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Archivio per la categoria ‘PACE’

Uranio impoverito: dai Balcani a Israele un dramma da nascondere

Dal sito Internet http://www.ecoblog.it/post/67369/uranio-impoverito-dai-balcani-a-israele-un-dramma-da-nascondere

URANIO IMPOVERITO: DAI BALCANI A ISRAELE UN DRAMMA DA NASCONDERE

di Davide Mazzocco

Via Rinascita

Secondo fonti governative siriane citate da Russia Today, sabato 5 maggio, durante un raid contro un centro di ricerca militare a nord di Damasco, l’esercito di Israele avrebbe utilizzato proiettili con uranio impoverito. Durante un’esplosione i testimoni avrebbero notato un fungo di fuoco color oro che dimostrerebbe l’utilizzo d’uranio impoverito.

Dopo la guerra del Golfo, i conflitti in Somalia, in Iraq, Afghanistan e nei Balcani l’uranio impoverito, la scoria che diventa risorsa e, dunque, il costo che diventa guadagno resta sulla scena, provocando disastri ambientali e portando con sé morte e malattie che si trasmettono di padre in figlio.

In Italia queste storie hanno il silenziatore, specialmente sui media mainstream. Noi di Ecoblog cerchiamo di monitorare la situazione, di capire cosa accade nei poligoni di Torre Veneri e di Salto di Quirra e in quali accidentati percorsi siano costretti a muoversi i nostri militari ammalatisi nelle cosiddette “missioni di pace”.

La rivista epidemiologica Mutagenesis, edita dall’Università di Oxford, ha pubblicato una ricerca condotta da Marco Peluso, Armelle Munnia, Marcello Ceppi, Roger W. Giese, Dolores Catelan, Franca Rusconi, Roger W.L. Godschalk e Annibale Biggeri su 75 bambini di Sarroch, in Sardegna. I risultati hanno evidenziato come la prossimità al polo industriale ma soprattutto al poligono interforze di Teulada dove sono state utilizzate senza controllo armi all’uranio impoverito provochi “incrementi significativi di danni e di alterazioni del DNA rispetto al campione di confronto estratto dalle aree di campagna”. I risultati, purtroppo, sono simili a quelli ottenuti nelle indagini condotte in prossimità della centrale termica di Taichung e a Pancevo, dove si trova il più grande polo petrolchimico della Serbia.

L’utilizzo dell’uranio impoverito nelle guerre combattute in Bosnia, Erzegovina, Kosovo e Metohija è un’altra situazione “silenziata” dai media.

Neoplasie maligne, tumori alla tiroide, tumori alle gonadi e linfomi di Hodgkin si sono moltiplicati nell’area balcanica e veicolati dal liquido seminale sono stati tramandati di generazione in generazione.

Il caso di Nicolina Petkovic – nata senza i bulbi oculari da genitori “contaminati” durante i bombardamenti di Metohija – non è, purtroppo, isolato. Solamente in territorio serbo sono stati scaricati (secondo l’Associazione della Serbia per la lotta ai tumori) circa 15 milioni di tonnellate d’uranio impoverito, materiale che è cancerogeno anche in piccole quantità e causa di mutazioni genetiche. Nell’ultimo decennio l’aumento delle morti per effetti di queste malattie è stato del 180%.

I tempi di latenza prima che la malattia esploda vanno dai sette anni e mezzo della leucemia ai quindici dei carcinomi al seno, all’utero e ai polmoni.

E le mutazioni non interessano solo l’uomo ma anche animali come volpi, lupi, cani e gatti presenti nelle aree bombardate.

Un’eredità pesantissima che presenta il conto a quindici, venti anni di distanza. Israele ipoteca il futuro della Siria, con l’inspiegabile follia di chi sa benissimo che basterà un refolo di vento per portare quella stessa morte a casa sua.

Obama punta sull’atomica. In Italia

Dal sito Internet http://www.perlapace.it/index.php?id_article=9303&PHPSESSID=lo23gpaan5pv0kvjrigkgla132

OBAMA PUNTA SULL’ATOMICA. IN ITALIA

di Luciano Scalettari

Fonte: www.famigliacristiana.it

Undici miliardi di dollari per ammodernare 200 ordigni nucleari tattici (noti con la sigla B61) per trasformarli in “bombe atomiche intelligenti”, cioè teleguidate. La rivelazione proviene dal quotidiano britannico Guardian. Non solo. L’ingente investimento del Pentagono servirebbe a rendere questi missili nucleari sganciabili dal caccia invisibile di ultima generazione F-35.

E qui entra in ballo l’Italia, dato che il nostro Paese ha il piano – fortemente contestato nei mesi scorsi dalle associazioni pacifiste e della società civile – di acquistare 90 di questi cacciabombardieri di ultima generazione.

Il Guardian, peraltro, accusa Barak Obama di “voltafaccia” rispetto agli impegni presi nel 2010 di disarmo nucleare (accusa respinta dagli Stati Uniti perché – secondo l’amministrazione americana – rendere teleguidati i missili rappresenta soltanto «un significativo cambiamento», per cui «non viola gli impegni del 2010»).

Cosa sono i “B61”? Si tratta di ordigni di vecchia generazione ancora conservati negli arsenali NATO europei, in Belgio, Olanda, Germania, Turchia, ma anche in Italia, che ne ospiterebbe una settantina, secondo le ultime stime: 50 in Friuli, nella base di Aviano, e 20 a Ghedi, vicino a Brescia.

Bombe atomiche di vecchia generazione, ma piuttosto potenti: quelle presenti in Europa sarebbero di 340 chilotoni (un chilotone corrisponde a mille tonnellate di tritolo), ossia oltre 30 volte l’ordigno di Hiroshima).

Le polemiche in Italia non si faranno attendere. La pressione della campagna “Taglia le ali alle armi” contro l’acquisto degli F-35 – promossa da Rete Italiana Disarmo, Sbilanciamoci e Tavola della Pace – aveva coinvolto 650 associazioni col sostegno di oltre 50 enti locali (tra Regioni, Province e Comuni). Era anche stata promossa una petizione che aveva raccolto più di 75.000 firme.

Ora, al “no” nei confronti di un velivolo da guerra tipicamente offensivo e al suo costo esorbitante – la stima è di una spesa per le povere casse del nostro Paese di 15-20 miliardi di euro, senza contare il costo di mantenimento degli aerei – si aggiunge il fatto che potrebbero essere usate per sganciare missili nucleari, cioè armi di distruzione di massa.

«Che ci sia una presenza in Italia, pur se in basi NATO, di bombe nucleari ormai è un fatto acquisito da diverso tempo sulla base di numerosa documentazione – sottolinea Lisa Clark di Beati i costruttori di Pace e referente in Italia dei movimenti anti-nucleari –. Una problematicità già nota e che oggi acquista ancora più forza, perché la combinazione letale tra F-35 e ordigni nucleari potrà essere concretizzata senza doversi allontanare dall’Italia». La Campagna “Taglia le ali alle armi” per bocca dei suoi portavoce Grazia Naletto ed Andrea Baranes (Sbilanciamoci!), Francesco Vignarca (Rete Disarmo) e Flavio Lotti (Tavola della Pace) esprime «forte preoccupazione per questa ulteriore dimostrazione della problematicità non solo tecnica e di costo che la partecipazione italiana al programma dei cacciabombardieri F-35 rende evidente. Come si fa a pensare che un sistema d’arma del genere non configuri una grave violazione dello spirito dell’articolo 11 della nostra Costituzione?».

