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Dal sito Internet http://www.perilbenecomune.net/index.php?mod=blabla&menu_id=&news_id=174&myaction=read_news

 

NON ABBIAMO BISOGNO DEL NUCLEARE

 

L’8 e 9 novembre 1987 l’Italia ha sancito con 3 quesiti referendari l’abbandono “di fatto” del ricorso al nucleare come forma di approvvigionamento energetico.

In occasione dell’anniversario di questo evento, noi di Per il Bene Comune chiuderemo ufficialmente la raccolta delle firme per la petizione popolare “NON ABBIAMO BISOGNO DEL NUCLEARE”, con una conferenza a Roma a cui parteciperanno vari esperti di fisica nucleare, tra cui i fisici prof. Angelo Baracca e il prof. Guido Cosenza, il presidente di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, Federica Fratini dell’associazione Mondo Senza Guerre e Monia Benini, presidente di Per il bene comune.

La nostra petizione, lanciata a settembre del 2008, ha raccolto fino ad ora più di 50.000 firme, che verranno poi consegnate alle Istituzioni.

Ti chiediamo di fare un ulteriore sforzo in questi ultimi giorni per diffondere questo messaggio, invitando associazioni e comitati a dare la loro adesione e contribuire alla raccolta delle firme.

I moduli per la raccolta sono scaricabili qui:

http://www.perilbenecomune.net/index.php?mod=petition

e potranno essere consegnati a mano l’8 novembre a Roma, o spediti alla nostra sede nazionale:

Per il Bene Comune

P.le della Stazione, 15

44100 Ferrara (FE)

È importante l’aiuto di tutti: Associazioni, Comitati, singoli cittadini: tutti sono invitati ad aderire e a dare una mano per questo sprint finale. Aderisci, divulga, invia questo messaggio ad amici e conoscenti, mettilo su Facebook, su forum, meetup e blog. Facciamo rete e soprattutto… alziamo la voce!

Vi aspettiamo tutti l’8 novembre a Roma dalle ore 15.30 presso il Kaire Hotel di Roma, a via Maffeo Vegio, 18.

P.S. Il luogo dell’evento è 10-15 minuti a piedi dalla fermata Monte Mario del treno metropolitano.

Dal quotidiano gratuito City del 6 novembre 2009

 

BOOM DI OMEOPATIA, LA USANO IN 9 MILIONI

 

La medicina omeopatica non è più un tabù e piace agli italiani, tanto da essere uno dei pochi settori che non sembrano intaccati dalla crisi.

Il 15% degli italiani

Negli ultimi 15 anni, l’incremento dei pazienti omeopatici è stato del 65%, e attualmente sono circa 9 milioni – pari al 15% della popolazione – coloro che si affidano ai farmaci omeopatici nonostante non siano rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale. In Italia (terzo mercato europeo dopo Francia e Germania) le 30 aziende che operano nel settore con oltre 1.200 dipendenti hanno fatturato 165.914 milioni nel 2008. E le stime per il 2009 parlano di una crescita del 3%. Cresce anche la dimestichezza degli italiani con questi prodotti: si stima che il 65% della popolazione abbia una certa familiarità con le “medicine non convenzionali” e che poco meno del 50% le considerino utili. Ma se il quadro economico è roseo, non lo è altrettanto quello relativo alle norme che regolano il mercato dell’omeopatia, come ha denunciato la principale associazione di categoria.

“Alt normativo da 15 anni”

Secondo Fausto Panni, presidente di Omeoimprese, l’intero settore è vittima di un «blocco normativo che va avanti da 15 anni». Norme non ancora attuate, blocco dell’immissione di nuovi farmaci sul mercato, carenza di esperti del settore nelle commissioni tecniche, mancanza di informazioni specifiche e impossibilità di detrazione fiscale dei medicinali. Una situazione che, spiega Panni, ha l’effetto di «frenare gli investimenti e la ricerca nel settore».

Dal quotidiano gratuito City del 6 novembre 2009

 

ANCHE IN MARE FAVORI SESSUALI

 

Offrire sesso in cambio di protezione. Un “vizietto” diffuso non solo tra gli esseri umani ma anche tra i granchi violinisti, una specie di crostacei tropicali studiati dai biologi australiani. Questi abitanti dei fondali marini si chiamano così poiché i maschi della loro specie hanno delle due chele più sviluppata e sono dunque favoriti in battaglia. Per questo, le femmine chiedono la loro protezione, sdebitandosi poi con fugaci rapporti sessuali.

Dal quotidiano gratuito City del 6 novembre 2009

 

FREDDO E PALESTRA PROVOCANO L’ORTICARIA

 

L’orticaria è in aumento, colpa anche di freddo e palestre. Emerge dal congresso nazionale dell’Associazione Dermatologi Ospedalieri Italiani, in corso a Venezia. Il freddo intenso e i passaggi fra ambienti riscaldati ed esterno freddo possono causare l’orticaria “da freddo”, in palestra invece si rischia quella “da sforzo fisico”, che colpisce chi pratica attività fisica indoor.

Dal quotidiano gratuito City del 6 novembre 2009

 

IL MONTE BIANCO PER IL CLIMA IMPAZZITO HA PERSO 45 CM

 

Secondo il topografo Bernard Dupont, la montagna più alta d’Europa, è 4.810,45 metri. Due anni fa era 4.810,90. Inoltre, si è spostata di 26 metri verso l’Italia.

Dal quotidiano gratuito City del 6 novembre 2009

 

OGNI GIORNO IN AFRICA VENGONO UCCISI 104 ELEFANTI

 

La mattanza continua nonostante il divieto del commercio d’avorio. Secondo il Fondo Internazionale Protezione Animali, il pachiderma potrebbe estinguersi in 15 anni.

