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Archivio per la categoria ‘RIFIUTI’

Rifiuti a Terracina, un picco da chiarire

Da Latina Oggi del 23 maggio 2013

RIFIUTI A TERRACINA, UN PICCO DA CHIARIRE

di Diego Roma

Picco anomalo nella produzione dei rifiuti a Terracina nel 2012. Lo dicono i dati pubblicati dal sito WWF Litorale Pontino, ottenuti dall’amministrazione comunale dopo lunghi passaggi burocratici. La richiesta di un conteggio si era resa necessaria per via di diverse segnalazioni sull’aumento dell’immondizia prodotto nel corso dello scorso anno rispetto alla media degli anni precedenti e su cui c’è anche un’inchiesta della Procura, coordinata dal sostituto De Luca e condotta dalla Guardia di Finanza. Quanto ai numeri, è evidente l’aumento nella produzione di immondizia: dal grafico pubblicato dal WWF si registrano per il 2012 circa 35.000 tonnellate di rifiuti «di cui – aggiunge l’associazione ambientalista – 29.064 avviati in discarica, 5.480 conferiti al centro di recupero e il resto tra ingombranti e rifiuti misti». «Nei precedenti ultimi sei anni – aggiunge ancora il WWF leggendo i dati – la produzione totale è stata in media di 29.650 tonnellate». Oltre 5.000 tonnellate in più che aprono alcuni interrogativi. «Come spiegare questo picco? – si chiede il WWF –: discariche sparse sul territorio e mai bonificate? Turismo dei rifiuti dalle città vicine? Crescita dei consumi? Aumento dell’affluenza dei turisti in città? Aumento della popolazione di alcune migliaia di unità?». Delle domande poste dall’associazione, alcune ipotesi sono chiaramente da escludere, ma è chiaro che una risposta dovrà pure esserci se è vero che dal 2006 al 2011 la produzione dei rifiuti è rimasta costante e in più la Servizi Industriali, che dal gennaio del 2012 opera per lo smaltimento dei rifiuti, da aprile 2012 ha avviato la raccolta differenziata. In sostanza, negli anni precedenti si producevano circa 29.000 tonnellate di rifiuti, anche quando la Terracina Ambiente aveva avviato un inizio di raccolta differenziata. La stessa cifra, più o meno, che nel 2012 corrisponde alla sola immondizia conferita in discarica, cui vanno ad aggiungersi 5.000 tonnellate destinate ai centri di recupero. Una stranezza che merita risposta, così come chiede il WWF e tutti i cittadini terracinesi. La questione della sovra-produzione di rifiuti peraltro nei mesi scorsi aveva spinto l’amministrazione comunale a disporre una pesa preventiva con una ditta locale, per avere il conto prima che i rifiuti partissero per le discariche.

Merceologia del riciclo

Dal sito Internet http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=22090

MERCEOLOGIA DEL RICICLO

di Giorgio Nebbia

Tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno di martedì 21 maggio 2013

“Rifiuti”: poche parole vengono ripetute con maggiore frequenza anche da ciascuno di noi, a proposito delle proteste per i sacchetti di immondizie che si accumulano nelle strade, contro le discariche o gli inceneritori o a proposito della raccolta differenziata.

I rifiuti sono il risultato inevitabile di qualsiasi operazione di produzione agricola o industriale e di consumo delle merci.

Per limitarci ai rifiuti solidi, in Italia si tratta di circa 180 milioni di tonnellate all’anno.

32 di rifiuti urbani, 50 di rifiuti industriali, 70 di rifiuti delle attività di cave, miniere e residui di costruzioni, 28 di altri rifiuti. Nel complesso la vita quotidiana di ogni italiano comporta la produzione, ogni anno, di circa 500 chili di rifiuti urbani, di circa 3000 chili di rifiuti totali, pari a cinquanta volte il peso di ciascuno di noi.

Per evitare l’uso inquinante delle discariche o degli inceneritori ai cittadini viene chiesto di effettuare una raccolta differenziata dei propri rifiuti domestici in modo da separare le componenti che potrebbero essere riciclati con minore effetto ambientale negativo, anzi con recupero di materiali economici, di “merci riciclate”, che altrimenti richiederebbero nuove materie prime tratte dalla natura.

In generale però non viene adeguatamente spiegato in che cosa consiste il riciclo, un insieme di attività che coinvolge centinaia di aziende e diecine di migliaia di lavoratori, tecnologie talvolta raffinate e un grande giro di affari. Ciascuna delle frazioni di rifiuti, raccolti in maniera differenziata, viene dapprima ritirata da alcune imprese che effettuano una selezione per eliminare le componenti estranee: purtroppo infatti spesso molti cittadini, pur volonterosi, mettono alcuni rifiuti nel cassonetto sbagliato, rendendo talvolta impossibile il riciclo dell’intero contenuto.

Ciascuna frazione, abbastanza omogenea, di rifiuti (vetro, plastica, metalli, carta, eccetera) viene venduta (proprio così, esiste un vero commercio come se si trattasse di qualsiasi altra materia prima o merce) alle industrie che trasformano i rifiuti differenziati in nuove merci.

Nella Comunità Europea ciascun rifiuto, dalla lampadina bruciata, alla bottiglia della conserva di pomodoro, al camion fuori uso destinato alla rottamazione, è classificato con un codice numerico CER (Catalogo Europeo dei Rifiuti, consultabile nel Testo Unico ambientale, il decreto 152 del 2006).

Un rifiuto viene avviato allo smaltimento o al riciclo proprio sulla base di questo codice CER.