Oltre per il possibile uso futuro dei caccia F-35 il problema si pone anche a riguardo del Trattato di non proliferazione nucleare, che l’Italia ha ratificato e che impedisce al nostro Paese di dotarsi di armi nucleari. Un’eventuale violazione degli accordi internazionali non si ferma oltretutto a questo: va ricordato infatti come in tutta la documentazione tecnica ufficiale dell’F-35 risulti il caso di dotazione anche con armamento cluster (le cosiddette bombe a grappolo). Tanto più che «gli Stati Uniti non hanno aderito alla Convenzione contro le cluster (come invece l’Italia) ed hanno a disposizione grande stock di questi ordigni – dichiara Giuseppe Schiavello direttore della Campagna italiana contro le mine – e siamo preoccupati perché l’Italia la scorsa settimana non è nemmeno riuscita a far sentire la propria voce contro l’uso di tali armi in Siria: tutte le buone intenzioni ad una politica di disarmo razionale ed umanitaria vengono disattese da continue e preoccupanti iniziative che spingono in senso diametralmente opposto».

Narcotraffico finanzia invio mercenari in Siria

Dal sito Internet http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=71031&typeb=0&Narcotraffico-finanzia-invio-mercenari-in-Siria

NARCOTRAFFICO FINANZIA INVIO MERCENARI IN SIRIA

di Franco Fracassi

Ventimila mercenari operanti in Siria sono finanziati con il denaro proveniente dal commercio della droga afghna. Lo ha dichiarato il direttore dell’Agenzia federale russa per il controllo degli stupefacenti (FSKN) Viktor Ivanov. Aggiungendo che la mafia sta diventando un interlocutore per molte diplomazie.

«Le principali organizzazioni criminali stanno finanziando, con i soldi ricavati dalla vendita dell’eroina, l’afflusso in Siria di una grande quantità di mercenari e di criminali comuni. Non importa da dove provengano queste persone, né per quale motivo si affrettino a prendere parte nella guerra civile. Sto parlando di 15-20.000 mercenari, tutti finanziati attraverso la droga, che stanno destabilizzando oltre il punto di non ritorno il Paese mediorientale», ha dichiarato Ivanov.

Il russo ha aggiunto che al momento il pericolo principale in Afghanistan non è rappresentato dai talebani, bensì dalle organizzazioni criminali di tutto il mondo, «che campano grazie al commercio di eroina».

Ivanov ha poi concluso: «La cosa più brutta è che per questioni di convenienza strategica il crimine organizzato sta diventando un interlocutore di chi vuole influenzare la diplomazia internazionale».

Il mondo si regge sulla fiaba del dittatore pazzo

Dal sito Internet http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=540

IL MONDO SI REGGE SULLA FIABA DEL DITTATORE PAZZO

di comidad

Il caso della Corea del Nord sta diventando un’ulteriore dimostrazione del fatto che non esiste un’opposizione al sistema imperialistico statunitense, né nel sedicente Occidente, né nell’ambito dei Paesi cosiddetti emergenti. A tutta la propaganda ufficiale non ha fatto riscontro alcun elemento di critica, persino delle assurdità più evidenti. Non ci viene infatti spiegato come un Paese che soffrirebbe la fame da oltre 60 anni, possa avere oltre 24 milioni di abitanti in un territorio che è circa la metà di quello italiano. Nessuno poi nota il ridicolo che questa propaganda sulla fame nella Corea del Nord provenga proprio da chi, per decenni, ha imposto a quel Paese sanzioni economiche sempre più dure. Non ci viene neppure spiegato come sarebbe possibile che una casta militare storicamente consolidata in mezzo secolo di resistenza antimperialistica, come quella nord-coreana, possa prendere ordini da un “dittatore” praticamente implume, e che pare avere più che altro una funzione simbolica di continuità.

Che la Corea del Nord rappresenti il grado più basso nel rispetto dei cosiddetti diritti umani, viene dato per scontato dai media; ma ci si guarda bene dal rilevare che tale giudizio deriva dai rapporti di ONG come Human Rights Watch, che si sono segnalate invece per il loro atteggiamento “comprensivo” nei confronti delle operazioni di “secret rendition” (sequestro di persona e tortura) della CIA.

Inoltre, la quantità di manovre militari messe in atto dagli Stati Uniti negli ultimi mesi non viene minimamente collegata all’attuale aumento della paranoia del regime militare nord-coreano, come se questa paranoia fosse dettata unicamente da cause interne. Dal mese di marzo le forze armate statunitensi hanno attuato ben tre sorvoli sulla Corea del Nord con i loro bombardieri B-2, ciò senza contare gli innumerevoli movimenti navali e la dislocazione di nuovi aerei e missili.

Niente di paragonabile per quantità e qualità dell’intimidazione può essere attribuito al regime nord-coreano. Ciononostante, neppure le cosiddette “minacce” del regime nord-coreano sono mai state contestualizzate nell’ambito delle manovre militari congiunte tra USA e Corea del Sud; manovre che prevedevano anche la simulazione di un bombardamento nucleare con i soliti B-2. Ovviamente tutti questi movimenti militari statunitensi sarebbero dettati esclusivamente da motivazioni “difensive”.

Anche i risultati diplomatici raggiunti dal segretario di Stato USA, John Kerry, nel riuscire a coinvolgere la Cina nell’operazione di isolamento del regime nord-coreano, vengono interpretati esclusivamente come effetto del crescere a livello mondiale della preoccupazione per l’aggressività del dittatore Kim Jong Un; mentre invece l’atteggiamento sempre più remissivo del regime affaristico cinese potrebbe essere riconosciuto proprio come la causa principale dell’aumentata aggressività statunitense. Per la Cina, l’indipendenza della Corea del Nord costituisce un baluardo strategico indispensabile, tale da dover essere sostenuto persino se la propaganda statunitense dicesse il vero circa l’aggressività del regime nord-coreano. La caduta della Corea del Nord in mani statunitensi, significherebbe un passo ulteriore nell’accerchiamento della Cina.

Inoltre, a smentire il mito della purezza ideologica del regime “socialista” della Corea del Nord, questa è diventata da anni una delle maggiori aree di investimento per gli affaristi cinesi. La storiella del dittatore del tutto incontrollabile anche da parte di Pechino, non si fonda perciò su nessun riscontro concreto.

Eppure il governo cinese esprime tutta la sua determinazione esclusivamente sulla questione tibetana, sebbene il Tibet non costituisca più un’area strategica così irrinunciabile, da quando negli anni ’50 sono stati spenti tutti i possibili focolai di resistenza del Kuo Min Tang all’interno del territorio cinese. L’atteggiamento intransigente sul Tibet rappresenta quindi un alibi per il governo cinese, in modo da mettere in ombra la debolezza dimostrata nel caso della Libia, della Siria, ed ora della Corea del Nord.

La prospettiva che il mondo possa essere sull’orlo di una guerra nucleare soltanto per colpa di un “dittatore pazzo”, appare tranquillamente come realistica e plausibile agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. La propaganda ufficiale non ha bisogno di basarsi su nessun costrutto razionale; anzi, più la narrazione è fiabesca, più risulta efficace. L’esistenza di questi mitici “dittatori” giustifica poi automaticamente ogni aggressione militare degli Stati Uniti; una giustificazione avallata anche da coloro che ritengono di non essere dei filo-americani. Per tutti i commentatori l’unica prospettiva di “ragionevolezza” consiste sempre e soltanto in un totale cedimento del regime nord-coreano; mentre non viene minimamente presa in considerazione l’ipotesi che anche gli Stati Uniti possano intanto cessare i loro sorvoli e le loro esercitazioni nucleari sulla Corea del Nord.

La mistificazione delle “armi di distruzione di massa di Saddam” è già stata archiviata; perciò nessuno più si pone il problema che un’eventuale rinuncia della Corea del Nord al suo programma nucleare non farebbe recedere di un millimetro l’aggressività americana; anzi la farebbe aumentare. Persino Gheddafi aveva rinunciato al suo progetto di armamento chimico e nucleare, e per un po’ era stato anche riammesso nel consesso della sedicente “comunità internazionale”; ma poi, per ottenere l’avallo incondizionato alla sua eliminazione, è bastato chiamarlo “tiranno” e “macellaio del suo popolo”. Insomma, soltanto coloro che siano in grado di esibire una patente di assoluta perfezione morale potrebbero avere – forse – il diritto di essere esentati dai bombardamenti americani.

