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Archivio per la categoria ‘DIRITTI UMANI’

Trecento fabbriche tessili chiudono in Bangladesh per problemi di sicurezza dopo l’eccidio

Dal sito Internet http://www.ecoblog.it/post/67331/trecento-fabbriche-ressili-chiudono-in-bangladesh-per-problemi-di-sicurezza-dopo-l-eccidi

TRECENTO FABBRICHE TESSILI CHIUDONO IN BANGLADESH PER PROBLEMI DI SICUREZZA DOPO L’ECCIDIO

di EcoAlfabeta

Oltre 1.100 lavoratori sono dovuti morire nel disastro del Rana Plaza, perché il problema del diritto alla sicurezza sul lavoro iniziasse a farsi strada in Bangladesh (1).

Oltre trecento fabbriche hanno chiuso i battenti nel distretto industriale della capitale Dhaka in seguito agli scioperi e alle proteste dei lavoratori, per i bassi standard di sicurezza e i salari troppo miseri.

Ieri il governo bengalese ha preso due decisioni importanti:

- ha dato il permesso ai lavoratori tessili di formare sindacati anche “senza il permesso” dei padroni;

- ha costituito un tavolo di trattative tra imprese e lavoratori per alzare la paga minima a 30 (trenta) euro al mese (sì, avete letto bene).

Se i diritti sono ancora al punto zero, qualcosa si sta muovendo.

In Bangladesh, molti dei quattro milioni di lavoratori nel settore tessile producono per famosi marchi occidentali, anche italiani. Detto in breve: lucrare dalla moda, licenziare in Europa e sfruttare fino alla morte nei Paesi poveri.

Ora alcuni big della distribuzione (tra cui Zara) mostrano le lacrime di coccodrillo e intendono sostenere migliori standard di sicurezza proposti dall’International Labour Organization delle Nazioni Unite. Meglio tardi che mai.

Il piano dell’ILO prevede il controllo dei livelli di sicurezza delle fabbriche tessili entro il 2013, l’assunzione di centinaia di ispettori e agevolazioni per la riassunzione dei lavoratori feriti o che hanno perso il lavoro negli incidenti.

NOTE

(1) Anche nella storia dell’occidente, due giornate fondamentali per i diritti umani, quali il 1° maggio e l’8 marzo, sono state istituite in seguito a eccidi di lavoratori. No easy road to freedom.

Oxfam accusa le multinazionali della cioccolata di peggiorare la situazione nelle zone povere

Dal sito Internet http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11832

OXFAM ACCUSA LE MULTINAZIONALI DELLA CIOCCOLATA DI PEGGIORARE LA SITUAZIONE NELLE ZONE POVERE

di Elena Cabrera

Fonte: www.rebelion.org

Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=166732&titular=oxfam-acusa-a-las-multinacionales-del-chocolate-de-empeorar-la-situaci%F3n-en-zonas-empobrecidas

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di Diana Garrido

Le tre aziende più importanti nel settore: Mars, Mondelez (produttore dei biscotti Oreo) e Nestlè, “non stanno affrontando il problema nella forma appropriata” denuncia la ONG.

 “Ci sono chiari indizi sul fatto che le donne che partecipano alle filiere di produzione di Mars, Mondelez (precedentemente Kraft) e Nestlè si trovino in una situazione lavorativa svantaggiata e che queste grandi aziende non stiano affrontando questi problemi in modo appropriato”. Così afferma un rapporto elaborato da Oxfam che è stato appena pubblicato nella sua campagna “Dietro il Marchio”, nella quale si analizza l’impatto sociale e ambientale delle dieci aziende più grandi del settore alimentare e delle bibite.

La conclusione di questo rapporto è che le dieci più grandi aziende del settore non hanno utilizzato il loro potere per contribuire a creare un sistema alimentare più equo. “Infatti – si segnala in questo rapporto – in alcuni casi queste aziende indeboliscono la sicurezza nel settore dell’industria alimentare e riducono le opportunità economiche delle persone più povere del mondo, peggiorando così la situazione di queste ultime”. Per svolgere questo studio sono stati presi in considerazione alcuni dei grandi marchi come Associated British Foods (ABF), Coca-Cola, Danone, General Mills, Kellogg, Mars, Mondelez International, Nestlè, PepsiCo, Unilever.

Oxfam ha analizzato la situazione del lavoro femminile all’interno delle filiere di produzione del cacao in quattro Paesi. Dalle testimonianze raccolte possiamo concludere che il panorama per quanto riguarda le donne non è positivo, visto che si è parlato di abbandono, disuguaglianza e trattamento ingiusto da parte delle aziende. D’altronde Mars, Mondelez e Nestlè (insieme controllano il 40% del mercato mondiale della cioccolata) non stabiliscono rapporti lavorativi diretti con queste donne e nemmeno prendono le misure necessarie per garantire la parità delle lavoratrici occupate nell’agricoltura del cacao e nella filiera di distribuzione.

In Indonesia hanno rilevato discriminazione di genere: una fabbrica non assume donne, se queste chiedono che venga rispettata la legislazione in materia di lavoro, la quale prevede (per le donne), due giorni di riposo al mese durante il periodo mestruale. Le donne sono svantaggiate economicamente, percependo stipendi inferiori a quelli percepiti dagli uomini, molte lavorano nelle fabbriche senza contratti regolari di lavoro, il lavoro infantile è consentito, inoltre, le donne non diventeranno mai proprietarie della terra in cui lavorano neanche se la coltivassero per l’intera vita, impotenza di fronte a casi di molestie ed aggressioni, poche opportunità di accesso all’istruzione ed al credito agricolo finanziario.