Da Latina Oggi del 5 novembre 2009

 

STAND INFORMATIVO DI NEUROMED CON VISITE GRATUITE

 

di Francesco Avena

 

Conoscenza e prevenzione dell’ictus, domenica mattina, in occasione della quinta giornata mondiale contro l’ictus cerebrale, in piazza Unità d’Italia sarà presente uno stand. Ad organizzare la manifestazione la Fondazione Neuromed, in collaborazione con la Croce Rossa italiana e l’associazione A.L.I.Ce Molise. I medici dell’Unità Operativa della Stroke Unit dell’Istituto Neurologico Mediterraneo Neuromed saranno a disposizione di tutti per visite gratuite, controllo dell’ipertensione arteriosa, calcolo del rischio cerebrovascolare e forniranno consigli e materiale informativo sulla prevenzione, il riconoscimento precoce dei sintomi ed indicazioni su come comportarsi in caso di emergenza ictus. Impressionanti i numeri relativi alle conseguenze degli ictus sugli uomini. Ogni 20 secondi una persona è colpita da ictus cerebrale. Nel mondo, ogni anno, 6 milioni di persone muoiono di ictus, in Europa l’ictus è la prima causa di disabilità e la terza causa di morte, in Italia dei 200.000 soggetti colpiti da ictus, 40.000 muoiono entro breve termine e altri 40.000 subiscono un grave handicap. «Sottolineo – afferma la dottoressa Giordana Pelone, Presidente dell’A.L.I.Ce Molise – che molti sono i luoghi comuni da sfatare in relazione all’ictus, per esempio quello che si tratti di una malattia che colpisce esclusivamente le persone anziane. Infatti sempre di più sta crescendo il numero dei giovani colpiti e molti di questi ne portano ancora gli esiti invalidanti; spesso queste persone vengono escluse dal mondo del lavoro, nonostante la capacità, la volontà ed il bisogno di continuare a dare il proprio contributo lavorativo alla società». 

Da Latina Oggi del 5 novembre 2009

 

«PRECEDENTE PERICOLOSO»

 

di Maria Sole Galeazzi

 

Caso Fondi, adesso parlano le associazioni. Le forze d’opposizione si preparano a presentare il ricorso contro la decisione del Consiglio dei Ministri, ma adesso la parola passa a chi, indipendentemente dai colori politici pensa che non sciogliere il Consiglio comunale di Fondi costituisca un precedente fin troppo pericoloso. Una fra tutte l’Associazione «Avviso Pubblico. Enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie», che invia una lettera, l’ennesima al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ministro dell’Interno Roberto Maroni. «Con lettera del 18 agosto – si legge nella lettera a firma di Andrea Campinoti Presidente di Avviso Pubblico e di Giovanni Di Martino Coordinatore del gruppo di lavoro sui comuni sciolti per mafia – avevamo manifestato perplessità in merito alla spiegazione ufficiale fornita dal Governo per motivare il mancato scioglimento del Comune di Fondi. Tali perplessità non solo non sono state cancellate ma, al contrario, si sono estese e rafforzate in seguito all’ultima decisione adottata di non sciogliere per mafia il Comune di Fondi, nonostante la corposa documentazione raccolta dal prefetto di Latina, comprovante l’esistenza di legami parentali e societari tra elementi di spicco della criminalità organizzata ed esponenti dell’amministrazione comunale. Questa deliberazione produce, a nostro avviso, una serie di effetti negativi. Innanzitutto, la vicenda del mancato scioglimento del Comune di Fondi indebolisce oggettivamente l’azione di salvaguardia e di rafforzamento della legalità portata avanti da migliaia di amministratori locali onesti, in tutta Italia. A questa criticità, si aggiunge anche quella della compromissione della credibilità inferta, a nostro giudizio, all’istituzione prefetto che, al contrario, nel caso del dottor Frattasi si è dimostrata all’altezza della situazione. A riprova di quanto affermato, va ricordato che lo stesso ministro Maroni, aveva proposto in due distinte occasioni al Consiglio dei Ministri lo scioglimento dell’ente locale basandosi proprio sui contenuti della relazione prefettizia. Infine, dal nostro punto di vista, il ricorso all’autodimissionamento da parte della maggioranza degli amministratori di Fondi, consentirà anche a quelli più discussi di potersi ricandidare nella prossima tornata elettorale, rischiando in tal modo di vanificare sensibilmente l’efficacia legislativa della lotta alle mafie introdotta dalla legge 94 del 2009. Una politica che intenda essere e dimostrarsi credibile nella lotta contro le mafie ha bisogno di altri segnali. Siamo profondamente contrari a quanto deciso dal Consiglio dei Ministri sul Comune di Fondi e chiediamo che si proceda comunque allo scioglimento dell’Amministrazione Comunale così come è già avvenuto per alcuni Comuni del Mezzogiorno ai quali è stata applicata la normativa antimafia pur avendo assistito all’autodimissionamento della maggioranza dei propri rappresentanti».

Da Latina Oggi del 5 novembre 2009

 

L’APPELLO DI DON LUIGI CIOTTI AI CITTADINI AL DUOMO DI SAN CESAREO: DENUNCIARE LE INGIUSTIZIE

 

di Francesco Avena

 

Un discorso che di certo ha toccato le coscienze dei presenti, molti. Una lezione in cui si è puntato il dito contro chi non compie fino in fondo il suo dovere di cittadino cristiano. Don Luigi Ciotti martedì sera ha raccontato ai fedeli di Terracina nella splendida cornice della cattedrale di San Cesareo la propria esperienza di vita, fatta di carità, preghiera, riflessione e, soprattutto, giustizia. Un appuntamento cui in molti hanno voluto prendere parte. «Essere cristiano significa prima di tutto far parte di una comunità al cui centro c’è il significato della prossimità. Ciò vuol dire che un buon cristiano, prima di agire in nome del proprio ‘io’, agisce seguendo la logica del ‘noi’. In questo modo non possono esserci ingiustizie se ciascuno di noi pensa al bene del prossimo». Ma don Ciotti, impegnato in prima linea nella lotta contro la criminalità, tanto da aver fondato note associazioni nazionali come «Libera», «Narcomafie» e «Gruppo Abele», non ha risparmiato dure bacchettate alla situazione del territorio in relazione alle infiltrazioni della criminalità organizzata. Inevitabile che il discorso pendesse sul caso Fondi. «Non sciogliere il Comune di Fondi per infiltrazioni malavitose è stato un grave passo indietro, un errore perché in questo modo si porge il fianco alla criminalità organizzata. Si indebolisce la forza di uno Stato come quello italiano fondato sulla legalità. Una legalità troppo spesso fondata sulle parole e poco sui fatti, in cui l’io conta più del noi e i singoli non riescono a trovare il coraggio o il contesto più opportuno per denunciare le illegalità». Parole dure, dirette a colpire il centro della questione legalità in tutto il territorio pontino. Le parole di don Ciotti, l’altra sera nel Duomo di San Cesareo, hanno riscosso un lungo applauso dei presenti. Che hanno lasciato la chiesa consapevoli di aver ascoltato una profonda lezione di vita.