Il successo incontrastato e pervasivo – assolutamente trasversale a ideologie e schieramenti – che incontra a livello mondiale la fiaba del dittatore pazzo, è tale da mettere in crisi le stesse idee di modernità e di progresso civile. Pare proprio che al fondo del sistema sociale mondiale vi sia un nucleo arcaico, primitivo, tribale, che si nutre di mitologie elementari.

Uranio impoverito: nei Balcani un disastro ambientale superiore a Fukushima

Dal sito Internet http://www.ecoblog.it/post/62227/uranio-impoverito-nei-balcani-un-disastro-ambientale-superiore-a-fukushima

URANIO IMPOVERITO: NEI BALCANI UN DISASTRO AMBIENTALE SUPERIORE A FUKUSHIMA

di Davide Mazzocco

Via Globalist

Quindici tonnellate di uranio impoverito sganciate dalla NATO sulla Serbia sono la pesante eredità con cui la popolazione dell’intera ex Jugoslavia deve fare i conti. L’argomento resta tabù per la maggior parte degli organi d’informazione che a questo disastro ambientale hanno contribuito attivamente (non l’Italia che essendo membro dell’alleanza ha operato nelle zone contaminate senza utilizzare l’uranio impoverito direttamente), ma le associazioni umanitarie che operano nell’area balcanica e i suoi medici fanno quotidianamente i conti con l’eredità del conflitto di 14 ani fa.

“Esistono falsi esperti i quali continuano a sostenere che l’epidemia di tumori maligni nell’ultimo decennio non ha nulla a che vedere con le oltre 15 tonnellate di uranio impoverito disseminate nel nostro Paese in 78 giorni di bombardamenti soprattutto in Kosovo e nella regione di Pcjnj, ma oltre che dal nostro Paese continuano a giungere rapporti da Grecia e Bulgaria che parlano di un incremento di oltre 30 volte dei casi di neoplasie e lo collegano all’evidente innalzamento della radioattività in molte aree della penisola balcanica”, racconta Slobodan Cikaric, presidente della Società dei medici serbi.

La controinformazione è il mezzo con cui i governi si difendono da potenziali azioni collettive. In Italia i casi di soldati, volontari dell’ong e membri della Croce Rossa ammalatisi per l’esposizione sono quasi 3.800.

Spiega Cikaric che le nanoparticelle dopo essersi diffuse nell’aria sono penetrate nel terreno e, quindi, sono entrate a far parte della catena alimentare con l’insorgenza di linfomi e l’incremento dei tumori solidi.

“Il periodo di latenza si è concluso nel 2008 fino ad allora la crescita delle manifestazioni tumorali era stata del 2% circa, poi anno per anno ha cominciato a crescere prima del 6, poi del 10%, e continuerà a farlo nei tempi a venire. Il disastro giapponese di Fukushima è nulla paragonato a quanto sta accadendo nelle nostre regioni, e se consideriamo il fatto che ai pescatori di quell’area è stato riconosciuto un risarcimento di 2 milioni di dollari soltanto per l’effetto che la fuga radioattiva avrebbe potuto avere sul mare, sarebbe interessante chiedersi quanti miliardi di dollari potrebbero mai chiedere la Serbia ed i Paesi vicini”, conclude Cikaric.

Dall’Arabia Saudita nuovi venti di guerra sull’Iran

Dal sito Internet http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=70501&typeb=0&Dall%27Arabia-Saudita-nuovi-venti-di-guerra-sull%27Iran

DALL’ARABIA SAUDITA NUOVI VENTI DI GUERRA SULL’IRAN

di Franco Fracassi

L’Arabia Saudita sta costruendo una flotta di droni per poter acquisire maggiore indipendenza dagli Stati Uniti. Secondo l’agenzia di informazione legata ai servizi segreti francesi “Intelligence.online”, «la famiglia reale Saud da alcuni anni sta investendo miliardi di dollari in un programma per lo sviluppo dei voli senza pilota». Progetto che non starebbe sviluppando da solo, ma con l’aiuto del Sudafrica. Secondo l’esperto di questioni geopolitiche William Engdahl, «una flotta di droni in mano all’Arabia Saudita costituirebbe un pericolo reale per gli altri Paesi della penisola arabica, per i movimenti democratici di quell’area e per l’Iran».

Quest’ultimo punto è quello cruciale. L’Arabia Saudita, al pari di Israele, è il principale nemico dell’Iran. In più, a differenza di Israele, i due Paesi islamici sono divisi da poche decine di chilometri di acqua (il Golfo Persico).

Al contrario di quello che si pensa comunemente, nonostante non abbiamo relazioni diplomatiche, Arabia Saudita e Israele sono buoni alleati, grazie al comune amico americano. Lo stesso Sudafrica, da sempre alleato fraterno di Israele, ha un governo che gravita nell’orbita di Washington.

Una flotta di droni in mano ai sauditi verrebbe, dunque, letta da Teheran come un’aperta dichiarazione di guerra da parte della Casa Bianca.

Una fonte interna al governo del presidente iraniano Ahmadinejad ha dichiarato ad “Intelligence.online”: «Obama vuole a tutti costi far salire la tensione con noi. I piani di guerra per invaderci e bombardarci sono pronti da tempo al Pentagono. Sono in troppi a Washington a volerci morti. Proprio per questo motivo, non accetteremo senza colpo ferire la nascita di una flotta di droni saudita».

Ma gli unici a temere i droni non sono solo gli iraniani. Da circa due anni l’Arabia Saudita sta conducendo una guerra segreta nello Yemen. In quest’ultimo Paese due anni fa c’è stata una rivoluzione che ha portato all’allontanamento della classe politica al potere fino a quel momento, legata a doppio filo al governo di Riad. Inoltre, le forze armate saudite sono state responsabili della soppressione nel sangue del movimento democratico del Bahrein.

Controllo armi: trattato debole

Dal sito Internet http://comune-info.net/2013/04/un-trattato-debole-per-il-controllo-delle-armi/

CONTROLLO ARMI: TRATTATO DEBOLE

di Maurizio Simoncelli, vicepresidente Archivio Disarmo

Dopo il fallimento delle due Conferenze (luglio 2012 e marzo 2013) basate sulla regola del consensus (approvazione all’unanimità), l’Arms Trade Treaty è stato finalmente approvato dopo essere stato portato all’Assemblea Generale dell’ONU, dove, con la maggioranza di ben oltre i due terzi prevista per l’approvazione, 153 Paesi hanno votato a favore, mentre 23 (tra cui Arabia Saudita, Cina, Cuba, India, Indonesia, Kuwait, Russia) si sono astenuti e 3 (Corea del Nord, Iran e Siria) hanno votato contro.

Come aveva già messo in evidenza l’Archivio Disarmo, il Trattato rappresenta un compromesso al ribasso voluto da diversi Paesi (tra cui Stati uniti, Russia, India e Cina). Sono molte ancora le lacune che la bozza di Trattato non è riuscita a colmare, malgrado il testo presentato l’ultimo giorno di lavori abbia fatto dei passi in avanti.

Le superpotenze mondiali hanno mostrato l’incapacità di fare passi in avanti decisi. L’adozione infatti non sarà sufficiente a creare un regime di controlli effettivi sulle armi. Il Trattato riguarda solo i principali sistemi d’arma (carri armati, veicolo corazzati da combattimento, sistemi di artiglieria di grosso calibro, aerei da combattimento, elicotteri d’attacco, navi da guerra e sottomarini, missili e missili lanciatori) più le armi leggere e di piccolo calibro.

Permane una serie di limitate forme di controllo sulle munizioni e sulle componenti di armi, mentre restano fuori sia le armi da fuoco che non hanno un esclusivo uso militare e tutte le armi elettroniche, radar, satelliti ecc., sia i trasferimenti di armi all’interno di accordi governativi e programmi di assistenza e cooperazione militare (poiché esso riguarda solo i commerci di armi). Si tratta di lacune molto gravi che comunque limitano il campo di applicazione degli obblighi e dei divieti.

