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Archivio per la categoria ‘ENERGIE ALTERNATIVE’

Pyppy, il pannello fotovoltaico da balcone portatile

Dal sito Internet http://www.greenme.it/informarsi/energie-rinnovabili/10624-pyppy-pannello-fotovoltaico-balcone-portatile

PYPPY, IL PANNELLO FOTOVOLTAICO DA BALCONE PORTATILE

di Francesca Mancuso

Un piccolo pannello fotovoltaico da portare sempre con noi. Si chiama Pyppy Free energy for all ed è il nuovo kit trasportabile stand alone. Un pannello da giardino, com’è già stato definito, ma che consente di essere facilmente spostato grazie alle sue quattro ruote e per portare l’energia del sole ovunque sia necessario.

Pensato da Ri-ambientando, società di Orbassano, per la produzione di energia elettrica per il normale fabbisogno domestico, Pyppy produce secondo i suoi realizzatori 2.400 watt/h e permette di utilizzare la tensione a 220 volt per gli elettrodomestici più comuni dopo 10-15 ore di esposizione alla luce solare. E tutto senza necessità di autorizzazioni o allaccio alla rete elettrica.

Com’è fatto? Pyppy non è altro che un pannello fotovoltaico privo di bordatura in alluminio, dotato di fiancate che hanno il fine di valorizzare e inglobare il pannello con linee morbide, in netta contrapposizione con la durezza e la spigolosità delle classica forma del pannello fotovoltaico, il cui telaio è dimensionato con l’unico scopo di supportare e qualificare angolarmente il pannello stesso. La novità del prodotto sta nel fatto che per queste sue caratteristiche e per il supporto con le quattro ruote, il pannello può essere utilizzato ovunque, in ambito domestico, garantendo l’indipendenza elettrica di piccoli elettrodomestici d’uso quotidiano. Tuttavia, spiegano gli ideatori, è possibile utilizzarlo in contesti diversi quali baite, bungalow e locali pubblici.

Come funziona? Il meccanismo è lo stesso. L’energia solare viene convertita in energia elettrica dalle celle fotovoltaiche del pannello solare. Tramite un regolatore di carica e un inverter questa viene poi immagazzinata nelle due batterie di accumulo da 100 Ampere. Infine, basta inserire la spina di una comune multipresa ed utilizzare la corrente prodotta.

Quanto costa e dove comprarlo. Il prezzo di Pyppy è di 1.450 euro IVA compresa. Può beneficiare delle detrazioni del 50% e nonostante la sede sia in Piemonte, può essere acquistato anche sul web contattando il rivenditore, visto che la società effettua spedizioni in tutta Italia (comprese nel prezzo).

Biomasse da legno: aumentano il rilascio di CO2

Dal sito Internet http://www.greenstyle.it/biomasse-da-legno-aumentano-il-rilascio-di-co2-42904.html

BIOMASSE DA LEGNO: AUMENTANO IL RILASCIO DI CO2

di Francesca Fiore

Usare biomassa legnosa può far aumentare il rilascio di CO2 nell’atmosfera. A lanciare l’allarme è uno studio del Dartmouth College, che spiega come il disboscamento può portare a un rilascio maggiore di carbonio contenuto nel sottosuolo, che detiene oltre il 50% di tutto il carbonio presente nelle foreste.

Solitamente, il carbonio contenuto nelle profondità non viene preso in considerazione dagli studi che analizzano il rapporto fra biomassa e rilascio di CO2: questo perché il carbonio contenuto nel sottosuolo è pensato come un elemento stabile, che non influenza la produzione di legno in superficie. Lo studio del Dartmouth sostiene invece il contrario: una mal gestione delle foreste, con interventi non attentamente pianificati, rischia solo di aggravare la situazione delle emissioni nocive globali. Andrew Friedland, professore della Dartmouth e co-autore dello studio, ha spiegato: “Il nostro lavoro suggerisce che il carbonio nel suolo minerale può cambiare molto rapidamente, determinano incrementi di anidride carbonica nell’atmosfera, a causa di operazioni come il disboscamento. Il ricorso a una quantità maggiore di biomassa da legno può avere l’effetto indesiderato di aumentare il trasferimento di carbonio dal suolo minerale all’atmosfera, ribaltando completamente i nostri obiettivi”.

La biomassa legnosa, che comprende sia alberi cresciuti in piantagioni apposite, che foreste naturali o rifiuti derivanti dalle operazioni di disboscamento, costituisce circa il 75% della produzione di biocarburanti a livello mondiale. La risposta dei minerali e del carbonio contenuto, secondo il team che ha realizzato lo studio, può variare secondo le tecniche usate, l’intensità delle operazioni, il raggio d’azione e il tipo di terreno.

Nel tracciare i risultati, il team si è concentrato sulle tecniche di disboscamento e produzione di biomassa negli States: in particolare, si concentra sulla comprensione degli effetti della deposizione atmosferica di agenti inquinanti e del loro rapporto con la raccolta di biomassa dalle foreste ad alta quota. Oltre al carbonio, sono stati considerati elementi come piombo, azoto e calcio. Secondo il team del Dartmouth le ricerche in circolazione attualmente sono incomplete: “L’analisi completa dei cicli di carbonio delle foreste è fondamentale per la comprensione e la mitigazione dei cambiamenti climatici. La comprensione dei cicli di carbonio delle foreste, a sua volta, richiede un’analisi approfondita della memoria e dei flussi di carbonio delle foreste, che includono le biomasse derivate da elementi vivi o da rifiuti, così come i residui organici del sottosuolo o la composizione minerale. Se non consideriamo tutti gli elementi che intervengono in questo processo, rischiamo di produrre conseguenze negative per il pianeta”.