Per contro, le donne rappresentano il 60% del totale della manodopera. In Costa D’Avorio, uno dei maggiori produttori mondiali di cacao, le donne costituiscono almeno il 25% dei 720.000 piccoli agricoltori che coltivano il cacao. In Nigeria le donne realizzano tra il 60 e l’80% del lavoro agricolo, occupano posti di lavoro meno remunerati e hanno scarso accesso a posti maggior responsabilità. Questo studio segnala, inoltre, che anche quando c’è la presenza femminile nella alte sfere delle aziende, queste non hanno interesse nel risolvere il problema della ineguaglianza e lo sfruttamento delle donne nelle catene di fornitura.

La domanda sale, ma la produzione scende

Per Oxfam un modo per iniziare a lavorare sul problema sarebbe pagare un prezzo giusto per il cacao. In Nigeria alcuni agricoltori affermano di guadagnare 320 neira (2,04 dollari) per ogni chilo di cacao. Il che consegue che per il lavoro annuale un agricoltore potrebbe ottenere soltanto 612 dollari (meno di 2 dollari al giorno). Tuttavia Mars vende le scatole di cioccolato a 26,45 dollari, cioè dieci volte il denaro che guadagna un agricoltore nigeriano per la stessa quantità di cacao. Tra 40 e 50 milioni di persone in tutto il mondo dipendono economicamente dalla produzione del cacao per vivere, ma più che vivere, per sopravvivere faticosamente com’è il caso degli agricoltori in Costa d’Avorio dove guadagnano 342 dollari all’anno, nonostante la soglia della povertà per questa popolazione sia di 5.840 dollari annui per abitante.

La domanda mondiale della cioccolata è in crescita, però la produzione è in calo a causa del cambiamento climatico e dell’invecchiamento della manodopera. Milioni di giovani abbandonano l’attività di coltivazione del cacao scoraggiati dallo sfruttamento al quale sono esposti e alla mancanza di opportunità, mentre gli agricoltori più esperti valutano l’opzione di coltivare altre risorse, come la gomma o l’olio di palma.

Oxfam propone che per tutelare i diritti delle donne, i marchi e i loro fornitori diretti dovrebbero sottoscrivere i Principi ONU di pari opportunità per le donne; e che dovrebbero spingere affinché i Paesi nei quali si svolgono le attività collegate alla produzione del cacao, promulghino leggi per tutelare l’uguaglianza di genere nel settore agricolo; si dovrebbe, inoltre, lavorare utilizzando programmi di certificazione in modo tale da incorporare norme e formazione che servano al fine di sradicare la discriminazione e che si lavori in questo senso con iniziative settoriali come la Fondazione Mondiale del Cacao e l’Organizzazione Internazionale del Cacao.

Bambinisenzasbarre: “Liberiamo i bambini”

Dal sito Internet http://bambinisenzasbarre.org/

BAMBINISENZASBARRE: “LIBERIAMO I BAMBINI”

Con un SMS (anche senza testo) fino all’11 maggio 2013 si donano 2 euro (da cellulare personale, non aziendale) oppure 2-5 euro (da rete fissa) al 45507 per costruire nuovi Spazi Gialli all’interno delle carceri italiane e per avviare il Telefono Giallo per rispondere alle domande delle famiglie e sostenere le difficoltà dei bambini che hanno in carcere uno o entrambi i genitori (più di 100.000 ogni anno). Difendiamo il loro diritto di essere bambini.

La Campagna sostiene il consolidamento, la prosecuzione e l’estensione negli Istituti penitenziari dell’area d’accoglienza e preparazione “Spazio Giallo”, un luogo integrato socio-educativo, in carcere, per le famiglie e i bambini che si preparano, insieme alle psicologhe, psicopedagogiste e arte-terapeute di Bambinisenzasbarre, all’incontro con il genitore detenuto.

Lo Spazio Giallo comprende un percorso d’accesso disegnato e creato apposta per i bambini che entrano nella “bolgia” del carcere.

La Campagna sostiene anche la possibilità di attivare la sensibilizzazione del personale penitenziario e l’avvio di un servizio nazionale di Telefono Giallo per rispondere alle famiglie di persone in una situazione di detenzione e per sostenere le difficoltà dei bambini.

Bambinisenzasbarre da oltre 10 anni si occupa di questi bambini, accoglie nei suoi Spazi Gialli in carcere la loro paura e la loro angoscia. Difende il diritto di avere l’affetto dei propri genitori durante la detenzione, li tutela nella scuola e in ambito sociale.

Finalità della campagna è sensibilizzare il grande pubblico sull’importanza del riconoscimento e visibilità di questi bambini e dei loro bisogni senza per questo stigmatizzarli, nel pieno rispetto del diritto di ogni bambino di essere tale.