Rimane infine assai debole la trasparenza dei trasferimenti e, in sostanza, le previsioni della bozza di trattato non vanno molto oltre quanto già in vigore per l’inadeguato Registro ONU sulle armi convenzionali in vigore da oltre vent’anni.

Nei fatti il Trattato non introduce controlli adeguati, ma è un primo passo in avanti per un percorso tutto da tracciare. Infine, perché entri in vigore occorre che almeno 50 Stati provvedano a ratificare ed implementare nelle leggi nazionali quanto firmato.

Ora si tratta di continuare la mobilitazione perché entri in vigore e soprattutto di monitorare l’attuazione che ne faranno i singoli Paesi e il Segretariato che il Trattato ha creato.

Afghanistan: Missione Oppio, in libreria

Dal sito Internet http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=56960&typeb=0&Afghanistan-Missione-Oppio-in-libreria

AFGHANISTAN: MISSIONE OPPIO, IN LIBRERIA

di Giorgia Pietropaoli

[Estratto dal capitolo 10, Sul piatto della bilancia]

«In molti dei momenti di crisi che si sono succeduti il denaro frutto del traffico di droga, nella seconda metà del 2008, era l’unica liquidità a disposizione per le banche d’investimento sull’orlo del collasso. Sembra che i crediti interbancari siano stati finanziati dal denaro che proviene dal traffico di droga e altre attività illegali. Ci sono indicazioni del fatto che un certo numero di banche siano state salvate in questo modo». Con queste parole, Antonio Maria Costa, ex direttore dell’UNODC, ha spiegato quale fosse l’origine della grande quantità di denaro liquido che ha salvato dal fallimento il sistema bancario americano della grande crisi finanziaria che tuttora ci sta tormentando.

«La maggior parte dei 352 miliardi di dollari, che costituiscono l’utile del traffico di stupefacenti, è stata assorbita nel sistema economico. La prova che il denaro illecito è stato assorbito nel sistema finanziario legale è stata portata alla mia attenzione da parte di alcuni organismi di intelligence», ha aggiunto Costa. «La penetrazione nel settore finanziario di denaro sporco è così diffusa che probabilmente sarebbe più corretto affermare che non sono le organizzazioni mafiose e criminali a cercare di penetrare il sistema bancario, ma è proprio il settore bancario che è attivamente alla ricerca di capitale, incluso quello di provenienza criminale. Non solo sotto forma di depositi, ma anche come acquisizioni di partecipazioni e, in alcuni casi, come incarichi nei consigli di amministrazione».

L’ex direttore dell’UNODC non ha fatto i nomi di queste grandi banche d’investimento. E allora li facciamo noi: Bear Stearns, Freddie Mac, Fannie Mae, Merrill Lynch, Morgan Stanley, Citigroup, State Street, Wells Fargo, Royal Bank of Scotland e UBS. Sono tutte banche che, tra il 2007 e il 2008, si trovavano sull’orlo del fallimento e furono salvate dalle acquisizioni di altri grandi istituti finanziari, dal Tesoro americano, dalla Federal Reserve. E, alla luce delle rivelazioni di Costa, dai proventi della droga.

Anche Loretta Napoleoni, esperta di traffici illeciti, sostiene questa teoria economica: «Il narcotraffico ha giocato sempre un ruolo molto importante nel sostenere la crisi economica iniziata nel 2007. In generale, nel sostenere tutte le crisi economiche. Anche quella italiana. L’Italia è un Paese in cui il mercato nero, la cosiddetta economia sommersa, di cui una parte è rappresentata dal narcotraffico e dal crimine organizzato, costituisce la parte più importante e più solida del nostro sistema economico».

È difficile, naturalmente, quantificare e accertare l’apporto di denaro di provenienza illegale che si mischia e ricicla nell’economia mondiale, perché si tratta di un mercato illecito di cui non si può sapere tutto. Ma quello che ci interessa è che il denaro proveniente dai traffici di droga, anche e soprattutto quella afgana, ha avuto parte attiva nel salvataggio di alcune banche, che già solo per questo fatto possiamo definire criminali.

Luca Lo Presti, presidente di Pangea ONLUS, su questo punto è molto diretto: «I soldi che derivano dal commercio di oppio fanno comodo a tutto il mondo. Questo non cambierà mai. Le economie reali di questo mondo si basano sui traffici di essere umani, di droga e di armi e spesso c’è bisogno della guerra per controllarli. Quelle sono le vere fonti del potere».

Il libro è disponibile in tutte le grandi librerie a partire da oggi. Qui avevamo già parlato dei legami che intrecciano, in maniera indissolubile, il traffico di droga afgana alla guerra che si sta combattendo in quel Paese dal 2001.

Iraq: il lascito cancerogeno della guerra

Dal sito Internet http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11644

IRAQ: IL LASCITO CANCEROGENO DELLA GUERRA

di Dahr Jamail

Fonte: www.informationclearinghouse.info

Link: http://www.informationclearinghouse.info/article34351.htm

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Roberta Papaleo

Le due guerre condotte dagli USA in Iraq hanno lasciato tonnellate di munizioni all’uranio impoverito ed altri rifiuti tossici.

Si sospetta che la contaminazione provocata dalle munizioni all’uranio impoverito e da altro inquinamento collegato all’attività militare sia la causa della netta crescita dei difetti congeniti alla nascita, dei casi di cancro e di altre malattie in tutto l’Iraq.

Molti dottori e scienziati di spicco sostengono che la contaminazione da uranio impoverito è connessa anche al recente emergere di malattie mai viste prima in Iraq, come nuove patologie ai reni, ai polmoni e al fegato, nonché il collasso totale del sistema immunitario. Secondo quanto registrato in diversi governatorati iracheni, la contaminazione potrebbe anche essere connessa all’impennata dei casi di leucemia e di anemia, specialmente fra i bambini.

C’è stato, inoltre, un drammatico aumento degli aborti e delle nascite premature tra le donne irachene, particolarmente in aree dove si sono svolte pesanti operazioni militari statunitensi, come a Fallujah.

Le statistiche ufficiali del governo iracheno mostrano che, prima dello scoppio della prima guerra del Golfo nel 1991, il tasso dei casi di cancro nel Paese era di 40 su 100.000 persone. Nel 1995, era cresciuto fino a 800 su 100.000 persone e, nel 2005, ha raddoppiato con almeno 1.600 casi su 100.000. Le statistiche attuali mostrano che il numero tende a crescere ancora.

Per quanto scioccanti possano risultare queste statistiche, a causa della mancanza di una documentazione, ricerche e rapporti adeguati sui casi, il vero numero dei casi di cancro e di altre malattie è probabilmente molto più alto di quello che suggeriscono queste cifre.

“Le statistiche sul cancro sono dure da reperire, dal momento che in Iraq solo il 50% dell’assistenza medica è pubblica”, ha dichiarato ad Al-Jazeera il dr. Salah Haddad della Società Irachena per l’Amministrazione e la Promozione della Salute. “L’altra metà è fornita dal settore privato, alquanto carente nel riportare le statistiche. Quindi, tutte le nostre stime in Iraq devono essere moltiplicate per due. È probabile che qualsiasi cifra ufficiale corrisponda alla metà del numero reale”.

Ambienti tossici

Il dr. Haddad crede che ci sia un collegamento diretto tra il crescente tasso di casi di cancro e l’insieme dei bombardamenti effettuati dalle forze statunitensi in aree particolari. “Io e i miei colleghi abbiamo tutti notato un aumento a Fallujah dei casi di malformazioni congenite, sterilità ed infertilità”, ha affermato. “In questa città c’è il problema delle tossine introdotte dai bombardamenti americani e dalle armi usate, come l’uranio impoverito”.