Da Latina Oggi del 5 novembre 2009

 

RADIOLOGIA AL FIORINI, LE NUOVE FRONTIERE

 

di Francesco Avena

 

Programmi informatici di modernissima applicazione nei macchinari di radiologia del «Fiorini», da alcuni giorni i pazienti vengono visitati con l’ecografo e con la sonoelastografia. Si tratta di macchinari di ultima generazione, entrati in funzione da circa una settimana grazie al lavoro dell’équipe medica coordinata dai dottori Eugenio Faiola e Giuseppe Pietricola. Ma veniamo alle nuove frontiere aperte dall’uso di questi macchinari. «Per quanto riguarda l’ecografo – spiega Faiola – si applica un mezzo di contrasto particolare, consistente in bolle di gas sciolte all’interno di un liquido iniettabile che segue il torrente circolatorio». Si tratta di un’applicazione specifica per le lesioni del fegato. «Il nuovo software applicativo dell’ecografo – prosegue Faiola – offre una notevole riconoscibilità delle lesioni, con risultati addirittura superiori a quelli della TAC. Si anticipano i tempi di diagnosi e si è più precisi». L’applicazione del macchinario è particolarmente utile nell’individuare tumori e la natura delle lesioni (benigne o maligne), con un’accuratezza diagnostica altissima, dall’81 al 90%. È utile in particolare per la tiroide e la mammella. E con un aspetto da non sottovalutare: l’ecografo, a differenza della TAC, non emette radiazioni e non è assolutamente invasiva per il corpo umano. Altra novità del reparto di radiologia, la sonoelastografia. Questa nuova applicazione sfrutta un fascio ultrasonoro riuscendo a dare informazioni al radiologo sulla presenza di noduli e sulla loro elasticità. «Bisogna sapere che è fondamentale comprendere subito l’elasticità dei noduli. Infatti se il nodulo è elastico, è benigno. Se non lo è, si capisce subito la presunta natura maligna del nodulo e si procede con gli accertamenti del caso». Quindi con la sonoelastografia si arriva a conoscere in presa diretta la natura del nodulo, accorciando e non poco i tempi di diagnosi anche per i casi più gravi. Queste due applicazioni dell’ecografo del «Fiorini», rappresentano una vera conquista per la struttura ospedaliera terracinese, in vista di un rilancio complessivo del reparto di radiologia proiettato ad essere un vero e proprio centro di eccellenza a livello regionale. Infine è partita la gara per l’acquisto da parte della Provincia di Latina della TAC multi slice a 64 strati, macchinario capace grazie alla sua tecnologia avanzata di catturare immagini molto nitide anche di corpi in movimento. Se non ci saranno imprevisti, sarà a disposizione del «Fiorini» dal prossimo anno.

Da Latina Oggi del 5 novembre 2009

 

DALLA SPAGNA CON LA BICI

 

di Francesco Avena

 

Hanno fatto tappa a Terracina Juan e Pedro, due giovani ciclisti iberici che stanno percorrendo Spagna, Francia e Italia per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema della pericolosità delle strade per i ciclisti. Juan 25 anni e Pedro, 28 anni, sono uno studente in gestione aziendale e un tecnico informatico. L’idea di girare mezza Europa in bicicletta è venuta a Juan, che ha coinvolto Pedro nell’iniziativa per la passione per la bicicletta in comune. I due sono partiti lo scorso 25 settembre da Mengibar, nella Spagna meridionale, hanno percorso la Provenza e sono entrati in Italia, arriveranno a Catania nei prossimi giorni. In tutto porteranno a termine un tragitto di circa 4.000 km. Una cifra non casuale, ma da mettere in relazione con i 4.000 ciclisti vittime della strada registrate l’anno scorso in Spagna. «È un’iniziativa – racconta Juan – per sensibilizzare l’opinione pubblica alla pericolosità delle strade per gli amanti della bicicletta. Stiamo percorrendo centinaia di chilometri e ci rendiamo conto che i pericoli sono molti, le strade sono poche sicure». I due ciclisti si sono fermati a Terracina per una notte e sono ripartiti ieri mattina alla volta di Napoli. Sono stati ospitati da Marco, un giovane terracinese esperto di «couchsurfing», che consiste nel far parte di una comunità online di reciproca ospitalità presso la propria abitazione.

Da Latina Oggi del 5 novembre 2009

 

LE MIGLIARE INVASE DAI RIFIUTI

 

di Francesco Avena

 

Le Migliare dimenticate, una periferia nel degrado. Numerose le segnalazioni dei residenti della periferia di Terracina in cui compaiono una dopo l’altra montagne di immondizia. Discariche a cielo aperto dovute a una raccolta dei rifiuti solidi urbani a singhiozzo e che negli ultimi giorni non è arrivata nelle zone più decentrate della città. Cassonetti stracolmi, immondizia che si ammassa sul ciglio della strada. Un problema aggiunto alla circolazione delle Migliare, già di per sé pericolose a causa della scarsa illuminazione, della percorrenza di molti extracomunitari in sella alle proprie biciclette, e al fatto che su queste importanti e trafficate arterie stradali le auto sfrecciano ad alta velocità. Da qualche giorno, criticano i residenti, l’immondizia non viene raccolta dai camion della Terracina Ambiente, molti sacchi d’immondizia finiscono anche nei canali a lato delle Migliare. Una situazione in gran parte dovuta alla carenza d’organico della S.p.A., non sempre capace di raggiungere le zone più periferiche di Terracina.

Dal sito Internet http://www.girodivite.it/La-Cernobyl-italiana-la-centrale.html?var_recherche=centrale%20nucleare%20garigliano

 

LA CERNOBYL ITALIANA: LA CENTRALE DEL GARIGLIANO

 

I pericoli oggi sembrano scongiurati. Ma una ventina di anni fa alla centrale nucleare del Garigliano successe qualcosa. Mettendo a rischio un vasto territorio, dal Volturno al Circeo. Non molti lo sanno. Ma è possibile che ci sia stata anche una Cernobyl italiana. Una ventina di anni fa, nell’area del Garigliano. «E se anche non volessimo usare i toni della catastrofe come precisa Mauro Cristaldi, docente di anatomia comparata all’Università La Sapienza di Roma, gli effetti nefasti registrati nell’area sono innegabili e sufficientemente documentati».

