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Archivio per la categoria ‘POLITICA INTERNAZIONALE’

NSA-Prism: uno scandalo false flag per coprire il business

Dal sito Internet
http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=555

NSA-PRISM: UNO SCANDALO FALSE FLAG PER COPRIRE IL BUSINESS

di comidad

Il modo in cui l’opinione pubblica europea viene “informata” dello scandalo che riguarda la più grande agenzia statunitense di “intelligence”, la National Security Agency, presenta i consueti risvolti ambiguamente celebrativi che caratterizzano qualsiasi notizia proveniente dagli USA. Questo scandalo pare infatti risolversi anch’esso nell’ennesimo “trionfo della democrazia americana”. I media ci dipingono un Obama sotto attacco da parte di un’opinione pubblica americana che si dimostra gelosa delle proprie libertà, mentre il dibattito si sposta sui massimi sistemi, sullo scontro di due diverse idealità: da una parte la tutela della sicurezza dei cittadini, dall’altra la garanzia della loro privacy.

La presa in giro si completa sugli organi di stampa della finta opposizione, come Il Fatto Quotidiano, dove vi sono anche commentatori che giungono ad affermare che in Italia la situazione della violazione della privacy sarebbe persino peggiore che negli USA; cioè il tutto viene risolto in un astratto confronto, basato sulla falsa premessa che si tratti di questioni interne ai vari Paesi; questo come se la NSA si limitasse a spiare il territorio statunitense e non tenesse sotto controllo anche noi.

Il problema è che le attuali tecnologie rendono la privacy un’illusione, e questo modo di dibattere sembra più che altro finalizzato all’idea di abituare l’opinione pubblica a rassegnarsi a vivere sotto controllo. Qualche commentatore meno allineato ha fatto notare che questo scandalo sollevato dal quotidiano britannico The Guardian costituisce una gigantesca scoperta dell’acqua calda, dato che da anni si sapeva praticamente tutto a riguardo. In effetti, già nel 2009 la NSA fu al centro di una polemica per casi di spionaggio ai danni di alcuni parlamentari statunitensi; pare ci fosse sotto osservazione un deputato del Congresso, non individuato con certezza dai media; e persino il senatore Jay Rockefeller avanzò il sospetto di essere spiato.

Va sottolineato che però in Europa di questo scandalo del 2009 non si seppe a suo tempo praticamente nulla. Meno di nulla i media europei ci hanno detto su una vicenda successiva ancora più clamorosa, che riguardò le rivelazioni di un “insider” della NSA, l’agente Thomas Drake, che subì anche una persecuzione giudiziaria per “tradimento” da parte dell’amministrazione Obama. Alla fine Drake riuscì in parte a scamparla ed a cavarsela con una condanna minore, perché il tribunale riconobbe che le sue informazioni non compromettevano la sicurezza nazionale, ma scoperchiavano il gigantesco giro d’affari, di corruzione e di frodi che avviene all’interno della NSA. A rendere ancora più strano il silenzio dei nostri media, c’è la circostanza che Drake fu intervistato nella più importante trasmissione televisiva di informazione degli USA, “Sessanta Minuti” della CBS.

Anche in altre interviste Drake portò a conoscenza dell’opinione pubblica dei fatti clamorosi. La sicurezza nazionale è diventata negli USA il settore in maggiore crescita, con un’enorme redistribuzione della ricchezza: il solito capitalismo sedicente privato ed imprenditoriale che invece parassita i soldi pubblici. Agli agenti della NSA è data la possibilità di diventare milionari procurando appalti alle ditte private.

Da profondo conoscitore del sistema, Drake parlò anche delle tecniche di “false flag”, di depistaggio, usate dall’amministrazione Obama per affrontare il suo caso, cercando di farlo passare per qualcosa che attentava alla sicurezza nazionale. In realtà attentava soltanto ai business ed agli arricchimenti fraudolenti che avvengono sotto l’alibi della sicurezza nazionale. Anche l’attuale scandalo sul sistema di spionaggio informatico Prism sembra proprio inquadrarsi in questo tipo di operazioni di depistaggio e distrazione. Facciamoli pure discutere nei talk show di libertà, di privacy, di sicurezza; l’importante è non parlare di appalti e di corruzione. Tanto ci sarà sempre una parte dell’opinione pubblica disposta ad avallare qualsiasi liberticidio in nome dello stato di necessità, perciò il dibattito si sposterà invariabilmente sull’opinabile. Ci si potrà quindi domandare quale sia stato il ruolo di Apple, Google e Facebook nel sistema di spionaggio Prism, ma non a quale grado sia arrivata la commistione affaristica di queste multinazionali con la NSA.

Nei Paesi sudditi deve rimanere la convinzione che la corruzione e le tangenti siano roba da popoli inferiori, mentre negli USA ci si scontra sul modo più giusto di combattere il terrorismo. Alla beffa si aggiungono il danno e l’ulteriore beffa, poiché le aziende italiane sono diventate terreno di caccia per ex agenti CIA ed FBI specializzati in presunti servizi anti-hackeraggio; dei “servizi” che in realtà appaiono come la riscossione di un “pizzo” per essere protetti dalle stesse minacce di spionaggio industriale di provenienza statunitense. Con l’immancabile ipocrita arroganza dei colonialisti, questi pseudo-detective informatici affermano anche di fornire alle aziende americane che vogliano fare affari in Italia, delle certificazioni anti-corruzione sugli eventuali partner commerciali italiani.

Il ministro della Difesa Mauro può oggi permettersi di dichiarare che il MUOS in costruzione a Sigonella sarebbe un impianto che serve alla pace ed alla sicurezza globale, e tutto il problema starebbe nello stabilire se sia inquinante o no (e non lo sarà, c’è da scommetterci). Quindi, se i nostri media ci informassero sulle vere funzioni della NSA e di tutto l’apparato della “sicurezza” USA, l’effetto non sarebbe soltanto quello di un banale e consolatorio “tutto il mondo è paese”, bensì lo smascheramento del carattere affaristico-criminale dell’imperialismo, per il quale inventarsi un nemico significa creare appalti e business. Un business, ovviamente, sempre e rigorosamente basato sul saccheggio della spesa pubblica.

Italia, Malta e Libia: prossimo contenzioso internazionale per trivellare il Mediterraneo?

Dal sito Internet
http://qualenergia.it/articoli/20130611-Italia-Malta-Libia-prossimo-contenzioso-internazionale-per-trivellare-il%20Mediterraneo

ITALIA, MALTA E LIBIA: PROSSIMO CONTENZIOSO INTERNAZIONALE PER TRIVELLARE IL MEDITERRANEO?

di Peppe Croce

Italia, Malta e Libia in cerca dell’ultimo posto al sole rimasto da trivellare nel Mar Mediterraneo. Negli ultimi mesi è ripartita la corsa al petrolio e al gas naturale da estrarre offshore nel Canale di Sicilia, di fronte le coste siciliane e maltesi. E questa corsa potrebbe portare a un contenzioso internazionale dal sapore ottocentesco.

Il 27 dicembre 2012 il già dimissionario ministro italiano per lo Sviluppo Economico Corrado Passera firma un decreto ministeriale con il quale allarga a dismisura la piattaforma continentale italiana creando da zero la “Zona marina C – Settore sud”. Un’area marina enorme, grande quanto due terzi della Sicilia, che si sovrappone ad alcune aree già rivendicate da Malta.

L’isola dei Cavalieri, infatti, già a dicembre 2007 aveva stretto un accordo di production sharing con Heritage Oil plc, società indipendente con sede fiscale a Londra guidata dal sessantunenne Tony Buckingham. Un uomo che, per ammissione della stessa Heritage, prima di darsi al petrolio era in Executive Outcomes e poi in Sandlines International, entrambe compagnie militari private che hanno fatto affari con i governi di Angola e Sierra Leone. Per il secondo hanno anche violato l’embargo sulla vendita di armi imposto dalle Nazioni Unite (fonte: The Guardian). Ma, tiene a precisare l’azienda, dal 2000 Buckingham non ha più alcun rapporto con i suoi ex colleghi d’armi.

Le aree concesse da Malta a Heritage Oil sono la 2 e la 7 e, adesso, fanno parte anche della nuova zona marina italiana. Ma non solo: nell’area 2 ricade anche il “Medina Bank 1”, un pozzo petrolifero trivellato nel 1980 dall’americana Texaco dopo aver ricevuto l’autorizzazione dal governo maltese. Texaco non riuscì a trovare idrocarburi, ma scatenò lo stesso una controversia internazionale tra Malta e Libia che non è ancora ufficialmente chiusa.

Ai primi di dicembre 2012 l’allora primo ministro maltese, Lawrence Gonzi, si è recato in visita a Tripoli per discutere con l’omonimo libico Ali Zeidan delle zone marine contese: la 2 e la 7. Come riporta il Malta Independent non c’è stato alcun accordo perché, dopo la caduta di Gheddafi, Malta ha sequestrato tutti i beni e i conti bancari che il colonnello aveva nell’isola e non ha intenzione di restituirli.

Precedentemente, nel 2008, la Libia aveva intimato con lettera formale a Heritage Oil di non dare inizio ad alcuna attività nelle aree contese. E ora arrivano anche gli italiani che, con la nuova zona marina, si vogliono prendere tutta l’area 2 e gran parte delle aree 1, 3 e 7.

I dubbi sul decreto ministeriale di Passera che ci fanno entrare a gamba tesa in questa contesa internazionale sono molteplici. E non solo quelli giuridici, ma anche quelli sulla semplice opportunità di rivendicare uno specchio di mare che Malta ha dichiarato proprio da oltre cinque anni e che anche la Libia in parte rivendica. E di farlo, soprattutto, proprio quando i colloqui tra Italia e Malta erano appena ricominciati dopo mesi di netta opposizione del nostro Paese.