Il riciclo è effettuato da industrie specializzate di cui sarebbe bene conoscere i processi se si vuole fare una raccolta differenziata veramente efficace.

Proprio in aprile una speciale commissione della Confindustria, l’associazione degli industriali, ha pubblicato lo studio: “Verso un uso più efficiente delle risorse” il cui testo è disponibile in Internet e che potrebbe essere utile in molti corsi universitari, dal momento che molte fasi della caratterizzazione e del riciclo dei rifiuti richiedono controlli chimici e fisici, in qualche caso molto delicati. Dal documento citato appare, per esempio, che nella produzione vitivinicola si forma oltre un milione di tonnellate di sottoprodotti dai quali potrebbero essere ottenuti gas combustibili o alcol etilico. Degli oltre sei milioni di tonnellate della carta e dei cartoni raccolti in maniera differenziata in Italia ogni anno, solo cinque entrano nei processi di produzione di nuova carta e in tali processi di riciclo si formano altri rifiuti: 400.000 tonnellate all’anno: fanghi di disinchiostrazione e di altro tipo, che finiscono nelle discariche o negli inceneritori.

Fra le materie più difficili da riciclare ci sono le materie plastiche; quelle in commercio sono di molti tipi diversi, ciascuna con composizione chimica e ingredienti diversi, per cui una gran parte della plastica, anche raccolta negli appositi cassonetti, finisce nelle discariche (1,6 milioni di tonnellate) o negli inceneritori spesso con effetti inquinanti dell’atmosfera.

Le attività di demolizione degli edifici e delle costruzioni producono ogni anno circa 50 milioni di tonnellate di residui che, in gran parte, finiscono nelle discariche.

La rottamazione e il riciclo delle varie componenti dei veicoli fuori uso comporta delicati problemi tecnici ed ecologici perché le varie parti dei veicoli delle varie marche hanno composizione chimica differente; comunque, nella rottamazione, oltre il 25 % del peso del veicolo finisce in un rifiuto, detto “fluff”, costituito da una miscela di materiali metallici come ferro e alluminio, materie plastiche, gomma, vetro, fibre tessili, vernici, di difficile smaltimento.

Gli inceneritori/termovalorizzatori dei rifiuti urbani, che tanto piacciono a molte amministrazioni locali, lasciano come residuo circa il 30% di ceneri, in parte da smaltire in discariche speciali che non esistono in Italia, per cui devono essere esportate in Germania*.

Per farla breve: qualsiasi processo di trattamento e di riciclo dei rifiuti si lascia dietro inevitabilmente altri rifiuti e inquinamenti: lo stesso riciclo dei rifiuti richiede la soluzione di problemi chimici, tecnici, commerciali, argomenti di una vera e propria “Merceologia del riciclo”, il cui insegnamento e le cui conoscenze consentirebbero agli amministratori e agli imprenditori scelte meno costose e, a loro volta, meno inquinanti, capaci di creare nuova duratura occupazione: infatti, siate certi, la massa dei rifiuti da trattare aumenterà sempre.

*Ci permettiamo solo di segnalare che, diversamente da quanto sostiene Nebbia, le ceneri possono essere inertizzate e usate nei cementifici esattamente come fanno in Germania dove peraltro le contabilizzano, giustamente, come recupero di materia.

Redazione greenreport.it

“Monnezza blues”, il dossier sulla gestione dei rifiuti a Roma

Dal sito Internet http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/monnezza_blues_dossier_rifiuti_roma.html

“MONNEZZA BLUES”, IL DOSSIER SULLA GESTIONE DEI RIFIUTI A ROMA

di Marica Di Pierri

“Monnezza Blues” è un titolo decisamente agrodolce per una pubblicazione che mira a mettere a nudo l’amara storia della gestione dei rifiuti nel Lazio. “Blues” perché quella dei rifiuti è una ballata senza fine, un reef ripetuto di rimpalli, dichiarazioni di emergenza, commissariamenti e manifestazioni, territori avvelenati e comunità violate nel loro diritto alla salute, invariabilmente inascoltate da una politica sorda e miope.

“Monnezza Blues – La gestione dei rifiuti nel Lazio, emergenzialità, conflitti sociali e nuovi modelli” è il risultato di una ricerca sul campo durata un intero anno, finanziata dal comune di Roma attraverso il Dipartimento tutela ambiente e del verde e realizzata da associazione A Sud, Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali e cooperativa Stand Up, a stretto contatto con i comitati territoriali sorti negli ultimi decenni sul tema dei rifiuti. Il rapporto è stato presentato lunedì mattina a Roma, nella sede della FNSI, ed è scaricabile gratuitamente dal sito dell’associazione A Sud.

Roma ospita la discarica di Malagrotta, un enorme buco nero di 240 ettari (240 campi di calcio) da 5.000 tonnellate di rifiuti al giorno di proprietà di Manlio Cerroni, che fattura grazie al suo impero maleodorante circa 800 milioni di euro l’anno. Malagrotta è la discarica più grande d’Europa. Dopo 35 anni e innumerevoli proroghe si avvierebbe alla definitiva chiusura. Il condizionale è d’obbligo perché l’ultima scadenza (l’11 aprile), è stata di nuovo spostata a giugno, il tempo necessario a ultimare il sito provvisorio, Monti dell’Ortaccio che si trova a soli 700 metri di distanza ed è di proprietà dello stesso Cerroni. Nelle immediate vicinanze della discarica vivono più di 50.000 persone. Contro la discarica trentennale, il suo puzzo mortale e le malattie che provoca sugli abitanti sono attivi da oltre 20 anni i comitati cittadini.