La situazione OGGI

Tutto questo richiama in prima battuta quel rilascio di radionuclidi registrabile ancora oggi nelle aree incriminate (soprattutto Cesio-137). Anche se il tutto avviene in una misura che tanto l’esercente ENEL quanto l’ANPA giudicano insignificante. Soprattutto considerando che in merito si tende non solo a rispettare il livello consentito di dosi rilasciate, il che equivarrebbe a compiere una scelta minimalista del tipo “facciamo il minimo indispensabile” quanto ad utilizzare in definitiva la migliore tecnologia esistente, in nome di un unico obiettivo: ottimizzare. Posizioni queste, fortemente ribadite dal capo del Dipartimento rischionucleare dell’ANPA, Roberto Mezzanotti. Il quale oltretutto rileva «come nell’individuazione del parametro adottato per le dosi massime non si è sottovalutata la potenziale concomitanza di altre fonti di contaminazione cui gli individui possono essere esposti nell’area». Ma se questo sarebbe l’oggi, dove per Mezzanotti «il problema più attuale resta quello della gestione dei rifiuti radioattivi e della sicurezza dei lavoratori addetti» (con relativa problematica del raffreddamento delle scorie), rimane il grosso punto interrogativo di quello che può essere accaduto in passato e nel corso di tutti questi anni in aree come quella del Garigliano, considerati oltretutto i tempi lunghi legati alla contaminazione da nucleare. «Con il grave sospetto anzi – riprende Cristaldi – di un’attenzione sui controlli che negli ultimi anni sembrerebbe essere scemata. Mentre la gran parte dei rilevamenti, di pertinenza dell’ente gestore, l’ENEL, non appaiono in grado di fornire gli elementi necessari per sapere con certezza quale sia l’attuale stato di salute della zona. Anche perché ci sarebbe ancora chi parte dal falso postulato che, una volta chiusa la centrale, il problema sia in gran parte risolto».

La situazione negli anni ’80

Da qui il ritorno a bomba a ieri e alla “Cernobyl di casa nostra”. Che è la Madre di tutti i timori di contaminazione. Nell’occhio del ciclone l’area posta tra il Volturno e il Garigliano e che si estende tra le province di Latina, quella di Caserta e l’Abruzzo. Si tratta di quello stesso entroterra che si apre sul mar Tirreno con il golfo di Gaeta ed il promontorio del Circeo. Mare frequentatissimo d’estate… E sul quale, anche su questo, si apre l’ennesimo giallo. L’ambientazione si pone nell’anno 1983. Fu infatti allora che una lettera firmata da un tecnico dell’ENEA e da altri due colleghi fu fatta recapitare all’avvocato Tibaldi di Formia (per via inusuale), senza nessuno scritto di accompagnamento e del tutto anonima. Nella lettera, che avrebbe dovuto circolare solo all’interno delle strutture preposte, si faceva riferimento alla necessità di considerare con attenzione lo stato di salute di quei 1.700 km2 di mare compresi tra il Volturno ed il Circeo e nei quali si sarebbe nel frattempo registrato un preoccupante livello di contaminazione da Cesio-137 e Cobalto-60. Tale da riconsiderare i rischi di balneazione, di inquinamento dei fondali e la sospetta tossicità di prodotti ittici e mitili (questi ultimi sono dei forti riconcentratori di scorie) provenienti dall’area. Mentre si richiedeva altresì un veloce intervento con apposite campagne radioecologiche. Tenendo conto infine del particolare effetto delle correnti, tali da portare il particolato lungo la penisola di Gaeta. Tutto scongiurato? «Il rischio non è azzerato – precisa Cristaldi – ed espone in modo particolare il personale residente nell’area, i pescatori e chi si alimenta di pescato». Comunque, della lettera che avrebbe dovuto spingere gli amministratori locali a ben altra vigilanza, non si sarebbe avuta notizia senza lo strano giro che la portò nelle mani di Tibaldi. Operazione a cui fecero seguito prima le querele e poi l’assoluzione in istruttoria dello stesso avvocato di Formia sancita dal pretore di Sessa Aurunca. Insomma nessun reato di diffamazione a suo carico.

Il “caso Garigliano”