Il 27 settembre 2012, infatti, a Roma si è svolto il primo tavolo tecnico Italia-Malta che ha dato il via a un “informal preliminary scoping exercise, without prejudice of sovereign rights”. Cioè al percorso diplomatico per arrivare ad un accordo preliminare sulla spartizione di quel tratto di mare conteso. Una seconda riunione si è tenuta a La Valletta il 10 dicembre 2012. Il 27 dello stesso mese, ad una settimana esatta dalla concessione della VIA all’elettrodotto che collegherà la Sicilia a Malta con enormi vantaggi soprattutto per quest’ultima (Qualenergia.it), il ministro Passera firma il decreto con cui l’Italia “cresce” nel Mediterraneo.

Per quale motivo, allora, rivendicare per decreto un’area sulla quale si sta già trattando con un altro Stato? “Si è deciso di riprendere questi tavoli per decidere quali sono gli interessi comuni da approfondire – ci spiega il capo della Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del Ministero dello Sviluppo Economico, Franco Terlizzese –. In questi tavoli ci siamo trovati in una situazione sbilanciata, perché Malta ha aperto unilateralmente delle aree sulle quali l’Italia rivendica la propria sovranità forte anche del diritto consuetudinario internazionale”.

Secondo Terlizzese, che nega però che l’Italia abbia rivendicato aree già contese dalla Libia, è vero che si tratta di una mossa unilaterale del nostro Paese. Ma sarebbe una mossa di risposta alla fuga in avanti fatta da Malta del dicembre 2007. Di fatto ciò ci espone al rischio del contenzioso internazionale, che Terlizzese prevede favorevole per l’Italia: “È stata la mossa di Malta, di aprire unilateralmente diverse aree, a creare il rischio contenzioso. L’Italia ha recepito l’intenzione maltese di andare a vedere cosa c’è sotto queste aree: senza l’allargamento della zona marina C non avremmo potuto sederci al tavolo tecnico”.

Nel diritto internazionale vige il principio della buona fede: se c’è un accordo e uno dei due Stati lo viola allora è in torto. Ma, spiega ancora il DG Energia del MiSE, l’accordo non c’era ancora. Anzi, a dirla tutta non ci sono neanche verbali delle due riunioni del tavolo tecnico: “Stiamo discutendo in via informale, per vedere se possiamo fare esplorazioni comuni”.

Tuttavia l’Italia ha già messo le mani avanti, dichiarando apertamente le proprie intenzioni: il 28 febbraio 2013, quindi dopo i due tavoli tecnici e dopo l’emanazione del decreto Passera, il Ministero dello Sviluppo Economico pubblica un supplemento al Bollettino Ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse intitolato “Il mare” (pdf).

Nell’introduzione del documento il MiSE afferma chiaramente: “Lo Stato costiero esercita sulla piattaforma continentale diritti sovrani allo scopo di esplorarla e sfruttarne le risorse naturali, nessun altro può intraprendere tali attività senza il suo espresso consenso. Per risorse naturali si intendono le risorse minerali e altre risorse non viventi del fondo marino e del sottosuolo”.

Quindi il petrolio già rivendicato da Malta, e dalla Libia, è “nostro” e l’Italia non ha intenzione di concederlo a nessuno. E Terlizzese conferma: “Certo, nel diritto internazionale tutti gli Stati decidono unilateralmente, di solito in seguito ad accordi con gli Stati limitrofi. In questo caso non c’è l’accordo perché Malta ha deciso che parte di quelle acque è di sua competenza. Una situazione di contenzioso relativamente comune in molte aree geografiche”.

Tuttavia la stampa internazionale di settore non si è ancora accorta delle ferme intenzioni italiane: il quotidiano online RigZone il 30 maggio canta le lodi del potenziale offshore di Malta, e descrive i tanti interessi già manifestati dalle compagnie petrolifere, senza però citare minimamente né i due tavoli tecnici né la nuova “Zona marina C – Settore sud”. Ma riporta le recenti dichiarazioni di Heritage sul “potenziale inesplorato” del suo portafoglio maltese.

La stessa Heritage, nel suo Interim Management Statement, pubblicato il 16 maggio 2013, non parla della disputa tra Italia e Malta, ma dovrebbe, come conferma Terlizzese, che sui probabili futuri contenziosi con le compagnie già titolari di licenze maltesi afferma: “Queste società erano pienamente consapevoli, come lo sono le tante altre aziende che hanno manifestato interesse per quelle aree”. E di aziende che hanno manifestato interesse ce ne sarebbero parecchie.

Uscendo dalle questioni internazionali e venendo a quelle nazionali la situazione non è meno problematica. È vero che le zone marine della piattaforma continentale sono state istituite con la legge 21 luglio 1967, n. 613, e che possono essere ampliate per decreto dal ministro dello Sviluppo Economico (secondo l’articolo 3, comma 2, del decreto legislativo 625 del 1996), ma è anche vero che Corrado Passera al momento della firma doveva solo gestire l’ordinaria amministrazione.

Mario Monti è salito al Quirinale per le dimissioni il 6 dicembre e il suo governo è rimasto in carica per l’ordinaria amministrazione fino all’insediamento di Letta. Ma si può considerare l’allargamento del mare nazionale ordinaria amministrazione? È ordinaria amministrazione emanare un decreto sapendo che ci esporrà a un contenzioso internazionale?

Come finirà questa faccenda non lo sa neanche il direttore generale Terlizzese: “È cambiato il governo italiano, è cambiato il governo maltese, ci risiederemo al tavolo e vedremo”.

Se la Fed “si compra” l’Europa

Dal sito Internet
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11952

SE LA FED “SI COMPRA” L’EUROPA

di Valerio Lo Monaco

www.ilribelle.com

La notizia è uscita molto in sordina qualche giorno addietro, e l’abbiamo commentata immediatamente in trasmissione su Raz24: la Fed, Banca Centrale USA, starebbe pensando seriamente di intervenire sui mercati per acquistare dei titoli di Stato dei Paesi europei in difficoltà.

Mentre in Europa si discute a non finire sull’operato della Banca Centrale Europea in merito agli “aiuti” indiretti agli Stati per calmierare l’ascesa dei tassi di interesse, proprio mediante l’acquisto di parte del debito pubblico dei vari Paesi, ora parrebbe che anche la Fed stia per intervenire in “nostro” soccorso.

Tutto parte, e per ora finisce, da una frase pronunciata da Ben Bernanke un po’ di tempo addietro. Questa: «La Fed ha l’autorità per acquistare sia debito pubblico nazionale sia debito pubblico straniero».

In Italia è stata riportata pochissimo a suo tempo, ma ora iniziano alcune timide analisi in concomitanza con le turbolenze europee proprio su questo tema. Al di là della possibilità o meno che tale operazione possa avere inizio in grande stile, visto che è difficile che la Fed, una volta presa la decisione, lo faccia con interventi a basso profilo, è però tema che va analizzato a fondo. Perché nel caso le implicazioni per i Paesi europei sarebbero enormi.

Intanto chiariamo un punto: al momento, noi, non abbiamo ulteriori conferme dell’operazione, dunque invece di dare la cosa per certa salvo poi fare finta di nulla ove il tutto non dovesse concretizzarsi, preferiamo invece dedicarci ad alcune supposizioni in punta di logica. Anche perché queste, da sole, come vedremo sono più che sufficienti per avvalorare la tesi e le parole di Bernanke.

La cosa ha più di qualche reale possibilità, chiariamolo. Intanto perché la Federal Reserve, oltre alle operazioni monstre interne, cioè l’immissione di enormi masse di liquidità in USA, già è attiva e praticamente da sempre sui mercati esteri. Poi perché, come cercheremo di spiegare, l’operazione rientra in una logica cristallina.

Già a suo tempo la Fed intervenne in Europa concedendo denaro a varie banche in difficoltà. Ma il passaggio ipotizzato verso un intervento anche sui titoli di Stato apre diversi altri scenari. Un conto è intervenire per acquistare parte delle banche, un conto differente, come si intuisce, è invece andare ad acquistare parte dei debiti sovrani degli Stati. Questi ultimi, tra i quali il nostro, si troverebbero di fatto a essere “posseduti”, quota parte, proprio dalla Fed. Nel momento in cui firmiamo delle cambiali, cioè, nello specifico, dei titoli di Stato, diventiamo debitori verso qualcuno, il che di fatto ha enorme influenza su di noi.

Prima sintesi parziale: se la Fed acquista il nostro debito pubblico, a meno che un giorno, o prima o poi, per un verso o per un altro, con un meccanismo o un altro, non decidiamo di ripudiarlo (cosa assai improbabile, vista la classe politica che ci governa e la cittadinanza che la vota) ciò significa che diveniamo in quota parte proprietà degli Stati Uniti d’America, attraverso la Banca Centrale USA. Basta questo per far capire l’importanza di questa indiscrezione?

Detto dell’urgenza del tema, resta ora da capire, ma non è difficile farlo, il motivo per il quale la Federal Reserve sarebbe ben pronta a intervenire in Europa. Una volta snocciolati i vari motivi per i quali sarebbe in procinto di farlo non ci si stupirà più nel prendere tale indiscrezione come, in realtà, una operazione ormai già messa in cantiere.

Che motivi e benefici avrebbe dunque la Fed ad acquistare debito pubblico europeo?

Tanti. Differenti. Importanti. E alla fine dei conti, decisivi.

Intanto per fare spese da noi dovrebbe acquistare euro, visto che non potrebbe comperare direttamente in dollari. Questo non solo non è un problema per la Fed, visto che può stampare dollari secondo necessità, ma diventa anche un beneficio diretto. Dopo aver fatto un accordo di swap con la BCE per proseguire con l’operazione, semplicemente stamperebbe denaro per andare ad acquistare euro che poi userebbe per comperare i titoli di Stato. Il beneficio diretto, sempre per loro, sia chiaro, è quello che così facendo si creerebbe una situazione di ulteriore aumento di circolazione per il dollaro, peraltro senza creare, in questo caso, problemi inflazionistici. Aumentare la circolazione del dollaro, ricordiamolo, gli sarebbe utile per evitare che salgano troppo i prezzi delle materie prime e del petrolio, che è un altro problema che al momento si trova a dover fronteggiare. Potrebbe, in tal caso, ridurre un po’ il pompaggio interno di liquidità, che enormi pericolosità comunque le ha, e allo stesso tempo mantenere alto il valore di cambio delle altre monete rispetto al dollaro. Ergo, gli USA sarebbero, come effetto indiretto, avvantaggiati nelle esportazioni, con i benefici connessi all’economia interna.