Davvero non può esserci alternativa all’avvelenamento del territorio e di chi lo abita? Per decenni le amministrazioni che si sono succedute hanno visto il conferimento in megadiscariche e l’incenerimento come unica soluzione possibile in materia di rifiuti. Ma le alternative esistono e sono riassunte dalla cosiddetta strategia “rifiuti zero”. Associazioni e comitati di cittadini in lotta per una gestione dei rifiuti diversa si sono fatti promotori di numerose proposte finalizzate a cambiare il modello attuale e improntate su diverse priorità. Rifiuti zero vuol dire pensare ai rifiuti come a una risorsa. Vuol dire ridurli alla fonte, organizzare la raccolta differenziata porta a porta, predisporne compostaggio, riciclaggio, riuso, separazione, recupero, e progettare materiali e oggetti totalmente riciclabili.

La riflessione è in corso da anni e attraverso l’associazione Rifiuti Zero ha unito sino ad ora 117 comuni sul fronte del ridisegno delle politiche di gestione dei rifiuti. Uno dei fondatori dell’associazione, Rossano Ercolini di Capannori, è stato insignito il mese scorso del premio internazionale Goldman, corrispondente al Nobel per l’ambiente.

Chiarito che l’alternativa esiste, resta il problema per cui dare incentivi come i Cip6 agli inceneritori e alle centrali a biogas per la produzione di energia vuol dire rendere conveniente bruciare carta e plastica anziché riciclarle. Se poi a gestire la discarica è un privato, che viene pagato in base alla quantità di immondizia conferita, non c’è interesse a che i rifiuti diminuiscano. Su questo, e sulla necessità di garantire ai cittadini il diritto a un ambiente salubre, alla salute, e quindi alla vita è ora la politica che deve muoversi.

Pontinia, rogo nella discarica abusiva di Mazzocchio

Da Latina Oggi del 20 maggio 2013

PONTINIA, ROGO NELLA DISCARICA ABUSIVA DI MAZZOCCHIO

di A. S.

Discarica abusiva a fuoco nel tardo pomeriggio di sabato nell’area industriale di Mazzocchio a Pontinia. Ad alimentare le fiamme, sono stati i numerosi pneumatici abbandonati a ridosso della Migliara 53. Si è subito pensato ad un incendio appiccato da qualche abitante della zona ormai invasa da rifiuti d’ogni genere, la cui presenza mette a rischio la salute degli residenti e i prodotti agricoli destinati al consumo alimentare. L’area industriale si estende per circa 300 ettari, sottratti all’agricoltura e diventati, dopo il boom industriale, terra di nessuno, quindi luogo di degrado nonché ricettacolo di rifiuti anche pericolosi, come eternit e vecchi elettrodomestici. Fortunatamente il rogo non si è esteso a tal punto da lambire abitazioni o terreni coltivati, ma la fitta coltre di fumo sprigionatasi con la combustione ha causato non pochi disagi. Numerose le polemiche che da tempo si susseguono proprio sulla discariche abusive nell’area industriale di Mazzocchio, ma ad oggi il problema ancora non ha trovato una soluzione. Sempre più di frequente, infatti, i cittadini gettano ogni tipo di rifiuto, compresi quelli pericolosi, per strada e nelle aree meno trafficate, totalmente incuranti di quanto previsto dalla normativa vigente.

“Fabbriche dei materiali” per il Lazio? Alla scoperta dei nuovi sistemi di gestione dei rifiuti residui nell’ottica della sostenibilità e flessibilità

Dal sito Internet http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=374953

 

“FABBRICHE DEI MATERIALI” PER IL LAZIO? ALLA SCOPERTA DEI NUOVI SISTEMI DI GESTIONE DEI RIFIUTI RESIDUI NELL’OTTICA DELLA SOSTENIBILITÀ E FLESSIBILITÀ

 

di Giuseppe Iasparra

 

In occasione del dibattito sul futuro dei rifiuti nel Lazio sentiamo spesso parlare di impianti di trattamento meccanico biologico. Coerentemente con quanto richiesto dalla procedura di infrazione dell’Unione Europea, che chiede di attivare prima possibile impianti di pretrattamento del rifiuto residuo, come stabilito dalla Direttiva sulle Discariche 99/31, l’ordinanza del sindaco di Roma dell’aprile scorso ha infatti disposto che i rifiuti della Capitale siano portati temporaneamente presso gli impianti Tmb del Lazio. Ma cosa entra e cosa esce da un impianto di questo tipo? E quale potrebbe essere la strada da prendere per portare il ciclo dei rifiuti di Roma ad una gestione ordinaria e sostenibile? Eco dalle Città lo ha chiesto ad Enzo Favoino della Scuola Agraria del Parco di Monza: «Come prima cosa – ha spiegato Favoino – occorre precisare che gli impianti di trattamento meccanico biologico del Lazio sono di vecchia concezione, e finalizzati alla produzione di combustibile da rifiuto (ex CDR oggi CSS). Sarebbe invece possibile proporne una riconversione a criteri di maggiore sostenibilità, efficienza e flessibilità, come avviene nella nuova generazione di impianti a freddo attivi od in corso di realizzazione in molti territori e conosciuti come “Fabbriche dei materiali”».