Ma c’era stato davvero un “caso Garigliano” tale da consigliare misure più rigorose di controllo e di intervento e che invece in buona misura mancarono? Nonché tali da preoccupare ancora per l’oggi, ad oltre vent’anni di distanza? I numeri di allora, «mentre quelli di oggi sono caratterizzati da una totale mancanza sul piano epidemiologico da non potersi escludere una colpevole sottovalutazione del rischio permanente» dice ancora Cristaldi che ricorda ancora come il collega Mastroiacomo dell’Università Gemelli tempo fa gli abbia segnalato l’impossibilità di continuare il monitoraggio sull’area, visto il totale esaurimento dei fondi sono di per sé eloquenti. Come quelli ufficiali emersi da un’inchiesta del 1981 sulle malformazioni congenite registrate nei vitelli allevati nella zona contigua alla centrale. E che segnalano un sospetto intensificarsi di malformazioni genetiche a partire dagli anni 1964/65 (perfetta coincidenza con l’apertura della centrale), con casi di ermafroditismo e anchilosi. Fino ad arrivare, nella sola fascia S.Castrese-Sessa Aurunca, ad una preoccupante percentuale del 3%. Il tutto accompagnato per intanto dalla chiusura della centrale in seguito al verificarsi di una serie di incidenti. «Avvenimenti sui cui effetti 10 anni dopo non esistevano studi specifici», puntualizza Tibaldi. Né più rassicurante appare il dato relativo alle malformazioni genetiche registrate sui neonati (19,57% nel 1984) e raccolto e archiviato ufficialmente dalla USL Latina-6 di Formia, con casi di bambini anencefali registrati all’Ospedale di Minturno o il ciclopismo del I semestre ’84 presso l’Ospedale Civico di Gaeta. Scenario infine reso ancora più cupo dai dati Istat del settennio ’72-’78 sulla mortalità per tumore e leucemia nella piana del Garigliano, spaventosamente attestato sul 44,48% (21,63 in tutta la provincia di Latina) contro una media italiana di poco superiore al 7%. Ora, è vero che nel dicembre del 1987 gli elementi di combustibile irraggiato sono stati completamente trasferiti dal Garigliano presso l’impianto di fabbricazioni nucleari “Avogadro” di Saluggia riducendo all’1% la quantità residua di radioattività presente nell’impianto, ma non per questo il rischio nell’area può dirsi del tutto debellato. «Intanto perché, precisa ancora Cristaldi, non è un indicatore sufficiente per la sicurezza dell’area la riduzione della radioattività presente sull’impianto e poi perché sono le radiazioni di media e bassa attività quelle maggiormente indicative ed attive». Cosicché mentre Tibaldi continua a tutt’oggi a denunciare casi di malformazioni “certificate” nell’area e a ricevere frequenti segnalazioni di casi analoghi, Cristaldi continua con forza a mettere in guardia da quanto «non risulterebbe in modo evidente sul fronte cancero-genetico e avrebbe quindi spinto ad abbandonare la ricerca epidemiologica in loco. Perché, conclude, il dato è meno controllabile e più facilmente confondibile di quanto si creda. Ma non per questo deve spingere a restare inerti». All’Istituto Superiore di Sanità sono contrari a qualsiasi forma di allarmismo. In primo luogo il dottor Eugenio Tabet, dirigente di ricerca dell’Istituto. «Non va dimenticato, esordisce infatti, che fin dall’atto di autorizzazione concessa alle nostre centrali, erano specificatamente previsti un programma ed una rete di sorveglianza ambientale sufficientemente rassicurante. Con controlli periodici e sistematici che, so per certo, vengono ancora compiuti. Come accade in Emilia, a Caorso, e in generale ovunque, almeno in Europa Occidentale». Da qui, secondo Tabet, la mancanza di rilevazioni e dati epidemiologici “scientifici” nelle aree specifiche «anche perché, aggiunge, a meno che non si verifichino incidenti, le centrali non liberano che quantità di radioattività ridotte ed a così modesto raggio da non dover preoccupare più di tanto. Considerando oltretutto che dovunque e comunque le dosi di radiazioni cui sono esposti gli esseri umani non sono mai uguali a zero». A chi del resto gli oppone cifre preoccupanti sull’insorgenza di patologie leucemiche e tumorali nelle aree nuclearizzate, Tabet risponde con un invito alla prudenza e con il fatto che «i casi di tumore ad oggi sono ovunque numerosi, purtroppo, e in crescita. Il che può facilmente mascherare e nascondere qualsiasi connessione causale tra presenza del sito nuclearizzato e crescita dei fenomeni patologici». Del resto anche l’Istituto Superiore di Sanità il suo appello lo ha lanciato. «Siamo stati tra i primi infatti ad aver sollevato il problema della “decommisioning”. Noi e i radioprotezionisti. E anche se siamo contrari a qualsiasi clima apocalittico, chiediamo da tempo che si intervenga in merito. Il che, come suggeriscono anche le ultime mosse del ministro Bersani, mi sembra che stia avvenendo. Certo, suggerirei di intervenire con tempestività cercando intanto di tamponare la situazione. Magari prendendo in considerazione l’opportunità di utilizzare i siti nucleari già esistenti, riqualificandoli in depositi secondo le tecniche più sicure attualmente a disposizione».

Nella cinta del cratere

L’avvocato Marcantonio Tibaldi vive da sempre in un paesino vicino Formia, S.S. Cosma e Damiano, «in piena cinta del cratere», come dice lui. Cioè nel bel mezzo dell’area nuclearizzata del Garigliano. Laddove fin dai primi anni ’60 e poi fino all’8 agosto 1978 è stata attiva la centrale nucleare. Ed è dal 1959 che Tibaldi è consumato dal dubbio – poi diventato certezza pressoché assoluta per lui, che la presenza del nucleare abbia comportato enormi fattori di rischio per la salute. «Ciò cui abbiamo assistito in questi anni è spaventoso – esordisce – infatti la mortalità per leucemia e per cancro è aumentata in modo esponenziale in tutte e tre le Regioni esposte alle radiazioni della centrale del Garigliano: in provincia di Latina, nel basso Lazio e in Abruzzo. Mentre tutto ciò che io sostengo e denuncio da tempo attende ancora una smentita da parte di chi pure dovrebbe sentirsi in dovere di rispondere: ENEL, ENEA e Ministero della Sanità. Il che vuol dire che mancano argomenti per zittirmi». Del resto quei dati raccolti negli anni ’83 e ’84 e poi pubblicati in due volumi derivano da un’osservazione diretta del territorio oltre che da quanto l’ISTAT veniva rendendo noto negli stessi anni. «Faccio qualche esempio – riprende -. A San Castrese, in provincia di Caserta, i casi di mortalità per tumore sono passati dall’1,8% del ventennio ’44-’64 all’11,4% di 15 anni più tardi. A San Cosimo e Damiano (LT) si è passati nello stesso periodo dal 6,8% al 16%. A Minturno dal 5,6% al 10,6%. A Formia infine dal 7,21% all’11,41%». «Quello che posso dire – prosegue l’avvocato pontino – è che non c’è famiglia nell’area del Garigliano che non abbia dovuto assistere a questa ecatombe anche all’interno del proprio nucleo. Come quella famiglia di San Cosimo in cui ben 8 componenti su 9 (mentre anche il nono si è già ammalato) sono morti per cancro. Senza trascurare il fatto che ai bambini dell’area di Formia ammalati di leucemia e a consulto presso il professor Mandelli viene ripetuto di continuo dal famoso luminare che si tratta delle stesse patologie riscontrate nell’area di Cernobyl». Tibaldi che ancora ricorda i primi casi di malformazioni genetiche riscontrate nel bestiame di sua proprietà agli inizi degli anni ’60, non intende comunque abbandonare la sua lotta. E anzi dopo aver pubblicato “Lettere ai giudici sulla centrale del Garigliano” senza riceverne risposta, ha ancora un bel po’ di domande da porre. Circa «gli esperimenti che portarono alla chiusura della centrale del Garigliano e che fecero criccare la centrale – precisa – o circa gli scarichi radioattivi della centrale della Casaccia direttamente nella rete fognaria». Anche se questo gli ha procurato non poche noie, anche legali. «Ma io non ho paura. E anzi mi muovo soprattutto per quel senso civico ed umanitario che mi deriva da anni di ricerche e dall’esperienza diretta di quel che ho visto accadere in quest’area e nella mia famiglia. Perché in questo tempo ho visto andarsene allo stesso modo i miei cugini e un fratello, oltre che un gran numero di amici. Mi sembra abbastanza».

