
( Da Guarino Tufano - Dottore Agronomo )
Ennesimo caso di sparizione del corpo del delitto.
Nuove autorizzazioni d’uso dei neurotossici su cucurbitacee e salute degli alveari.
Dobbiamo sperare nel RIS di Parma per l’apertura di indagini?
Scrivo queste note per denunciare, guarda un po’ che caso, l’ennesimo fenomeno di strani spopolamenti degli alveari verificatisi tra settembre e ottobre 2007 nel mio allevamento d’api.
L’azienda è ubicata nel Comune di San Felice Circeo, nel triangolo d’oro compreso tra i Comuni di Sabaudia, Terracina e per l’appunto S. F. Circeo.
Una zona ad agricoltura intensiva, spiccatamente serricola con colture orticole ad alto reddito quali zucchino, cocomero, melone, pomodoro da mensa, melanzana, ecc… Fra queste hanno un notevole interesse apistico e sono molto visitate dalle api per il molto polline oltre che per il nettare le cucurbitacee: zucchino, cocomero e melone.
La mia attività è dedicata oltre alla produzione di miele e degli altri prodotti dell’alveare al servizio d’impollinazione da oltre un decennio, in coerenza con la vocazione del territorio in cui opero.
Le colture per cui effettuiamo il servizio di impollinazione sono: alcune frutticole susino e albicocco, orticole quali cocomero, melone, fragola e raramente peperone.
Da diversi anni a questa parte le morie di api a seguito di impollinazione erano solo un brutto, orribile, ricordo. Da 2-3 anni a questa parte, invece, si stanno verificando morie e spopolamenti di famiglie d’api in maniera subdola. In un primo momento ho sospettato che qualche agricoltore al quale fornivo le api per l’impollinazione, trovandosi in difficoltà con i prodotti ammessi nel disciplinare di lotta integrata della Regione Lazio (la stragrande maggioranza delle aziende agricole fanno parte di Cooperative che a loro volta fanno parte di O.P.), utilizzasse per il controllo di insetti patogeni il vecchio Metomil contro afidi e aleurodidi e qualche acaricida per contenere il ragnetto rosso, il ragnetto giallo e un altro insetto appartenente sempre alla famiglia degli acari ma non visibile ad occhio nudo dal nome di Eriofide introdotto da alcuni anni in Italia, importato su piante floreali, tutti molto pericolosi per le colture orticole sopra menzionate.
Da controlli, osservazioni e prove raccolte, ho preso atto che il Metomil è un insetticida molto puzzolente, e che quando sono presenti tracce di p.a. sulla pianta le api non bottinano, l’attività di volo delle famiglie si riduce e le, poche, bottinatrici cercano di volare al di fuori dalle serre. Anche nel caso il p.a. venga distribuito ben 10-15 giorni precedenti all’introduzione delle api nella serra, queste manifestano un attività di volo “svogliata”, non sono attratte dai fiori aperti con abbondante polline presente sulle antere. Devono trascorrere almeno 20–25 giorni dal trattamento prima le api si attivino al loro meglio. Nonostante l’attività ridotta si riscontra una leggera moria di api che è ben spiegabile dalla differenza tra le api e gli insetti patogeni, le api infatti sono molto più vulnerabili anche se esposte a quantità di p.a. residuali. Analoga osservazione, e danno relativamente limitato, ho avuto modo di constatarla a seguito di utilizzo di acaricidi sulle cucurbitacee quali cocomero melone e zucchino.
Stavo quindi seguendo una strada evidentemente erronea.
Fortunatamente oggi vari agricoltori, e in particolare coloro che utilizzano le api per l’impollinazione, hanno maturato una diversa sensibilità; controllano se queste non bottinano e quindi non impollinano le loro colture, e quindi ricercano e prediligono principi attivi “intelligenti”(o quantomeno, come le famose bombe in Irak; dichiarati tali) che hanno una lunghissima persistenza in ogni organo verde e non, delle colture agrarie.
E, in effetti, ho verificato che sul mercato si sono prospettate nuove offerte di tal tipo, avallate nella lista dei “nuovi” principi attivi ammessi nel Disciplinare di Lotta Integrata della Regione Lazio.
