Dal quotidiano gratuito DNews del 4 novembre 2009
L’EUROPA CI VIETA IL CROCIFISSO IN CLASSE
di Daria Simeone
La presenza di crocifissi nelle aule scolastiche italiane rappresenta “una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni”. Con questa motivazione ieri la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, dopo aver esaminato il ricorso presentato dalla signora Soile Lautsi di Abano Terme, ha detto no alla presenza della croce in aula. Una sentenza contro la quale il governo italiano ha già annunciato ricorso. Se questo verrà accolto il caso verrà ridiscusso nella Grande Camera, altrimenti la sentenza diventerà definitiva tra tre mesi e spetterà ai ministri del Consiglio d’Europa decidere quali azioni il governo deve prendere per non incorrere in ulteriori violazioni.
La normativa che lo prevede
La prima traccia giuridica del crocifisso da esporre nelle aule è nel Regio decreto del 1924: “Ogni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula, l’immagine del Crocifisso e il ritratto del Re”. Una norma estesa dal Ministero di Grazia e Giustizia alle aule giudiziarie nel 1926 e ribadita più volte negli anni, con circolari ministeriali e direttive sull’edilizia scolastica. Addirittura nella direttiva 3 ottobre 2002 il Ministero dell’Istruzione sottolinea esplicitamente che le norme sul crocifisso in aula “non sono state né abrogate né modificate dalle disposizioni” successive. La presenza del simbolo del Cristianesimo, dunque, non ha nessuna incompatibilità con altre norme, anzi. Il Consiglio di Stato nel 1988 precisa che la Croce, a parte il significato per i credenti, rappresenta un simbolo della civiltà cristiana, della sua radice storica di valore universale, indipendente da significati religiosi. A fugare ogni dubbio sulla legittimità del crocifisso in aula è il parere dell’Avvocatura di Stato di Bologna che nel 2002 afferma che l’affissione del Crocifisso va ritenuta non lesiva del principio di libertà religiosa. Tuttavia secondo i sette giudici di Strasburgo, tra cui il costituzionalista italiano Vladimiro Zagrebelsky, «la presenza del crocifisso potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso».
Una battaglia di anni
Una visione condivisa da quelli che, negli anni,hanno protestato, anche per vie legali, contro il crocifisso nelle aule. Dal giudice Mario Montanaro dell’Aquila che sancì che nella scuola di Ofena non dovevano essere esposti, come richiesto da Adel Smith, rappresentante delle comunità islamiche e i cui figli frequentavano quella scuola, a Franco Coppoli, docente sospeso a Terni per averlo tolto dall’aula.
Il caso italiano
L’Italia è l’unico Paese europeo, a parte Spagna e Portogallo, ad avere ancora i crocifissi esposti nelle aule. La stessa Francia, che ha una percentuale minore di cattolici dichiarati ma maggiore di praticanti, dall’inizio del Novecento ha vietato l’esposizione di crocifissi o di immagini religiosi in locali pubblici.
VATICANO E CEI: DECISIONE SBAGLIATA, MIOPE. E DALLA POLITICA UNA CONDANNA TRASVERSALE: «FA PARTE DI IDENTITÀ E CULTURA DEL PAESE»
di Daria Simeone
«Stupisce che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia profondamente legata all’identità del popolo italiano». È infastidito il Vaticano che esprime «stupore e rammarico» per una sentenza che padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, ha definito «sbagliata e miope». «La sentenza suscita amarezza e non poche perplessità – si legge invece in una nota della CEI -, sembra possibile rilevare il sopravvento di una visione parziale e ideologica».
Vasto e trasversale il fronte di chi contesta la sentenza. Oltre a Forza Nuova, che annuncia mobilitazioni «anche rischiando l’illegalità» per difendere i crocifissi, e Alessandra Mussolini che propone di inserire le radici cristiane italiane nella Costituzione, ci sono reazioni più ragionevoli. «Mi auguro che la sentenza non venga salutata come giusta affermazione della laicità delle istituzioni che è valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del cristianesimo nell’identità italiana» ha detto il presidente della Camera Fini. Sulla stessa linea i ministri Gelmini, Calderoli e Alfano, ma anche il neo segretario del PD Bersani: «Antiche tradizioni come quella del crocifisso non possano essere offensive per nessuno». Parlano di sentenza «folle» e «vergognosa» rispettivamente il sindaco di Roma Alemanno e Gasparri. Esulta il PdCI che parla di «riaffermare il valore della laicità dello Stato», e l’Unione Atei. «Il crocifisso non mi dà fastidio, ma la sentenza è giusta in uno stato laico», commenta Shaari presidente del Centro islamico di Milano.
DAL 1924
La norma
La prima traccia giuridica del crocifisso da esporre nelle aule scolastiche è nel Regio decreto del 1924, n. 965: “Ogni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula, l’immagine del Crocifisso e il ritratto del Re”. Una norma estesa dal Ministero di Grazia e Giustizia alle aule giudiziarie nel 1926 e mai più abrogata o modificata.
La vicenda
Era stato sollevato da Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all’istituto di Abano Terme frequentato dai suoi figli, di togliere i crocifissi dalle aule. A nulla, in precedenza, erano valsi i suoi ricorsi davanti ai tribunali in Italia. Ora i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione: il governo deve pagare alla donna un risarcimento di 5.000 euro.