Radiazioni pericolose

Naturale tendenza dei radionuclidi è entrare nei processi della crescita e nella catena alimentare concentrandosi fortemente negli organismi viventi. Mentre non vanno sottovalutati imprevedibili effetti sinergici con altri agenti nocivi: dalle altre installazioni produttive ai pesticidi.

I radionuclidi pericolosi

Il Trizio, che si sostituisce all’idrogeno dell’acqua. Il Cesio-137, che si concentra nei muscoli. Lo Stronzio-90, che si sostituisce al calcio nelle ossa e nel midollo. Il Cobalto-60, che tende invece ad accumularsi nei visceri. Senza contare i radionuclidi del Plutonio e quegli altri che, emessi a bassissime concentrazioni di partenza, poi tendono a concentrarsi negli organismi viventi. Nel latte (I-131), nel sangue e nel pescato (Fe-59 e P-32). Con tanto di frequenti mutazioni indotte nelle cellule germinali.

Effetti delle piccole dosi

Se in passato la comunità scientifica ha sempre rassicurato circa i danni da radiazioni in “piccola dose” di centrali e centri di ricerca, da qualche anno sono sotto accusa anche le emissioni di “piccole dosi”. Queste, frazionate nel tempo, provocano processi riparativi soggetti ad errori da parte delle cellule che hanno ricevuto la piccola dose. Così la rottura del DNA passa inosservata e viene trasmessa all’organismo come “naturale”. Da qui rallentamento nella crescita, diminuzione di difese immunitarie e di resistenza alle sostanze tossiche, minor tempo di vita, insorgere di tumori anche a grande distanza cronologica dal periodo di somministrazione.

Radiazioni di “scarico”

In ogni caso le centrali nucleari, anche a regime normale, emettono radiazioni ionizzanti che vengono espulse dal camino della centrale. Pur in presenza di appositi filtri. Il camino nucleare della centrale del Garigliano in funzione, per esempio immetteva nell’atmosfera 120.000 metri cubi di effluvi aeriformi ogni ora. Si trattava di vapori trattati da filtri posti alla base del camino. Filtri efficaci al 99,97%, secondo fonti ENEL ed ENEA. Mentre il restante 0,03% veniva espulso in stato di non purificazione. Per un volume globale di 36 metri cubi di sostanze radioattive aeriformi liberate nell’ambiente circostante ogni ora. Metri cubi che ovviamente diventano milioni se si moltiplicano per i 15 anni (1964-1978) in cui la centrale è stata attiva. Il Centro di ricerca della Casaccia (una ventina di chilometri a Nord di Roma) viaggia invece a 90.000 metri cubi l’ora.

Dal sito Internet http://www.voltairenet.org/article162799.html

 

LA GEOPOLITICA DIETRO LA GUERRA FASULLA DEGLI STATI UNITI IN AFGHANISTAN

 

di F. William Engdahl (traduzione di Alessandro Lattanzio)

 

Uno degli aspetti più notevoli del programma presidenziale di Obama è che, in tutti gli Stati Uniti, poche persone, nei media o altrove, hanno rimesso in causa l’impegno del Pentagono nell’occupazione militare dell’Afghanistan. Ci sono due ragioni fondamentali, nessuno delle quali può essere apertamente divulgata al pubblico.

Dietro tutti gli ingannevoli dibattiti ufficiali sul numero di truppe necessarie per “vincere” la guerra in Afghanistan, se 30.000 soldati sono più sufficienti o se la necessità è di almeno 200.000, il vero scopo della presenza militare americana in quel paese pivot dell’Asia centrale viene oscurato.

Durante la sua campagna presidenziale del 2008, il candidato Obama ha anche detto che l’Afghanistan, non l’Iraq, è la regione dove gli Stati Uniti devono fare la guerra. La sua ragione? Perché crede che siccome è lì che Al Qaida si è radicata, lì vi è la “vera” minaccia alla sicurezza nazionale. Le ragioni del coinvolgimento degli americani in Afghanistan sono molto diverse. L’esercito USA occupa l’Afghanistan per due motivi: in primo luogo per ripristinare e controllare la più grande fornitura mondiale di oppio per il mercato internazionale dell’eroina; e usare la droga come arma contro i suoi avversari geopolitici, in particolare la Russia. Il controllo del mercato della droga afgano è capitale per la liquidità della mafia finanziaria, in bancarotta e depravata, di Wall Street.

La geopolitica dell’oppio afgano

Secondo un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite, la produzione di oppio in Afghanistan è aumentata considerevolmente, dopo la caduta del regime dei taliban nel 2001. I dati dell’Ufficio sulla Droga e i Crimini delle Nazioni Unite mostrano che vi sono state più coltivazioni di papavero in ognuna delle ultime quattro stagioni di crescita (2004-2007), che in un solo anno sotto i taliban. Vi sono più terreni destinati all’oppio in Afghanistan ora, che per la coltivazione di coca in America latina. Nel 2007, il 93% del mercato globale degli oppiacei era di origine Afgana. Non è una coincidenza.

È stato dimostrato che Washington ha scelto con cura il controverso Hamid Karzai, un signore della guerra pashtun, della tribù Popalzai, a lungo al servizio della CIA, e appena tornato dal suo esilio negli Stati Uniti, costruito come un mito hollywoodiano, intorno alla sua “coraggiosa autorità sul suo popolo”. Secondo fonti afgane, Hamid Karzai è oggi il “Padrino” dell’oppio afgano. Non è evidentemente un caso che egli sia stato, e sia ancora, l’uomo preferito di Washington a Kabul. Eppure, anche con l’acquisto massiccio di voti, le frodi e le intimidazioni, i giorni di Karzai come presidente potrebbe essere contati.

Molto tempo dopo che il mondo ha dimenticato il misterioso Usama bin Ladin e Al Qaida, la sua presunta organizzazione terroristica – o si chiede perfino se esistono – la seconda ragione per stabilire l’esercito americano in Afghanistan, apparirebbe come un pretesto per creare una forza di attacco militare permanente degli Stati Uniti, con una serie di basi fisse in Afghanistan. Lo scopo di queste basi non è quello di rimuovere le cellule di Al Qaida che potrebbero essere sopravvissute nelle grotte di Tora Bora o eliminare i mitizzati “taliban” che, secondo i resoconti dei testimoni oculari, sono ora composta in gran parte da comuni cittadini afgani che lottano, ancora una volta, per liberare la loro terra degli eserciti di occupazione, come hanno fatto negli anni ’80 contro i sovietici.

