nelle piccole pause di lavoro, impostando lo spegnimento dello schermo per inattività dopo 2-5 minuti.

13. Non esagerare con l’uso del condizionatore quando fa caldo: lasciarlo acceso di notte provoca un consumo inutile di circa 6kWh, che è la stessa energia necessaria per guardare la televisione di casa per circa 60 ore.

14. Riciclare la carta sempre: perché per produrre una tonnellata di carta vergine occorrono 15 alberi, 440.000 litri d’acqua e 7.600 kwh di energia elettrica, mentre per produrre una tonnellata di carta riciclata “bastano” 1.800 litri d’acqua e 2.700 kwh di energia elettrica.

15. Per gli spostamenti scegliere la bicicletta o i mezzi pubblici, perché 10 km percorsi in autobus invece che in automobile (sia privata che taxi), evitano l’emissione in atmosfera di più di 1,5 kg di CO2.

I mozziconi di sigarette: micro-rifiuti tossici che inquinano gli ecosistemi acquatici

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id= 21577

I MOZZICONI DI SIGARETTE: MICRO-RIFIUTI TOSSICI CHE INQUINANO GLI ECOSISTEMI ACQUATICI

I filtri delle sigarette sono costituiti da acetato di cellulosa, una plastica che è tecnicamente biodegradabile, ma i mozziconi di sigarette degradano solo in situazioni che i ricercatori descrivono come “circostanze biologiche gravi”, come quando i filtri finiscono nelle acque di scarico. Anche in condizioni ottimali, ci possono volere almeno 9 mesi per degradare un mozzicone. Lo sanno bene i frequentatori delle spiagge italiane, che li trovano sepolti sotto la sabbia praticamente integri da una stagione all’altra.

Negli Stati uniti d’America, dove la lotta al fumo ha assunto aspetti da Santa Inquisizione, secondo una stima del 2007 vengono consumati 360 miliardi di sigarette all’anno, i cui filtri, visto che ormai si fuma praticamente solo all’aperto, finiscono nell’ambiente naturale e negli spazi pubblici.

Il problema è che mozziconi di sigaretta sono veri e propri rifiuti tossici, non solo piccoli segni di inciviltà e un pugno nell’occhio estetico in aree che dovrebbero essere pulite. Secondo un rapporto di Environmental Cleanup, possono anche percolare sostanze chimiche tossiche e cancerogene nell’ambiente, avvelenare la fauna selvatica e contaminare corsi d’acqua. Inoltre i mozziconi di sigaretta sono il rifiuto che si trova di più sulle spiagge e nei corsi d’acqua di tutto il mondo.

Un altro rapporto del 2010 di Ocean Conservancy rivelava che durante l’International coastal cleanup che ogni anno si svolge negli USA, dalle spiagge americane e dalle vie navigabili interne sono stati rimossi diversi milioni di sigarette o filtri di sigarette, il 31% della spazzatura raccolta e di gran lunga l’elemento più diffuso trovato.

Mentre gli studi cominciano a dimostrare come la tossicità dei mozziconi di sigaretta negli ecosistemi acquatici influenzi la fauna selvatica e inquini l’acqua, i comuni e le altre istituzioni dovranno adottate iniziative non più basate sul solo volontariato o a “spot” per prevenire l’abbandono dei mozziconi di sigarette nei parchi e nelle spiagge. Ma la cosa sembra riguardare più le abitudini legate ai “micro-rifiuti” che all’abolizionismo del fumo.

Legacy, un’organizzazione impegnata nell’istruzione dell’opinione pubblica sui prodotti del tabacco e che collabora all’iniziativa di Leave No Trace del Center for Outdoor Ethics che incoraggia i fumatori a non gettare a terra le sigarette che poi si trasformano in un rifiuto tossico, ha commissionato un sondaggio che si occupa proprio degli atteggiamenti degli americani riguardo alla questione dei mozziconi/spazzatura e chiede agli intervistati se considerano i filtri delle sigarette una preoccupazione ambientale. Ne è venuto fuori che oltre l’88% degli americani intervistati pensa che mozziconi di sigarette siano un problema ambientale, ma oltre il 44% degli intervistati che avevano fumato ammette di aver lasciato cadere una sigaretta a terra e quasi il 32% hanno buttato una sigaretta fuori dall’auto in corsa.