Troppo presto per il solar cooling

Dal sito Internet http://www.tekneco.it/energia/troppo-presto-per-il-solar-cooling/

TROPPO PRESTO PER IL SOLAR COOLING

di Gianluigi Torchiani

Utilizzare il calore del sole per produrre fresco: un paradosso, a prima lettura, che è però il cuore dell’innovativa tecnologia del solar cooling, che rappresenta l’applicazione sperimentale del solare termico con le maggiori potenzialità. Questa tecnologia consiste nell’abbinamento tra pannelli solari termici e una macchina frigorifera (assorbitore) per la produzione di freddo: i pannelli solari assorbono la radiazione del sole e la trasformano in acqua calda che, successivamente, transita attraverso la macchina frigorifera che la raffredda, così da essere impiegata a sua volta per raffrescare gli ambienti oppure per la refrigerazione industriale.

In altre parole, la tecnologia del solar cooling permette di produrre freddo sotto forma di acqua refrigerata a partire da una sorgente di calore. I vantaggi sono di diversa natura: considerato che i picchi di richiesta elettrica avvengono nella stagione estiva a causa del contemporaneo funzionamento di milioni di piccoli condizionatori ad aria, il solar cooling permette di far coincidere la massima disponibilità di radiazione solare con la maggiore richiesta di freddo per il condizionamento degli edifici.

Come spiega un’analisi dell’ENEA, il solar cooling apporta quindi benefici: dal punto di vista del sistema elettrico nazionale, la diffusione su larga scala di questa tecnologia potrebbe contribuire ad allentare la pressione sulla rete elettrica, evitando i pericolosi picchi estivi.

D’altra parte, chi sceglie di installare un impianto solar cooling può ottenere consistenti benefici in termini di efficienza energetica: il risparmio di energia primaria stimato dal progetto europeo Solco è intorno al 50-60%. Un altro vantaggio apportato dal solar cooling è quello di consentire l’utilizzo di tutta l’acqua calda prodotta da impianti solari di medie e grandi dimensioni anche nel corso dell’estate. Proprio nella stagione estiva, infatti, aumenta il rischio che gran parte dell’acqua calda prodotta dall’impianto vada sprecata. Questa tecnologia risulta particolarmente adatta a un Paese come l’Italia, caratterizzato da estati molto calde in cui vi è grande disponibilità di radiazione solare e un’elevata richiesta di energia per il raffrescamento.

Entrando più nel dettaglio da un punto di vista tecnico, uno schema di impianto solar cooling è tipicamente composto da un campo di pannelli solari, un serbatoio di accumulo, una unità di controllo, tubazioni e pompe e una macchina frigorifera alimentata termicamente. I collettori solari usati per applicazioni solar cooling sono perlopiù ad alta efficienza (con doppia superficie vetrata o collettori a tubi sottovuoto).

Il chiller è il cuore di ogni impianto solar cooling: con questo termine si fa riferimento a macchine in grado di produrre il freddo, utilizzando come input energetico proprio l’energia termica immagazzinata nell’acqua grazie ai collettori solari. Nel corso di una giornata estiva, il serbatoio di accumulo funziona da buffer e riesce a ottimizzare la produzione di aria raffrescata, la cui richiesta può essere ovviamente anche asincrona rispetto alle ore durante le quali si ha effettiva disponibilità di radiazione solare. I serbatoi di accumulo sono dunque componenti impiantistiche indispensabili.

Uno schema tipico – molto utilizzato nei casi in cui l’impianto sia destinato a funzionare sia in inverno (in riscaldamento) che in estate (in raffrescamento) – prevede l’impiego di due serbatoi di accumulo: il primo per l’acqua calda prodotta dai collettori e il secondo per la conservazione di acqua fredda prodotta dal chiller. Solitamente è presente anche una fonte di calore integrativa di tipo tradizionale, ossia una caldaia a gas, per rendere l’impianto del tutto indipendente dalla effettiva disponibilità di radiazione solare.

Nonostante i vantaggi che abbiamo citato in precedenza e uno schema di funzionamento – come si è visto – non certo complesso, il solar cooling resta sostanzialmente una tecnologia di nicchia: all’inizio del 2010 gli impianti installati nel mondo erano pari a circa 300, per una potenza installata totale di 17,6 MW. Di questi, 28 erano stati installati in Italia per una potenza complessiva di 3,2 MW.

Secondo l’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano nel nostro Paese e a livello globale non si è registrata una crescita tangibile delle installazioni di impianti di solar cooling nel corso del 2011. Eppure, se in Italia solo il 2% degli immobili a uso residenziale venisse dotato, da qui al 2020, di un impianto di questo tipo con una potenza media di circa 30 kW frigoriferi, risulterebbero installati circa 34 milioni di metri quadrati di collettori per solar cooling, per una potenza frigorifera complessiva di 13.000 MW.

Gli ostacoli a una diffusione del solar cooling, come del resto per buona parte delle tecnologie legate all’efficientamento energetico, sono di varia natura.

Secondo l’analisi effettuata nell’ambito del progetto Solco, esiste un problema di conoscenza della tecnologia e del know-how, nonché dei benefici derivanti, soprattutto tra i potenziali utenti (hotel, ospedali, uffici, ecc.). D’altronde, la maggior parte degli attori tecnici (ingegneri, progettisti, installatori, ecc.) non hanno familiarità con questa tecnologia e di conseguenza non la suggeriscono ai potenziali utilizzatori come possibile soluzione impiantistica. Sarebbe dunque necessaria una formazione ad hoc per tutte queste categorie, nonché la creazione di appositi strumenti di progettazione (software), sistemi di controllo e soluzioni impiantistiche “a pacchetto”.

Ovviamente la barriera prezzo è altrettanto importante: gli operatori del mercato evidenziano spesso che l’elevato costo per l’investimento iniziale limita sensibilmente la diffusione degli impianti. In effetti, allo stato attuale, le macchine frigorifere ad assorbimento sono ancora economicamente poco competitive con i condizionatori tradizionali; ciò è particolarmente vero nel caso di piccoli impianti (utenze domestiche, piccoli esercizi commerciali, ecc.). Inoltre, questa tecnologia sconta ancora la mancanza di un chiaro supporto politico sia a livello nazionale che in ambito comunitario, nonostante il condizionamento solare sia ormai considerato come una delle possibili risposte alle problematiche ambientali legate ai consumi energetici per la climatizzazione degli edifici.

