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Dal sito Internet http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=10837

IL MITO DELL’INSOLVENZA DEL GIAPPONE

di Ellen Hodgson Brown (*)

Fonte: http://webofdebt.wordpress.com

Link: http://webofdebt.wordpress.com/2012/09/05/the-myth-that-japan-is-broke-the-worlds-largest-debtor-is-now-the-worlds-largest-creditor/

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Domenico D’Amico

Il più grande “debitore” del mondo è adesso il più grande creditore del mondo.

L’enorme debito pubblico del Giappone nasconde un enorme beneficio per il popolo giapponese, il che insegna molto sulla crisi debitoria degli USA.

In un articolo pubblicato su Forbes nell’aprile del 2012, intitolato “Se il Giappone È insolvente, Come Mai Sta Soccorrendo Economicamente l’Europa?””, Eamon Fingleton faceva notare come il Giappone sia il Paese, al di fuori dell’Eurozona, che abbia dato di gran lunga il maggior contributo all’ultima operazione di salvataggio finanziario dell’euro. Si tratta, scrive, dello “stesso governo che è andato in giro facendo finta di essere in bancarotta (o perlomeno, che ha evitato di opporsi sul serio quando ottusi commentatori americani e britannici hanno dipinto le finanze pubbliche giapponesi come un totale disastro).”

Osservando che fu sempre il Giappone, praticamente da solo, a salvare il FMI al culmine del panico globale del 2009, Fingleton domanda: “Com’è possibile che una nazione il cui governo si suppone sia il più indebitato tra i Paesi avanzati si permetta tanta generosità? (…) L’ipotesi è che la vera finanza pubblica del Giappone sia molto più solida di quanto la stampa occidentale ci abbia fatto credere. Quello che non si può negare è che il Ministero delle Finanze giapponese sia uno dei meno trasparenti del mondo…”.

Fingleton riconosce che i passivi del governo giapponese sono ingenti, ma dice che dovremmo guardare anche all’aspetto patrimoniale del bilancio: “Il Ministero delle Finanze di Tokyo ottiene sempre più prestiti dai cittadini giapponesi, ma non per pazze spese statali in patria, bensì all’estero. Oltre a rimpolpare il piatto per far sopravvivere il FMI, Tokyo è ormai da tempo il prestatore di ultima istanza sia del governo statunitense sia di quello britannico. E intanto prende in prestito denaro con un tasso di appena l’1% in dieci anni, il secondo tasso più basso del mondo dopo quello svizzero”.

Per il governo giapponese è un buon affare: può farsi prestare denaro all’1% in dieci anni, e prestarlo agli USA a un tasso dell’1,6 (il tasso attuale dei titoli USA a dieci anni), con un discreto margine di guadagno.

Il rapporto debito/PIL del Giappone è quasi del 230%, il peggiore tra i più grandi Paesi del mondo. Eppure il Giappone resta il maggior creditore del mondo, con un netto di bilancio con l’estero di 3.190 miliardi di dollari. Nel 2010 il suo PIL pro capite era superiore a quello di Francia, Germania, Regno Unito e Italia. Inoltre, anche se l’economia della Cina è arrivata, a causa della sua popolazione in progressivo aumento (1,3 miliardi contro 128 milioni), a superare quella del Giappone, i 5.414 dollari di PIL pro capite dei cinesi è solo il 12% dei 45.920 dei giapponesi.

Come si spiegano queste anomalie? Un buon 95% del debito pubblico giapponese è detenuto all’interno del Paese, dagli stessi cittadini.

Oltre il 20% del debito è in possesso della Japan Post Bank [1], dalla Banca centrale e da altre istituzioni statali. La Japan Post è la più grande detentrice di risparmio interno del mondo, e gli interessi li versa ai suoi clienti giapponesi. Anche se in teoria è stata privatizzata nel 2007, è pesantemente influenzata dalla politica, e il 100% delle sue azioni è in mano pubblica. La Banca centrale giapponese è posseduta dallo Stato per il 55%, ed è sotto il suo controllo per il 100%. Del debito rimanente, oltre il 60% è detenuto da banche giapponesi, compagnie assicurative e fondi pensione. Un ulteriore porzione è in mano a singoli risparmiatori. Solo il 5% è detenuto all’estero , per lo più da banche centrali. Come osserva il New York Times in un articolo del settembre 2011: “Il governo giapponese è pieno di debiti, ma il resto del Giappone ha denaro in abbondanza”.