Ma c’è anche il lato geopolitico, prima di passare a quello prettamente economico, finanziario e predatorio.

Andiamo per ordine. Gli USA, soprattutto oggi, hanno assoluto bisogno che l’Europa non collassi economicamente e politicamente. La situazione attuale europea, disastrata dal punto di vista dell’occupazione e dunque della società nel suo complesso, è un problema enorme per gli USA nel caso in cui essi dovessero intervenire militarmente in tanti scenari di guerra che si stanno aprendo, o che intende aprire per continuare a perseguire interessi da noi e in Medio Oriente.

Rammentiamo cosa è successo con la Libia, ad esempio, o in Mali, dove complici le situazioni non felici dei Paesi europei ci sono state adesioni piuttosto timide agli interventi di fatto decisi dagli USA. Ecco, ciò gli Stati Uniti non possono permetterselo. E ancora meno possono permettersi che l’Europa diventi a guida prettamente tedesca come in pratica avviene già da anni.

Per gli USA l’Europa deve essere in buona salute e stabile, sia per essere utilizzata come mercato di sbocco per i prodotti statunitensi sia per essere usata alla bisogna come alleato strategico per perseguire gli interessi a stelle e strisce nel vecchio continente e ancora più a Oriente.

Dal punto di vista economico e finanziario, inoltre, le cose sono ancora più chiare. E più spietate, ovviamente: in Europa gli USA possono venire a fare un mucchio di denaro. L’economia statunitense è alla strenua ricerca del rilancio e dell’aumento dell’occupazione. Ora, aprendo e tenendo vivi i mercati europei, sostenendo i debiti pubblici acquistando i titoli di Stato come ventilato da Bernanke, gli USA beneficerebbero di milioni di nuovi posti di lavoro in patria. Da loro si produce di più, e si crea occupazione, perché l’Europa può iniziare nuovamente ad acquistare. Chiaro, no?

Ma non solo. Il punto dirimente, e pericoloso, è un altro. Questo: se la Fed “ci compera”, allora la finanza statunitense può attivarsi ancora di più nella gestione delle nostre economie. Ribadiamolo: se il nostro debito pubblico è in loro mani, sono quelle mani che ci inizieranno a guidare sempre più direttamente. Da noi c’è da fare enormi affari a prezzi di saldo: le sofferenze bancarie e quelle immobiliari, ad esempio, sono note. E su queste si avventerebbero ancora di più gli USA. Ma ancora: entrando a gamba tesa nel nostro continente, e facendolo forti dell’aiuto concessoci con l’acquisto dei titoli di Stato, gli USA avrebbero gioco facile a imporsi presso di noi rispetto la deriva del momento. Spieghiamo: al momento tra Fondi sovrani arabi e investitori cinesi e russi, l’Europa sta finendo spacchettata nelle mani orientali. Gli USA non solo non vogliono permetterlo, ma vogliono partecipare alla spartizione e fare fuori gli altri il più possibile.

Tradotto in parole semplici: gli USA, mediante la Fed, userebbero come moneta di scambio, o meglio come ricatto, il fatto di sostenerci con l’acquisto dei titoli di Stato dei Paesi di difficoltà. E noi ci caleremmo le braghe su tutto il fronte.

Altro aspetto, anzi due, collegati all’operazione. Il primo: se si realizzasse questo scenario, tutto il rigore tedesco andrebbe a farsi benedire e la Germania sarebbe fatta fuori, dal punto di vista politico ed economico, rispetto allo scenario europeo che invece adesso domina. Resteranno calmi, dalle parti del Bundestag? Difficile crederlo. Il secondo: potrebbe innescarsi una “corsa all’aiuto”. Perché mai, di fronte alle spese della Fed, dovrebbero rimanere ferme invece la Cina o il Giappone? E che effetti avrebbe una nuova corsa a sostenerci sull’economia interna?

Facile: tornerebbe una sorta di euforia e gli europei tornerebbero a fare acquisti felici, contenti e soprattutto ignari. Inconsapevoli di aver subito un nuovo piano Marshall, magari a doppia tenaglia – USA e Cina – e questa volta con effetti definitivi sulla propria sovranità.

Ultima cosa, en passant. Non perdiamo di vista un punto cardine: la Fed starebbe per venire a fare acquisti in Europa con una operazione estremamente semplice e indolore per gli USA e invece molto dolorosa per noi. Loro ci comprerebbero semplicemente stampando moneta dal nulla. Come le banconote del Monopoli, mentre noi saremmo legati a quel punto mani e piedi molto di più rispetto a quanto già non siamo adesso, dopo l’invasione europea della seconda guerra mondiale.

La ERT (tv-radio pubblica greca) è morta: lamento di una persona nella lista nera

Dal sito Internet
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11956

LA ERT (TV-RADIO PUBBLICA GRECA) È MORTA: LAMENTO DI UNA PERSONA NELLA LISTA NERA

di Yanis Varoufakis (professore di Teoria Economica all’Università di Atene e autore del libro “The Global Minotaur”)

Fonte:
http://yanisvaroufakis.eu/

Link:
http://yanisvaroufakis.eu/2013/06/11/ert-greek-state-tv-radio-is-dead-a-blacklisted-persons-lament/

Versione italiana, fonte: www.investireoggi.it

Link:
http://www.investireoggi.it/economia/la-ert-tv-radio-pubblica-greca-e-morta-lamento-di-una-persona-nella-lista-nera/#ixzz2VyM3T4SM

Poche ore fa, il governo greco ha annunciato che a partire dalla mezzanotte la televisione e i canali radio pubblici sarebbero stati ridotti al silenzio. Nessun dibattito pubblico, nessun dibattito in Parlamento, nessun avviso. Niente. ERT, la versione greca della BBC, leverà semplicemente le tende e scomparirà nella notte. In quanto unico, probabilmente, commentatore greco inserito nella lista nera da ERT nel corso degli ultimi due anni, sento di avere l’autorità morale per protestare ad alta voce contro la scomparsa di ERT. Per gridare ai quattro venti che il suo omicidio da parte del nostro governo a guida Troika è un crimine contro i media pubblici contro il quale tutte le persone civili, di tutto il mondo, dovrebbero insorgere.

Sono passati due anni da quando l’allora ministro greco della Propaganda (titolo ufficiale: “ministro della Stampa e portavoce del governo”) ha ordinato alla produzione di un programma televisivo ERT di non invitarmi mai più alla televisione di Stato. Come faccio a saperlo? Lo ha fatto in mia presenza, alla fine di un programma televisivo in cui ho avuto l’ardire di segnalare al suddetto ministro che il suo resoconto del vertice dell’Unione Europea da cui era appena tornato era ridicolmente ingannevole (N.B. il ministro aveva sostenuto che la rappresentanza greca era riuscita a convincere i nostri partner europei a introdurre la Tobin tax – una decisione che, fino ad oggi, due anni dopo, non è stata attuata).

Naturalmente, l’ira del governo greco contro la mia persona aleggiava da tempo, dato che sostenevo regolarmente, in onda, che la Grecia era fallita dalla fine del 2009 e che, pertanto, era stata una decisione idiota quella di esserci assicurati (come avevamo fatto nel maggio 2010) il più grande prestito di salvataggio nella storia umana da aggiungere a debiti già insostenibili e alla condizione di far crollare il nostro reddito nazionale (perché è questo che fa la selvaggia austerità). Proprio il punto che ora, in ritardo, il FMI ha ammesso.

In un primo momento, tra la metà del 2010 e l’inizio del 2011, il governo Papandreou ha cercato di mettere in ridicolo le mie argomentazioni. Di presentarmi come un catastrofista incapace di vedere che la Grecia avrebbe svoltato l’angolo, per gentile concessione del piano di salvataggio. Sono stato anche accusato di alto tradimento da parte dell’allora segretario generale del Ministero delle Finanze. Ma col passare del tempo, con la “ristrutturazione del debito” che cominciava ad essere richiesta anche da altri commentatori, i produttori dei programmi ERT iniziarono a dirmi che i funzionari governativi facevano pressioni su di loro per tenermi fuori dagli schermi televisivi. Eppure, anche dopo che il ministro della Propaganda aveva espresso verbalmente il suo ordine, i produttori ERT avevano continuato ad invitarmi, a dispetto dei loro padroni politici. Tuttavia, un giorno i nodi sono venuti al pettine.

Poco prima che io fossi intervistato su NET, il principale notiziario di ERT, la signora Elli Stai (la conduttrice) mi chiese, quasi come un favore, di non pronunciare due parole “proibite”: “ristrutturazione del debito”. La sua preoccupazione era che, se avessi continuato a parlare di una “ristrutturazione del debito”, di un taglio del debito greco, la pressione da parte del governo per tenermi fuori dagli schermi sarebbe diventata inesorabile. Naturalmente, la prima cosa di cui ho parlato in quel programma è stata proprio la “inevitabilità della ristrutturazione del debito”. Quello è stato il momento in cui la proverbiale goccia ha fatto traboccare il vaso – e io non sono mai più apparso nella televisione ERT [1] Da allora sono nella lista nera della radio televisione di Stato greca.

In considerazione di quanto sopra, potreste pensare, cari lettori, che la decisione del governo di chiudere ERT stasera mi lasci freddo, o addirittura mi entusiasmi. Niente affatto! Qualunque siano le colpe della nostra emittente pubblica, per quanto i suoi produttori possano essere soggetti ai funzionari governativi, i nostri mezzi di comunicazione pubblici sono l’unica possibilità che abbiamo di notizie, attualità e programmi culturali che attraversino il pubblico come una forza civilizzatrice. La nostra unica possibilità di avere programmi che vengono forniti per il valore del loro contenuto, un valore che sia irriducibile ai prezzi e ai ricavi pubblicitari.