In ogni caso, è evidente che una più larga diffusione dei sistemi solar cooling debba passare per una maggiore maturità della tecnologia e il miglioramento della fattibilità economico-finanziaria. Le analisi di costo indicano che, agli attuali prezzi dell’energia, questi sistemi non potranno essere competitivi neppure nel prossimo futuro con i sistemi di condizionamento tradizionali. Sono assolutamente necessari, dunque, incentivi finanziari per l’investimento, ma sarebbe auspicabile, soprattutto, un sistema fiscale più equo nella effettiva valutazione dei reali costi ambientali connessi allo sfruttamento delle fonti fossili.

D’altra parte è necessario realizzare un certo numero di progetti dimostrativi così da raggiungere una sufficiente massa critica e, soprattutto, disporre di dati di monitoraggio delle prestazioni degli impianti realizzati, così da sopperire al gap informativo. Tutti gli studi indicano, d’altronde, l’esistenza di grandi margini potenziali di riduzione dei costi per gli impianti solar cooling di prossima generazione, che passeranno per un miglioramento delle prestazioni per i chiller e di efficienza per i pannelli solari.

I 10 Paesi del Club delle rinnovabili… senza l’Italia

Dal sito Internet http://qualenergia.it/articoli/20130605-i-10-paesi-del-club-delle-rinnovabili-senza-l-italia

I 10 PAESI DEL CLUB DELLE RINNOVABILI… SENZA L’ITALIA

di Redazione

Si ringrazia per la collaborazione Alex Sorokin

Mentre in Italia sulle pagine di una importante testata come il Corriere della Sera si sproloquia su rinnovabili, fotovoltaico, cambiamenti climatici e affini con la scioltezza di una discussione da bar, da altre parti, fuori confine, si ragiona su visioni più ampie e scenari di medio lungo periodo. Facciamo riferimento ad una iniziativa politica del governo tedesco per la creazione di un “Club delle Rinnovabili” dei Paesi che aderiscono alla cosiddetta “Energiewende”, cioè alla transizione verso un sistema energetico sostenibile basato sulle fonti energetiche rinnovabili. I primi 10 Paesi che hanno aderito sono Cina, Danimarca, Francia, Germania, India, Marocco, Sud Africa, Tonga, Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna. Questi, insieme, coprono, il 40% degli investimenti mondiali in fonti rinnovabili.

All’invito a Berlino del 1° giugno del ministro dell’Ambiente del governo Merkel, Peter Altmeier, hanno risposto i rappresentanti di alto livello di quei Paesi che intendono essere i pionieri del club e che puntano ad essere un esempio anche per altre nazioni per le policy in questo settore. Obiettivo comune è la trasformazione globale del sistema energetico e per fare questo, si dice nel comunicato, serve un gruppo di Paesi leader che faccia da battistrada. Il Club delle Rinnovabili intende essere di sostegno alla International Renewable Energy Agency (IRENA).

Alle luce delle probabili ricadute positive per la Germania e per gli altri Stati aderenti, in termini economici, tecnologici e di commercio estero, e visto che l’Italia è ancora fra i primi investitori in energie rinnovabili al mondo (molto più di tanti dei Paesi aderenti), potrebbe essere utile da parte del nostro governo promuovere quanto prima l’adesione a questo speciale Club.

Il prossimo incontro del Club delle Rinnovabili sarà ospitato ad Abu Dhabi nel gennaio del 2014 nell’ambito dell’assemblea di IRENA.

Soluzione italiana per la produzione di energia dalle onde

Dal sito Internet http://qualenergia.it/articoli/20130530-soluzione-italiana-la-produzione-di-energia-dalle-onde

SOLUZIONE ITALIANA PER LA PRODUZIONE DI ENERGIA DALLE ONDE

di Alessandro Codegoni

Come si sa l’eolico in Italia spesso non è molto ben accetto, soprattutto per motivi paesaggistici. Ma c’è un’altra forma di energia rinnovabile derivata indirettamente dal vento, ampiamente sfruttabile e con un impatto ambientale e paesaggistico praticamente nullo, che potrebbe aprire la strada ad un’industria nazionale veramente pionieristica, unica al mondo. È la strada percorsa da Michele Grassi, pisano di 43 anni, laureatosi in Matematica alla Normale, che nel 2005 ebbe un’idea: un generatore in grado di trasformare in elettricità il moto delle onde marine, restando completamente immerso, quindi invisibile e al riparo dalle tempeste. In otto anni Grassi è riuscito a trasformare l’idea in un prodotto e adesso il primo esemplare commerciale del dispositivo, acquistato da ENEL Green Power, verrà installato in Toscana.

DOMANDA. Dottor Grassi ci racconta il suo percorso di inventore?

RISPOSTA. «Dopo aver rimuginato sull’idea per due anni, l’ho brevettata e nel 2007 ho fondato la società 40South Energy a Pisa, creando nel 2008 anche la società principale del gruppo in Gran Bretagna perché quello è il paese dove il potenziale di mercato e le politiche di incentivo al settore sono più significativi. Attualmente l’attività è suddivisa fra la controllante inglese e la controllata italiana. Nel 2010 abbiamo varato a punta Righini, vicino a Castiglioncello, presso Livorno, un primo prototipo del nostro dispositivo, il D100, da 100 kW, una macchina non connessa alla rete, che ci ha consentito di compiere tutti i test sui vari componenti. Nel 2011 abbiamo realizzato un secondo prototipo, la Y25T, un modello perfezionato, più facile da installare e dopo questo, visti gli ottimi risultati, l’attuale R115, il nostro primo modello commerciale, da 150 kW di potenza».

D. Voi non siete i primi ad aver tentato di sfruttare le onde marine, ma finora i tentativi sono falliti, per problemi finanziari, ma anche tecnici, in particolare la difficoltà di far resistere i dispositivi alla violenza del mare in tempesta. Perché il vostro tentativo dovrebbe avere più successo?

R. «Beh, la grossa differenza è che noi non usiamo la forza motrice dell’onda sulla superficie del mare, ma la sua propagazione lungo la colonna d’acqua. In altre parole il nostro dispositivo è completamente immerso e riesce a sopravvivere in qualunque condizione di mare, anche durante le tempeste più violente. Ne abbiamo affrontate diverse, durante il periodo dei test, e non abbiamo subito alcun danno».