Al contempo, si intende far comprendere come la continuità e il rafforzamento del legame affettivo con i propri genitori, pur detenuti, agisca in termini di prevenzione sociale: per il figlio che rischia di ripetere l’esempio del padre da cui è forzatamente separato e, a causa dell’improvvisa “scomparsa”, ne potrebbe idealizzare il comportamento ma che, al contrario, ne comprende le debolezze e gli errori e, quindi, è in grado di scegliere un diverso stile di vita; mentre per il genitore detenuto il figlio con cui riesce a mantenere un legame diventa la motivazione forte per non ripetere il reato e ritornare ad essere per lui un modello.

Una volta di più, l’intera comunità è chiamata a mettere in atto tutte quelle pratiche positive che permettano a questi bambini di subire il minor danno possibile da questa difficile situazione e, al contempo, garantire loro il diritto all’infanzia.

Made in Bangladesh (il capitalismo del terrore)

Dal sito Internet http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11797

MADE IN BANGLADESH (IL CAPITALISMO DEL TERRORE)

di Vijay Prashad

Fonte: www.counterpunch.org

Link: http://www.counterpunch.org/2013/04/26/the-terror-of-capitalism/

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cuar di Ilaria Groppi

Mercoledì 24 aprile, il giorno dopo che le autorità bengalesi hanno chiesto ai proprietari di evacuare la loro fabbrica di indumenti che dava impiego a quasi tremila lavoratori, l’edificio è crollato. L’edificio, Rana Plaza, situato nel sobborgo Dhaka di Savar, produceva vestiti per la catena di prodotti che si estende dai campi di cotone del Sud Asia attraverso i lavoratori e le macchine del Bangladesh fino ai punti vendita nel mondo occidentale. Molti marchi famosi erano cuciti qui (tra le aziende italiane la Benetton, ndr), così come lo sono i vestiti che sono appesi agli scaffali satanici di Wal-Mart. I soccorritori sono stati in grado di salvare 2.000 persone da quando questo articolo è stato scritto, confermando che oltre 300 sono morti.

I numeri finali sono destinati a crescere. Vale molto la pena menzionare che il bilancio delle vittime nell’incendio dell’industria Triangle Shirtwaist a New York del 1911 era 146. Il bilancio delle vittime qui è già due volte tanto. Questo “incidente” arriva 5 mesi dopo (24 novembre 2012) l’incendio della fabbrica di indumenti Tazreen che ha ucciso almeno 112 lavoratori.

La lista degli “incidenti” è lunga e dolorosa. Nell’aprile 2005, una fabbrica di indumenti a Savar è crollata, uccidendo 75 lavoratori. Nel febbraio 2006, un’altra fabbrica è crollata a Dhaka, uccidendone 18. Nel giugno 2010, un edificio è crollato a Dhaka, uccidendone 25. Queste sono le “fabbriche” della globalizzazione del XXI secolo, rifugi costruiti poveramente per un processo di produzione assemblato attraverso lunghe giornate lavorative, macchinari di terza mano, e lavoratori le cui stesse vite sono sottomesse agli imperativi della produzione just-in-time.

Nello scrivere riguardo al regime di fabbrica in Inghilterra durante il XIX secolo, Karl Marx ha evidenziato “ Ma il capitale, nel suo smisurato e cieco impulso, nella sua voracità da lupo mannaro di plusvalore, scavalca non soltanto i limiti massimi morali della giornata lavorativa, ma anche quelli puramente fisici. Usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo. Ruba il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare… Lesina sul tempo dei pasti e lo incorpora, dove è possibile, nel processo produttivo stesso, cosicché al lavoratore viene dato il cibo come a un puro e semplice mezzo di produzione, come si dà carbone alla caldaia a vapore, come sego ed olio alle macchine. Riduce il sonno sano che serve a raccogliere, rinnovare, rinfrescare le energie vitali, a tante ore di torpore quante ne rende indispensabili il riavviamento di un organismo assolutamente esaurito” (Il capitale, capitolo10).

Queste fabbriche del Bangladesh sono parte del paesaggio della globalizzazione che è imitato nelle fabbriche lungo il confine USA-Messico, ad Haiti, in Sri Lanka, e in altri posti che hanno aperto le loro porte all’uso furbo delle industrie di indumenti del nuovo ordine di produzione e di commercio degli anni ‘90. Nazioni silenziose che non avevano né la volontà patriottica di combattere per i propri cittadini né alcuna preoccupazione per la debilitazione a lungo termine del loro ordine sociale sono corse a dare il benvenuto alla produzione di indumenti.

I grandi produttori di indumenti non volevano più investire in fabbriche, sono diventati subappaltatori, offrendo margini molto ristretti di profitto e quindi forzando a dirigere le fabbriche come campi di prigionia del lavoro. Il regime del subappalto ha permesso a queste aziende di negare ogni colpa per quello che era fatto dai reali proprietari di queste piccole fabbriche, permettendo loro di godere dei benefici di prodotti economici senza avere le loro coscienze macchiate dal sudore e dal sangue dei lavoratori. Ha anche permesso ai consumatori nel mondo occidentale di comprare una vasta quantità di merce, spesso con un consumo finanziato dal debito, senza preoccuparsi dei metodi di produzione. Uno scoppio occasionale di sentimenti liberali si voltava contro questa o quella compagnia, ma non c’era una complessiva rivalutazione del modo in cui i tipi di bene della catena di Wal-Mart hanno fatto normali i generi di pratiche di affari che hanno provocato questa o quella compagnia.