Nel corso del 2004, l’esercito statunitense ha effettuato due massicci attacchi militari nella città di Fallujah, usando grandi quantità di munizioni all’uranio impoverito e al fosforo bianco.

 “Siamo preoccupati che il futuro dei nostri figli sia esposto alle radiazioni e ai materiali tossici che i militari americani hanno introdotto nel nostro ambiente”, ha aggiunto il dr. Haddad.

Lo studio epidemiologico intitolato “Cancro, Mortalità Infantile e Tasso di Nascite Maschili a Fallujah, Iraq 2005-2009”, ha condotto un sondaggio porta-a-porta di più di 700 famiglie della città. Il team di ricerca ha interrogato gli abitanti di Fallujah riguardo agli insoliti alti tassi di cancro e di difetti alla nascita.

Uno degli autori dello studio, il chimico Chris Busby, ha detto che la crisi sanitaria della città rappresenta “il più alto tasso di danno genetico mai studiato in una popolazione”.

La dr.ssa Mozghan Savabieasfahani è una tossicologa ambientale residente a Ann Arbor, in Michigan. È autrice di più di due dozzine di articoli, la maggior parte dei quali trattano dell’impatto sulla salute di contaminanti e tossine della guerra. Al momento la sua ricerca si concentra sull’inquinamento da guerra e sull’aumento dei difetti alla nascita nelle città irachene. “Dopo i bombardamenti, la popolazione colpita restava spesso tra le rovine delle loro case contaminate o in edifici dove l’esposizione ai metalli era continua”, ha detto la dr.ssa Sacabieasfahani ad Al-Jazeera.

“La nostra ricerca a Fallujah ha mostrato che la maggior parte delle famiglie è tornata nelle loro case bombardate e vi ha continuato a viverci oppure hanno ricostruito sopra i resti contaminati delle loro vecchie case. Quando possibile, hanno persino usato i materiali di costruzione recuperati dai siti bombardati. Queste pratiche comuni contribuiscono alla continua esposizione del pubblico ai metalli tossici anche dopo che i bombardamenti sono finiti”.

Ha sottolineato come grandi quantità di proiettili all’uranio impoverito, oltre ad altre munizioni, sono state disperse nell’ambiente iracheno. “Tra il 2002 ed il 2005, l’esercito americano ha usato sei miliardi di proiettili, secondo le cifre del Government Accountability Office statunitense”, ha aggiunto.

Secondo la dr.ssa Savabieasfahani, i contaminanti metallici nelle zone di guerra derivano dai proiettili e dalle bombe, nonché da altri dispositivi esplosivi. I metalli, ed in particolare uranio, mercurio e piombo, vengono usati nella produzione delle munizioni e tutti contribuiscono ai difetti alla nascita, ai disordini immunologici e alle altre patologie.

“Il nostro studio condotto in due città irachene, Fallujah e Bassora, si è concentrato sui difetti congeniti alla nascita”, ha dichiarato.

La sua ricerca ha mostrato che entrambi gli studi hanno scoperto un numero crescente di difetti alla nascita, specialmente quelli al tubo neurale e i difetti cardiaci congeniti. Ha inoltre rivelato una contaminazione pubblica con due metalli neurotossici principali: piombo e mercurio. “L’epidemia dei difetti alla nascita in Iraq è, tuttavia, la punta dell’iceberg tra molti altri problemi di salute nelle città bombardate”, ha dichiarato. “I casi di leucemia infantile e altri tipi di cancro stanno aumentando in Iraq”.

I bambini di Fallujah

A Fallujah, i dottori continuano ad assistere al suddetto ripido aumento di casi di diversi difetti alla nascita, che includono bambini nati con due teste, con un solo occhio, con tumori multipli, con deformità sfiguranti al viso e al corpo e problemi complessi al sistema nervoso.

Oggi a Fallujah, i residenti riferiscono ad Al-Jazeera che sono molte le famiglie che hanno paura di avere bambini, dal momento che un allarmante numero di donne sta vivendo continui aborti e decessi di neonati con deformità e patologie critiche.

La dr.ssa Samira Alani, una pediatra specialista al Fallujah General Hospital, si è personalmente interessata di indagare sull’esplosione di anomalie congenite che sono proliferate all’indomani dell’assedio americano nel 2005. “Al momento ci sono tutti i tipi di difetti, dalla malattia cardiaca congenita fino a diverse anormalità fisiche, entrambe a livelli inimmaginabili”, ha detto lo scorso anno la dr.ssa Alani ad Al-Jazeera dal suo ufficio nell’ospedale, mentre mostrava innumerevoli foto di scioccanti difetti alla nascita.

La dr.ssa è anche co-autrice di uno studio del 2010 che ha mostrato che a Fallujah il tasso di difetti cardiaci è di 13 volte maggiore rispetto a quello calcolato in Europa. Inoltre, per quanto riguarda il sistema nervoso, è stato calcolato un tasso di 33 volte più alto rispetto a quello europeo sullo stesso numero di nascite.

Il 21 dicembre 2011, la dr.ssa Alani, che lavora nell’ospedale dal 1997, ha detto ad Al-Jazeera di essersi personalmente occupata di 677 casi di difetti alla nascita dall’ottobre 2006. Solo otto giorni dopo, in occasione della visita di Al-Jazeera alla città, la cifra era già arrivata a 699. La dr.ssa Alani ha mostrato alla tv araba centinaia di foto di bambini nati con palatoschisi, teste allungate, un bambino nato con un solo occhio al centro della faccia, arti troppo grandi o troppo corti, orecchie, nasi e colonne malformate.

Ha raccontato ad Al-Jazeera di casi di “nanismo tanatoforo”, un’anormalità delle ossa e della cassa toracica che “rende il neonato incompatibile alla vita”.

 “Un tribunale di medicina legale ha scoperto che il cancro era causato dall’esposizione all’uranio impoverito”, ha detto Busby ad Al-Jazeera. “Negli ultimi dieci anni sono state condotte ricerche che hanno chiaramente dimostrato che l’uranio è una delle sostanze più pericolose note all’uomo, soprattutto nelle forme che assume quando è usato in guerra”.

Nel luglio 2010, Busby ha rilasciato uno studio che mostrava un aumento di 12 volte del tasso di casi di cancro infantile a Fallujah dopo gli attacchi del 2004. Il rapporto ha inoltre mostrato che il tasso di natalità maschile si è alterato con una media di 86 bambini maschi per ogni 100 bambine femmine, insieme alla diffusione di malattie indicanti danni genetici – come a Hiroshima, ma di un’incidenza ben maggiore.

La dr.ssa Alani è stata in Giappone dove ha incontrato dei dottori locali che studiano i tassi di difetti alla nascita che credono sia collegato alle radiazioni causate dai bombardamenti nucleari americani ad Hiroshima e Nagasaki. Le hanno detto che i tassi di incidenza dei difetti alla nascita vanno dall’1% al 2%. L’insieme dei casi coperti dalla Alani arriva ad un tasso del 14,7% di tutti i bambini nati a Fallujah, oltre 14 volte in più rispetto alle aree giapponesi interessate.

Nel marzo 2013, la dr.ssa Alani ha informato Al-Jazeera che i tassi incidenti delle malformazioni congenite sono rimasti intorno al 14%.

Per quanto sconcertanti possano risultare queste statistiche, la dr.ssa Alani ha lamentato lo stesso problema del deficit di rapporti menzionato dal dr. Haddad ed ha dichiarato che la crisi è anche peggio di quanto indichino queste cifre. “Non abbiamo nessun sistema per registrarle tutte, quindi ci mancano moltissimi casi”, ha affermato. “Credo di conoscere solo il 40-50% dei casi, poiché sono molte le donne che partoriscono in casa e non ne sappiamo mai niente e non vengono neanche registrate da altre cliniche”. Inoltre, la dr.ssa Alani è l’unica persona di Fallujah che registra i casi ed ha riferito che si potevano osservare ancora gli stessi gravi difetti”. “Abbiamo così tanti casi di bambini con difetti multipli di sistema in un solo neonato”, ha spiegato. “Anormalità multiple in un solo bambino. Ad esempio, abbiamo appena avuto un caso di un neonato con problemi al sistema nervoso centrale, difetti allo scheletro e anormalità cardiache. Questo è abbastanza comune a Fallujah ormai”.