D. Ma come si fa a sfruttare le onde “da sotto”?

R. «Il nostro dispositivo è costituito di due parti, una posta poco sotto il pelo dell’acqua, connessa con lunghe braccia telescopiche mobili alla seconda, che è sistemata molto più in basso ed è ancorata al fondo. La parte superiore subisce l’influenza del moto delle onde e si sposta avanti e indietro, su e giù, per seguirle, un po’ come fanno le alghe sotto il pelo dell’acqua. Questo movimento viene trasmesso ai pistoni nelle braccia che, a loro volta, con un sistema di cui non posso dare molti dettagli per ragioni di riservatezza, mettono in azione il generatore elettrico, contenuto nella parte superiore. Un video illustra bene il suo funzionamento».

D. Ma se il mare si ingrossa, raggiunge la parte superiore e può danneggiarla…

R. «È qui la grande idea: come dicevo prima, il nostro dispositivo sale o scende nella colonna d’acqua automaticamente con il variare dell’altezza delle onde, restando sempre alla stessa distanza sotto al ventre delle onde. Così non solo resta al sicuro e produce con tutte le condizioni di mare, ma riceve sempre la stessa spinta dalle onde, per quanto alte esse siano. Ciò conferisce un grande vantaggio: il nostro dispositivo è stato progettato per carichi costanti, non per il carico massimo immaginabile, come una turbina eolica che è costruita per resistere a venti fortissimi, che magari si verificano solo una volta l’anno. Questo lo rende particolarmente economico».

D. E a che profondità può essere messo?

R. «La minima è 50 metri, con la parte ancorata posta a circa 25 metri di profondità. La massima non ha limiti, anche se, ovviamente, più si va giù e più l’ancoraggio è costoso. Questo vuol dire che nei mari italiani, che quasi sempre vanno giù velocemente, spesso il nostro dispositivo può essere installato a poche centinaia di metri dalla costa riducendo drasticamente il costo del cavo di connessione alla rete».

D. Ma non avete problemi di corrosione e fouling, cioè infestazione da parte di alghe e animali marini?

R. «No, non oltre quanto già previsto e che può essere contrastato con una manutenzione ogni 5 anni, sui 20 di vita previsti. Tenete conto che la corrosione è più grave quando il dispositivo entra ed esce dall’acqua, molto meno se è sempre immerso. Inoltre gli animali infestanti non possono attaccarsi alla parte profonda del dispositivo, che sta troppo in basso per molti di loro. Infine la manutenzione è molto semplice, si tratta di rimuovere e sostituire sul sito solamente quei componenti, che chiamiamo TEP, che contengono le parti elettroniche».

D. Però è un po’ strana la scelta di impiantare una macchina a onde nel Mediterraneo, un mare notoriamente molto poco “ondoso” . Non era meglio testarla nel Mare del Nord o sull’Atlantico?

R. «Beh, prima di tutto la nostra società italiana è basata a Pisa e questo è il mare più a portata di mano… Secondariamente, essendo il dispositivo sempre al riparo sotto le onde, la loro frequenza e violenza è ininfluente sui test: potevano essere fatti ovunque. Certo, la produzione nei nostri mari è inferiore a quella possibile a nord, tuttavia i test mostrano nel Mediterraneo un capacity factor del 20%, quindi simile a quello medio del vento in Italia e molto superiore a quello del fotovoltaico, che nel nostro Paese è il nostro vero concorrente. I test fatti alle Isole Scilly, davanti alla Cornovaglia, hanno già mostrato capacity factor molto, molto superiori, vicini al doppio, il che rende questo dispositivo estremamente concorrenziale con l’eolico, oltre che con la maggior parte delle altre fonti elettriche, in quelle zone».

D. Contate quindi di venderli ovunque…

R. «Esatto. Il primo R115, che stiamo ora mettendo a punto a Castiglioncello, è stato acquistato da ENEL Green Power e a metà giugno lo installeremo per loro conto 600 metri al largo di Marciana, all’isola d’Elba. L’Elba è collegata alla rete nazionale, e quindi questo non cambierà molto la situazione energetica dell’isola. La vera rivoluzione la faremo partire se, come speriamo, metteremo altri R115 vicino a Capraia e Gorgona, isole non connesse alla rete, che si alimentano con costosissimi generatori diesel: per loro il nostro dispositivo costituirà un risparmio e una riduzione dell’inquinamento. Dimostrato con loro la convenienza della nostra soluzione, in seguito ogni altra piccola isola italiana sarà nostro possibile cliente. Intanto, però ci diamo da fare anche fuori d’Italia: a Scilly installeremo tre R115, acquistate da gruppi di investitori locali. Sono convinto che la Gran Bretagna che fra le energie rinnovabili è ricca solo di vento e onde, diventerà il nostro più importante cliente. Ma abbiamo contatti anche con le Maldive, con il Giappone e con altri luoghi adatti alla produzione da onde, che vogliono convertire alle rinnovabili il loro sistema energetico».

D. L’energia da onde è incentivata in Italia?

R. «Sì, e anche bene, con 30 eurocent al kWh, anche se non credo che qualcuno ne abbia mai approfittato, finora… Nel caso di Gorgona, che è un’isola-carcere, dove la tariffa di 30 centesimi non è disponibile, ci siamo comunque offerti di costruire l’impianto a spese nostre, oltre a riparare il locale impianto fotovoltaico inattivo da anni, e riprendere l’investimento fatto, semplicemente fornendo elettricità a prezzi molto più bassi dei 400 euro/MWh che pagano oggi con la generazione a gasolio. Aspettiamo ancora una risposta dall’amministrazione del carcere».

D. Ma pensate di restare solo nelle potenze medio-piccole?

R. «Assolutamente no! Stiamo progettando un modello da 2 MW, che andrà ad “aggredire” il mercato dei grandi impianti, quello che interessa le utilities».

D. Il modello da 150 kW è già bello grande, con la parte inferiore lunga una trentina di metri. Quello da 2 MW sarà immenso, e costerà un occhio.