La novità o supposta tale ha il nome di una famiglia ad azione sistemica e particolarmente efficace: i Neonicotinoidi. E’ proprio l’avvento di questi p.a. che ha cambiato lo scenario operativo della mia azienda e non solo della mia. Quando all’inizio è stato posto in commercio l’Imidacloprid, circa 4 anni fa, veniva consigliato di somministrarlo in manichetta (fertirrigazione vicino alle radici) a piantina trapiantata da circa 10 giorni in modo che la giovane pianta l’assorba e lo traslochi in tutti gli organi della stessa, foglie, fusti, apici e abbozzi di fiori, in modo da essere attivo per molto più tempo. Ciò che già allora attrasse la mia attenzione fu che un prodotto dichiarato innocuo per le api, utilizzato a bassi dosaggi (75 – 100 ml/ 1000 mq), dopo circa 30 giorni dalla somministrazione desse luogo ad un evidente effetto sull’attività di bottinatura delle api. Le famigliole nelle serre manifestavano ridotta attività di volo, per almeno 10 giorni. E, in effetti, ricordo i litigi e le prime incomprensioni con i colleghi agricoltori quando, dopo che erano trascorsi i primi 10 giorni, le api iniziavano a bottinare e nel contempo a morire in serra.
Quando il principio attivo veniva somministrato, invece, per via fogliare utilizzando una dose di 50 – 75 ml/100 lt, 10–15 giorni prima di introdurre le api in serra, a coltura pronta per l’allegaggione cioè con abbondante fioritura maschile con polline maturo, altamente attrattivo per le api, con belle giornate di sole e calde, le api rimanevano “ferme” in arnia per 4 – 5 giorni e poi iniziavano a girare, la cosa strana era che loro non visitavano i fiori, ma si fermavano sulle foglie come se i fiori non fossero per loro interessanti. Fenomeno facilmente intuibile e spiegabile a loro serve acqua per termoregolare la temperatura interna ( in serra sovente la temperatura durante le ore più calde può superare i 45°C), l’acqua non potendola suggere col nettare presente nei nettari la prelevavano dalla guttazione fogliare. Prima che iniziassero a girare sui fiori ci voleva ancora un po’ di giorni.
Le api che preparo ad aprile per essere utilizzate in serra, debbono essere in uno stadio di sviluppo ottimale, covata opercolata su almeno due favi, un favo di covata disopercolata, un favo di miele maturo e uno di polline e nettare fresco, e ovviamente la regina. Sono solito lavorare in questo modo, non mi piace fare brutte figure.
Famigliole così composte e poste in serre prive di residui chimici pericolosi lavorano dal primo giorno d’introduzione, dopo solo 10 giorni le porto via (perché hanno oramai svolto bene il loro compito) e ancora in ottima salute. Famigliole di analoga forza portate in serre in cui sono stati eseguiti trattamenti a base di imidacloprid vedono api attive, anche se non in modo ottimale, dopo almeno 20 giorni.
Oltre all’Imidacloprid, oggi sono stati posti in commercio altri 3 agrofarmaci i cui p.a. esplicano azione citotropica; questi i principi attivi: Acetamiprid, Thiamethoxam, Thiacloprid e un quarto è lo Spinosad, dichiarato esplicitamente in etichetta tossico per le api.
L’effetto del crescente utilizzo di questo benedetto “Quartetto Killer” non si è fatto attendere sulle mie “api da impollinazione”. Infatti, quest’anno ad un controllo accurato degli alveari utilizzati per l’impollinazione, ho rilevato un’elevata moria di famiglie che non manifestavano alcuna patologia tipica apistica. Subito dopo la fioritura dell’Eucaliptus, che quest’anno si è protratta fino al 20-25 luglio, sono state controllate le famiglie, quelle deboli sono state rinforzate ed è stata sostituita la regina, alcune, ben poche, che mostravano presenza di patologie della covata sono state distrutte. Quindi a fine agosto abbiamo nutrito quelle famiglie che presentavano scarse o insufficienti scorte di miele e polline e iniziato i trattamenti antivarroa.