Purtroppo, la dr.ssa Alani ha menzionato qualcosa di cui aveva avvertito la dr.ssa Savabieasfahani nella sua ricerca. L’ospedale dove la Alani lavora è stato costruito nel quartiere di Dhubadh nel 2008. Secondo la Alani, la zona era stata pesantemente bombardata durante l’assedio del 2004.

La dr.ssa Savabieasfahani ha spiegato che la sua ricerca dimostra che alcune aree di Fallujah, come anche di Bassora, “sono contaminate da piombo e mercurio, due metalli altamente tossici”, a causa dei bombardamenti statunitensi nel 1991 e dell’invasione del 2003. Ha detto che, quando le munizioni all’uranio impoverito esplodono o colpiscono gli obiettivi, generano “particelle di pulviscolo contenti metallo e uranio impoverito che rimangono nell’ambiente. Queste particelle possono entrare nei cibi e quindi nel corpo umano. Particelle tossiche possono anche essere trasportate dal vento ed inalate. L’Iraq è frequentemente soggetto a tempeste di sabbia a polvere. L’inalazione continua di materiali tossici può causare cancro. Le particelle ingerite o inalate che emettono radiazioni alfa possono provocare cancro”.

Bassora e l’Iraq meridionale

Nella provincia di Babil nel Sud dell’Iraq, i casi di cancro sono andati crescendo in modo allarmante a partire dal 2003. Il dr. Sharif al-Alwachi, capo del Babil Cancer Center, dà la colpa alle armi all’uranio impoverito usate dalle forze statunitensi durante e dopo l’invasione del 2003.

 “L’ambiente potrebbe essere contaminato da armi chimiche e uranio impoverito in seguito alla guerra in Iraq”, ha detto il dr. Alwachi ad Al-Jazeera. “L’aria, il suolo e l’acqua sono inquinati da queste armi e quando entrano a contatto con un essere umano diventano velenosi. Si tratta di qualcosa di nuovo per la nostra regione e la gente qui soffre”.

Secondo uno studio pubblicato nel Bulletin of Environmental Contamination and Toxicology, una rivista specialistica della città di Heidelberg nel sud-ovest della Germania, c’è stato un incremento di 7 volte nel numero dei casi di difetti alla nascita a Bassora tra il 1994 ed il 2003.

Secondo lo studio di Heidelberg, la concentrazione di piombo nei denti da latte dei bambini di Bassora era quasi tre volte più alto dei valori delle zone dove non c’era stata la guerra. Inoltre, mai prima d’ora era stato registrato un tasso così alto di difetti al tubo neurale (“la schiena aperta”) nei bambini come a Bassora e le cifre continuano a salire. Secondo lo studio, il numero di casi di idrocefali (“acqua nel cervello”) tra i neonati è sei volte più alto a Bassora rispetto agli USA. Abdulhaq al-Ani, autore di “Uranio in Iraq”, ha condotto ricerche sugli effetti dell’uranio impoverito sulla popolazione dal 1991. Ha raccontato ad Al-Jazeera di aver personalmente misurato i livelli di radiazione della città di Karbala, nonché di Bassora, il suo contatore Geiger stava “urlando” perché “l’indicatore andava fuori portata”.

La dr.ssa Savabieasfahani ha sottolineato che i casi di leucemia infantile di Bassora si sono più che raddoppiati tra il 1993 e il 2007. “Cancri multipli (ad esempi pazienti con tumori simultanei ai reni e allo stomaco) che accadono raramente, sono stati registrati anche lì”, ha detto. “Prese insieme queste osservazioni suggeriscono una straordinaria emergenza sanitaria in Iraq. Una tale crisi richiede un’azione internazionale urgente e variata per prevenire ulteriori danni alla salute pubblica”.

La legge internazionale e il futuro

Esistono leggi internazionali molto chiare riferite all’uso di munizioni come quelle all’uranio impoverito. L’articolo 35 del Protocollo I, un emendamento del 1977 alle Convenzioni di Ginevra, proibisce l’uso di qualsiasi mezzo o metodo di guerra capace di causare mali superflui o sofferenze inutili. L’articolo 35 inoltre proibisce agli Stati firmatari al ricorso di mezzi bellici che possano infliggere danni estesi e a lungo termine alla salute umana e all’ambiente.

Gli effetti dell’uranio impoverito osservati in Iraq suggeriscono che queste armi vengono classificate dall’articolo 35 come proibite per il semplice motivo dei loro sospettati effetti a lunga durata sulla salute e sull’ambiente.

Inoltre, l’articolo 36 (del Protocollo I) obbliga ogni Stato di condurre una revisione legale di una nuova arma nello studio, nello sviluppo o nell’acquisizione di tale arma.

Finora, il Belgio (nel 2007) ed il Costa Rica (nel 2011) hanno fatto passare leggi domestiche che proibiscono le armi all’uranio impoverito nei loro territori. Nel 2008, il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione che dichiarava che “l’uso dell’urano impoverito nelle guerre va contro le regole fondamentali e i principi racchiusi nella legge scritta o consuetudinaria internazionale, umanitaria e ambientale”.

Ciò nonostante, le mutazioni del DNA causate dall’uranio impoverito possono, ovviamente, essere trasmesse da genitore a figlio. Quindi, la contaminazione da uranio impoverito causata dalle guerre americane in Iraq nel 1990 e nel 2003 potrebbero probabilmente continuare a causare una crisi sanitaria nazionale persistente per le prossime generazioni di iracheni.

Le tracce di uranio impoverito rimaste in Iraq rappresentano un enorme rischio ambientale a lungo termine, dal momento che resteranno radioattive per più di 4,5 miliardi di anni.

La dr.ssa Savabieasfahani pensa che sia necessario eseguire ulteriori studi e ricerche in Iraq per poter comprendere l’intera portata del danno causato dalle armi belliche usate nel Paese a partire dal 1990. “Abbiamo bisogno di un test ambientale su larga scala per scoprire l’entità della contaminazione da metalli e da uranio impoverito e dalle altre armi usate in Iraq”, ha concluso. “Non esistono neanche dei termini medici per descrivere alcune di queste condizioni perché non le abbiamo mai viste prima”, ha detto la dr.ssa Alani. “Quindi quando le descrivo, tutto quello che posso fare è descrivere i difetti fisici, ma non sono in grado di fornire la definizione medica”. Il dr. Haddad ha condiviso la sua forte preoccupazione rispetto al futuro dei suoi figli e di quelli degli altri iracheni. “Temo per loro”, ha dichiarato tristemente. “Sono circondati da così tanti problemi come la sanità e dobbiamo lavorare per risparmiarli dalle malattie, dalle radiazioni e dalle tossine chimiche. Sono assassini silenziosi, perché non possono essere visti finché il problema non è molto esteso. Troppi iracheni hanno sofferto per questo e non riesco a vedere una fine per questa sofferenza”. La dr.ssa Alani vuole semplicemente che la gente, specialmente negli Stati Uniti, sappia che della crisi di Fallujah e chiede loro solo una cosa. “Chiedo ai governi di non ferire le persone al di fuori dei loro Paesi”, ha detto. “Specialmente le persone in Iraq”.

Crisi? Quale crisi? Colpiamo la Siria!