R. «No, qui si lavora con un mezzo liquido in movimento, non con il vento: basta aumentare di poco le dimensioni nel sistema di raccolta dell’energia per avere grandi salti in avanti della potenza. La macchina di 2 MW avrà la parte immersa non più lunga di 50 metri, meno della metà dell’altezza di una grande turbina eolica. E anche il costo sarà concorrenziale. Mentre la R115 da 150 kW costa 375.000 euro + IVA, contiamo di mantenere il prezzo della macchina da 2 MW intorno ai 4 milioni di euro, cioè metà del range medio dell’eolico offshore, e con il vantaggio di creare impianti invisibili, vicini alle coste, che richiedono meno manutenzione e sono molto più produttivi».

D. Una delle cose che più mi ha sorpreso della vostra storia, è che siete riusciti a fare tutto in Italia, proprio nel periodo in cui si alzano grandi lamenti per la crisi economica, l’ottusità della burocrazia, le restrizioni al credito e incapacità del nostro sistema economico di promuovere l’innovazione…

R. «In realtà il progetto è stato sviluppato in parallelo in Inghilterra e in Italia. Anche in Italia noi non abbiamo incontrato difficoltà insormontabili, sebbene il generale scarso interesse dei soggetti pubblici e l’inerzia della burocrazia, assenti in Inghilterra, siano spesso fonte di frustrazione. Non abbiamo incontrato particolari difficoltà da parte degli organi preposti alle autorizzazioni, anche se sono un po’ troppi, soprattutto l’Ente Parco dell’Arcipelago Toscano si è rivelato molto interessato all’idea di un sistema di produzione elettrica pulito e senza impatto visivo. Abbiamo ottenuto finanziamenti sia da privati italiani e stranieri, fondi di investimento, una banca italiana, il Monte dei Paschi, e anche qualche soldo dalla Regione Toscana. Quindi, per quanto riguarda questi aspetti possiamo dire che presentando le idee giuste, in modo convincente e con entusiasmo, anche in Italia un progetto come il nostro può andare avanti. I veri problemi, piuttosto sembrano cominciare adesso. Sebbene la nostra rosa di fornitori spazi dalla Finlandia alla Cina, per la parte di meccanica di precisione produciamo prevalentemente in Italia. Ma fare manifattura in questo Paese, fra tasse e contributi pesantissimi e autorizzazioni di ogni tipo per poter lavorare, è diventato veramente difficile».

D. Volete dire che ora che state arrivando al momento della produzione e che quindi state per creare un’industria innovativa e di enormi prospettive nel nostro Paese, il sistema vi spinge fuori?

R. «Noi vorremmo assolutamente restare in Italia per la parte meccanica delle nostre macchine, portando lavoro e reddito, oltre al prestigio che conferisce un’idea così rivoluzionaria, al nostro Paese. Ma la nostra impresa dovrà competere in un difficilissimo settore del mercato globale, dove, sicuramente, appena la notizia delle nostre prime vendite si diffonderà, cominceranno ad apparire imitatori basati in nazioni dove lavorare è molto più semplice, assistito dallo Stato ed economico. Se continua così, purtroppo, a produrre in Italia con questi costi e difficoltà, non ce la facciamo e ci toccherà delocalizzare, e sarebbe un vero peccato».

L’eolico corre più del fotovoltaico

Dal sito Internet http://www.tekneco.it/energia/eolico-corre-piu-del-fotovoltaico/

L’EOLICO CORRE PIÙ DEL FOTOVOLTAICO

di Gianluigi Torchiani

L’eolico è una fonte in buona salute a livello mondiale: la conferma arriva dall’ultima edizione del World Energy Report, secondo cui, rispetto a 10 anni fa, la capacità globale si è moltiplicata per più di nove volte, passando da circa 30 a oltre 282 GW, di cui quasi 45 soltanto nel 2012. Per dare un termine di paragone il (giustamente) celebrato fotovoltaico poteva vantare poco più di 100 GW di impianti su scala mondiale che, però, mediamente producono molta meno energia delle turbine eoliche.

Nello specifico, l’eolico a fine 2012 è stato in grado di fornire 580 TWh all’anno, pari a più del 3% della domanda mondiale di elettricità, per un fatturato complessivo di 60 miliardi euro (75 miliardi di dollari). Qualche segnale di difficoltà, probabilmente per effetto della crisi economica globale, si è però avvertito nel 2012: il tasso di crescita della capacità installata è stato “solo” del 19,2%, il più basso dal 2001.

Nello stesso anno, però, il tasso di sviluppo del fotovoltaico globale è stato di poco superiore al 2%. Più nel dettaglio, sono 100 i Paesi che utilizzano energia eolica per la produzione di elettricità, con l’Islanda che nel 2012 è diventata la centesima nazione. La leadership del settore è saldamente nelle mani di Cina (13 GW nel 2012) e USA, mentre l’India si è confermata il terzo mercato per le nuove turbine eoliche, con l’aggiunta di 2,5 GW.

L’Asia ha così rappresentato nel 2012 la quota maggiore di nuovi impianti (36,3%), seguita da Nord America (31,3%) e dall’Europa (27,5%). L’America Latina vale il 3,9% e l’Australia/Oceania lo 0,8%. Ultimo dei continenti, l’Africa (0,2%) che rappresenta ancora un mercato giovane per il settore.

Per quanto riguarda l’Europa, la Germania ha continuato a essere lo Stato dove le turbine sono più sviluppate , con 31 GW di capacità cumulata, seguita dalla Spagna con 22,8 GW. Italia, Francia e Regno Unito si sono confermati mercati di medie dimensioni, con una capacità totale compresa tra i 7,5 e gli 8,5 GW, mentre Polonia, Romania e Svezia sono diventati i mercati emergenti. Le aspettative per il futuro sono piuttosto positive: la World Wind Energy Association (WWEA) prevede una capacità globale di più di 500 GW entro la fine del 2016 e di ben 1.000 GW entro il 2020.