Naturalmente, i media pubblici possono essere terribili. Proprio come le scuole pubbliche e gli ospedali, o anche il sistema pubblico della giustizia e dei tribunali, possono essere terribili. Eppure, i media pubblici ci offrono (come le scuole pubbliche, i tribunali, gli ospedali) una chance di civilizzare il nostro mondo sociale. Senza di loro, noi siamo in balia dei Rupert Murdoch del pianeta che, avendo sentito della decisione del governo greco, si stanno sicuramente facendo brutte idee su come il modello greco possa essere esportato in Gran Bretagna (BBC attenzione!), in Australia (ABC tu sei il prossimo!), dovunque possano essere fatti dei soldi dallo smantellamento dei media pubblici.

Quindi, dal cuore di uno che è stato messo nella lista nera per due anni da ERT, devo dire: allo scoccare della mezzanotte di oggi, quando la televisione e i canali radio ERT saranno silenziati, noi tutti diventeremo dei cittadini più poveri. In tutto il pianeta.

NOTE

[1] Per qualche ragione ERT3, il canale di Salonicco, non ha mai ricevuto tale “ordine” e così hanno continuato, a onore loro, a invitarmi a comparire. La spiegazione che ho ricevuto su questa “incongruenza” è stata che l’ordine era verbale (un ordine scritto sarebbe stato incostituzionale) e doveva essere inoltrato bocca-a-bocca. Sembra che questo meccanismo di “trasmissione” non abbia mai raggiunto i produttori a Salonicco!

I giornalisti “double-face”

Dal sito Internet
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4266

I GIORNALISTI “DOUBLE-FACE”

di Massimo Mazzucco

In Italia arrivano notizie confuse sugli scandali esplosi ultimamente negli Stati Uniti riguardo alle intercettazioni telefoniche e alla violazione della privacy dei cittadini.

Uno dei motivi della confusione è dovuto al fatto che si tratta in realtà di diversi scandali separati, che sono venuti alla luce nell’arco di poco tempo, sovrapponendosi uno all’altro.

Il primo è stato quello denunciato dalla Associated Press qualche settimana fa, quando si venne a sapere che il Ministero di Giustizia (FBI) aveva acquisito di nascosto i tabulati di migliaia di telefonate fatte dai giornalisti della nota agenzia di stampa, nella primavera di quest’anno.

I giornalisti di tutta America protestarono compatti, gridando che la loro libertà professionale – e quindi la libertà di espressione in senso lato – venivano minacciate. La Casa Bianca sia giustificò dicendo che stavano cercando di scoprire la “gola profonda” che aveva fatto trapelare alla stampa alcune informazioni riservate sui fatti di Bengasi. E così, con la scusa nella “sicurezza nazionale”, se la cavarono in qualche modo.

Poi ci fu la rivelazione che il governo americano raccoglieva indiscriminatamente dati sulle comunicazioni telefoniche di tutti cittadini americani che utilizzavano Verizon, una delle 3 più grandi società di telefonia degli Stati Uniti.

In questo caso la giustificazione del governo fu che “si tratta di un’azione resa legale nel 2012 ed approvata da ambedue i maggiori partiti del Parlamento”.

Il riferimento è alla revisione del trattato FISA, il Foreign Intelligence Surveillance Act – che è poi il precursore storico del famigerato Patriot Act – avvenuta appunto nel 2012.

Mentre fino a quella data il trattato permetteva al governo americano di acquisire solamente dati relativi alle conversazioni fra gli Stati Uniti e una nazione estera, la revisione del 2012 allargava il diritto di acquisizione dati anche alle conversazioni interne agli Stati Uniti (non stiamo parlando del contenuto effettivo delle telefonate, cioè della registrazione delle conversazioni, ma dei tabulati del traffico telefonico, cioè dei numeri di ogni chiamata in partenza e in arrivo, durata, eccetera eccetera).

Ma lo scandalo più grave di tutti è esploso pochi giorni fa, quando il Guardian ha rivelato l’esistenza di un programma supersegreto della NSA (la National Security Agency) chiamato Prism. Come ha confermato la stessa NSA, questo programma è in grado di raccogliere e analizzare l’intero traffico di comunicazioni che avviene tramite tutti i maggiori service provider di Internet degli Stati Uniti.

Stiamo cioè parlando di tutto il traffico – e-mail, conversazioni VOIP, messaggi chat, utilizzo dei motori di ricerca, files trasmessi e scaricati – che avvengono tramite Facebook, Skype, Google, Yahoo e altri giganti della rete di queste dimensioni.

La cosa curiosa è che i portavoce di questa società – Google e Facebook in testa – hanno immediatamente negato di avere mai concesso alla NSA la famigerata “back-door”, cioè la porta sul retro che gli permetterebbe di raccogliere liberamente tutte queste informazioni. Mentre la NSA sostiene di aver ottenuto regolarmente dagli stessi provider l’accesso ai dati richiesti.

In realtà, che Google e Facebook siano stati obbligati a concedere la back-door, o che la NSA se la sia creata da sola, non fa una gran differenza.

Il fatto è che ormai la privacy del cittadino americano è andata completamente perduta. Con la scusa di doversi difendere dal “terrorismo”, una picconata dopo l’altra, a partire dal 2001 questo ultimo baluardo di civiltà è crollato miseramente, e difficilmente sarà possibile ricostruirlo.

Forse sarebbe ora che tutti i giornalisti che urlano scandalizzati per questa continua violazione dei più importanti diritti costituzionali facessero una semplice riflessione: se ciascuno di loro avesse fatto il proprio dovere, e invece di veicolare acriticamente la grande bufala dell’11 settembre l’avessero denunciata da subito per quello che era, oggi ci troveremmo in queste condizioni?

Come al solito, chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Irlanda e Paesi Baschi: migrazione di massa o sciopero generale?

Dal sito Internet
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11946

IRLANDA E PAESI BASCHI: MIGRAZIONE DI MASSA O SCIOPERO GENERALE?

di James Petras*

Fonte: www.globalresearch.ca

Link:
http://www.globalresearch.ca/austerity-mass-unemplyment-and-emigration-in-the-european-union-ireland-and-the-basque-country/5336922

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Cristina Reymondet Fochira

Introduzione

Miliardi e miliardi di Euro continuano ad essere rubati dall’Europa alle nazioni serve e debitrici, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, per essere trasferiti alle banche creditrici, agli speculatori finanziari e ai truffatori della City di Londra, di Wall Street, di Ginevra e Francoforte.

Sotto la parola “austerity” si nascondono moltissimi progetti di tassazione da parte dei regimi conservatori o socialdemocratici al potere, tagli selvaggi senza precedenti sui salari, sugli investimenti pubblici, sui progetti sociali e sul lavoro.

Ne risulta un catastrofico aumento di disoccupazione, sottoccupazione e lavoro occasionale con tassi del 50 % tra i giovani lavoratori sotto i 25 anni e dal 15% al 32% sul totale della forza lavoro. Paghe, salari e pensioni sono stati drasticamente ridotti dal 20 al 40%. L’età pensionistica è aumentata da 3 a 5 anni. I contratti di lavoro (nonostante siano raddoppiate le “riforme”) concentrano il potere esclusivamente nelle mani del datore di lavoro e ai lavoratori sono imposte condizioni che ricordano quelle dell’inizio del XIX secolo.

Per comprendere pienamente la crisi del capitalismo e le risposte dei lavoratori, ho passato la maggior parte del mese di maggio in Irlanda e nel Paesi Baschi ed ho incontrato leader di sindacati, militanti appartenenti a gruppi politici, disoccupati, attivisti politici, intellettuali e giornalisti. Questo saggio nasce da un insieme di interviste, osservazioni, pubblicazioni, visite ai luoghi di lavoro e a nuclei familiari, sia in paesi che in città.

Irlanda e Paesi Baschi: crisi comune e risposte divergenti

In Spagna ed Irlanda, Stato, società ed economia (incluso il referendum basco attualmente in sospeso) sono state vittime di una depressione capitalista prolungata e profonda, che ha devastato gli standard economici di milioni di persone. Disoccupazione e sottoccupazione in Irlanda raggiungono il 35% e nei Paesi Baschi il 40%, con la disoccupazione giovanile ad un tasso del 50%. Entrambe le economie hanno subito una contrazione di oltre il 20% e non ci sono segni di ripresa. I partiti al potere hanno tagliato la spesa pubblica per il welfare del 15-30%. Per pagare i creditori stranieri e assecondare i diktat dell’autocratica Troika (Fondo Monetario Internazionale, BCE e Commissione Europea) le classi dirigenti capitaliste in Irlanda e Paesi Baschi si sono giocate ogni possibile strumento di ripresa. La cosiddetta “austerity” è stata imposta solamente ai lavoratori, ai dipendenti e alla piccola impresa ma non all’elite. La troika di Bruxelles ed i suoi collaboratori locali hanno abbassato, se non addirittura eliminato, le imposte sui redditi d’impresa e hanno elargito sostegni economici e monetari per attrarre multinazionali e capitali finanziari esteri.

I partiti politici borghesi in carica, già al potere all’inizio della crisi, sono stati sostituiti da nuovi regimi che hanno firmato accordi aggiuntivi con la Troika e le banche. Tali accordi impongono tagli ancor più selvaggi e profondi al pubblico impiego e indeboliscono ulteriormente la tutela e i diritti dei lavoratori. I datori di lavoro hanno adesso potere arbitrario di assunzione o licenziamento dei lavoratori senza preavviso, anche senza indennità di licenziamento se non peggio. Alcuni contratti in Irlanda permettono al datore di lavoro di richiedere il rimborso parziale di stipendio nei casi in cui il lavoratore sia costretto a lasciare il suo posto prima della fine del contratto per abusi causati dal datore di lavoro stesso. L’economia spagnola, inclusi i Paesi Baschi, è soggetta ad una moderna forma di “pagamento dei tributi” dettata dall’oligarchia imperiale di Bruxelles. Tale oligarchia non viene eletta e non rappresenta i popoli che tassa e sfrutta. Rispondono esclusivamente alle banche internazionali. In altre parole, l’Unione Europea è effettivamente diventata un impero, regolata da e per i banchieri della City of London, di Ginevra, di Francoforte, e di Wall Street. Irlanda e Paesi Baschi sono governati da regimi vassalli che collaborano con essi e che mettono in atto una deprivazione economica del loro elettorato e rinforzano i diktat dell’oligarchia dell’UE, inclusa la criminalizzazione delle proteste politiche di massa.