«Per tradurre operativamente i principi di sostenibilità indicati dalla strategia europea di gestione dei rifiuti – ha continuato Favoino – abbiamo anzitutto bisogno di flessibilità ed adattabilità all’aumento delle raccolte differenziate e delle pratiche di riduzione del rifiuto, come richiesto – ed in buona misura imposto – dalle politiche e strategie europee di gestione dei rifiuti. Bisogna sottolineare ancora una volta che il trattamento del rifiuto residuo è solo una condizione accessoria all’elemento centrale di tali strategie, ossia la massimizzazione del recupero di materia, e deve essere coordinato a tale obiettivo prioritario, consentendone la crescita. Qui interviene il primo problema con gli inceneritori, in quanto sono impianti che devono avere un flusso costante di rifiuti nel corso del tempo. Per quanto riguarda il co-incenerimento, in prima battuta pare più flessibile, ma se andiamo ad analizzare i contratti con gli impianti di destinazione, anche questi richiedono determinate tonnellate per periodi medio-lunghi (ad esempio vent’anni). Inoltre ad oggi (tranne che in un paio di casi) tutte le esperienze di co-incenerimento prevedono una tariffa di conferimento da pagare. E qui sta un primo vantaggio per le “Fabbriche dei Materiali”, poiché finalizzandole al recupero di materia non avrò più una tariffa da pagare ma avrò invece introiti dal collocamento dei materiali sul mercato».

Secondo Favoino «gli impianti di trattamento a freddo finalizzati al recupero di materia oltre a rispondere ai bisogni di flessibilità ed adattabilità (in relazione all’andamento della differenziata) possono inoltre soddisfare le necessità di scalabilità (efficienza anche a dimensioni notevolmente inferiori a quelle tipiche per impianti di incenerimento) e dunque di prossimità a seconda degli scenari e delle peculiarità del territorio locale interessato. Inoltre, tutto considerato, per costruire un inceneritore in Italia ci vogliono 7-8 anni. Per un impianto di trattamento a freddo occorrono tempi considerevolmente più brevi (il che consente di dare una risposta veloce alla necessità di pretrattamento, ancora non rispettata in gran parte del territorio nazionale) o in alcuni casi ce li abbiamo addirittura già, come vecchi impianti di Tmb, e basta riconvertirli. È il caso del Lazio. Qui abbiamo impianti di vecchia generazione finalizzati alla produzione di CDR per incenerimento e gassificazione. Questi impianti potrebbero essere riconvertiti al recupero di materia con integrazioni e modifiche tecnologiche di piccola entità, riducendo da subito l’avvio a discarica e migliorando le economie complessive del sistema».

Com’è fatta una Fabbrica dei materiali? «Un impianto di recupero di materia dal rifiuto residuo (RUR) – ha spiegato Favoino – è costituito da due sezioni parallele di trattamento: in una viene lavorata la frazione residua (sottovaglio) che contiene ancora componenti fermentescibili. Questa viene resa “inerte” attraverso un processo di “stabilizzazione” (del tutto analogo al compostaggio) in modo da minimizzarne gli impatti relativi alla collocazione a discarica. Nell’altra sezione (che tratta il sopravvallo) viene fatto invece il recupero dei materiali, attraverso una combinazione di varie separazioni sequenziali (ad esempio separatori balistici, magnetici, lettori ottici) analogamente a quanto avviene nelle piattaforme di selezione dei materiali da raccolta differenziata. È immediato accorgersi che un impianto di questo tipo, è perfettamente adattabile all’aumentare della raccolta differenziata: si aumenterà la lavorazione del rifiuto differenziato (compostaggio dell’organico e selezione delle frazioni CONAI) e si diminuirà parallelamente il trattamento del residuo, lavorando su diverse linee o diversi turni».

«Il concetto di “fabbrica dei materiali” è stato già adottato od è in corso di adozione da parte di diversi territori, che stanno convertendo a questo concetto vecchi impianti di Tmb o realizzando siti dedicati; quest’ultimo è il caso ad esempio della Provincia di Reggio Emilia – ha sottolineato Favoino – che ha deciso, nel rispetto degli indirizzi europei sui rifiuti e dei principi di sostenibilità, di chiudere il vecchio inceneritore per puntare su questa tipologia di impianti in modo da accompagnare programmi di massimizzazione progressiva della raccolta differenziata. Lo stesso concetto potrebbe essere adottato nel Lazio. In questo modo si potrebbe minimizzare fin da subito il ricorso alla discarica e si eviterebbe la necessità di ricorrere a gassificatori ed inceneritori».

Favoino ha anche sottolineato che molti territori (province, consorzi) hanno iniziato a programmare nella direzione delle “Fabbriche dei Materiali”, oltre che per le esigenze di sostenibilità, economicità e flessibilità già richiamate, anche per evitare i rischi finanziari connessi alla realizzazione di inceneritori dedicati (che a causa della tendenza all’aumento progressivo delle raccolta differenziata e alla riduzione del RU complessivo, sta determinando crisi da sovracapacità di incenerimento in gran parte d’Europa, ed anche in qualche regione italiana); ma anche come risposta alle preoccupazioni sulle ricadute sanitarie. Su quest’ultimo aspetto, pur non tralasciando il tema delle diossine (le cui emissioni hanno di recente causato la chiusura o la sospensione della attività di diversi inceneritori), pare acquisire una attenzione crescente il tema delle nanopolveri (le polveri ultrafini). Su queste ultime si rileva in effetti un certo ritardo dal punto di vista della valutazione degli effetti e delle relative disposizioni regolamentari, motivo che sta portando molte voci della medicina a richiamare il principio di precauzione.