Durante i 30 giorni precedenti al sondaggio, l’80,1% degli americani dice di aver visto mozziconi di sigarette sui marciapiedi, il 32,1% nei parchi, il 16,6% nei campi sportivi e il 15,7% nelle spiagge.

Il 93% concorda sul fatto che far cadere un mozzicone di sigaretta per terra è come buttare spazzatura e che molti fumatori spargano rifiuti.

Pannolini compostabili in amido di mais: un compromesso tra praticità ed ecologia

Dal sito Internet http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=374608

PANNOLINI COMPOSTABILI IN AMIDO DI MAIS: UN COMPROMESSO TRA PRATICITÀ ED ECOLOGIA

di Silvana Santo

Una tonnellata di rifiuti altamente inquinanti. Tanto “pesa”, suo malgrado, ciascun bambino che usa i pannolini usa e getta per un periodo che in media dura circa 2,5-3 anni. I convenzionali assorbenti usati per contenere le deiezioni dei più piccoli, infatti, sono realizzati con materiali plastici, trattati con sbiancanti a base di cloro e contengono gel ad alta assorbenza (i cosiddetti Sap) che, tra l’altro, surriscaldano le parti intime dei bebè. Eppure, alternative più sostenibili, oltre che salubri, esistono, e spesso sono anche a buon mercato.

Quando è toccato a me scegliere, ho optato per dei pannolini monouso a basso impatto ambientale realizzati in amido di mais, privi di cloro, derivati petroliferi e con una ridotta quantità di Sap. Sul mercato se ne trovano di diversi marchi, qualcuno anche made in Italy e compostabile al 100%, a prezzi che in qualche caso si avvicinano ai tradizionali usa e getta delle marche più note. Il grado di assorbenza, per quanto non paragonabile a quello dei pannolini in plastica, è comunque accettabile, soprattutto se si fa attenzione, nel momento della “installazione”, a sollevare con cura le barriere contenitive laterali e a “spremere” bene le fibre di mais, che tendono ad appiattirsi.

I vantaggi, rispetto agli usa e getta convenzionali, si sprecano: più traspirabilità, meno chimica e, soprattutto, meno rifiuti non biodegradabili. I pannolini di mio figlio, per quanto compostabili, finiscono comunque nella pattumiera indifferenziata: la presenza di escrementi umani li rende infatti dei rifiuti a rischio sanitario, in quanto tali non conferibili, almeno nel mio comune di residenza, nella frazione organica. Stando a quanto dichiarato dai produttori, inoltre, i pannolini in amido di mais non possono essere smaltiti neanche nella compostiera domestica, per cui il problema dell’aumento dei rifiuti indifferenziati (circa un sacco alla settimana in più per i primi mesi di vita del bambino) rimane. Tuttavia, a differenza dei marchi convenzionali, si tratta di rifiuti, in quanto compostabili, comunque meno inquinanti rispetto ai pannolini in plastica, anche se vengono smaltiti in discarica o inceneriti.

I lavabili, in ogni caso, restano la scelta più sostenibile, almeno sul fronte della riduzione a monte dei rifiuti. Per quanto mi riguarda, l’idea è di provarli non appena la frequenza e la natura delle evacuazioni di mio figlio renderà l’operazione “cambio” meno gravosa. Intanto, ho optato anche per salviettine imbevute 100% naturali, anch’esse biodegradabili e compostabili, da usare comunque solo in casi di reale necessità.

Da pneumatici esausti si ottiene energia e materiali preziosi

Dal sito Internet http://www.ecoseven.net/ambiente/riciclo/da-pneumatici-esausti-si-ottiene-energia-e-materiali-preziosi

DA PNEUMATICI ESAUSTI SI OTTIENE ENERGIA E MATERIALI PREZIOSI

di G. C.

Per smaltire gli pneumatici dell’auto l’Europa ha promosso il progetto Tygre, i cui esperimenti per il riciclo delle gomme auto sono condotti dall’italiana ENEA. Per riciclare uno pneumatico, tutte le sue parti devono essere riscaldate a vapore in uno speciale reattore a 1.000 gradi centigradi. Da questo processo si ottiene un gas, utilizzato anche per alimentare il meccanismo di riscaldamento: si tratta di sinygas, un composto di idrogeno, monossido, biossido di carbonio e metano che può essere sfruttato come combustibile per motori o per altri svariati scopi, data la sua capacità calorifica molto vicina a quella del gas naturale.