A fine settembre abbiamo dovuto constatare una prima grave moria di alveari, e solo di quelli provenienti dall’impollinazione. Arnie completamente vuote, senza api, uova, larve. Con uno strano e assolutamente inconsueto particolare: una notevole presenza di polline stivato nei favi.
Ad ottobre, e sempre tra le famiglie utilizzate per l’impollinazione e sopravissute, abbiamo verificato una nuova ondata dello stesso fenomeno con sintomatologia analoga. A seguito di attenti controlli posso escludere sia l’eccesso di varroa e sia la presenza fuori soglia di nosema. Qualcuno ovviamente sosterrà che potrebbe essere uno dei micidiali virus apistici la misteriosa causa. Probabilmente se li cercassimo ne troveremmo anche traccia ma tale “scienziato”mi dovrebbe anche spiegare e fornire una spiegazione documentata scientificamente della ragione per cui tali virus si svilupperebbero e moltiplicherebbero unicamente nelle famiglie che sono state in serra!
Nel breve spazio di soli 30 giorni, ho dovuto registrare una perdita di almeno il 25 – 30% delle famiglie d’api impiegate per l’impollinazione. Considerando un poco di mortalità fisiologica d’allevamento e un altro 2 -3% di mortalità “normale” che si verifica durante il servizio causata da errate pratiche colturali di apertura e chiusura delle serre, da qualche trattamento fungicida fatto con le api in attività di volo, debbo a fine 2007 registrare e denunciare una perdita di oltre il 35% delle famiglie d’api usate per l’impollinazione.
Ho quindi proseguito le mie private attività d’inchiesta tra i colleghi agricoltori della zona per arrivare a scoprire che l’imidacloprid è stato recentemente autorizzato anche sullo zucchino.
Anche questa “ipotesi investigativa” si è però verificata insufficiente a spiegare da sola l’insieme del fenomeno e più che altro il suo altalenante andamento. E’ vero infatti che una parte d’apiari dove si sono verificate queste strane perdite si trovano vicino a zone di produzione dello zucchino ma altre famigliole presenti in apiario, utilizzate anch’esse per l’impollinazione, erano vive e molto attive, ed anche le famiglie su 10 favi non utilizzate per l’impollinazione erano strapiene e anch’esse molto attive non avevano subito morie.
Quale può essere allora la causa? La spiegazione è forse da ricercare non in un solo e unico semplice e perverso meccanismo ma nel differente andamento di diverse e sottili variabili che possono variamente e subdolamente incidere sul delicato equilibrio di una animale tanto affascinante quanto complesso.
Secondo il mio parere d’apicoltore che conosce il comportamento delle api come conosce quello degli agricoltori, che ha sufficienti nozioni di fitoiatria (ho fatto consulenze ad azienda agricole e cooperative che usufruiscono dei contributi comunitari per le Organizzazioni di Produttori) le ipotesi sono di un diverso e nefasto effetto possibile di queste nuove molecole:
1. Questi principi attivi somministrati con modalità e a dosaggi diversi possono interferire sullo sviluppo delle api determinando avvelenamenti in forma acuta, d’altronde sono tossici per le api anche a dosaggi infinitesimali ( che possono poi essere ancor più probabili nel caso si utilizzi una dose doppia o associando un altro principio attivo, oppure utilizzando prodotti che amplificano gli effetti di accumulo all’interno degli organi della piante, nettari e antere), con conseguente: immediata mortalità di bottinatrici e di api di casa deputate a stivare il nettare e il polline.
2. Un fenomeno meno immediato, ma non per questo meno subdolamente micidiale, è quello dell’ Avvelenamento differito e/o Avvelenamenti cronico quando l’insetto stiva all’interno dei favi nettare e polline che contengono piccole quantità di p.a., e semmai di più p.a., senza un consumo immediato e significativo delle risorse stivate, per cui non si verifica una mortalità immediata. Quando in periodi di scarsa importazione, con prolungata siccità (come quest’anno), le api utilizzano miele in cui il principio attivo di uno o più prodotti si è concentrato con la disidratazione del nettare, associato all’alimentazione pollinica, caso mai anch’essa contaminata, si intaccano alcuni vitali meccanismi biologici dell’alveare, si riducono le difese immunitarie di un organismo assai complesso e articolato, le famiglie muoiono lentamente per poi collassare del tutto, subentra infine il saccheggio e vespe e calabroni terminano l’opera. Infatti nelle miei alveari tranne il polline stivato non ho trovato altro.