Dal sito Internet http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11630

CRISI? QUALE CRISI? COLPIAMO LA SIRIA!

di Pepe Escobar

Fonte: www.atimes.com

Link: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/MID-03-180313.html

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Cristina Reymondet Fochira

I capi degli Stati e dei governi dell’Unione Europea (UE) si sono appena ritrovati a Bruxelles per il loro festival primaverile della moda, scusatemi, per il vertice politico-economico. Non si è visto il glamour di Gucci o Prada qui, bensì un banale e sartriano spettacolo a porte chiuse. Nessun cittadino fastidioso e rumoroso autorizzato, solo i Grandi dell’Universo (europeo). Tutto questo, dopo tre anni di orrenda crisi a turbare l’Eurozona.

Benvenuti, ecco come funziona realmente la “democrazia” in Europa; tutte le decisioni più importanti di politica economica, pianificazione del budget, finanza, che riguardano direttamente 500 milioni di persone prevalentemente deluse (e milioni di disoccupati), vengono prese nella più confortevole oscurità.

L’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt, ora presidente del gruppo liberale al Parlamento Europeo, ha quantomeno avuto la decenza di sottolineare: “Né il Parlamento Europeo, né i parlamenti delle singole nazioni possono pronunciarsi sulle decisioni del Consiglio Europeo e della Commissione Europea”.

Ebbene sì, rispetto al colosso europeo, il castello di Kafka non è che un parco giochi: è quindi d’obbligo una valutazione dei personaggi del cast.

Il Consiglio dei Ministri Europeo, altrimenti detto Consiglio Europeo, è composto dai capi degli Stati e dei governi e si riunisce almeno due volte all’anno per discutere le priorità politiche dell’Unione Europea. Attualmente è presieduto dallo spettacolare e insignificante Herman Van Rompuy. Il Consiglio è composto dai ministri degli Stati membri che hanno il compito di scegliere le leggi.

La Commissione Europea (EC) è composta da 27 commissari (eh sì, reminiscenze della cara, vecchia URSS), che sono il potere esecutivo dell’ UE e sono eletti dal Parlamento Europeo.

Il Parlamento Europeo viene eletto ogni cinque anni dai cittadini dell’UE (la maggior parte dei quali semplicemente non si preoccupa di votare). Il suo potere legislativo è condiviso con il Consiglio dei Ministri.

C’è poi la Banca Centrale Europea (BCE) che (malamente) gestisce l’euro.

Benvenuti nell’era dell’”autocrazia post-democratica”

Tutti questi Grandi dell’Universo (europeo) hanno avuto tre anni per contenere il fuoco dell’Eurozona. Fino ad ora il bilancio è di 7 Paesi dell’eurozona in profonda recessione e 9 Paesi stagnanti.

Durante la sfilata di moda, scusate, il vertice, si è discusso molto di “policy-mix” (combinazione di politica monetaria e politica fiscale, n.d.t.), che nel gergo dell’UE significa stimolare la domanda nei Paesi che stanno andando leggermente meglio di altri. Si è inoltre discusso molto sul “two-pack” e sul”six-pack”. No, non c’entrano con le confezioni di birra. O con le ultime novità del mondo del fitness. Somigliano più ad una variante del Monopoli.

Tutto inizia con l’intervento della Germania per “salvare”, diciamo così, i PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), fianco a fianco con la Francia, ancora sotto Re Sarkò Primo (l’ex presidente Nicolas Sarkozy); essi decisero che un gruppo di tecnocrati, della Commissione Europea o dell’Eurogruppo (i ministri della finanza dell’Eurozona), sarebbero stati incaricati delle politiche economiche e della pianificazione del budget.

Prima fu il turno del “six-pack”, gli stati dovettero firmare un losco miscuglio chiamato Trattato sulla Stabilità, sul Coordinamento e sulla Governance, all’insegna del “non fare nulla di strano senza prima aver informato tutti gli altri”.

Poi fu il turno del cosiddetto “two-packs”, adottato la scorsa settimana dal Parlamento Europeo; due regole per cui gli Stati sono obbligati a presentare le loro stime di budget alla Commissione Europea prima ancora di averle presentate ai parlamenti nazionali. In ultimo, le “democrazie” europee ora hanno potere decisionale pari a zero sulle politiche di Bruxelles. I poteri principali sono in mano ad un’ambigua troika formata dal Consiglio Europeo, l’Eurogruppo e la Commissione Europea. Per non menzionare la totale opacità della Banca Centrale Europea.

Queste persone hanno il coraggio di criticare il Congresso Nazionale del Popolo Cinese.

Per gli addetti interni però, tutto va alla grande e nel migliore dei modi. Olli Rehn, commissario europeo per gli Affari Economici e Monetari, ha dichiarato con un’espressione seria che “se il six-pack ed il two-pack fossero stati in vigore quando l’euro è stato messo sul mercato, non avremmo mai raggiunto una crisi di questa portata”. Allora perché nessuno dei tecnocrati di Bruxelles, con i loro grassi salari a vita, ci ha pensato prima?

Dal lato opposto del divisorio, Daniel Cohn-Bendit, in passato l’eroico Dany Le Rouge attuale co-presidente dei Verdi al Parlamento Europeo, si riferisce a questo racket chiamandolo “austerity tecnocratico”. Ancor meglio, il grande filosofo tedesco nonché federalista europeo certificato Jurgen Habermas raddoppia parlando di “autocrazia post-democratica”.

Da Parigi alla Scandinavia si sentono lamentele che riflettono l’angoscia per la caduta dell’Unione Europea in un buco nero. Basta scendere in strada e ascoltare il rumore per capire da che parte tira il vento: populismo (come nelle recenti elezioni italiane) e fascismo (in Danimarca, ad esempio, un nuovo sondaggio mostra che il Partito Popolare DF di estrema destra, contro l’immigrazione e anti-euro, è già diventato più popolare della coalizione di centro-sinistra attualmente al potere, notizia terribile per il primo ministro in carica Helle Thorning-Schmidt).

Nell’affrontare quest’Armageddon la Commissione Europea infestata di tecnocrati potrebbe concludere che sia necessario “re-introdurre la gente nel meccanismo”. Ma non lo farà; il meccanismo sta già avanzando senza controllo.

Radunate i soliti Kalashnikov

Come sempre l’Unione Europea, sfrutterà ogni possibilità per rendere tutto ancor più patetico. Così dal nulla, proprio nel mezzo della sfilata di moda primaverile, scusate, del vertice del Consiglio Europeo, irrompono il primo ministro inglese David Cameron e il presidente francese Francois Hollande.

A cosa ambisce questo ritorno di Napoleone con il Duca di Wellington? Niente meno che ad un’offensiva anglo-francese per silurare l’embargo europeo delle armi già concordato ed armare completamente i “ribelli” siriani.

Alcuni rappresentanti degli Stati membri sono realmente caduti dalle loro sedie. C’è voluta la Iron Fraulein nonché cancelliera tedesca Angela Merkel con un secco “NEIN”, che significa “il solo fatto che due membri abbiano cambiato idea non vuol dire che gli altri 25 debbano seguirli”.

Persino Catherine Ashton, l’incredibilmente mediocre alto rappresentante in carica per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, è venuta a conoscenza delle marachelle di David e Francois di Arabia solo leggendo i giornali, questo fa notare quanto sia “democratica” l’UE.

Quando è riuscita a farsi coraggio, ha detto al vertice che il risultato finale sarebbe una corsa alle armi in Siria. Quindi vincerebbe l’Iran. Ancora una volta la Ashton si è sbagliata, il Qatar e l’Arabia Saudita stanno già vincendo la loro corsa alle armi.

Il fatto è che nemmeno Cameron, fedele al suo personaggio, sapeva di cosa stesse parlando: “Non sto dicendo che il Regno Unito vorrebbe rifornire i ribelli di armi. Vogliamo lavorare con loro ed essere sicuri che stiano facendo la cosa giusta”.

Così ora tutti si stanno confrontando con la possibilità, per altro piuttosto probabile, che Parigi e Londra, ancora una volta, ignorino le linee politiche dell’UE, di cui tra l’altro fanno parte, e comincino a fare “la cosa giusta” armando allegramente entro maggio o giugno i “ribelli” siriani, inclusi jihadisti salafiti sullo stile di Al Qaeda. Esattamente ciò che Parigi e Londra fecero nel caso della Libia, nel 2011. Esattamente ciò che ha fatto recentemente la Tempesta del Deserto Hollande, supportato da David d’Arabia, con l’invasione del Mali.