Eolico ad alta quota: l’impianto che si gonfia come un pallone aerostatico

Dal sito Internet http://www.ecoseven.net/energia/eolico/eolico-ad-alta-quota-l-impianto-che-si-gonfia-come-un-pallone-aerostatico

EOLICO AD ALTA QUOTA: L’IMPIANTO CHE SI GONFIA COME UN PALLONE AEROSTATICO

di Matteo Ludovisi

In futuro, l’energia pulita ad alta quota potrebbe essere prodotta da impianti eolici innovativi, simili a dei palloni aerostatici. Non è fantascienza, ma una delle possibili frontiere di sviluppo dell’eolico, dove l’energia pulita viene costantemente prodotta dalle forti correnti d’aria, presenti ad altitudini elevate.

Per produrre energia pulita dal vento d’alta quota, sono state già sviluppate, ad esempio, alcune soluzioni interessanti che, ancora ad un livello sperimentale di progettazione, riguardano proprio la trasformazione delle classiche turbine eoliche, in veri e propri aerogeneratori gonfiabili, simili a dei dirigibili stazionari fluttuanti in cielo. Una di queste proposte riguarda, in particolare, il progetto “Aerostat Platform for Rapid Deployment – Airborne Wind Turbine” della società americana Altaeros Energy, che prevede di sviluppare delle turbine eoliche in grado di sfruttare le correnti d’aria presenti oltre i 300 metri di altitudine (dove i venti possono superare i 160 km/h).

Per produrre energia pulita dal vento d’alta quota, la società ha quindi ideato la Airbone Wind Turbine, ossia vero e proprio kit eolico, da inviare nelle aree più remote del pianeta, dove la rete elettrica è limitata o assente. Si tratta, in pratica, di una turbina eolica da 100 kW, da gonfiare con dell’elio, assieme ad un cavo conduttore che svolge il doppio ruolo di ancora per il rotore e un sistema per il trasferimento a terra dell’energia prodotta. Il dispositivo assomiglia ad un motore a reazione: utilizza una pala in alluminio leggero composito circondata da una scocca circolare in materiale laminato per concentrare il vento al centro del rotore e mantenere la turbina in alto.

Per produrre energia pulita dal vento d’alta quota, una versione ridotta della Airbone Wind Turbine è già stata testata nella fredda area di Limestone, nel Maine: secondo i primi test “sul campo”, l’impianto ha quindi prodotto più del doppio dell’energia generata da un’equivalente torre eolica, dotata di pale convenzionali e fissata normalmente a terra. Un risultato, questo, che lascia ben sperare sul futuro perfezionamento e sviluppo commerciale del nuovo “aquilone eolico”.

Londra avrà una centrale termica che va con olio esausto e grassi dai ristoranti della città

Dal sito Internet http://www.tuttogreen.it/londra-avra-una-centrale-termica-che-va-con-olio-esausto-e-grassi-dai-ristoranti-della-citta/

LONDRA AVRÀ UNA CENTRALE TERMICA CHE VA CON OLIO ESAUSTO E GRASSI DAI RISTORANTI DELLA CITTÀ

di Luca Scialò

A Londra si è trovato il modo di riciclare il grasso e l’olio che normalmente vengono gettati nelle fogne della città grazie ad un progetto di raccolta di questi prodotti, che normalmente vengono gettati nelle fogne, da utilizzare come carburante in una centrale costruita ad hoc, per produrre energia che poi rifornirà la rete nazionale. Almeno stando alle intenzioni delle due società coinvolte nell’oprazione: Thames Water e 2OC.

Il trattamento di olii e grassi da ristoranti e aziende alimentari consentirà anche di ovviare a quel milione di sterline al mese che occorrono per liberare le fognature dall’ostruzione generata da questi prodotti esausti altamente inquinanti.

Trenta tonnellate al giorno di rifiuti saranno così raccolti dagli avanzi della cucina dei ristoranti, un quantitativo che garantirà più della metà del carburante di cui la centrale energetica necessita per funzionare. Il resto verrà da olio vegetale e sego (grasso animale).

L’accordo, del valore di più di 20 milioni di sterline (23,7 milioni di euro) in 20 anni, ha reso possibile la costruzione della centrale di 70 milioni di sterline (82,7 milioni di euro) a Beckton, est di Londra, finanziata da un consorzio guidato da iCON Infrastructure. Si punta a renderlo operativo nei primi mesi del 2015.

L’impianto produrrà 130 Gigawatt (GWh) all’anno di energia elettrica rinnovabile senza utilizzare una sola coltivazione di colza o altre piante da bio-carburante.

È proprio il caso di dire: “è tutto grasso che cola”…

Valle d’Aosta, la regione a energia elettrica 100% rinnovabile

Dal sito Internet http://www.greenews.info/rubriche/valle-daosta-la-regione-a-energia-elettrica-100-rinnovabile-20130522/

VALLE D’AOSTA, LA REGIONE A ENERGIA ELETTRICA 100% RINNOVABILE

di Veronica Ulivieri

È la regione più piccola d’Italia, racchiusa dalle montagne e spesso dimenticata, con un ventesimo degli abitanti di Roma. Eppure, la Valle d’Aosta è anche la regione italiana con il minor impatto ambientale per la produzione di energia elettrica. “Secondo le statistiche Terna-GSE, l’energia elettrica sul territorio regionale è generata, al 2011, per circa il 99,2% da impianti idroelettrici e per il restante 0,8% da altri impianti, principalmente fotovoltaici. Circa il 65% dell’energia elettrica annualmente prodotta in Valle d’Aosta può essere considerata ceduta alla rete elettrica nazionale, perché eccede il fabbisogno regionale”, spiega Tamara Cappellari, responsabile Pianificazione ed efficienza energetica della Regione.

Oggi le centrali idroelettriche sono in tutto 87, per una potenza netta di quasi 900 MW: “Le prime risalgono alla fine del 1800-inizio del 1900, mentre la maggior parte sono state costruite durante tutto il corso del 1900 e, in misura minore, negli anni 2000”. Un patrimonio fondamentale per arrivare a coprire la totalità del fabbisogno elettrico con fonti rinnovabili. Un obiettivo raggiunto, continua Cappellari, “grazie all’utilizzo responsabile delle risorse naturali presenti nella regione, nel rispetto delle caratteristiche di un territorio di montagna per il quale l’ambiente costituisce un valore fondamentale per la propria economia e per la qualità della vita. Oggi, l’attività prosegue nel rispetto degli obiettivi nazionali di burden sharing per aumentare la produzione complessiva di energia termica ed elettrica da fonti rinnovabili rispettando la quota stabilita per la regione al 2020”.