Durante il processo di riciclo degli pneumatici si ottiene, dalla gassificazione, anche il carburo di silicio, una sostanza costosa e molto richiesta dall’industria dell’elettronica e della ceramica. Il carburo di silicio è, infatti, molto utilizzato nella metallurgia, nella ceramica, in molte altre varietà di prodotto.

Se il progetto Tygre e le sperimentazioni dell’ENEA avranno esito positivo dal riciclo delle gomme dell’auto si potrà ottenere, carburante, quindi energia, e sostanze utili e preziose. Al momento l’ENEA sta conducendo le sue sperimentazione al Centro Ricerche Trisaia, dove circa 30 chili di pneumatici vengono riciclati ogni ora.

Condividere il cibo: nasce in Italia “I Food Share”

Dal sito Internet http://www.ilcambiamento.it/stili_di_vita/condividere_cibo_nasce_i_food_share.html

CONDIVIDERE IL CIBO: NASCE IN ITALIA “I FOOD SHARE”

di Laura Pavesi

Sull’esempio di numerose e positive esperienze, a livello internazionale, di condivisione del cibo con chi ne ha bisogno, nasce anche in Italia un’iniziativa di food sharing. Il principio che sta alla base del food sharing è spingere le persone a spartirsi gli alimenti in eccesso e ancora perfettamente commestibili, anziché gettarli nella spazzatura.

Il cibo, come l’acqua, non è una merce al pari delle altre: condividere i nostri surplus alimentari significa aiutare chi ha bisogno, evitare lo spreco di risorse per produrre nuovo cibo e impedire l’accumulo di rifiuti nelle discariche. Un’idea semplice, ma di grande buon senso.

L’esperienza italiana si chiama “I Food Share” e nasce in Sicilia, precisamente a Caltagirone (Catania). È un’associazione non profit, fondata da quatto giovani catanesi, che ha lanciato una piattaforma web sulla quale privati cittadini, ma anche a produttori e rivenditori, possono offrire – liberamente e gratuitamente – i prodotti alimentari eccedenti.

È Daniele Scivoli, presidente e ideatore di “I Share Food”, a raccontarci com’è nato il progetto: “Vista la mia vicinanza all’ambiente pastorale, quindi alle persone che soffrono e vivono in condizioni di disagio, l’idea è nata spontaneamente. Si è trattato, soprattutto, di coniugare la volontà di donare il cibo e fare del bene a chi ne ha bisogno, con l’aiuto che, invece, può offrire la tecnologia. Oltre a me, ci sono altri tre amici e soci fondatori, Francesco, Elisabetta e Daniela”.

“I Food Share è un’associazione che ha come mission la condivisione online di cibo. Il progetto parte da uno studio della FAO pubblicato nel 2011 su perdite e sprechi di cibo a livello mondiale: circa un terzo del cibo prodotto ogni anno per il consumo umano – grosso modo 1,3 miliardi di tonnellate – va perduto o sprecato”.

“Il sito web””, continua Daniele, “è stato reso disponibile alla comunità virtuale il 26 febbraio 2013. Anzitutto, ci si deve registrare gratuitamente come privato cittadino, poi si può iniziare a donare la cesta del prodotto. Ogni persona che si registra ha un suo profilo, con l’elenco dei prodotti che offre. Da qui, liberi cittadini oppure anche associazioni, come la Caritas, per esempio, possono richiedere il prodotto. Ogni volta che viene scelto un prodotto da chi ne ha bisogno, il prodotto si cancella automaticamente, così da evitare accavallamenti di prenotazioni”.

La piattaforma è molto simile ad altre piattaforme straniere – ad esempio, quella tedesca. “Sì”, ci conferma Daniele, “l’idea viene dalla Germania, ma solo come spunto iniziale. Il nostro sito vuole essere diverso rispetto a quello tedesco. Da esso trae solo ispirazione, infatti si sviluppa in modo autonomo”.

E prosegue: “Il nostro è il primo sistema web in Italia di condivisione online di cibo a scopi umanitari. La piattaforma web può essere utilizzata da singoli donatori, cittadini, associazioni, ONG, parrocchie ed enti sociali in genere che vogliono condividere o recuperare risorse alimentari per le fasce in difficoltà della popolazione. La novità è il web, la piattaforma permette, tramite registrazione degli utenti, la pubblicazione diretta del cibo offerto e la sua localizzazione a livello territoriale, qualsiasi donatore può offrire qualcosa inserendo la località di riferimento e l’ente/cittadino può prenotare e donare la cesta alimentare e gestire autonomamente la consegna/ritiro”.