RICREA: “Nel 2012 riciclato in Italia il 75,5% dei contenitori in acciaio (+2,9%)”

Dal sito Internet http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=374950

RICREA: “NEL 2012 RICICLATO IN ITALIA IL 75,5% DEI CONTENITORI IN ACCIAIO (+2,9%)”

Il riciclo non conosce crisi. Cresce in Italia la percentuale di acciaio recuperato dagli imballaggi: nel 2012 è stato riciclato il 75,5% dell’immesso al consumo, con un miglioramento del 2,9% rispetto all’anno precedente. Dalle scatolette per gli alimenti ai tappi corona, dalle bombolette aerosol ai grandi fusti industriali, contenitori e chiusure in acciaio si confermano ancora una volta amici dell’ambiente.

I dati sono stati resi noti da RICREA, il consorzio nazionale senza scopo di lucro per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in acciaio, in occasione dell’assemblea annuale. Nel 2012 nel nostro Paese sono state raccolte 374.169 tonnellate di imballaggi in acciaio e di queste sono state avviate al riciclo 332.166 tonnellate, pari al peso di circa 33 Tour Eiffel.

Il perdurare di uno scenario generale di crisi, che coinvolge anche l’industria dell’imballaggio, ha determinato un calo del -9,5% rispetto all’anno precedente dell’immesso al consumo, passato da 485.933 a 439.989 tonnellate (pari a 258 ruote panoramiche London Eye), con ripercussioni dirette sui flussi di raccolta e riciclo che tuttavia hanno mostrato riduzioni contenute.

Rispetto agli imballaggi immessi al consumo, la percentuale di acciaio recuperato è stata del 75,5%, migliore di quasi tre punti percentuali rispetto al 2011, del 20% rispetto al dato di dieci anni fa (55,6% nel 2003) e del 25,5% rispetto agli obblighi di legge previsti dalla normativa in vigore.

“Parlando di cifre, siamo molto soddisfatti – spiega Federico Fusari, direttore generale di RICREA –. Da 15 anni lavoriamo per favorire, promuovere e agevolare la raccolta e il riciclo degli imballaggi usati di acciaio provenienti tanto dal flusso domestico quanto da quello industriale, e gli ottimi risultati raggiunti ci spronano a intensificare i nostri sforzi per migliorare ancora”.

Nel 2012 è anche aumentata la copertura territoriale: +6% di Comuni coperti da convenzioni ANCI-CONAI per promuovere la raccolta differenziata degli imballaggi e +3% di popolazione servita rispetto ai dati 2011. Per quanto riguarda gli imballaggi in acciaio avviati al riciclo, a livello territoriale cresce soprattutto il Centro Italia che registra un +16% rispetto all’anno precedente con 30.648 tonnellate, mentre il Nord consolida il primato relativo alle tonnellate riciclate: 136.914.

L’acciaio è il materiale più riciclabile al mondo: può essere riciclato al 100% un numero illimitato di volte senza perdere in alcun modo le proprie qualità, con notevoli vantaggi non solo per l’ambiente ma anche per l’economia. Grazie alle 332.000 tonnellate di acciaio recuperato nel 2012 in Italia si è ottenuto un risparmio diretto di 630.800 tonnellate di minerali di ferro, di 199.200 tonnellate di carbone, oltre che di 594.200 tonnellate di CO2.

Ilva, “ambiente svenduto”: arrestato il presidente della Provincia di Taranto

Dal sito Internet http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/ilva_ambiente_svenduto_arrestato_presidente_provincia_taranto.html

ILVA, “AMBIENTE SVENDUTO”: ARRESTATO IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI TARANTO

di A. P.

Si è aperto oggi un nuovo triste capitolo della storia infinita dell’Ilva di Taranto. È stato infatti arrestato questa mattina il presidente della Provincia di Taranto, Giovanni Florido, dai militari della Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta su presunti favori all’Ilva denominata “Ambiente svenduto”. Insieme a Florido sono stati eseguiti altri tre arresti.

In carcere è finito anche l’ex consulente dell’Ilva, Girolamo Archiná, e l’ex assessore provinciale all’Ambiente, Michele Conserva. Ai domiciliari, invece, il funzionario pubblico Specchia.

L’ex consulente dell’Ilva Girolamo Archinà, addetto ai rapporti istituzionali, era già detenuto dallo scorso 26 novembre insieme ad altri nell’ambito della seconda fase dell’inchiesta “Ambiente svenduto”, quella che ha portato anche al sequestro delle merci, liberate poi ieri con un provvedimento del GIP Patrizia Todisco, lo stesso giudice che oggi ha firmato le ordinanze di custodia cautelare.

Il reato contestato dal GIP Patrizia Todisco ai quattro arrestati è quello di concussione e si riferisce alla discarica Mater Gratiae che si trova in una cava all’interno del perimetro dello stabilimento e destinata ai rifiuti speciali. L’altro reato ipotizzato è quello di induzione indebita a dare o promettere utilità contestato ad Archinà, Florido e Conserva.

Secondo l’inchiesta della Procura, sarebbero state esercitate indebite pressioni su dirigenti della Provincia di Taranto affinché l’Ilva ottenesse l’autorizzazione a continuare ad utilizzare la discarica interna allo stabilimento, nella cava “Mater Gratiae”, sebbene quest’ultima non avesse i requisiti ambientali necessari.

Nella discarica in questione l’azienda stoccava anche sacche contenenti amianto accanto a scorie di lavorazione ancora fumanti, come riportato da ilfattoquotidiano.it.