I lavoratori del Bangladesh non sono stati così proni come i consumatori nel mondo occidentale. Già nel giugno 2012, migliaia di lavoratori nella zona industriale di Ashulia, fuori Dhaka, hanno protestato per salari maggiori e migliori condizioni di lavoro. Per giorni e giorni, questi lavoratori hanno chiuso 300 fabbriche, bloccando l’autostrada Dhaka-Tangali a Narasinghapur. I lavoratori guadagnano fra i 3.000 taka (35 dollari) e i 5.500 taka (70 dollari) al mese; essi volevano un aumento fra i 1.500 taka (19 dollari) e 2.000 taka (25 dollari) al mese. Il governo ha mandato 3.000 poliziotti per sorvegliare il luogo, e il primo ministro ha dichiarato, con offerte per calmare gli animi, che avrebbe affrontato a fondo il problema.

Fu istituito un comitato di tre membri, ma niente ne uscì di sostanziale.

Cosciente della futilità di negoziati con un governo subordinato alla logica della catena di produzione, a Dhaka è esplosa la violenza con l’emergere di sempre più notizie dall’edificio Rana. I lavoratori hanno chiuso l’area della fabbrica intorno a Dhaka, bloccando le strade e colpendo le auto. L’ottusità della Bangladesh Garment Manufacturers Assotiation (BGMEA), aggiunge fuoco alla rabbia dei lavoratori. Dopo le proteste a giugno, il capo della BGMEA Shafiul Islam Mohiuddin ha accusato i lavoratori di essere coinvolti in “qualche tipo di cospirazione”. Ha spiegato che non c’è “nessuna logica per aumentare i salari dei lavoratori”. Questa volta il nuovo presidente della BGMEA Atiqul Islam ha suggerito che il problema non era la morte dei lavoratori o le condizioni misere nei quali i lavoratori lavorano ma “il disordine nella produzione è dovuto a agitazioni e hartals (scioperi)”. Questi scioperi, ha detto, sono “solo un altro colpo pesante al settore tessile”. Non c’è da stupirsi se coloro che hanno occupato le strade hanno così poca fiducia nei subappaltatori e nel governo.

I tentativi per cambiare significativamente la condizione dello sfruttamento sono stati sventati da una pressione coordinata del governo e dai vantaggi del delitto. Qualunque decenza si nasconda nel Labour Act del Bangladesh viene eclissata da un debole rafforzamento da parte del Inspections Department del Ministero del Lavoro. Ci sono solo 18 ispettori e assistenti per monitorare 100.000 fabbriche nell’area di Dhaka, dove sono situate la maggior parte delle fabbriche di indumenti. Se viene riscontrata un’infrazione, le multe sono troppo basse per generare qualunque riforma. Quando i lavoratori provano a formare unioni, la dura risposta dall’amministrazione è sufficiente a ridurre i loro sforzi. L’amministrazione preferisce le esplosioni anarchiche di violenza alla ferma consolidazione del potere dei lavoratori. Di fatto, la violenza ha portato il governo del Bangladesh a creare una Crisis Menagement Cell e una Polizia Industriale non per monitorare le violazioni delle leggi lavorative, ma per spiare gli organizzatori dei lavoratori. Nell’aprile 2012, agenti della capitale hanno rapito Aminul Islam, uno degli organizzatori chiave del Bangladesh Center for Worker Solidarity. è stato trovato morto pochi giorni dopo, con il corpo con evidenti segni di tortura.

Il Bangladesh è stato scosso nei mesi scorsi con proteste oltre la sua storia – la terribile violenza fra i combattenti per la libertà nel 1971 da Jamaat-e-Islami portarono migliaia di persone a Dhaka a nello Shanbagh; questa protesta è stata trasformata in una guerra civile politica tra i due più grandi partiti, mettendo da parte le richieste di giustizia per le vittime di quella violenza. Questa protesta ha infiammato la nazione, che è stata al contrario abbastanza ottimista riguardo al terrore quotidiano contro i lavoratori del settore tessile. l’”incidente” dell’edificio Rana potrebbe fornire un cardine progressivo per un movimento di protesta che è altrimenti alla deriva.

Nel frattempo in occidente, la sottomissione alle guerre al terrorismo e sul declino nell’economia impediscono ogni genuina introspezione riguardo lo stile di vita che fa affidamento su un consumismo alimentato dal debito a spese dei lavoratori di Dhaka. Coloro che sono morti nell’edificio Rana sono vittime non solo dell’abuso dei subappaltatori, ma anche della globalizzazione del XXI secolo.

Atei perseguitati in Bangladesh. Proteste in Italia

Dal sito Internet http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=71634&typeb=0&Atei-perseguitati-in-Bangladesh-Proteste-in-Italia

 

ATEI PERSEGUITATI IN BANGLADESH. PROTESTE IN ITALIA

 

di Cinzia Gubbini

 

Succede in Bangladesh nel silenzio quasi totale: l’uccisione di un noto blogger considerato uno strenuo difensore dei diritti umani, il ferimento di un altro, una partecipatissima manifestazione per “impiccare i blogger atei”. Il tutto mentre il governo ufficiale sostanzialmente dà ragione agli islamici estremisti, e blocca i siti che vengono considerati “offensivi per la religione”. In Occidente? Tutto tace.