Per David e Francois, il resto dell’UE non è che un gruppetto di pappemolli. Crisi? Quale crisi? La crisi è roba da idioti. Fare il Liberatore è molto più divertente.

Hibaku Jumoku: gli alberi sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima

Dal sito Internet http://www.greenme.it/informarsi/natura-a-biodiversita/9979-alberi-sopravvissuti-hiroshima

HIBAKU JUMOKU: GLI ALBERI SOPRAVVISSUTI ALLA BOMBA ATOMICA DI HIROSHIMA

di Marta Albè

A seguito del bombardamento atomico di Hiroshima, avvenuto il 6 agosto 1945, il dottor Harold Jacobsen, scienziato del Manhattan Project, ha dichiarato al Washington Post che i luoghi colpiti dalla bomba atomica sarebbero rimasti completamente privi di qualsiasi forma di vita per i successivi 75 anni.

Evidentemente, la natura aveva piani ben differenti. Nonostante le esplosioni e le radiazioni provocate dal bombardamento, nel corso della primavera successiva, con grande sorpresa per i testimoni del fenomeno, tra le rovine della città iniziarono a spuntare nuovi germogli. Con la loro rinascita, furono in grado di regalare un messaggio ricco di speranza ai sopravvissuti del disastro, che poterono iniziare a pensare alla possibilità di ricostruire la loro città.

Oggi, a oltre sessant’anni dal lancio della bomba atomica, Hiroshima è una città nello stesso tempo moderna e verde. Molti degli alberi che furono piantati nella città, rappresentarono un dono da parte di coloro che provenivano da altre zone del Giappone, o dall’estero. Ma centinaia degli alberi ancora oggi presenti ad Hiroshima vi si trovavano già al momento dell’esplosione della bomba e, sebbene danneggiati e coi rami spezzati, riuscirono a sopravvivere e a rinvigorirsi in seguito.

Si tratta di alberi che si trovavano collocati ad un raggio di circa 2 km dal punto dell’esplosione. Ora essi sono stati registrati ufficialmente come alberi colpiti dalla bomba atomica. Ognuno di essi viene denominato “Hibaku Jumoku”, cioè “albero sopravvissuto”, ed è identificato con una apposita targa.

Ad Hiroshima sono presenti circa 170 alberi sopravvissuti all’esplosione, appartenenti a 32 specie diverse.

L’albero che si trovava più vicino alla zona d’esplosione della bomba atomica è un salice piangente, rinato dalle proprie stesse radici dopo essere stato quasi completamente annientato.

I semi provenienti dagli alberi sopravvissuti vengono condivisi dagli abitanti di Hiroshima e piantati in Giappone o in altre zone del mondo, in un atto simbolico che testimonia come dalla distruzione possa nascere nuova vita.

Consulta qui la lista degli alberi sopravvissuti di Hiroshima.

Il gioco d’azzardo di John Kerry

Dal sito Internet http://www.megachip.info/rubriche/67-cronache-internazionali/9925-il-gioco-dazzardo-di-john-kerry.html

IL GIOCO D’AZZARDO DI JOHN KERRY

di Thierry Meyssan

Traduzione a cura di Matzu Yagi

L’attuazione del piano di pace per la Siria, negoziato tra russi e statunitensi, è in fase di stallo. Prima c’è stato il ritardo nella conferma del nuovo team di sicurezza degli Stati Uniti da parte del Senato. Poi, le dichiarazioni contraddittorie, per non dire incoerenti, del nuovo Segretario di Stato, John Kerry.

In ogni caso, due nuovi elementi possono essere stabiliti.

• L’attivismo dell’Arabia Saudita e del Qatar si è rafforzato con l’accordo apparente del Dipartimento di Stato.

In occasione di una conferenza stampa congiunta con il suo omologo saudita, John Kerry ha dapprima ripetuto due volte la sua disposizione a una «soluzione pacifica» in Siria. Ma due minuti più tardi, ha approvato l’invio di armi da parte dell’Arabia Saudita all’opposizione siriana «moderata». Kerry ha reiterato le sue contraddizioni durante la sua visita in Qatar.

Sul piano simbolico, l’Arabia Saudita e il Qatar hanno fatto attribuire alla Coalizione Nazionale siriana il seggio della Siria alla Lega Araba. Inoltre, su loro richiesta, la Lega ha autorizzato i suoi membri ad armare i «ribelli siriani». È impossibile che certi membri della Lega abbiano votato queste decisioni senza ricevere assicurazioni preventive sul via libera da parte di Kerry.

Nel diritto internazionale, il fatto di rivendicare o approvare l’invio unilaterale di armi a dei gruppi ribelli, al di fuori d’una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, costituisce un crimine. Se la Siria presentasse una denuncia presso la Corte internazionale di giustizia, otterrebbe a colpo sicuro una condanna dell’Arabia Saudita, del Qatar, degli Stati Uniti, della Lega araba e di qualcun altro in virtù della giurisprudenza del caso «Nicaragua contro USA»(1984).

L’iniziativa della Lega Araba priva di qualsiasi credibilità il rappresentante speciale del suo Segretario generale, Lakhdar Brahimi. Il vecchio diplomatico non può più pretendere di giocare il ruolo di mediatore ora che rappresenta di fatto una parte del conflitto, la Coalizione nazionale siriana, sebbene questa non occupi ancora il posto assegnatole.

• Gli israeliani hanno moltiplicato i gesti melliflui per far dimenticare la loro interferenza nella campagna presidenziale USA. Giunto a Washington per partecipare alla conferenza annuale dell’AIPAC, il generale Ehud Barak ha moltiplicato i complimenti alle autorità USA, assicurando che non erano mai state così vicine allo Stato di Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, nel frattempo, ha rinunciato per la prima volta al viaggio e ha preferito intervenire in video per non doversi incontrare faccia a faccia con dirigenti che gli chiedessero conto delle sue posizioni. La contesa si è così ridotta a una questione personale affinché non pregiudicasse le relazioni da Stato a Stato.

Ehud Barak è stato ricevuto al Pentagono dal suo omologo statunitense, Chuck Hagel, con il quale ha sviluppato in passato delle buone relazioni. L’israeliano ha ottenuto che l’aiuto USA (circa 3 miliardi di dollari all’anno) non sia intaccato dai tagli di bilancio. In cambio, ha ceduto sulla Siria. Nel comunicato stampa del Dipartimento della Difesa, viene precisato che le due parti hanno discusso questioni comuni di sicurezza, «tra cui la necessità che il regime siriano mantenga il controllo sulle armi chimiche e biologiche nel suo paese; i leader si sono impegnati a proseguire la pianificazione di misure di emergenza per contrastare questa minaccia potenziale».

In altre parole, Washington e Tel Aviv non stanno più prendendo in considerazione un «cambio di regime» a Damasco, e hanno convenuto nell’aiutare l’esercito arabo siriano a mantenere il controllo delle sue armi chimiche e biologiche di fronte agli attacchi degli jihadisti .

Israele si ritira dal conflitto. Agendo di conseguenza, due giorni dopo questo voltafaccia, si è scoperto e smantellato sul litorale siriano un complesso sistema di monitoraggio e di comunicazione elettronica israeliano.

• In definitiva, gli Stati Uniti cercano di disimpegnare militarmente se stessi e il loro alter ego israeliano, mentre incoraggiano i loro alleati del Golfo alla escalation militare e al blocco diplomatico. È ancora troppo presto per stabilire se stiano facendo il doppio gioco e e tendano una trappola alla Russia a spese del popolo siriano, o se stiano spingendo i loro alleati del Golfo verso un vicolo cieco per meglio imporre loro la soluzione che hanno negoziato con Mosca.

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