L’azienda siderurgica, insomma, intendeva continuare a smaltire i rifiuti industriali pericolosi in un’area interna all’azienda invece di rivolgersi a discariche autorizzate e idonee all’esterno con conseguente aggravio dei costi.

Ecomafie in Veneto: come cambia il business dei rifiuti a Venezia e dintorni

Dal sito Internet http://www.ecoblog.it/post/67379/ecomafie-in-veneto-come-cambia-il-business-dei-rifiuti-a-venezia-e-dintorni

ECOMAFIE IN VENETO: COME CAMBIA IL BUSINESS DEI RIFIUTI A VENEZIA E DINTORNI

di Davide Mazzocco

Via La Nuova di Venezia e Mestre

Gianfranco Bettin, già candidato del centrosinistra per il governatorato del Veneto e ora assessore del Comune di Venezia, ha spiegato come una delle priorità delle politiche ambientali del capoluogo debba essere quella di tenere Porto Marghera lontana dagli interessi delle ecomafie. I dati contenuti in un rapporto DIA del 2011 che avevano evidenziato infiltrazioni mafiose, a Venezia e a Porto Marghera, nel business del traffico clandestino dei rifiuti sono confermati dal primo dossier redatto dall’Osservatorio Ambiente legalità del Comune di Venezia, il primo, in Italia, a dotarsi di una struttura di questo tipo.

In Veneto il traffico illegale di rifiuti è un business da 149 milioni di euro, su un totale di due miliardi di euro movimentati dall’attività criminale. Secondo il centro ricerche sulla criminalità dell’Università Cattolica di Milano, il Veneto è la prima regione in Italia nella classifica delle ecomafie e il 44% del business è gestito da organizzazioni criminali locali. Esistono presidi di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra ma quasi la metà del giro d’affari è in mano alla criminalità locale.

Le ecomafie diventano più raffinate, cambiano metodi, falsificano documenti, fatture, dati e codici. Le attività illecite generano ricavi che vengono reinvestiti in attività legali.

I rifiuti veneti compiono, a ritroso, l’antica Via della Seta, tornando in Cina. Tra il 2010 e il 2012 il 53-55% dei rifiuti in esportazione dal Porto di Venezia ha preso la via della Cina e il maggior numero di irregolarità riguardano questo Paese. I rifiuti illegali non prendono più la via della Campania, ma restano al Nord, nelle vicine Emilia e Lombardia.

E poi c’è un dato che fa riflettere: fra il 2007 e il 2011, in quattro anni, c’è stato solamente un incendio l’anno, fra il 2012 e l’inizio del 2013 ben sei. Difficilmente sono auto-combustioni accidentali, molto più probabile che siano messaggi, criminosi segnali di fumo.

Come ti riciclo il pannello fotovoltaico

Dal sito Internet http://www.lifegate.it/it/eco/profit/lifegate_energy/news/come_ti_riciclo_il_pannello_fotovoltaico.html

COME TI RICICLO IL PANNELLO FOTOVOLTAICO

di Rudi Bressa

Arrivati alla fine del loro ciclo di vita anche i pannelli fotovoltaici possono essere raccolti e riciclati. In Europa se ne occupa il Consorzio PV Cycle che trasforma i vecchi pannelli in silicio, vetro e metalli vari pronti a tornare a nuova vita.

Fino ad oggi il PV Cycle ha raccolto 5.700 tonnellate di pannelli fotovoltaici, circa 1.100 solo in Italia. Il Consorzio, fondato nel 2007, rappresenta la più importante associazione che si occupa di raccogliere, trattare e riciclare i pannelli fotovoltaici arrivati a fine vita.

Presente in tutti i Paesi europei dell’Unione a 27, PV Cycle opera grazie a centinaia di punti di raccolta che operano come veri e propri centri di tratttamento dei rifiuti, un po’ come accade per altri materiali, come plastica, vetro o carta.

Vetro, silicio, ferro e metalli

I pannelli che ormai vedono ridotta di molto la loro capacità di trasformazione dell’energia, che sono stati rotti o danneggiati durante il trasporto, o che sono ancora in garanzia, vengono raccolti gratuitamente dal Consorzio, il quale opera appunto tramite una filiera di raccolta finanziata dagli stessi produttori.

Da un singolo pannello è così possibile riciclare fino al 90% dei materiali costituenti, raccogliendo vetro, materiali semiconduttori, ferro e altri metalli non ferrosi. Anche le scatole di derivazione e i cavi vengono recuperati attraverso il riciclaggio.

Il vetro derivante da moduli fotovoltaici viene in parte reintrodotto in fibra di vetro o di prodotti per l’isolamento e in parte in prodotti per l’imballaggio. I metalli e le plastiche, invece, possono essere utilizzati per la produzione di nuove materie prime. Alcuni semiconduttori inoltre possono essere usati per la produzione di nuovi moduli fotovoltaici.

La raccolta è regolata dalla Direttiva Europea sui Rifiuti elettrici ed elettronici, che obbliga tutti i Paesi membri a recepirla e tradurla in legge entro febbraio 2014. Da quel momento in poi, un po’ come accade per il ritiro “uno contro uno” degli elettrodomestici, i produttori o chiunque immetta nel mercato un pannello fotovoltaico, sarà tenuto a garantirne il corretto smaltimento e avviamento al recupero.

In questo modo il ciclo si chiude e nulla viene sprecato. E ciò che produceva energia pulita e rinnovabile, torna ad acquistare una sua utilità.