La similitudine delle condizioni socio-economiche di Irlanda e Paesi Baschi di fronte alla crisi, all’austerity e all’imperialismo, è però in contrasto con le risposte dei lavoratori nelle due regioni, che sono state profondamente diverse a causa di strutture politiche, sociali, economiche, storiche e pratiche profondamente diverse.

Affrontare la crisi: i baschi rispondono con la battaglia, gli irlandesi con l’emigrazione

Di fronte alla crisi a lungo termine e su larga scala l’Irlanda si è trasformata in un modello di Paese vassallo per gli Stati imperialisti creditori. La più importante confederazione sindacale irlandese e i principali partiti politici, incluso il Partito Laburista, attualmente coalizzato con il Fine Gael Party, hanno firmato una serie di accordi con gli oligarchi di Bruxelles per tagliare l’occupazione pubblica e la spesa. Al contrario, i militanti per l’indipendenza del LAB, il sindacato di base basco, hanno promosso 7 scioperi generali di successo con la partecipazione di oltre il 60% dei lavoratori, l’ultimo dei quali il 30 maggio 2013.

Le politiche collaborazioniste di classe dei sindacati irlandesi hanno portato ad una forte spaccatura generazionale, con i lavoratori più anziani che firmavano accordi per preservare i loro posti di lavoro a spese della sicurezza del posto di lavoro dei giovani lavoratori. Lasciati soli, senza mezzi di lotta di massa organizzati, i giovani lavoratori irlandesi hanno lasciato il Paese, come non accadeva dai tempi della Grande Carestia della metà del XIX secolo. Oltre 300.000 persone sono emigrate negli scorsi 4 anni, e altri 75.000 lasceranno il Paese nel 2013, su una popolazione attiva di 2,16 milioni. Di fronte a questa catastrofe del XXI secolo, l’amarezza e la rottura generazionale dei lavoratori migranti si riflette nel bassissimo livello delle rimesse verso “casa”. Una delle ragioni per cui il livello di disoccupazione irlandese resta al 14% anziché raggiungere il 20-25% è la sorprendente fuga all’estero dei giovani lavoratori.

Al contrario, non si registra un’emigrazione di giovani lavoratori così forte dal Paesi Baschi. Invece di favorire l’emigrazione, si è rafforzata la lotta di classe.

La lotta per la liberazione nazionale ha guadagnato il sostegno della classe media e della piccola impresa che si è dovuta confrontare con il grande fallimento del governo di destra a Madrid (governato da un sedicente Partito Popolare), l’inizio della spirale che ha portato gli eventi verso il basso. L’unione della lotta nazionale e di quella di classe nel Paesi Baschi si è opposta a qualsiasi accordo di vendita firmato dai sindacati “moderati” CCOO e UGT (Commissione dei Lavoratori e Sindacato Generale dei Lavoratori): Il LAB, il sindacato attivista dei lavoratori baschi, ha molta più influenza di quella che suggerirebbe il numero formale dei lavoratori aderenti. La capacità di mobilitazione del LAB è radicata nella sua influenza tra i delegati industriali, i quali sono eletti in tutti i luoghi di lavoro e che superano di gran lunga il totale degli iscritti al sindacato. Nelle assemblee dei delegati i lavoratori hanno la possibilità di discutere e votare per scioperi generali, spesso bypassando gli ordini dal quartier generale di Madrid. La democrazia diretta e le radici attiviste liberano i lavoratori militanti baschi da una struttura sindacale rallentata dalla burocrazia e centralizzata che, in Irlanda, ha imposto alle società multinazionali concessioni retrograde.

Nel Paesi Baschi c’è una forte tradizione di cooperative, specialmente nel complesso industriale del Mondragon, che ha dato vita ad un sistema di solidarietà per i lavoratori nelle comunità rurali ed urbane inesistente per i lavoratori irlandesi. I leader politici e i consulenti economici irlandesi si sono totalmente umiliati al cospetto delle multinazionali ed hanno loro offerto tasse più basse, sgravi fiscali maggiori e più duraturi e regolamenti molto più tolleranti per il lavoro rispetto a qualsiasi altro Paese dell’UE.

Nel Paesi Baschi, il partito nazionalsocialista EH Bildu-Sortu, il quotidiano Gara e il LAB hanno assicurato totale supporto politico ed ideologico durante gli scioperi, le sfide elettorali e le mobilitazioni di massa basati sulla lotta di classe. Hanno affrontato insieme i programmi di “austerity” uniti in una sola forza.

In Irlanda, il Partito Laburista, che dovrebbe essere connesso ai sindacati, ha appoggiato la coalizione attualmente al governo. Hanno acconsentito ad una nuova ondata di tagli nella spesa pubblica, licenziamento dei dipendenti pubblici e ad una riduzione di paghe e salari del 20%. I vertici del sindacato potrebbero essere divisi su questi tagli drastici ma continuano a sostenere il Partito Laburista. La maggior parte dei singoli sindacati dei lavoratori è contraria ai tagli ma non ha alcuna alternativa politica. Oltre al supporto del repubblicano-nazionalista Sinn Féin e di partiti minori di sinistra, la classe politica non offre alcun programma chiaro e lungimirante né strategie. Il Sinn Féin ha fatto una “transizione” passando dalla lotta armata alla lotta elettorale. Stando agli ultimi sondaggi (marzo 2013) l’approvazione ricevuta dagli elettori è raddoppiata passando da meno del 10% al 20% a causa della crisi. Però il Sinn Féin è diviso al suo interno: l’ala “sinistra” pro-socialista tende a voler intensificare la lotta contro l’austerity mentre i leader parlamentari repubblicani lottano per l’unificazione e danno poca importanza alla lotta di classe. Come risultato della collaborazione con la Troika e dell’adesione alle nuove leggi tributarie regressive, il Partito Laburista sta perdendo il sostegno degli elettori ed il partito di destra tradizionalista Fianna Fail, che ha presieduto la grande truffa, il boom speculativo e le concessioni alle aziende, potrebbe addirittura tornare al potere! Questo spiega perché i lavoratori irlandesi hanno perso le speranze di ogni cambiamento in positivo nella politica e stanno fuggendo in massa dall’insicurezza lavorativa impostagli dall’elite: “Meglio un biglietto aereo per l’Australia che una vita di debiti, leggi regressive sul fallimento e contratti decisi totalmente dagli imprenditori e approvati dai capi dei sindacati che percepiscono salari a 6 cifre”.

La rivoluzione del Paesi Baschi contro il controllo centrale di Madrid è in parte dovuta al fatto che è una delle regioni più produttive, tecnologicamente all’avanguardia e socialmente progressiste della Spagna. La disoccupazione basca è più bassa di quella del resto della Spagna. Livelli di scolarizzazione più alti, un servizio sanitario regionale valido, soprattutto nelle aree rurali ed una rete diffusa di assemblee elette localmente, senza contare il patrimonio culturale e linguistico, sono gli elementi che hanno portato la nazione basca verso una più grande autonomia politica. Per molti questo è un segno evidente che i Paesi Baschi sono una avanguardia politica nella lotta per bloccare i diktat neo-liberali dell’UE e il vecchio regime imposto da Madrid.

Conclusione: prospettive politiche

Se continuano le attuali politiche di austerity e le tendenze migratorie, l’Irlanda diventerà un Paese vuoto, con monumenti storici, bar zeppi di turisti e chiese antiche, privo dei suoi lavoratori ambiziosi, formati ed innovatori. Un paradiso di tasse de-industrializzato, le Isole Cayman del Nord dell’Atlantico. Nessun Paese di queste dimensioni e di tale importanza può funzionare considerando le attuali e continue ondate migratorie dei giovani lavoratori. L’Irlanda verrà ricordata solo per le cartoline e le tasse sulle vacanze. Ma c’è ancora una speranza se i repubblicani di sinistra del Sinn Féin, socialisti, comunisti ed attivisti anti-imperialisti si uniscono ai lavoratori disoccupati o sottopagati per dare vita ad una nuova rete costruita su nuove basi. Ad un certo punto le porte girevoli che portano i politici irlandesi ad entrare ed uscire dalla scena potrebbero arrestarsi. I disoccupati, giovani laureati ed arrabbiati potrebbero decidere di stare a casa, sulla loro terra e mettere le energie in una rivolta popolare.

Un importante leader socialista ha riassunto come segue: “Nel movimento laburista sono molto importanti il profondo pessimismo, il fallimento della democrazia sociale e l’ideologia imperialista. Come si sa, non è possibile iniziare un viaggio se non da dove ci troviamo ora”.

La determinazione e l’impegno di molti attivisti dei sindacati irlandesi è certamente un motivo di speranza perché l’attuale esodo possa in futuro trasformarsi in battaglia.

Nel caso del Paesi Baschi la lotta di classe nazionale, connessa all’eredità delle potenti cooperative e delle assemblee dei lavoratori incentrate sulla solidarietà è una speranza per coloro che vorrebbero che l’attuale regime di Madrid fosse sconfitto. La giunta neo-fascista al potere (il partito attualmente in carica onora ancora la dittatura militare franchista) viene sempre più screditata e deve ricorrere ad una crescente repressione. Per quanto riguarda i movimenti militanti baschi, il regime ha preso provvedimenti violenti e provocatori: ha criminalizzato proteste di massa legali, arrestato coloro che lottavano per l’indipendenza sulla base di accuse false e ha proibito con la forza l’esibizione pubblica di fotografie che ritraggono prigionieri politici (quelli che Madrid chiama “terroristi”). È chiaro che il governo è preoccupato per la forza degli scioperi generali e per il crescente potere elettorale della sinistra indipendentista e sta tentando di provocare una “risposta violenta” come pretesto per censurare la stampa, i partiti ed i programmi del EH Bildu Sortu e del LAB.