A prendere parola ci pensa adesso l’Unione degli Atei, Agnostici e Razionalisti, l’associazione il cui presidente onorario è Margherita Hack. L’UAAR ha scritto una lettera al presidente del Consiglio Mario Monti, e un’altra missiva alle organizzazioni islamiche italiane. Ha inoltre lanciato una petizione attraverso Change.org e per domani 18 aprile ha organizzato un sit-in alle 15,30 a piazza Pitagora a Roma, in coincidenza con la consegna delle prima 1.500 firme alla ambasciata del Bangladesh.

Hamed Rajib Haider era un blogger molto conosciuto in Pakistan: con altre persone si batteva affinché il partito islamista Jamaat-el-Islami fosse messo al bando e processati i suoi capi per “crimini contro l’umanità” perpetrati durante la guerra di liberazione del 1971. Haider aveva ricevuto molte minacce ed è stato ucciso, vicino alla sua casa a Dhaka, nel febbraio di quest’anno. L’uccisione aveva creato reazioni anche molto dure in rete contro l’Islam e la religione. Ne era seguita una manifestazione di 5.000 persone in cui alcuni cartelli chiedevano addirittura di “impiccare i blogger atei”. La risposta del governo? La richiesta a blogger e giornali di “moderare i toni” per non “offendere il sentimento religioso”, ma anche fatti: due siti sono stati chiusi, secondo la posizione del governo seguendo le linee guida della Legge sull’informazione, la comunicazione e la tecnologia. Comunque, censura. E un atteggiamento lassista a fronte di una concretissima uccisione.

I Boscimani del Kalahari intentano una nuova battaglia legale

Dal sito Internet http://www.survival.it/notizie/9051

I BOSCIMANI DEL KALAHARI INTENTANO UNA NUOVA BATTAGLIA LEGALE

I Boscimani del Botswana hanno citato ancora una volta in giudizio il governo del Botswana. A motivare la decisione è il rifiuto illegale delle autorità di lasciare ai Boscimani libero accesso alla terra ancestrale, conosciuta come Central Kalahari Game Reserve (CKGR).

Nel 2006, circa 700 Boscimani, sfrattati dalla CKGR nel 2002, hanno vinto una lunga ed estenuante battaglia legale svoltasi presso la Corte Suprema del Paese, ottenendo il diritto di far ritorno a casa. Da allora, tuttavia, il governo ha fatto di tutto per limitare il numero dei Boscimani che potevano viverci.

- Secondo il governo, la sentenza si applica solo ai 189 Boscimani nominati nei documenti processuali originali e pertanto nega agli altri il diritto di entrare nella riserva senza un’autorizzazione. Ma le autorizzazioni valgono solo per un mese, scaduto il quale, se si “trattengono troppo”, i Boscimani rischiano l’arresto.

- Parimenti, il governo riconosce il diritto di entrare nella riserva ai figli dei 189 Boscimani nominati nei documenti processuali ma solo fino all’età di 16 anni, dopo di che, anche per loro vale la regola del permesso mensile.

- I guardaparco proibiscono ai Boscimani l’uso di greggi e muli, essenziali per il trasporto.

- E nessun Boscimane ha ricevuto l’autorizzazione a cacciare nella Riserva, cosa che rende praticamente impossibile la caccia di sussistenza.

“[Dover richiedere un permesso] mi fa sentire un senzatetto”, ha raccontato un Boscimane a Survival. “Non sappiamo quando ci fermano o quando ci toglieranno i nostri permessi. Voglio vivere a casa mia senza dover dipendere dall’autorizzazione di qualcun altro per restare là”.

È la terza volta che i Boscimani sono costretti a ricorrere ai tribunali per poter vivere in pace sulla loro terra.

La sentenza storica del 2006 aveva già confermato che i Boscimani hanno il diritto di vivere e cacciare all’interno della CKGR senza dover richiedere permessi per entrarvi. Ma le autorità continuano a fare resistenza.

Nei mesi recenti sono aumentati anche violenze, intimidazioni e arresti di Boscimani sorpresi a cacciare. Nel novembre scorso, due Boscimani erano stati picchiati gravemente e torturati per questo motivo, mentre in gennaio tre bambini sono stati arrestati perché in possesso di carne di antilope”.

“Il governo continua a sfidare la Corte Suprema del Botswana e la sua stessa Costituzione senza un motivo apparente”, ha commentato oggi Stephen Corry, direttore generale di Survival International. “È poco probabile che gli abitanti del Botswana accolgano con favore un altro spreco di denaro pubblico per un’ennesima battaglia legale. Il governo sta tentando di sfrattare i Boscimani da oltre 30 anni. Non è forse giunto il momento che ai primi cittadini del Botswana sia consentito vivere sulla loro terra in pace?”.

Nota agli editori

Nel febbraio 2011, il tribunale più autorevole del Botswana ha sancito anche il diritto dei Boscimani ad accedere all’acqua all’interno della Central Kalahari Game Reserve. Uno dei metodi utilizzati dal governo per impedire che i Boscimani facessero ritorno a casa, infatti, è stato anche quello di tagliare i loro rifornimenti d’acqua.