Dove buttare e come riutilizzare i vecchi cosmetici

Dal sito Internet http://www.greenme.it/consumare/cosmesi/10388-cosmetici-riuso-dove-buttarli

DOVE BUTTARE E COME RIUTILIZZARE I VECCHI COSMETICI

di Marta Albè

Come destinare i prodotti cosmetici tradizionali ad un uso differente da quello indicato? Come agire per non sprecare nemmeno un granello di cipria? Dove gettare i vecchi cosmetici, quando risultano ormai scaduti?

Ecco alcune domande a cui appare interessante cercare di rispondere, in particolare nel momento in cui si decida di dirigersi verso una riduzione della quantità di cosmetici da utilizzare e verso prodotti più delicati per la pelle e meno inquinanti.

Non sprecare i prodotti per il make-up

Evitare gli sprechi è la prima regola anche dal punto di vista del trucco. In un momento di crisi come questo appare davvero un peccato gettare un ombretto soltanto perché di un colore non esattamente alla moda. Prima di gettare i prodotti di make-up indesiderati, se non scaduti e se sempre trattati con le dovute accortezze igieniche, potreste pensare di organizzare un momento di scambio tra le amiche, in cui barattare ombretti ed altri trucchi, in modo tale che nulla vada sprecato.

Vi sono alcuni cosmetici che, quando si sta per raggiungere il fondo della confezione, appaiono ormai inutilizzabili. La tentazione di gettarli immediatamente potrebbe essere dietro l’angolo. Attenzione però, alcuni prodotti possono essere ancora salvati in modo da poter essere consumati fino in fondo. Ciò che rimane quando un rossetto in stick o un burrocacao stanno per finire può essere prelevato con un pennellino da trucco ed applicato ancora sulle labbra, fino a quando non ne rimarrà alcuna traccia.

Gli smalti che si sono essiccati nel corso del tempo, o poiché non sono stati chiusi correttamente, possono essere recuperati aggiungendo una piccola quantità di levasmalto liquido per le unghie, in modo che possano ritornare fluidi. È sufficiente procedere goccia a goccia, chiudere la confezione e provare ad agitare. Anche il mascara rimasto sul fondo della confezione può essere recuperato, versando al suo interno una goccia di olio di ricino. Un altro trucco per salvare il mascara, nel caso in cui si sia essiccato, consiste nell’immergerlo in un contenitore con acqua molto calda, in modo che possa ritornare fluido. Gli avanzi della cipria possono essere mescolati ad altri prodotti in polvere per il trucco, al fine di renderli maggiormente resistenti.

Riutilizzare i prodotti per la cosmesi e per la detergenza

Il latte detergente per il viso può essere riutilizzato per la pulizia delle scarpe o delle borse in similpelle o in pelle. Gli oli per il corpo scaduti o contenenti sostanze indesiderate possono risultare utili per effettuare la lucidatura dei mobili in legno, applicandoli in piccole quantità, o per ungere i cardini di porte e finestre. Gli avanzi di shampoo o di bagnoschiuma possono essere riuniti in un unico contenitore ed impiegati come sapone liquido per le mani.

Lo shampoo può essere utilizzato per lavare a mano i maglioni di lana ed il bagnoschiuma per il lavaggio dei capi più resistenti. Il balsamo per capelli può sostituire l’ammorbidente nei lavaggi a mano o in lavatrice, oppure può essere impiegato diluito in acqua per lucidare i mobili. Una crema per il viso o per il corpo che risulta in proprio possesso per via di un acquisto sbagliato può essere trasformata in uno scrub esfoliante per la pelle, mescolandola semplicemente con dello zucchero di canna.

Se non si desidera più utilizzare delle salviette usa-e-getta per la pulizia del proprio viso, è possibile portarle con sé nella borsa in modo da poterle impiegare, ad esempio, per la pulizia delle mani, delle scarpe o dei propri indumenti in caso di emergenza. Possono inoltre essere impiegate sfregandole sulle macchie in modo da pretrattare i capi prima del lavaggio vero e proprio, oppure per la pulizia delle piastrelle e delle superfici resistenti della casa. Gli spray lucidanti per capelli possono risultare utili per la pulizia del cruscotto dell’auto. Gli smalti per le unghie inutilizzati possono trasformarsi in colori da utilizzare per la decorazione di oggetti in vetro o in altri materiali.

I deodoranti ed i profumi per la persona possono eventualmente trasformarsi in prodotti per profumare gli armadi o le stanze della casa, oppure possono essere regalati a chi di sicuro li utilizzerà. Per quanto riguarda la depilazione: bagnoschiuma, shampoo o balsamo possono essere utilizzati per facilitare il passaggio del rasoio, mentre gli oli per il corpo ricchi di siliconi risultano utili per rimuovere i resti della ceretta.

Come smaltire i cosmetici?

I prodotti cosmetici non terminati o scaduti, con particolare riferimenti ai più aggressivi o dannosi per l’ambiente, come tinte per capelli, smalti e acqua ossigenata, andrebbero conferiti nei cassonetti di raccolta dei farmaci. Per quanto riguarda i cosmetici ed i prodotti per la detergenza ormai finiti, i loro contenitori dovrebbero sempre essere puliti e risciacquati alla perfezione, prima di poter essere suddividi nei contenitori per la raccolta differenziata a seconda dei materiali da cui sono costituiti, ad esempio separando il vetro dalla plastica. Le confezioni di vetro dello smalto prima di essere gettate devono essere pulite completamente utilizzando l’acetone. Altri prodotti, come lacche per capelli e deodoranti in bomboletta, sia pieni che vuoti, che sono spesso fonte di dubbi, non dovrebbero essere gettati tra gli scarti indifferenziati, ma consegnati presso i punti di raccolta dei rifiuti o presso le isole ecologiche.