Ho il presentimento che Madrid non ce la farà. La Spagna si sta disintegrando come Paese centralizzato: le politiche neo-liberali hanno distrutto i collegamenti economici, spezzato i legami sociali e aperto le porte a movimenti sociali di massa. Il bipolarismo sta crollando e le politiche di collaborazione di classe dei sindacati tradizionali sono messe a dura prova dai movimenti autonomi delle nuove generazioni.

* James Petras ha una lunga storia di impegno per la giustizia sociale ed ha in particolare lavorato con il Movimento Brasiliano dei Lavoratori Senza Terra per 11 anni. Dal 1973 al 1976 è stato membro del Tribunale Bertrand Russel per la Repressione in Sudamerica. Ha una colonna mensile per il giornale messicano, La Jornada e ha precedentemente scritto per lo Spanish Daily e per El Mundo. Si è laureato alla Boston University e ha proseguito gli studi con un dottorato alla University of California di Berkley.

Espulsione. O rapimento?

Dal sito Internet
http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=76965&typeb=0&Espulsione-O-rapimento-

ESPULSIONE. O RAPIMENTO?

di Cinzia Gubbini

A quanto pare l’Italia ha qualche interesse a fare dei grossi favori al Kazakhistan. E anche l’Austria. Si arriva a questa conclusione seguendo il filo di una storia che ha contorni da spy story internazionale: quella dell’espulsione di una donna di 47 anni, Alma Shalabayeva, e della sua figlia di soli 6 anni, Alua.

Il Consiglio Italiano dei Rifugiati – il CIR – ha dato l’allarme, annunciando che venerdì 29 maggio era stata espulsa dall’Italia la moglie di un noto dissidente politico kazako, Muktar Ablyazov. Ma siamo molto oltre l’ennesimo caso di violazione dei diritti umani di un migrante. I contorni di questa vicenda lasciano presumere – come fa oggi in una articolo il settimanale austriaco Kurier che Italia e Austria siano complici dell’incredibile espulsione, che ha molti tratti in comune con il rapimento dell’Imam Abu Omar, che fu deportato in Egitto, dove fu interrogato dalla CIA, con l’”aiuto” del SISMI.

Mega retata

Tutto comincia la sera di mercoledì 29 maggio, quando la polizia – si parla di un impiego di 40 uomini – fa irruzione in una villa di Casal Palocco a Roma. “Il mandato di cattura era per Muktar Ablyazov, che attualmente risulta latitante”, dice l’avvocato che ha seguito la vicenda, Riccardo Olivo. In quella casa Ablyazov non c’è: ma la polizia è andata a colpo sicuro. Ci sono sua moglie, sua figlia, la sorella e il genero di lei con la loro bambina. Vivono lì da qualche mese. Improvvisamente l’operazione che mira a stanare un importante uomo di affari e oppositore politico, si trasforma in una certosina operazione anti immigrazione. La donna ha un permesso di soggiorno di un Paese europeo: la Lettonia. Ma viene trovata anche in possesso di un passaporto della Repubblica Centroafricana che viene giudicato falso (l’avvocato della Shalabeyeva dice che era valido, e il figlio maggiore della donna ha assicurato che il passaporto non era contraffatto). Comunque, è evidente che si tratta di quisquilie, considerato chi la Digos si trova per le mani: Ablyazov è il nemico numero uno del presidente del Kazakistan, Nursultan Nazabarayev, uno che ha vinto le ultime elezioni con il 95,5% dei voti. Ma non solo: Ablyazov, personaggio controverso e chiacchieratissimo, è anche ricercato dalla Gran Bretagna, dove gode di uno status un po’ particolare. Da un lato gli è stato riconosciuto l’asilo politico, d’altronde la brutale persecuzione a cui è stato sottoposto è stata raccontata anche da Amnesty International, dall’altra però è sotto accusa per non essersi presentato a un processo per la sottrazione di 5 miliardi di euro alla banca di cui è stato a lungo presidente (la BTA). Per questo è stato condannato a 22 mesi. Secondo alcuni, alla vigilia del processo sarebbe partito con un autobus alla volta della Francia. E poi, evidentemente, qualcuno lo ha segnalato in Italia.

Le accuse all’Italia: O forse no. Il mandato di cattura nei confronti di Ablyazov non c’era, e la polizia italiana sapeva benissimo che in quella casa c’erano solo una donna e una bambina di sei anni. Ma nonostante questo ha deciso di consegnarle al Kazakhistan. Dalla sua pagina di Facebook, il latitante Ablyazov è un uomo disperato e lancia pesanti accuse verso l’Italia: “L’Italia ha fornito due ostaggi a un regime dittatoriale e repressivo, tristemente noto per le documentate violazioni dei diritti umani”.

Riccardo Olivo, l’avvocato che ha seguito il caso e ha cercato di fermare fino all’ultimo l’aereo che ha rimpatriato forzosamente la donna e la bambina accusa: “È stato tutto fatto in 72 ore, credo che non ci siano casi del genere. Tutti erano perfettamente consapevoli di chi fosse quella donna, e della delicata vicenda internazionale di cui era protagonista”.

Perché la signora Shalabayeva non ha chiesto asilo politico? “Perché di fronte al giudice di pace che ha convalidato l’espulsione ci è stato detto che ci sarebbe stato tutto il tempo di farlo: che avremmo avuto 30 giorni di tempo per presentare ricorso, e che potevamo tornare quel pomeriggio per discutere della richiesta di asilo”. “L’espulsione sarà anche stata formalmente corretta – aggiunge Olivo – ma è evidente che ci troviamo di fronte a qualcosa di molto strano”. In ogni caso, è stata espulsa forzosamente una donna in possesso di un permesso di soggiorno valido in un Paese dell’Unione Europea. La famiglia della Shalabayeva, che ha tenuto la bambina di sei anni nei tre giorni in cui la donna è stata rinchiusa a Ponte Galeria, ha detto che quando la polizia è andata a prendere la bambina ha detto che la stavano prendendo solo per un colloquio con la madre. Invece poi è stata rimandata in Kazakhistan.

L’aereo austriaco

All’aeroporto di Ciampino era già pronto – a quanto risulta dal giorno prima – un jet privato pagato dall’Austria, della compagnia Avcon Jet AG. La famiglia di Ablyazov e lo stesso avvocato hanno fatto di tutto per cercare di fermare il volo, compreso contattare la compagnia e il Ministero dell’Interno austriaco. Ma senza alcun risultato. Quella donna doveva partire e subito. Per fare un favore a chi? Quando la Gran Bretagna concesse asilo politico a Ablyazov ricevette pesanti pressioni dal Kazakhistan per revocare il provvedimento, compresa la minaccia di rescindere importanti contratti e di rivolgersi al mercato cinese (ne ha parlato un articolo del Daily Telegraph.

E l’Italia? Gli interessi sono molto più alti di quelli del Regno Unito: se nel 2009 la Gran Bretagna esportava in Kazakhistan per poco più di 1 milione di dollari, noi abbiamo superato i 7 milioni (qui). I rapporti sono ottimi, stiamo partecipando a una fiera e a settembre abbiamo un altro appuntamento nel campo dell’edilizia (leggi). Quando la signora Shalabayeva è scesa all’aeroporto di Astana, sempre secondo quanto riportato nella pagina Facebook del marito, le è stato consegnato un mandato di cattura risalente al 30 maggio. Il giorno dell’arresto in Italia. Come a dire: davano per certa l’espulsione in brevissimo tempo.

Anche Erdogan nel mirino di Soros?

Dal sito Internet
http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=552

ANCHE ERDOGAN NEL MIRINO DI SOROS?

di comidad

Meno di due settimane fa il primo ministro turco Erdogan dichiarava di prevedere una rapida caduta del regime di Assad in Siria, ad opera dei “ribelli”. La dichiarazione era in linea con l’atteggiamento ostile verso Assad tenuto dal governo turco in tutta la crisi siriana; ma lanciarsi in auspici così plateali rappresentava sicuramente una chiusura a qualsiasi possibilità di interlocuzione con un avversario presentato come politicamente già morto.

Il fatto che in questi giorni sia invece proprio Erdogan a veder messa in questione la propria legittimità politica dalle manifestazioni di piazza, rappresenta qualcosa di più di un’ironia del destino, ma potrebbe configurarsi come una logica conseguenza della politica anti-Assad. Ogni teatro di guerra tende ad esportare la propria instabilità ai Paesi vicini, e ciò non avviene per un semplice “contagio”, ma per il fatto che spesso la posizione di “alleato” si dimostra più insidiosa di quella di nemico.

Riguardo alle motivazioni delle manifestazioni, appare strano questo concentrarsi della rivolta contro la presunta svolta “autoritaria, integralista e populista” di Erdogan, mentre soltanto da parte di gruppi dell’estrema sinistra si accenna al fatto più macroscopico che la Turchia stia partecipando all’aggressione contro un Paese vicino e tradizionalmente amico. Mancano inoltre i riferimenti a tutti i pericoli che comporta l’interventismo in Siria. Togliere il divieto del velo islamico è certamente meno allarmante del fatto che Erdogan abbia deciso di asservire il proprio territorio alle esigenze dell’aggressione della NATO contro la Siria, lasciandolo trasformare in una base per le milizie mercenarie del Qatar e dell’Arabia Saudita, ed esponendolo così a tutte le possibili fregature connesse alla posizione di alleato troppo servile e servizievole.