Obiettivi del progetto sono favorire la condivisione del surplus giornaliero di cibo prodotto, acquistato o invenduto e dei prodotti agroalimentari di produzione locale, nonché incentivare comportamenti virtuosi di sostenibilità ambientale e valorizzazione del cibo che, altrimenti, diventerebbe rifiuto urbano. Ma, soprattutto, a sviluppare la cultura della solidarietà, che si fonda sullo scambio di uno dei beni primari per lo sviluppo umano: il cibo. Come il diritto all’acqua, il diritto all’alimentazione è un diritto universale ed inviolabile di ogni essere umano.

“I Food Share”, conclude Daniele, “è un’associazione non a scopo di lucro. Il sistema permette di coniugare la richiesta di prodotti agroalimentari per scopi umanitari, con il recupero e la messa a disposizione del cibo a partire dal comune cittadino fino alla grande e piccola distribuzione e alle aziende agricole che vorranno offrire il loro surplus a scopi solidali. I Food Share è condivisione, è partecipazione solidale nel settore dell’alimentazione umana”.

Come si legge sul sito di I Food Share, solo in Italia “ogni anno vengono buttati via 12,3 miliardi di euro di cibo”, ma, grazie ad iniziative come questa, che ci auguriamo possa diffondersi in tutta Italia, ognuno di noi può fare qualcosa di utile e concreto per impedire lo perdita di alimenti commestibili, perché “condividere il cibo è un atto d’amore”.

SISTRI, è scandalo: arresti e denunce

Dal sito Internet http://www.metronews.it/master.php?pagina=notizia.php&id_notizia=13199

SISTRI, È SCANDALO: ARRESTI E DENUNCE

di Stefania Divertito

Mentre il Ministero per l’Ambiente cercava di risolvere l’emergenza rifiuti in Campania, c’è chi festeggiava, perché aveva trovato il modo per arricchirsi. E questo modo era il SISTRI, sistema informatico per la tracciabilità dei rifiuti. Un appalto milionario affidato, seza gara, alla Selex, società di Finmeccanica capitanata dalla moglie dell’ex presidente Guarguaglini. Da mesi la Procura di Napoli aveva deciso di vederci chiaro e ieri sono scattati 22 provvedimenti cautelari, tra di essi anche Carlo Malinconico, ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Questo «arricchimento – si legge nell’ordinanza – passa attraverso la corruzione di importanti esponenti pubblici, che rivestivano delicati compiti finalizzati alla soluzione dell’emergenza».

Corruzione

Corruzione, questa l’accusa contestata all’ex sottosegretario finito ai domiciliari nell’inchiesta: avrebbe ottenuto due contratti da 500.000 euro a favore di società a lui riconducibili quando era consulente, nominato dal Ministero dell’Ambiente, con il compito di esprimere un parere di regolarità tecnica del contratto a Selex Management Service per la realizzazione del SISTRI e un parere di congruità del prezzo stabilito. Furono fatte pressioni al Ministero dell’Ambiente per ottenere «sanzioni nei confronti di associazioni inadempienti», ovvero che non si iscrivevano al SISTRI, come emerge dalle intercettazioni.

Nessuno festeggia

Sul portale delle imprese che da anni stanno combattendo con questo sistema che doveva essere la panacea contro le ecomafie ma che di fatto non è mai partito, non si festeggia: «Abbiamo buttato migliaia di euro – ci dice Giovanni M., titolare di una ditta di autotrasporti -. Se non ti iscrivevi scattavano le sanzioni, se ti iscrivevi entravi in un inferno di burocrazia. Abbiamo promosso un ricorso per riavere i soldi spesi in questi anni. Speriamo di rivederli un giorno».

Cos’è il SISTRI

Metro segue questo tema dal 2010: il sistema doveva servire a “seguire” i rifiuti speciali, dal produttore alla discarica. Gli automezzi venivano dotati di box con GPS e i registri venivano informatizzati. Ma gli operatori hanno molte volte protestato, perché non funzionava. Sospeso molte volte, l’ultimo decreto l’ha firmato Clini il 20 marzo: il SISTRI dovrebbe entrare in vigore a ottobre. Ma chissà.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 82 follower