Amianto in spiaggia: a Imperia scatta l’allarme

Dal sito Internet http://www.ecoblog.it/post/67297/amianto-in-spiaggia-a-imperia-scatta-lallarme

AMIANTO IN SPIAGGIA: A IMPERIA SCATTA L’ALLARME

di Davide Mazzocco

Via Il Secolo XIX

Dalla sabbia di una spiaggia libera ligure sono emessi i residui di una copertura ondulata di Eternit. Succede a Imperia fra in uno dei pochi arenili rimasti liberi sulla costa imperiese, precisamente fra Bagni Oneglio e la Succursale Spiaggia d’oro. La scoperta è inquietante oltre che altamente simbolica: l’immagine che restituisce è quella di un’Italia incapace di preservare le proprie bellezze e capace, invece, di trasformare coste che farebbero la fortuna di qualsiasi altro Paese in discariche ed immondezzai.

Dopo il ritrovamento l’area è stata opportunamente transennata dall’ARPAL che ha provveduto all’analisi dei reperti sospetti. L’esame dei reperti ha confermato la presenza di amianto e ora toccherà all’amministrazione comunale rimuovere il materiale pericoloso.

L’intervento non può essere ulteriormente rimandato, tanto più che con l’arrivo dell’estate quel lembo di spiaggia rimasto pubblico verrà preso d’assalto da turisti e villeggianti.

Pur nell’urgenza della situazione la burocrazia, in questi casi, prevede una catena di passaggi che va dall’amministrazione comunale a Ecoimperia e da questa alla ditta specializzata che si dovrà occupare della rimozione e della bonifica del sito e dall’ASL responsabile sotto il profilo sanitario. Un intervento che costerà alcune migliaia di euro.

Nella zona non esistono discariche autorizzate per questo tipo di rifiuti e il fenomeno del fai-da-te può diventare pericolosissimo. E molto costoso: a causa dell’incuria o, peggio ancora, degli smaltimenti dolosamente abusivi il comune di Imperia ha sborsato circa 15.000 euro in bonifiche. Soldi di tutti per risanare il danno di pochi incoscienti.

Smart City Days, eco-scintille per le strade di Torino: dal 24 maggio al 9 giugno

Dal sito Internet http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=374841

SMART CITY DAYS, ECO-SCINTILLE PER LE STRADE DI TORINO: DAL 24 MAGGIO AL 9 GIUGNO

di Elena Donà

Il direttore di Cinemambiente Gaetano Capizzi è stato ospite della Commissione Ambiente del Comune di Torino, per presentare gli Smart City Days assieme all’assessore Lavolta. In un momento politico così difficile, di tagli ai finanziamenti e poca volontà di investire sulla cultura, Smart City Festival e Cinemambiente si uniscono per dare vita alla rassegna Smart City Days: tre settimane di appuntamenti originali e dall’anima green, con un programma meno fitto di quello della prima edizione ma molto più facile da godersi. Insomma, Smart City sarà una grande cornice per mettere in risalto i punti di forza del mondo eco di Torino e far conoscere le attività della Fondazione, che hanno già portato in cassa oltre 180 milioni di euro di finanziamenti e avviato decine di progetti di ricerca che meritano spazio.

Il programma definitivo sarà pubblicato a breve. Nel frattempo, fari puntati sugli eventi più interessanti: il pranzo contro lo spreco, domenica 2 giugno, che porterà in piazza Vittorio 5.000 persone per gustare (gratis!) piatti da chef realizzati con prodotti in scadenza – e quindi destinati alla pattumiera per esigenze di mercato – ma ancora perfettamente commestibili. È Eating City, la città che mangia: e soprattutto per l’Italia è un record, che supera anche il pranzo di Bologna di Last Minute Market. Buon segno: vuol dire che l’idea di recuperare il cibo piace sempre di più! La cucina sarà a cura di Risteco, mentre l’acqua verrà fornita gratuitamente da SMAT (“Avevamo ricevuto una proposta da una famosa azienda che produce acqua minerale – ha spiegato Capizzi, che segue in prima linea la preparazione dell’evento – che ci avrebbe offerto 10.000 bottiglie. Ma lo spirito dell’iniziativa è un altro: consumare un pranzo tutti assieme in una giornata importante come quella del 2 giugno facendo una scelta democratica e sostenibile in ogni passaggio della filiera: quindi niente imballaggi e niente bottiglie di plastica”. E dove non è stato possibile evitare gli usa e getta, si è scelto il compostabile. Piatti, bicchieri e posate saranno in Mater Bi e verranno raccolte da AMIAT assieme alla frazione organica.

A riempire la città di verde ci penseranno invece Flor, la mostra vivaio che riempirà di fiori e piante via Carlo Alberto, e Park(ing) day che coprirà gli spazi destinati alle auto in zona blu con tappeti di prato adottati dagli oltre 200 commercianti che hanno già aderito all’iniziativa: prati veri, fatti di erba e zolle, che poi saranno ripiantati altrove (un campetto da calcio? I consiglieri comunali sono al lavoro…).

E poi c’è il Bike Pride (26 maggio), la Baby Run – dedicata a tutti i bambini, compresi quelli ancora nel pancione – la maratona all’alba, un contest di app a tema ambientale, gli orti urbani, i Tram Verdi, e poi… E poi c’è Cinemambiente!

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