Per gli Stati Uniti, la ragione delle basi afgane è avere nel loro mirino, ed essere in grado di colpire, entrambe le nazioni che nel mondo, insieme, costituiscono oggi l’unica minaccia al loro potere supremo mondiale, la ‘America’s Full Spectrum Dominance’ (Dominio Totale degli Stati Uniti), come il Pentagono lo definisce.

La perdita del “mandato celeste”

Il problema per l’élite di Wall Street e Washington, è il fatto che ora sono impantanate nella più grave crisi finanziaria della loro storia. Questa crisi è fuor di dubbio per tutti, e tutti agiscono per la propria sopravvivenza. Le élite statunitensi hanno perso ciò che è conosciuto, nella storia imperiale cinese, come il mandato celeste. Questo mandato era conferito a un sovrano o a una classe dirigente, a condizione che dirigessero il loro popolo con giustizia ed equità. Quando regnano tirannicamente e come despoti, opprimendo ed abusando i loro popoli, perdono il mandato celeste.

Se l’élite potente e ricca che controllava le politiche chiave, finanziarie ed estere, almeno per la maggior parte del secolo scorso, ha avuto un giorno il mandato celeste, è chiaro che l’ha perso. L’evoluzione interna verso la creazione di uno Stato di polizia ingiusto, con i cittadini privati dei loro diritti costituzionali, l’esercizio arbitrario del potere da parte di non eletti, come il ministro delle Finanze Henry Paulson, e ora Tim Geithner, rubando miliardi di dollari dei contribuenti senza il loro consenso, per salvare dalla bancarotta le maggiori banche di Wall Street, banche considerate “troppo grandi per correre”, tutto ciò dimostra al mondo che hanno perso il mandato.

In questa situazione, le élites dominanti sono sempre più disperate dal mantenere il loro controllo sull’impero mondiale parassitario, erroneamente chiamato “globalizzazione” dalla loro macchina mediatica. Per mantenere il loro dominio, è essenziale che gli Stati Uniti siano in grado di interrompere ogni cooperazione economica, energetica e militare, tra le due emergenti grandi potenze dell’Eurasia, che, in teoria, potrebbero costituire una minaccia al controllo futuro dell’unica superpotenza: la Cina alleata alla Russia.

Ogni potenza eurasiatica completa il quadro dei fattori di produzione essenziali. La Cina è l’economia più forte del mondo, ha una enorme forza lavoro giovane e dinamica, e una classe media istruita. La Russia, la cui economia non s’è ripresa dalla dissoluzione catastrofica dell’era sovietica e dai saccheggi durante il cupo periodo Eltsin, ha ancora risorse importanti per l’alleanza. Il deterrente nucleare della Russia e il suo esercito sono l’unica minaccia, nel mondo di oggi, per il dominio militare degli Stati Uniti, anche se questi sono, in gran parte, residui della Guerra Fredda. L’elite dell’esercito russo non ha mai abbandonato questo potenziale.

La Russia detiene anche i più grandi giacimenti al mondo di gas naturale ed enormi riserve di petrolio, di cui la Cina ha urgente bisogno. Queste due potenze stanno convergendo sempre più, attraverso una nuova organizzazione da esse creata nel 2001, nota come l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO). Oltre a Cina e Russia, la SCO comprende i più grandi Paesi dell’Asia centrale, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan.

Lo scopo presunto della guerra degli Stati Uniti, sia contro i taliban che contro Al Qaida, consiste, in realtà, nel creare un loro potere militare direttamente in Asia centrale, al centro della zona geografica dell’emergente SCO. L’Iran è una diversione. L’obiettivo principale sono la Russia e la Cina. Ufficialmente, Washington certo dice di aver stabilito la sua presenza militare in Afghanistan dal 2002, per proteggere la “fragile” democrazia afgana. Si tratta di un argomento strano, quando si vede la realtà della sua presenza militare.

Nel dicembre del 2004, durante una visita a Kabul, il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, ha finalizzato i piani di costruzione di nove nuove basi in Afghanistan, a Helmand, Herat, Nimruz, Balkh, Khost e Paktia. Le nove si aggiungono alle tre grandi basi militari già installate dopo l’occupazione dell’Afghanistan, durante l’inverno del 2001-2002, presumibilmente per isolare ed eliminare la minaccia terroristica di Osama bin Ladin.

Il Pentagono ha costruito le sue prime tre basi negli aeroporti di Bagram, a nord di Kabul, il principale centro logistico militare; di Kandahar nel sud dell’Afghanistan e di Shindand, nella provincia occidentale di Herat. Shindand, la loro base più grande in Afghanistan, è stata costruita a soli 100 chilometri dal confine con l’Iran, ed è a distanza di tiro della Russia e della Cina.

L’Afghanistan è storicamente il cuore del Grande Gioco anglo-russo, la lotta per il controllo dell’Asia centrale, nel XIX secolo e agli inizi del XX. La strategia britannica era quello di impedire a tutti i costi il controllo russo dell’Afghanistan, cosa che sarebbe stata una minaccia per il gioiello della corona imperiale britannica, l’India.

L’Afghanistan è ancora considerato dai pianificatori del Pentagono come altamente strategico. Costituisce una piattaforma da cui la potenza militare statunitense potrebbe minacciare direttamente la Russia, la Cina, l’Iran e gli altri paesi petroliferi del Medio Oriente. Poco è cambiato nella geopolitica, in oltre un secolo di guerre.

L’Afghanistan è in una posizione estremamente vitale, a cavallo tra l’Asia meridionale, l’Asia centrale e il Medio Oriente. L’Afghanistan si trova anche lungo il percorso proposto per l’oleodotto che va dai giacimenti petroliferi del Mar Caspio verso l’Oceano Indiano, dove le compagnie petrolifere statunitensi, Unocal, Enron e l’Halliburton di Cheney, erano in fase di negoziazione dei diritti esclusivi per il trasporto, via gasdotto, di gas naturale, dal Turkmenistan attraverso l’Afghanistan e il Pakistan, verso l’enorme centrale elettrica a gas naturale della Enron, a Dabhol, presso Mumbai (Bombay). Prima di diventare il presidente fantoccio degli Stati Uniti, Karzai era stato un lobbista per la Unocal.