Il debito pubblico giapponese è il denaro dei cittadini. Si possiedono l’un l’altro e ne raccolgono insieme i frutti.

I miti del rapporto debito/PIL in Giappone

Il rapporto debito pubblico/PIL del Giappone sembra davvero pessimo. Ma, come osserva l’economista Hazel Henderson, si tratta solo di una questione di procedura contabile, una procedura che lei e altri esperti ritengono fuorviante. Il Giappone è leader mondiale in parecchi settori della produzione di alta tecnologia, inclusa quella aerospaziale. Il debito che compare sull’altra colonna del suo bilancio rappresenta il premio riscosso dai cittadini giapponesi per tutta questa produttività.

Secondo Gary Shilling in un suo articolo su Bloomberg del giugno 2012, più della metà della spesa pubblica giapponese va in servizi al debito e previdenza sociale. Il servizio al debito viene erogato sotto forma di interessi ai “risparmiatori” giapponesi. La previdenza e gli interessi sul debito pubblico non vengono inclusi nel PIL, ma in realtà si tratta della rete di sicurezza sociale e dei dividendi collettivi di un’economia altamente produttiva. Sono questi, più dell’industria bellica e dei “prodotti finanziari” che costituiscono una grossa parte del PIL degli USA, i veri frutti dell’attività economica di una nazione. Per quel che riguarda il Giappone, rappresentano il godimento da parte dei cittadini dei grandi risultati della loro base industriale ad alta tecnologia. Shilling scrive: “Il deficit statale si suppone serva a stimolare l’economia, eppure la composizione della spesa pubblica giapponese, sotto questo aspetto, non sembra molto utile. Si stima che il servizio al debito e la previdenza – in genere non uno stimolo per l’economia – consumeranno il 53,5% della spesa per il 2012…”.

Questo è quello che sostiene la teoria convenzionale, ma in realtà la previdenza e gli interessi versati ai risparmiatori interni stimolano, eccome, l’economia. Lo fanno mettendo denaro in tasca ai cittadini, incrementando così la “domanda”. I consumatori che hanno soldi da spendere riempiono i centri commerciali, incrementando così gli ordini di ulteriori merci, e spingendo in su produzione e occupazione.

I miti sull’alleggerimento quantitativo

Una parte del denaro destinato alla spesa pubblica viene ottenuto direttamente “stampando moneta” per mezzo della banca centrale, procedura nota anche come “alleggerimento quantitativo” [Quantitative easing]. Per più di un decennio la Banca del Giappone ha seguito questa procedura; e tuttavia l’iperinflazione che secondo i falchi del debito si sarebbe dovuta innescare non si è verificata. Al contrario, come osserva Wolf Richter in un articolo del 9 maggio 2012: “I giapponesi sono infatti tra i pochi al mondo a godersi una vera stabilità dei prezzi, con periodi alternati di piccola inflazione o piccola deflazione, l’opposto di un’inflazione al 27% su dieci anni che la Fed si è inventata chiamandola, demenzialmente, ‘stabilità dei prezzi’”. E cita come prova un grafico diffuso dal Ministero degli Interni giapponese.

Com’è possibile? Dipende tutto da dove va a finire il denaro prodotto con l’alleggerimento quantitativo. In Giappone, il denaro preso in prestito dallo Stato torna nelle tasche dei cittadini sotto forma di previdenza sociale o interessi sui loro risparmi. I soldi sui conti bancari dei consumatori stimolano la domanda, stimolando la produzione di beni e servizi, facendo aumentare l’offerta. E quando domanda e offerta aumentano insieme, i prezzi restano stabili.