A tali evidenti e dilaganti fenomeni si può infine aggiungere l’uso da parte di alcuni agricoltori di prodotti usciti fuori produzione, al nero a basso costo, e quindi “invisibili” ai controlli (quantomeno a quelli cartacei), che provocano danni a noi apicoltori e all’ambiente circostante.
Quindi il problema è molto serio perché mentre, seppure con fatica e investimenti, le variazioni climatiche possono essere fronteggiate dall’apicoltore che con i suoi interventi, così come contro le parassitosi dell’alveare, provvede a curarle, a nutrirle con sciroppi adeguati e polline fresco congelato. Né d’altronde ho ragione di credere al tanto strombazzato così nefasto effetto dei campi elettromagnetici: da 15 anni ho un apiario vicino ad una cabina elettrica di molti Kilowat sotto a cavi dell’alta tensione e le api non sono mai morte e mai ho visto perturbazioni di sorta e tantomeno gli strani spopolamenti che invece oggi mi trovo a constatare negli apiari provenienti dalla zona delle serre.
Il fenomeno ha una sola ed evidente (meno per chi non vuole guardare) spiegazione: i nuovi pesticidi ad azione neurotossica e citotropica; utilizzati su moltissime colture con dosi e modalità diverse e aggiungo a volte utilizzati con estrema leggerezza da parte dell’agricoltore che esegue il trattamento ma anche da parte dell’agronomo che dovrebbe spiegare le modalità di distribuzione. Non dimentichiamo che sono dei medicinali ad elevato rischio e chi li usa dovrebbe essere a conoscenza dei danni che provoca un utilizzo non appropriato del prodotto.
Dobbiamo essere noi apicoltori, con le nostre sentinelle ambientali, a denunciare, puntualmente e subito, alle autorità competenti le morie e gli spopolamenti che si verificano durante la stagione produttiva. Propongo a tutte la Associazioni Apistiche di destinare parte delle risorse per l’apicoltura che provengono dal regolamento comunitario 797, o delle risorse regionali alle determinazioni analitiche (analisi multiresiduali su insetticidi e acaricidi) della presenza di p.a. sulle api e su quanto raccolgono e sulle specie di piante agricole su cui le api raccolgono nettare, polline e acqua.
Certamente da questo nuovo anno ridurrò al minimo l’attività d’impollinazione, e nei casi in cui si verificano morie di api in serra o campo aperto farò dei campionamenti non solo sulle api, ma anche sulla coltura su cui le api lavorano. Su prodotto fresco l’eventuale presenza di p.a. non viene, infatti, degradata rapidamente come sulle api.
Evitare il residuo di una molecola chimica sulle colture agricole, anche se di un solo milligrammo, è il traguardo, che gli apicoltori insieme alle associazioni dei consumatori, dovrebbero raggiungere. Oggi si dispone di tecniche agronomiche tali da poter raggiungere tale obiettivo. La Comunità Europea stanzia contributi a cooperative agricole perchè si impegnino a ridurre l’uso dei pesticidi e di concimi di sintesi, rimborsa l’assistenza tecnica di campagna. Tali contributi fanno parte integrante del reddito degli agricoltori i quali dovrebbero manifestare una maggiore cautela e una maggiore sensibilità sia verso la propria persona (perché questi prodotti possono essere pericolosi anche per la loro salute) sia verso i consumatori sia e soprattutto verso l’ambiente.
Chiudo con una frase di Robert van den Bosch che dice: “Di tutte le specie viventi sulla superficie del pianeta si può prevedere che la nostra sarà la prima a soccombere per non aver scoperto in tempo una via d’uscita al trabocchetto nel quale essa è caduta. Il mondo, invece, continuerà ad esistere e, con lui gli insetti, altro successo dell’evoluzione che, colmi di ironia, lucideranno coscienziosamente lo scheletro degli ultimi uomini che calpesteranno il suolo di questo pianeta.”
Guarino Tufano - La Casina delle Api, Borgo Montenero.