Nell’Unione Europea vivono 24.000 schiavi

Dal sito Internet http://www.metronews.it/master.php?pagina=notizia.php&id_notizia=13131

NELL’UNIONE EUROPEA VIVONO 24.000 SCHIAVI

Nell’Unione Europea vivono 24.000 schiavi, persone che sono vendute o tenute in stato di cattività per svolgere attività sessuali, lavori forzati o mendicare. È quanto emerge dal primo rapporto UE sul traffico di esseri umani, secondo cui oltre un quinto (6.426 persone) dei nuovi schiavi (identificati e presunti) viveva in Italia nel periodo preso in considerazione, dal 2008 al 2010. Nel rapporto si sottolinea inoltre come il numero di schiavi in Europa sia cresciuto del 18% dal 2008 al 2010, mentre sia calato del 13% il numero di trafficanti arrestato.

Sette su dieci sono donne

Delle 24.000 vittime, il 68% sono donne, il 17% uomini, il 12% ragazze ed il 3% di ragazzi. La maggior parte del traffico avviene per sfruttamento sessuale (62%), mentre il 25% delle vittime viene utilizzato per il lavoro forzato. Nonostante questi dati preoccupanti, solo 6 dei 27 Paesi dell’UE (Repubblica Ceca, Lettonia, Finlandia, Ungheria, Polonia e Svezia) hanno recepito pienamente la direttiva europea del 2011 contro il traffico di essere umani, mentre altri tre solo parzialmente (Belgio, Lituania e Slovenia), con il termine ultimo fissato al 6 aprile scorso. «È difficile immaginare che nei nostri Paesi liberi e democratici decine di migliaia di esseri umani possano essere privati della loro libertà e sfruttati – ha commentato a Bruxelles il commissario europeo agli Affari interni, Cecilia Malmstroem -. Ma questa è la triste verità». Per questa ragione, la Malmostroem si è detta «molto delusa di vedere che, nonostante queste tendenze allarmanti, solo pochi Paesi hanno attuato la legislazione contro il traffico di essere umani», invitando quelli che non l’hanno ancora fatto a rispettare i loro obblighi».

L’oligarchia della colazione

Dal sito Internet http://comune-info.net/2013/04/troppo-potere-nelle-mani-di-troppo-pochi/

L’OLIGARCHIA DELLA COLAZIONE

di Sarah Morrison

Fonte: www.independent.co.uk

Articolo tradotto per Comune-info da Gabriella D’Amico di Assobotteghe

Mentre la mattina sorseggiate il vostro caffè o tè, accompagnato magari da qualche biscotto al cioccolato o – per i più attenti alla salute – da una banana, provate a pensare da dove arriva la vostra colazione. Una manciata di multinazionali stanno sempre di più stringendo la loro presa sui mercati delle materie prime, con effetti pericolosamente drammatici per i consumatori e per i produttori di generi alimentari.

Le condizioni di vita di milioni di piccoli agricoltori che producono le bevande e i prodotti che consumiamo ogni giorno sono «gravemente minacciati», avverte un rapporto pubblicato in occasione dell’avvio della Fairtraide Forthnight 2013. Estrema volatilità dei prezzi, prezzi elevati dei prodotti alimentari e mercati alimentari più concentrati, minacciano di lasciare i contadini «condannati alla povertà».

Secondo il nuovo rapporto della Fairtrade Foundation, oggi tre aziende rappresentano oltre il 40% delle vendite di caffè nel mondo, otto controllano l’offerta del cacao e del cioccolato, sette controllano l’85% della produzione di tè, cinque rappresentano il 75% del commercio mondiale delle banane e le sei più grandi aziende di zucchero rappresentano circa i due terzi del suo commercio mondiale.

Un così stretto controllo dei mercati da parte delle multinazionali – che possono utilizzare il loro «potere di acquisto» per imporre la loro gestione della filiera – minaccia di rendere i piccoli proprietari «emarginati», mette in guardia il rapporto, costretti a sopravvivere con contratti precari, salari da fame e scarse condizioni di salute e di sicurezza. Il testo sottolinea che, con il prossimo G8 in programma a giugno in Irlanda del Nord, questo è l’anno giusto per «mettere al centro della discussione pubblica le politiche sulla produzione alimentare e trovare soluzioni efficaci per fare fronte ad un sistema del cibo fortemente malato».

Le persone che fanno acquisti in modo etico sono in aumento – le vendite di cacao Fairtrade sono aumentate di oltre il 20% lo scorso anno, arrivando a toccare i 177 milioni di euro – ma, spiega il rapporto, il sistema alimentare mondiale è comunque «pericolosamente fuori controllo».

I coltivatori di cacao ricevono oggi tra il 3,5 e il 6% del valore medio al dettaglio di una tavoletta di cioccolato. Nel 1980 ottenevano il 18%.

Il rapporto è stato pubblicato in concomitanza con il lancio di una campagna triennale sulla produzione alimentare promossa dalla Fairtrade Foundation con l’obiettivo di «tirare fuori dal baratro il nostro sistema alimentare e fare in modo che funzioni per tutti e non solo per alcuni». Le linee guida della campagna includono la richiesta ai governi di garantire una maggiore trasparenza e una «concorrenza equa» nelle filiere internazionali.