Ma se le risorse naturali hanno spianato la strada, un ruolo importante lo hanno giocato in questi anni anche le politiche e la sensibilità delle amministrazioni locali. “A partire dagli anni ’90, la Valle d’Aosta ha attivato una serie di leggi regionali per la promozione delle fonti rinnovabili e del risparmio energetico. In particolare, con la legge 3/2006, è stato dato un forte impulso allo sviluppo di tali iniziative virtuose nel settore residenziale, tramite l’incentivazione di cappotti, serramenti ad alta efficienza, installazione di fonti rinnovabili e sostituzione di caldaie. Successivamente, la Regione ha istituito un proprio sistema di certificazione energetica, denominato Beauclimat e ha finanziato gli audit energetici sugli edifici degli enti locali grazie ai fondi POR/FESR, al fine di conoscere la qualità energetica del patrimonio edilizio e indirizzare i necessari interventi migliorativi”, continua Tamara Cappellari.

Nel 2012, con la legge 26, la Regione ha anche disposto l’erogazione di incentivi per la promozione delle fonti rinnovabili: è previsto un contributo in conto capitale da un minimo di 500 euro a un massimo di 35.000 euro per l’integrazione di impianti per la produzione di energia rinnovabile in edifici esistenti o per la costruzione di edifici ad alte prestazioni energetiche e ambientali. Sempre l’anno scorso, la Regione ha dato vita a un bando per sostenere, attraverso un contributo del 60% in conto capitale, la realizzazione di piccoli impianti fotovoltaici o a biomasse nelle aziende agricole.

Nel 2006 è stato anche istituito una speciale agenzia di supporto alla programmazione energetico-ambientale: “Il Centro Osservazione e attività sull’energia nasce con l’obiettivo di assicurare conoscenze ed analisi adeguate ad un’efficace programmazione di settore nel campo energetico”. Il Coa gestisce il sistema di certificazione Beauclimat, assiste gli enti locali nell’attuazione di interventi per il risparmio energetico, monitora l’applicazione del Piano Energetico Ambientale Regionale e l’andamento del sistema energetico regionale. Il Centro si occupa anche dello Sportello Info Energia Chez Nous, nato per offrire un servizio di informazione gratuito rivolto a privati, enti pubblici, imprese, progettisti, installatori, promuovendo “la divulgazione e l’informazione aggiornata e puntuale sui principali argomenti del settore energetico, in particolare sulla normativa, nazionale e regionale, gli adempimenti amministrativi per la certificazione energetica, i contributi e le agevolazioni”.

Tra i Comuni più virtuosi della regione c’è Morgex, che insieme a Pollein figura anche nella lista dei comuni 100% rinnovabili stilata da Legambiente. Nel piccolo paese della Valdigne, l’amministrazione comunale, si legge nel rapporti Comuni rinnovabili 2013, ha da poco realizzato un “campo solare termico sul tetto delle scuole medie, con un investimento di circa 200.000 euro, che permetterà di coprire l’intero fabbisogno di acqua calda sanitaria delle strutture scolastiche e contribuirà ad alimentare la rete di teleriscaldamento. Inoltre, “nell’ambito del progetto“Villages Durables”, nel quadro del Piano Integrato Transfrontaliero Espace Mont Blanc a valere sul programma europeo ALCOTRA, il Comune di Morgex sta ultimando la creazione del primo catasto solare di un comune montano di piccole dimensioni”. L’obiettivo è rendere disponibili i valori di potenziale energetico delle coperture degli edifici esistenti sul territorio comunale per valutare l’economicità dell’installazione di un impianto fotovolatico o solare termico e invogliare i cittadini a dotarsi di pannelli solari.

Risparmiare energia in casa, con la luce naturale dei tunnel solari

Dal sito Internet http://www.ecoseven.net/energia/news-energia/risparmiare-energia-in-casa-con-la-luce-naturale-dei-tunnel-solari

RISPARMIARE ENERGIA IN CASA, CON LA LUCE NATURALE DEI TUNNEL SOLARI

di Matteo Ludovisi

Risparmiare energia in casa con la luce naturale dei tunnel solari. È questo, in sintesi, il vantaggio principale di un’originale sistema di illuminazione interna, capace di trasportare i raggi solari anche nelle zone più buie della casa. Si tratta, in pratica, di strutture alternative rispetto agli attuali sistemi di luce artificiale impiegate all’interno degli edifici, realizzate e messe in commercio dall’azienda italiana Velux.

I nuovi tunnel solari, in particolare, sono molto simili a dei lucernari di forma tubolare, in grado di captare la luce naturale esterna e di trasportarla attraverso speciali condotti nelle stanze prive di finestre o con scarsa illuminazione. Il funzionamento di questa tecnologia inoltre, avviene grazie al principio degli specchi. In pratica, uno speciale captatore, posto in copertura, convoglia i raggi solari all’interno del un condotto tubolare, completamente rivestito di materiale riflettente, il quale, a sua volta, trasporta la luce naturale fin dove necessario, coprendo anche distanze elevate e raggiungendo, per esempio, ambienti interrati (fino 150 metri sotto il livello del suolo).

Per risparmiare energia, i tunnel solari della Velux offrono quindi la possibilità di illuminare a “costo zero” tutte quelle stanze che, all’interno di una casa, non vengono raggiunte dal sole: dalle cantine, alle cabine armadio, bagni ciechi, corridoi etc. Sostituire in tali zone la luce artificiale con un sistema di illuminazione completamente naturale, consente infatti di ridurre (in buona parte) i consumi energetici di casa durante le ore diurne.