Al Qaida non è una minaccia

La verità di tutto questo inganno, circa il vero scopo in Afghanistan, diventa chiaro se si esamina più da vicino la supposta minaccia di “Al Qaida”. Secondo l’autore Erik Margolis, prima degli attentati dell’11 settembre 2001, l’intelligence statunitense ha dato assistenza e sostegno sia ai taliban che ad Al Qaida. Margolis afferma che “La CIA ha previsto di utilizzare al Qaida di Usama bin Ladin, per incitare alla ribellione i musulmani Uiguri contro la dominazione cinese, e i taleban contro gli alleati della Russia in Asia centrale”. Gli Stati Uniti hanno chiaramente trovato altri modi per spingere i musulmani Uighur contro Pechino, lo scorso luglio, grazie al loro sostegno al Congresso mondiale Uighur. Ma la “minaccia” di Al Qaida resta la spina dorsale di Obama, nel giustificare l’intensificazione della guerra in Afghanistan. Ma ora, James Jones, il consigliere della Sicurezza Nazionale del Presidente Obama, un ex generale dei marines, ha fatto una dichiarazione convenientemente sepolta dagli amabili media statunitensi, sull’importanza di valutare il pericolo attuale rappresentato da Al Qaida in Afghanistan. Jones ha detto al Congresso, “La presenza di Al Qaida è molto ridotta. La valutazione massima è inferiore ai 100 militanti nel Paese, privi di basi, senza nessuna possibilità di lanciare attacchi contro di noi o i nostri alleati”.

Ai fini pratici, questo significa che Al Qaida non esiste in Afghanistan. Diavolo…

Anche nel vicino Pakistan, i resti di Al Qaida sono difficilmente rilevabili. Il Wall Street Journal indica: “Perseguitata dai droni statunitensi, afflitta da problemi di soldi, e trovando sempre più difficile attirare i giovani arabi nelle montagne brulle del Pakistan, Al Qaida vede ridursi il proprio ruolo, lì e in Afghanistan, secondo i rapporti dell’intelligence e dei funzionari pakistani e statunitensi. Per i giovani arabi, che sono state le principali reclute di Al Qaida, “Non è romantico avere freddo, fame e nascondersi”, ha dichiarato uno degli alti funzionari degli Stati Uniti in Asia meridionale”.

Se riusciamo a capire le logiche conseguenze di questa affermazione, si deve concludere che la ragione per cui i giovani soldati tedeschi, e di altri Paesi della NATO, muoiono nelle montagne dell’Afghanistan, non ha niente a che fare con “vincere una guerra contro il terrorismo”. Opportunamente, la maggior parte dei media ha scelto di ignorare il fatto che Al Qaida, nella misura in cui questa organizzazione esiste, è una creazione della CIA degli anni ’80. Ha reclutato e addestrato alla guerra contro le truppe russe in Afghanistan, musulmani radicali di tutto il mondo islamico, come parte della strategia sviluppata da Bill Casey, capo della CIA sotto Reagan, e di altri, per creare un “nuovo Vietnam” per l’Unione Sovietica, portando a una umiliante sconfitta dell’Armata Rossa e al crollo finale della Unione Sovietica.

James Jones, capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale, riconosce ora che Al Qaida non ha quasi nessuno in Afghanistan. Forse è giunto il momento per una spiegazione onesta, da parte dei nostri leader politici, circa la vera ragione dell’invio di altri giovani in Afghanistan, a morire per proteggere i raccolti di oppio.

Dal quotidiano gratuito Metro del 6 novembre 2009

 

TRA I DUE SESSI CI VUOLE UN INTERPRETE

 

di Szonja Krezinger

 

La sociolinguista americana Deborah Tannen pensa che la comunicazione tra uomini e donne sia paragonabile alla comunicazione tra le culture. Risultato: un’enorme confusione. Nel suo libro più famoso “Non mi capisci: il colloquio tra donne e uomini”, svela i meccanismi di questo fraintendimento continuo tra i sessi.

 

DOMANDA. Le donne vogliono essere amate, gli uomini vogliono essere rispettati, e ciò si riflette sul loro modo di comunicare. E così?

RISPOSTA. «Sì, alle donne spesso interessa di più di piacere agli altri. Gli uomini invece si concentrano sul proprio posto nella gerarchia e quindi sono più interessati al fatto di essere rispettati».

 

D. E che cosa ne pensa delle donne che si atteggiano a uomini nel proprio modo di comunicare?

R. «Certe donne usano stili che ci si aspetterebbe dagli uomini per molte ragioni: anche solo perché fanno come gli altri che sono nelle loro stesse posizioni lavorative (la maggior parte uomini). L’effetto è che spesso sono considerate troppo aggressive, e non piacciono. L’altra opzione – parlare come ci si aspetta dalle donne – ha anch’essa conseguenze negative: sono viste come meno competenti o affidabili di quanto siano, e così sono sottovalutate.

 

D. Quali sono le differenti tecniche che gli uomini e le donne usano quando discutono?

R. «È più probabile che le donne usino esempi personali, di se stesse o di altri; gli uomini più spesso amano fare “l’avvocato del diavolo” sostenendo posizioni in cui non credono realmente, al solo scopo di vincere. Poi è più probabile che le donne ammettano le proprie colpe in certi ambiti e le neghino in altri, mentre gli uomini più spesso rifiutano di ammettere gli errori. Alcuni ricercatori hanno osservato che quando gli uomini sono molto agitati spesso escono dalla stanza perché sono spaventati da quanto sono arrabbiati. Ecco, questo è molto frustrante per le donne perché andarsene, a loro parere, è la cosa peggiore».

 

D. Il silenzio e il rifiuto di parlare possono essere uno strumento molto potente. Come lo usano i due sessi?

R. «Molti uomini sentono o sanno che se rimangono in silenzio le donne saranno così sconvolte da fare qualsiasi cosa per ricominciare il dialogo. Le donne, invece, possono utilizzare il silenzio per dimostrare la rabbia che non vogliono esprimere direttamente».

 

D. I cambiamenti nella vita delle donne possono migliorare la comunicazione tra i sessi?

R. «Sì e no. Le donne hanno maggiori opportunità di carriera, e assumono posizioni in cui è richiesto di parlare in modo più assertivo, ma spesso ricevono risposte negative a casa. E ciò le dissuade dallo scegliere il cambiamento. È cambiato poco perché impariamo il modo di parlare da bambini, e giochiamo ancora in gruppi separati in base al sesso».

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