Spiega Michael Gidney, direttore generale di Fairtrade Foundation: «Mettere troppo potere nelle mani di poche aziende aumenta il rischio di sfruttamento nelle filiere alimentari», in cui i produttori non hanno altra scelta che vendere a prezzi bassi e i consumatori trovano sugli scaffali dei negozi una enorme gamma di prodotti, ma dei loro acquisti beneficiano solo un piccolo numero di imprese. «Se non facciamo qualcosa oggi, milioni di piccoli agricoltori sono condannati alla povertà. Se il loro lavoro sarà messo in crisi e non vedranno più un futuro nell’agricoltura, molti dei nostri prodotti alimentari potrebbero essere a rischio».

Circa 500 milioni di piccoli agricoltori producono il 70% del cibo del mondo, ma costituiscono anche la metà di chi nel mondo soffre la fame. Le donne in particolare tengono le redini, è affidata a loro la produzione del 60-80% del cibo nei Paesi del sud del mondo. «Lo scorso anno ho ricevuto 2,20 dollari a libbra, quest’anno 1,40 dollari».

Gerardo Arias Camacho, 43 anni, un coltivatore di caffè del Costa Rica, produce caffè da quando, all’età di 10 anni, ha smesso di andare a scuola per aiutare il padre. Lavora 13 ore al giorno per produrre caffè in una piantagione di cinque ettari. Camacho, membro del consiglio della prima cooperativa certificata Fairtrade nel suo Paese, spiega che quest’anno rischia di non riuscire ad ottenere alcun profitto dalla vendita del suo caffè. «Circa il 40% del nostro caffè è venduto alle multinazionali e il problema con il libero mercato è che non c’è prezzo minimo. L’anno scorso ho ricevuto 2,20 dollari per libbra di caffè, quest’anno il prezzo è sceso a circa 1,40 dollari. Questo per noi è un problema enorme, considerato che il costo di produzione è di circa 1,60 dollari per libbra. Alle multinazionali non interessa nulla dei problemi che abbiamo nel nostro villaggio; noi ci preoccupiamo di avere abbastanza cibo, vestiti e abbastanza soldi per mandare i nostri figli a scuola. Le piccole società di torrefazione, invece, hanno rapporti diretti con noi, conoscono i nostri bisogni e ci capiscono. Questo fa una grande differenza».

Streghe torturate in Papua Nuova Guinea

Dal quotidiano gratuito Metro del 10 aprile 2013

STREGHE TORTURATE IN PAPUA NUOVA GUINEA

Ancora donne al rogo in Papua Nuova Guinea, dove è in corso da tempo una vera e propria caccia alle streghe.

Il fatto

Due anziane donne sono state torturate per tre giorni, ferite a colpi di coltello e ascia e infine decapitate. Le due erano accusate di praticare la stregoneria.

I precedenti

Una settimana fa nelle Southern Highlands 6 donne sono state torturate con ferri roventi collocati sui genitali e poi bruciate vive. Il mese scorso una giovane madre era stata bruciata viva.

Amnesty International

Secondo Amnesty International – che ieri ha chiesto al governo di adottare azioni preventive e punire la caccia alle streghe nel Paese – dal 2008 sono state almeno 50 le donne morte per cause legate alla stregoneria.

Pena di morte, “Passi indietro”. Il rapporto di Amnesty International

Dal sito Internet http://www.metronews.it/master.php?pagina=notizia.php&id_notizia=13000

PENA DI MORTE, “PASSI INDIETRO”. IL RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL

Nel 2012 nel mondo ci sono state 682 esecuzioni. Due in più rispetto all’anno precedente. Ma con un dato positivo: le 1.722 sentenze capitali si sono concentrate in 58 Paesi, rispetto alle 1.923 in 63 Paesi del 2011. «Nonostante alcuni deludenti passi indietro, la tendenza verso l’abolizione della pena di morte è proseguita», spiega Amnesty International, rendendo noto il rapporto annuale sulla pena di morte.

Passi indietro

Il 2012 ha visto la ripresa delle esecuzioni in Paesi che da tempo non vi facevano ricorso, come Gambia, Giappone, India e Pakistan, e un aumento in Iraq. Sorprendente il passo indietro dell’India, che dal 2004 non dava esecuzione a una condanna.

La lista nera

Sono Cina, Iran, Iraq, Arabia Saudita, USA e Yemen i primi 5 Paesi in cui sono avvenute esecuzioni. «Nel mondo solo un Paese su 10 continua a usare la pena di morte – spiega Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International -. I loro leader dovrebbero chiedersi perché applicano ancora una pena crudele e disumana».

L’uso politico

Secondo Amnesty, i governi che usano la pena di morte non hanno più scuse: «Non c’è più alcuna prova che indichi che abbia un potere deterrente speciale contro il crimine», ha detto Shetty. La ragione va cercata altrove: «Nel 2012 abbiamo assistito all’uso della pena di morte per scopi politici o come misura populista».

Da oggi si può firmare per la legge anti-tortura

Dal sito Internet http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=70590&typeb=0&Da-oggi-si-puo-firmare-per-la-legge-anti-tortura

DA OGGI SI PUÒ FIRMARE PER LA LEGGE ANTI-TORTURA

L’immobilismo parlamentare non ferma la battaglia contro gli abusi di chi ha una divisa, contro il proibizionismo e la tortura: oggi i Giuristi Democratici e molte altre associazioni raccoglieranno firme davanti ai tribunali di tutta Italia per promuovere 3 leggi di iniziativa popolare su tortura, carceri e droghe. La prima proposta di legge è “Introduzione del reato di tortura nel codice penale”. Si vuole così sopperire a una lacuna normativa grave: nel nostro codice penale manca il delitto di tortura, nonostante gli obblighi internazionali in tal senso.