Infatti una delle conseguenze più gravi della posizione di alleato subordinato riguarda la perdita del controllo del proprio territorio a causa della crescente invadenza dei cosiddetti “alleati”. Sarà una banalità ricordarlo, ma mettersi in posizione supina è sempre un invito all’aggressione. Il colonialismo è sempre più schematico che strategico, e spesso l’alleato può costituire una preda molto più facile e disponibile del nemico. Non è un caso che la cosiddetta guerra in Afghanistan sia diventata (sempre che non lo fosse sin dall’inizio) soprattutto una guerra degli USA contro un loro “alleato” tradizionale come il Pakistan. Erdogan dovrebbe perciò cominciare a preoccuparsi del fatto che i media occidentali denotino un atteggiamento sin troppo “comprensivo” nei confronti dei tafferugli in Turchia, e si tratta degli stessi media che in Italia considerano il sampietrino di un manifestante come un caso di para-terrorismo. Altri commentatori ufficiali intanto già descrivono Erdogan come se fosse un Fratello Musulmano, mentre i rapporti di Amnesty International sono presi per oro colato, esattamente come per la Siria. Analogamente, i capi di governo occidentali, a cominciare da Angela Merkel, hanno espresso posizioni “equidistantiste” che rappresentano una mortificazione diplomatica per un alleato fedelissimo come il regime turco. Insomma, sembra mancare poco che persino ad Erdogan venga affibbiato quell’epiteto di “dittatore” che implica la morte civile a livello diplomatico.

L’occupazione del territorio turco inoltre non ha riguardato soltanto la presenza di basi di truppe mercenarie straniere, ma anche di servizi segreti, e persino di quelle nuove agenzie della provocazione e dei colpi di Stato che sono le Organizzazioni Non Governative. La Open Society Foundations del finanziere “filantropo” George Soros – che si dimostrò decisiva nella destabilizzazione di tutta l’Europa dell’Est e dell’Asia ex sovietica – risulta ora presente in modo massiccio anche in Turchia.

A scorrere i programmi ed i progetti della fondazione di Soros per la Turchia, impressiona il loro tono educazionistico e civilizzatore, come se la Turchia stessa andasse rapidamente convertita al vangelo occidentalista. Particolarmente pretestuosa appare la questione dell’estensione dei diritti della donna in un Paese che è stato tra i primi a riconoscere loro il diritto di voto; addirittura dal 1923. Il governo Erdogan inoltre non ha mai messo in questione i diritti acquisiti dalle donne nel periodo dei governi laici, né vi è traccia di islamizzazioni forzate; persino le norme che limitano la vendita degli alcolici sono più miti di quelle dei Paesi scandinavi. Non si capisce allora perché Soros non vada a salvare la Svizzera, che ha concesso il voto alle donne soltanto nel 1971, o la Svezia, che raziona gli alcolici.

Come è già avvenuto in Tunisia ed in Egitto, ed all’inizio anche in Siria, non c’è dubbio che la rivolta in Turchia convogli, o fagociti, anche istanze e rivendicazioni autentiche di un Paese che ha attraversato una notevole fase di sviluppo economico a costi sociali durissimi. Ma occorre tener presente che la tecnica della “rivoluzione colorata” elaborata dal team di Soros, non implica solo aspetti di mistificazione, ma anche di manipolazione. Anche l’adesione alla rivolta turca di un grande scrittore come Orhan Pamuk è sicuramente sincera; ma lo stesso Pamuk, sempre lucidissimo nello smascherare le magagne interne alla Turchia, si dimostra troppo spesso supinamente credulone nei confronti dei miti del Sacro Occidente.

La fondazione di Soros afferma anche di adoperarsi per l’entrata della Turchia nell’Unione Europea, cosa che sino a qualche anno fa avrebbe potuto costituire l’ammissione ad un club di eletti, mentre oggi suona come una minaccia di ingresso in un campo di concentramento. La “deriva autoritaria” di Erdogan fa tenerezza se confrontata con l’attuale situazione europea, nella quale un organismo come il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), vanta uno statuto che – agli articoli 32, 33, 34, 35 e 36 – conferisce ad una ristretta oligarchia finanziaria dei privilegi inauditi ed un’assoluta immunità giudiziaria. Il tutto avviene nella completa disinformazione di una pubblica opinione convinta invece di sapere tutto grazie ai finti eroi del giornalismo d’assalto come i Santoro, le Gabanelli ed i Saviano. Tra l’altro il MES, mentre si arroga poteri assoluti sulle finanze e sui parlamenti dei Paesi europei, confessa nel suo stesso statuto – al punto 8 del preambolo – la propria totale dipendenza da un’istituzione come il Fondo Monetario Internazionale, controllata dagli USA che ne costituiscono il socio di maggioranza.

Intanto, un’altra di quelle ONG non profit specializzate nella destabilizzazione internazionale, la Bertelsmann Foundation, comincia a discutere di obiettivi molto più ambiziosi, cioè l’inserimento della Turchia nel nuovo “ordine” transatlantico del commercio e della finanza, una forca caudina imposta dagli USA e contrassegnata dall’acronimo TTIP, che dovrebbe andare in vigore dal 2015, ma di cui l’opinione pubblica del libero Occidente non è stata ancora informata.

L’integrazione nell’ordine transnazionale – cioè il dominio incontrastato delle multinazionali – prevede l’eliminazione di quei meccanismi di mediazione sociale che sono tipici dello Stato nazionale; e si tratta di innocue politiche di garantismo sociale, che però le organizzazioni transnazionali etichettano come “populismo”. Tutto ciò che possa minimamente ostacolare lo strapotere delle multinazionali viene perciò catalogato come minaccia autoritaria e degenerazione morale. Il fatto di essere “alleati” non salva nessuno da questa sorte, anzi, espone ancora di più all’aggressione coloniale. Se ne stanno accorgendo ora i Paesi del Sud Europa, ed anche la Turchia potrebbe rendersene conto di qui a poco.

Obama dovrebbe nominare un nuovo ambasciatore in Siria

Dal sito Internet
http://www.voltairenet.org/article178773.html

OBAMA DOVREBBE NOMINARE UN NUOVO AMBASCIATORE IN SIRIA

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Robert Ford, l’ambasciatore USA in Siria, dovrebbe lasciare presto l’ufficio. Ford è un ex vice di John Negroponte a Baghdad, che gli aveva insegnato a destabilizzare uno Stato come aveva fatto in Nicaragua. Ha quindi applicato questo metodo in Siria: ha prima corrotto dei funzionari dei servizi segreti siriani per contrabbandare armi e costruire tunnel, e poi ha inviato i jihadisti ad avviare la “primavera araba”. Richiamato a Washington nell’ottobre 2011, è attualmente di stanza in Turchia.

Il Dipartimento di Stato ha riferito che il diplomatico decade a fine giugno e che la sua partenza non è causata da un cambiamento politico.

Attentato di Boston: morte di due agenti speciali dell’FBI

Dal sito Internet
http://www.voltairenet.org/article178774.html

ATTENTATO DI BOSTON: MORTE DI DUE AGENTI SPECIALI DELL’FBI

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Due agenti speciali dell’FBI, Christopher Lorek e Stephen Shaw, sono morti durante un’esercitazione a Virginia Beach, il 20 maggio 2013. I due uomini cercavano di scendere su una corda da un elicottero a una nave. Ma a causa del maltempo, sono caduti in acqua e sono morti per lo shock.

Christopher Lorek e Stephen Shaw erano gli agenti incaricati dell’attentato a Boston al fianco di Richard Deslauriers. Avevano arrestato i sospettati fratelli Tsarnaev.

Un giovane studente che era stato accusato ingiustamente, Sunil Tripathi, è già morto in circostanze inspiegabili.

Il Bilderberg club di anime belle? (sono arrivati gli spin doctor)

Dal sito Internet
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11924

IL BILDERBERG CLUB DI ANIME BELLE? (SONO ARRIVATI GLI SPIN DOCTOR)

di Marcello Foa

Fonte:
http://blog.ilgiornale

Link:
http://blog.ilgiornale.it/foa/2013/06/04/il-bilderberg-si-affida-agli-spin-doctor-e-diventa-un-club-di-anime-belle/

Dunque il Bilderberg cambia tattica: non è più un’associazione segreta o almeno così lascia intendere. La grande novità della riunione annuale che inizia il 5 a Londra è infatti l’apertura di un ufficio stampa e addirittura di uno spazio per i contestatori. La sezione inglese del Bilderberg ha addirittura pubblicato in anticipo la lista dei partecipanti e un istoriato dell’associazione, meglio nota come il Club dei potenti del mondo.

Ma si tratta di una vera svolta? Il Bilderberg è diventato improvvisamente democratico e trasparente, ponendo fine ai sospetti che lo circondano?

Certi commentatori pensano di sì (vedi qui). Io sono più cauto e penso che più che altro si è affidato agli spin doctor. Negli ultimi 2-3 anni il Bilderberg è finito sotto pressione non tanto sui media ufficiali quanto su Internet, sono stati pubblicati diversi libri di denuncia, non tutti attendibili e documentati a dir la verità, e i manifestanti che tentavano di rompere le asfissianti misure di sicurezza aumentavano di anno in anno. Insomma, stava salendo un pericoloso rumore mediatico, non più confinato a pochi siti di informazione alternativa. E allora il Club ha deciso di ricorrere allo spin difensivo ovvero a una mossa a sorpresa che serve a depotenziare i sospetti che ti vengono rivolti, appropriandoti delle accuse.

Se l’accusa è quella di essere cospirazionisti tu devi aprire le porte, persino ai manifestanti (in aree ben circoscritte) e comunicare, comunicare, comunicare. O perlomeno dar l’impressione di farlo (e infatti gli osservatori più acuti non hanno abboccato come Charlie Skelton del Guardian). In tal modo da adesso in avanti sarà più difficile tacciare il Bilderberg di essere un Club segreto e il fronte degli accusatori si spaccherà.

Una mossa molto abile, preparata da spin doctor professionisti, che hanno saputo confezionare molto bene il sito, aggiungendo spin allo spin; ad esempio invocando la trasparenza e la lotta alle lobby. Proprio loro che sono una mega lobby! Elogiano Transparency International ovvero… un’organizzazione popolata da membri del Bilderberg. Tutto è stato preparato con estrema cura, al fine di relativizzare, minimizzare, edulcorare. Leggendo il sito del Bilderberg inglese si ha l’impressione che si tratti di un Club animato da persone disinteressate, che hanno a cuore solo il bene dell’umanità, quasi dei benefattori. Bravissimi i loro spin doctor, non c’è che dire.