I miti sul “decennio perduto”

La finanza giapponese si è a lungo ammantata di segretezza, forse perché quando il Paese era maggiormente disposto a stampare denaro per sostenere le proprie industrie, si è fatto coinvolgere nella II Guerra Mondiale. Nel suo libro del 2008, “In the Jaws of the Dragon”, Fingleton suggerisce che il Giappone abbia simulato l’insolvenza del “decennio perduto” degli anni ‘90 per evitare di incorrere nell’ira dei protezionisti americani a causa delle sue fiorenti esportazioni di automobili e altre merci. Smentendo le pessime cifre ufficiali, durante quel decennio le esportazioni giapponesi aumentarono del 75%, ci fu un incremento delle proprietà all’estero, e l’uso di energia elettrica aumentò del 30%, segnale rivelatore di un settore industriale in espansione. Arrivati al 2006, le esportazioni del Giappone erano diventate il triplo rispetto al 1989.

Il governo giapponese ha sostenuto la finzione di adeguarsi alle norme del sistema bancario internazionale, prendendo “in prestito” il denaro invece di “stamparlo” direttamente. Ma prendere in prestito il denaro emesso da una banca centrale proprietà dello stesso governo è l’equivalente pratico di un governo che il denaro se lo stampi, in particolare quando il debito continua a rimanere nei bilanci ma non viene mai ripagato.

Implicazioni per il “Precipizio Fiscale” [2]

Tutto questo ha delle implicazioni per gli americani preoccupati per un debito pubblico fuori controllo. Adeguatamente guidato e gestito, a quanto pare, il debito non deve far paura. Come il Giappone, e a differenza della Grecia e degli altri Paesi dell’Eurozona, gli USA sono gli emittenti sovrani della propria valuta. Se lo volesse, il Congresso potrebbe finanziare il proprio bilancio senza ricorrere a investimenti esteri o banche private. Potrebbe farlo emettendo direttamente moneta o facendosela prestare dalla propria banca centrale, a tutti gli effetti a zero interessi, dato che la Fed versa allo Stato i suoi profitti dopo averne sottratto i costi.

Un po’ di alleggerimento quantitativo può essere positivo, se il denaro arriva allo Stato e ai cittadini piuttosto che nelle riserve bancarie. Lo stesso debito pubblico può essere una cosa positiva. Come testimoniò Marriner Eccles, direttore della Commissione della Federal Reserve, in un’audizione davanti alla Commissione Parlamentare Bancaria e Valutaria [House Committee on Banking and Currency] nel 1941, il credito dello Stato (o il debito) “è ciò in cui consiste il nostro sistema monetario. Se nel nostro sistema monetario non ci fosse il debito, non ci sarebbe nemmeno denaro”.

Adeguatamente gestito, il debito pubblico diventa il denaro che i cittadini possono spendere. Stimola la domanda, finendo per stimolare la produttività. Per mantenere il sistema stabile e sostenibile, il denaro deve avere origine dallo Stato e i suoi cittadini, e finire nelle tasche del medesimo Stato e dei medesimi cittadini.

(*) Ellen Brown è avvocato a Los Angeles e autrice di 11 libri. In “Web of Debt: The Shocking Truth about Our Money System and How We Can Break Free”, mostra come un monopolio bancario abbia usurpato il potere di emettere valuta, sottraendolo alla sovranità del popolo, e come il popolo possa riappropriarsene. Altri articoli di Ellen Brown. Il suo sito personale.

NOTE

[1] Le poste giapponesi, pur diventando un vero e proprio istituto di credito, a differenza di altre banche commerciali ha come attività principale il risparmio. [Wikipedia]

[2] “Fiscal Cliff: letteralmente “rupe fiscale” ma reso in italiano anche con “precipizio”, il “fiscal cliff” indica il doppio impasse che dovranno affrontare gli Stati Uniti alla fine di quest’anno, quando scadranno gli incentivi fiscali introdotti nell’era Bush e si dovrà trovare un accordo sul tetto al debito USA per evitare tagli automatici alle spese e aumenti delle tasse. Il fiscal cliff potrebbe esercitare pressioni significative sulla crescita USA nei primi mesi del prossimo anno. Nel peggiore dei casi si rischierebbe anche una nuova recessione. Di qui la minaccia delle agenzie di rating (ultima ieri Fitch) di abbassare il giudizio sulla solvibilità degli Stati Uniti in caso di mancato accordo al Congresso. [Il Sole 24 Ore – 30 agosto 2012]

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