La seconda proposta, “Per la legalità e il rispetto della Costituzione nelle carceri”, punta alla riduzione del sovraffollamento penitenziario, limitando la possibilità di ricorrere alla misura cautelare modificando la legge ex-Cirielli in materia di recidiva e abrogando il reato di clandestinità.

La terza proposta, “Modifiche alla legge sulle droghe: depenalizzazione del consumo e riduzione dell’impatto”, vuole modificare la legge Fini-Giovanardi sulle droghe che tanta carcerazione inutile produce nel nostro Paese, depenalizzando i consumi, diversificando il destino dei consumatori di droghe leggere da quello di sostanze pesanti e diminuendo le pene.

Le tre leggi proposte rappresentano una battaglia di civiltà che condensa una parte molto importante delle proposte storiche dei Giuristi Democratici. Tre leggi che vanno nella direzione di uno Stato più etico e più giusto. Banchetti di raccolta firme saranno presenti nelle città di Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Cagliari, Catanzaro, Chieti, Ferrara, Firenze, Genova, Lecce, Livorno, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Potenza, Roma, Taranto, Tivoli, Torino, Trento, Udine, Urbino, Velletri, Venezia.

A Roma sarà possibile firmare dalle 9 alle 14, davanti al Tribunale penale di Roma in via Golametto (piazzale Clodio).

Associazioni promotrici: A Buon diritto, ACAT Italia, ADU, A Roma, insieme – Leda Colombini, Antigone, ARCI, Associazione Federico Aldrovandi, Associazione Nazionale Giuristi Democratici, Associazione Saman, Bin Italia, CGIL, CGIL – FP, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, CNCA, Coordinamento dei Garanti dei diritti dei detenuti, Fondazione Giovanni Michelucci, Forum Droghe, Forum per il diritto alla salute in carcere, Giustizia per i Diritti di Cittadinanzattiva Onlus, Gruppo Abele, Gruppo Calamandrana, Il detenuto ignoto, Itaca, Libertà e Giustizia, Medici contro la tortura, Naga, Progetto Diritti, Ristretti Orizzonti, Società della Ragione, Società italiana di Psicologia penitenziaria, Unione Camere penali italiane, VIC – Volontari In Carcere.

Info: http://www.3leggi.it/.

Roma, 6 aprile: l’arte e la cultura contro ogni forma di discriminazione

Dal sito Internet http://www.amnesty.it/News/roma-6-aprile-arte-cultura-contro-discriminazione?utm_source=DEM&utm_medium=Email&utm_campaign=DEM1377

ROMA, 6 APRILE: L’ARTE E LA CULTURA CONTRO OGNI FORMA DI DISCRIMINAZIONE

Sabato 6 aprile a partire dalle ore 18, si terrà a Roma, presso il Centro culturale Brancaleone in via Levanna 11, l’evento “L’arte e la cultura contro ogni forma di discriminazione”, organizzato da Amnesty International Italia in collaborazione con il Civico Zero, Progetto Sar San, gruppo Chejà Celen, Terra, Centro culturale Brancaleone e Radio Popolare Roma.

L’evento, organizzato in occasione della Giornata internazionale dei rom e dei sinti, l’8 aprile, e nell’ambito del lavoro di Amnesty International contro la discriminazione dei rom in Europa, è a ingresso libero.

La serata sarà arricchita da musica, danza, teatro, fotografia , cinema, cibo e diverse altre iniziative promosse dalle associazioni per tutela dei diritti umani dei rom e dei sinti in Italia. La serata sarà inoltre scandita da un aperitivo rom e dalla musica del gruppo Taraf di Transilvania e del Dj set, a cura di Raggio

Programma della serata

Ore 18:00 – Sala mostre

- “Verso la città che vorremmo” – Laboratorio ludico aperto ai bambini e ragazzi a cura di progetto Sa’r san

- “Dalla città degli enclave alla città meticcia” – Racconti di esperienze di luoghi di accoglienza attraverso l’auto recupero a cura di progetto Sa’r san.

Ore 18.45 – Sala mostre

- Presentazione della mostra fotografica “La risposta sbagliata” di Amnesty International

- “Cercasi casa” – ragazzi e le ragazze raccontano la loro idea di casa attraverso video, foto e manufatti. A cura di CivicoZero

Ore 19:15 – Sala Cinema

- “Io, la mia famiglia Rom e Woody Allen” – un film di Laura Halilovic a cura di Amnesty International

- “Sono solo una ragazza” – video partecipato che narra in prima persona le vite e le aspettative di ragazze che cercano il loro luogo in un’Italia ostile a cura di progetto Sa’r san

Ore 20:00 – Spazio spettacoli

- Spettacolo di danza e musica rom a cura del gruppo Chejà Celen – Zingare Spericolate

- “Circo Sar Sàn” – spettacolo di musica e danza in collaborazione con il circo officina Porto Fluviale.

Ore 21.00

Aperitivo

Ore 21:30 – Spazio spettacoli

- Concerto a cura del gruppo Taraf di Transilvania

Ore 23:00 – Spazio spettacoli

- Dj set a cura Raggio.

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