Resta il dubbio, fondato, sulle finalità reali di questo Club e sul modo in cui eserciti il proprio potere. Oggi si oscilla tra posizioni iperminimaliste – che non vedono nulla di male nel fatto che banchieri, manager di grandissime aziende, politici, banchieri centrali, grandi intellettuali si riuniscano dal dopoguerra e promuovano un’agenda segreta e globalista – e posizioni cosiddette complottiste, come quelle di Estulin, che descrivono il Bilderberg come una grande Spectre.

La verità, verosimilmente, è molto più raffinata e sottile e per questo difficile da decriptare. Probabilmente il Bilderberg è un anello di una rete di interessi più complessa e articolata. Un anello che peraltro sembra perdere smalto. I centri élitari davvero efficienti sono quelli che riescono a preservare la capacità di selezione dei membri; qualità che non appare più quella di un tempo, alla luce di alcune new entry anche italiane. Ma questo è un altro discorso…

La via europea al totalitarismo naturale

Dal sito Internet
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11913

LA VIA EUROPEA AL TOTALITARISMO NATURALE

di Marco Della Luna

Fonte:
http://marcodellaluna.info

Link:
http://marcodellaluna.info/sito/2013/06/01/la-via-europea-al-totalitarismo-naturale/

I popoli dell’Occidente stanno accettando pacificamente e senza pubblico dibattito la soppressione graduale dei principi ritenuti fondamentali per il diritto e la legittimità, come fino a pochi anni fa erano intesi.

Se, negli anni ’80, avessimo proposto di trasferire le leve macroeconomiche monetarie a una banca internazionale totalmente autonoma e irresponsabile, saremmo stati presi per matti; e se avessimo proposto una forza militare internazionale per reprimere le proteste sociali dovute a una grave depressione economica, saremmo stati isolati e accusati di nazismo.

La finanziarizzazione dell’economia ha sottoposto alla guida di interessi speculativi di cerchie ristrette la produzione di beni e servizi per la collettività, la distribuzione delle risorse, la facoltà di concentrare i redditi, regolare moneta e credito, demolire lo stato sociale e redistributivo, far competere i lavoratori dei Paesi avanzati con quelli pagati un ventesimo e senza diritti sindacali.

La finanziarizzazione della politica ha trasferito le leve dell’economia politica e del fisco nelle mani delle medesime cerchie, relegando parlamenti, partiti e governi a ruoli esecutivi di piani superiori, di teatrino politico e di capri espiatori per le conseguenze di decisioni prese a porte chiuse da soggetti insindacabili.

Addirittura, il grosso della legislazione dei parlamenti nazionali è ora attività di recepimento di normative europee, peraltro valide ed applicabili anche senza tale recepimento. Le riforme per la crescita e la virtuosità di bilancio hanno fruttato enormi debiti pubblici e la più grande e durevole recessione dell’era moderna, per non parlare dell’impennata della sperequazione sociale. La pretesa integrazione europea ha divaricato enormemente i Paesi europei, sia in termini di potere degli uni sugli altri, sia in termini di disparità economiche, finanziarie e di livelli occupazionali, sia in termini di risorgenti avversioni etniche, che hanno reso impossibile unificare i popoli d’Europa, sicché insistere su questo tasto è divenuto assurdo. Il liberalismo è stato usato per condurre un percorso di riforme volto a eliminare proprio i diritti liberali e a instaurare un’autocrazia hegeliana con tasse sempre più alte, e libera da pretese metafisiche, rispondente solo al capitalismo finanziario assoluto. Insomma, a posteriori si scopre che tutto è controproducente e tutto, orwellianamente, significava il contrario.

Gli organismi dominanti ufficiali entro l’Unione Europea – non parliamo di quelli non dichiarati – sono stati dotati di caratteri molto precisi e contrari a tutti i principi che davamo per acquisiti definitivamente: il Consiglio dei Ministri, la Commissione, la BCE, il MES non sono eletti, non sono responsabili di ciò che fanno, non rivelano i verbali dei processi decisionali dei loro vertici, non sono controllabili da parlamenti né da giudici, possono esercitare grande violenza sociale, e l’ultimo di essi ha praticamente il potere di confiscare le risorse dei Paesi ad esso aderenti, di attaccare il risparmio di coloro che erano cittadini, senza poter esser chiamato a render conto. I suoi dirigenti più importanti sono addirittura anonimi.

Nei fatti, esso ha preso e imposto e continua a imporre ai popoli, dall’alto, senza possibilità di interferenza, decisioni estremamente pesanti e fondamentali. Inoltre si è dotato di un corpo militare per piegare ogni resistenza dal basso: l’Eurogendfor, che condivide il carattere della sostanziale irresponsabilità.

Questo ordinamento del potere è stato così costruito mediante trattati e voti parlamentari senza resistenze e senza mobilitazioni da parte dei partiti popolari, dei sindacalisti, degli intellettuali, dei giuristi, con rare eccezioni solitamente bollate come populismi. È stata una rivoluzione senza precedenti nella storia del rapporto tra popolo e potere, nella condizione dell’uomo rispetto allo Stato o al Sovra-stato. Era la cosa più importante che stava avvenendo, doveva dominare il dibattito. Invece i principi fondamentali della civiltà giuridica sono stati dissolti come se niente fosse: i principi della democrazia, della elettività, della responsabilità per le proprie azioni, della controllabilità, dell’eguaglianza, della ricorribilità a un giudice indipendente – persino il principio del diritto scritto è abolito dal superiore diritto dei predetti organismi di decidere per i popoli senza verbalizzare i loro dibattiti e senza motivare le decisioni. Non lo credete? Andate a leggere i loro statuti.

Siamo di fronte a un cambiamento costituzionale pari per profondità a quelli con cui si instaurarono i grandi totalitarismi del secolo scorso. La tecnica è introdurre nuove norme oggi, che entreranno in vigore più avanti, a scadenza o in caso di emergenza, e solo allora colpiranno la gente, solo allora i mass media ne parleranno, solo allora ci si accorgerà che ci sono e che cosa comportano, solo allora si obietterà che sono illogiche, ingiuste, controproducenti, e la gente protesterà, e le si dirà: “sono regole, regole europee, vanno rispettate, è l’Europa che le ha volute”. È troppo tardi, ormai. Così è avvenuto con l’euro e i suoi prevedibili e preveduti effetti. Così sta avvenendo con il bail-in, di cui ho parlato nell’articolo “Direttiva bail-in”, del 29 maggio 2013. Uno strumento con cui si va a prendere direttamente il risparmio. Perché prima hanno svuotato con le frodi le banche e le grandi società e le hanno svendute; poi, col pretesto di colmare i buchi scavati con quelle frodi, hanno svuotato le casse pubbliche; poscia, col pretesto di risanare le casse pubbliche, hanno spremuto i redditi con le tasse; e ora non resta loro che saccheggiare il risparmio degli ex cittadini tassando i patrimoni e le rendite non grandi (quelli grandi sono riparati off shore, fuori dalla portata del fisco) col pretesto di alleggerire la pressione fiscale sul lavoro. Inoltre, per saccheggiare il risparmio, decidono, a porte chiuse, di adottare il bail-in, e passano la velina ai parlamenti per l’esecuzione, e i parlamenti ottemperano, e i mass media tacciono, anche se è la cosa più importante che stia avvenendo in questi giorni, la cosa che può cambiare di più le altre cose.

La Rivoluzione francese, in era moderna, aveva portato la politica e i suoi processi decisionali nel dibattito pubblico aperto e aveva fissato ulteriori principi, come eguaglianza e libertà civili. Ora tutto quel lavoro viene disfatto usando come copertura l’ideale della unificazione europeista e la necessità di fronteggiare emergenze finanziarie create ad arte, e poi le emergenze sociali. I dibattiti che contano si fanno dietro porte chiuse. E persino ora che ciò è evidente e si può dire tranquillamente, persino ora che è chiaro che la priorità è sottrarsi immediatamente ai meccanismi della BCE, del MES, dell’Eurogendfor, della UE per salvare essenzialmente il diritto stesso e le libertà fondamentali – persino ora, non vi è dibattito su questo, la dialettica politica non affronta questo tema, si occupa di altro (Berlusconi eleggibile o ineleggibile, alleanza PD-PdL sì o no, nozze gay sì o no, semipresidenzialismo sì o no), la gente si adatta passivamente, non si accorge… in fondo, ciò che essa vuole è ricevere rassicurazioni e promesse dopo le minacce e gli spaventi, per quanto risibili e puerili di fronte alla tragicità della situazione… rassicurazioni e promesse, in sostanza, che il suo tenore di vita in parte almeno continui o si possa recuperare… non si leva a difendere i diritti politici, costituzionali… non ha imparato nulla dalle esperienze dei totalitarismi… è pronta a ricascarci… lo è sempre stata… ora come allora la porti dove vuoi… la plasmi come argilla sul disco del vasaio, basta farla girare, è infinitamente adattabile…

Ma tutto ciò semplicemente dimostra che la società degli uomini, nei suoi comportamenti e capacità reali, è una cosa molto, molto diversa, molto meno consapevole, intelligente, razionale di come la presuppongono quei principi perduti, di ciò che il “popolo” dovrebbe essere per capire quei principi, per attuarli, per accorgersi di quando vengono soppressi, per difenderli. Le conoscenze e la consapevolezza.

E allora… ciò che avviene nei nostri tempi è l’adeguamento della struttura di potere e sfruttamento alla realtà degli uomini, di ciò che la società è. Non è lo smantellamento della civiltà e del diritto, ma è il naturale ritorno a ordinamenti totalitari nell’inevitabile tramonto di una finzione a cui ci eravamo molto affezionati. Anche intellettualmente.

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