I nuovi tunnel solari, grazie ad una serie di filtri particolari, sono inoltre in grado di condurre la luce naturale con una luminanza iniziale di 80 lux, fino a raggiungere addirittura un picco di 500 lux. Un aspetto da considerare, infine, riguarda il comfort termico che i tunnel solari garantiscono agli ambienti. Grazie a una speciale schermatura, i tunnel solari, a differenza delle normali finestre, trasportano la luce, ma non il calore, illuminando le stanze senza riscaldarle. Tutto questo, ovviamente, risulta particolarmente indicato nel periodo estivo, quando c’è bisogno di luce, ma si vuole contenere il consumo di energia dovuto al raffrescamento dei locali.

I nuovi tunnel solari della Velux, attualmente in commercio, possono essere utilizzati non solo nelle case di nuova costruzione, ma anche nelle abitazioni in fase di ristrutturazione, con una spesa che si attesta generalmente attorno ai 500 euro e a cui si devono aggiungere le spese di installazione.

In Inghilterra le ambulanze dotate di pannelli solari

Dal sito Internet http://www.greenme.it/muoversi/auto/10408-ambulanze-pannelli-solari

IN INGHILTERRA LE AMBULANZE DOTATE DI PANNELLI SOLARI

di Francesca Mancuso

In Inghilterra, sulle ambulanze le attrezzature d’emergenza saranno alimentate dal sole grazie ai pannelli installati sul tetto dei veicoli. La novità è stata annunciata di recente dalla South Central Ambulance Service NHS Foundation Trust. In realtà, il progetto era partito in via sperimentale all’inizio del 2012 ma oggi tutti i nuovi RRV, Rapid Response Vehicles, i veicoli di emergenza sono stati dotati di pannelli solari.

In questo modo, si riduce il consumo di carburante e di emissioni inquinanti e i relativi costi, ma anche quelli per la frequente sostituzione delle batterie. Senza contare il tempo risparmiato visto che i veicoli possono ricaricare le loro batterie ovunque si trovano. Finora sono 35 le ambulanze dotate di pannelli solari.

Solitamente le ambulanze lasciano i loro motori sempre accesi, seppure al minimo o in stand-by tra le varie chiamate di emergenza, affinché le apparecchiature rimangano cariche. Ma l’introduzione dei pannelli permette di non lasciare acceso il motore dell’ambulanza. I veicoli infatti sono sempre in grado di rispondere alle emergenze perché le batterie (e i dispositivi che esse alimentano) saranno sempre cariche grazie al sole che “bacia” costantemente sui pannelli. Defibrillatori, navigatori satellitari e dispositivi di comunicazione, solitamente alimentati dall’energia prodotta attraverso il carburante, potranno così funzionare con l’energia pulita del sole.

La flotta della NHS Foundation Trust potrà dunque essere completamente mobile e autonoma in ogni momento e fornire tutti i servizi dell’assistenza sanitaria mobile anche nei casi più gravi, nelle quattro contee di riferimento dell’Inghilterra: Berkshire, Buckinghamshire, Hampshire e Oxfordshire.

Tutto merito del sole se saranno a disposizione più veicoli in grado di rispondere alle esigenze mediche. Ma i vantaggi sono anche economici. La NHS Foundation Trust ha calcolato che con l’utilizzo delle ambulanze dotate di pannelli solari potrà ottenere un risparmio di 30 milioni di sterline in 5 anni, pari al 4% del bilancio annuale.

E in Italia?

Come ti riciclo il pannello fotovoltaico

Dal sito Internet http://www.lifegate.it/it/eco/profit/lifegate_energy/news/come_ti_riciclo_il_pannello_fotovoltaico.html

COME TI RICICLO IL PANNELLO FOTOVOLTAICO

di Rudi Bressa

Arrivati alla fine del loro ciclo di vita anche i pannelli fotovoltaici possono essere raccolti e riciclati. In Europa se ne occupa il Consorzio PV Cycle che trasforma i vecchi pannelli in silicio, vetro e metalli vari pronti a tornare a nuova vita.

Fino ad oggi il PV Cycle ha raccolto 5.700 tonnellate di pannelli fotovoltaici, circa 1.100 solo in Italia. Il Consorzio, fondato nel 2007, rappresenta la più importante associazione che si occupa di raccogliere, trattare e riciclare i pannelli fotovoltaici arrivati a fine vita.

Presente in tutti i Paesi europei dell’Unione a 27, PV Cycle opera grazie a centinaia di punti di raccolta che operano come veri e propri centri di tratttamento dei rifiuti, un po’ come accade per altri materiali, come plastica, vetro o carta.

Vetro, silicio, ferro e metalli

I pannelli che ormai vedono ridotta di molto la loro capacità di trasformazione dell’energia, che sono stati rotti o danneggiati durante il trasporto, o che sono ancora in garanzia, vengono raccolti gratuitamente dal Consorzio, il quale opera appunto tramite una filiera di raccolta finanziata dagli stessi produttori.

Da un singolo pannello è così possibile riciclare fino al 90% dei materiali costituenti, raccogliendo vetro, materiali semiconduttori, ferro e altri metalli non ferrosi. Anche le scatole di derivazione e i cavi vengono recuperati attraverso il riciclaggio.

Il vetro derivante da moduli fotovoltaici viene in parte reintrodotto in fibra di vetro o di prodotti per l’isolamento e in parte in prodotti per l’imballaggio. I metalli e le plastiche, invece, possono essere utilizzati per la produzione di nuove materie prime. Alcuni semiconduttori inoltre possono essere usati per la produzione di nuovi moduli fotovoltaici.

La raccolta è regolata dalla Direttiva Europea sui Rifiuti elettrici ed elettronici, che obbliga tutti i Paesi membri a recepirla e tradurla in legge entro febbraio 2014. Da quel momento in poi, un po’ come accade per il ritiro “uno contro uno” degli elettrodomestici, i produttori o chiunque immetta nel mercato un pannello fotovoltaico, sarà tenuto a garantirne il corretto smaltimento e avviamento al recupero.

In questo modo il ciclo si chiude e nulla viene sprecato. E ciò che produceva energia pulita e rinnovabile, torna ad acquistare una sua utilità.

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